OSSESSIONE
L’aria satura di formaldeide, fenolo e disinfettante chimico penetrava nei polmoni con una nota pungente, quasi metallica, capace di anestetizzare i sensi se non ci si era abituati.
La stanza era un mix di acciaio inossidabile, maiolica bianca e vetro opaco: al centro, tre grandi tavoli anatomici muniti di canaline di scolo, doccette per il lavaggio e bracci d'aspirazione snodati; lungo la parete di fondo, vi era la batteria di celle frigorifere in alluminio spazzolato, le cui porte pesanti chiudevano l'eco di storie interrotte.
Fuori, la pioggia batteva spietata contro i lucernari rinforzati, isolando quel seminterrato dal resto della città, che a quell'ora della notte dormiva ignara.
Ludovica sistemò l'angolazione della lampada scialitica sopra la salma.
Il fascio luminoso, di un bianco abbagliante e chirurgico, tagliò la penombra della stanza illuminando ogni poro, ogni imperfezione e ogni livido sul corpo di Julian Vance, quarantadue anni, noto gallerista e collezionista d'arte. Un uomo la cui fine improvvisa era avvolta da un fitto mistero.
Ludovica indossava il pesante camice protettivo gommato sopra un abito di seta scura che, a ogni minimo movimento del bacino e delle spalle, tradiva la sagoma slanciata e flessuosa della sua figura.
Con gesti lenti, quasi rituali, infilò i guanti in lattice chirurgico: il suono morbido e secco del materiale elastico che aderiva alla pelle secca delle sue mani risuonò con nitidezza inquietante nel silenzio dell'obitorio.
Improvvisamente, il rumore di scarponi pesante sul linoleum del corridoio sotterraneo preannunciò la fine della sua solitudine. La porta tamburata in metallo si aprì con un soffio d'aria fredda e un sibilo idraulico.
Daniel entrò senza fare rumore.
L'investigatore portava i segni visibili di una notte insonne: il soprabito di panno scuro era intriso di gocce di pioggia, la cravatta leggermente allentata sul colletto sbottonato della camicia, la barba di un paio di giorni che gli scolpiva la mascella marcata.
Il suo profumo, una miscela amara e inconfondibile di cuoio, tabacco da pipa, pioggia e pelle calda, invase immediatamente lo spazio asettico, spezzando l'odore sterile della chimica.
«Infrangi le regole sulla scansione oraria, Dottoressa?» disse Daniel, la voce ruvida e profonda che sembrò vibrare direttamente nelle ossa di Ludovica, provocandole una scossa sotterranea lungo la spina dorsale.
«Il rigore cadaverico non aspetta i comodi dei vostri uffici, Detective,» rispose lei senza sollevare gli occhi dall'esame esterno della salma.
«Julian Vance è stato rinvenuto tre ore fa nel suo atelier privato. Niente segni manifesti di effrazione, nessun trauma da corpo contundente alla testa o al torace, ma le petecchie sottocongiuntivali agli occhi e la cianosi marcata del letto ungueale suggeriscono un'asfissia tossica rapida o un blocco cardiocircolatorio indotto da agenti esterni. Non un infarto naturale, come vorrebbe far credere il primo referto del 118.»
Daniel avanzò con calma, muovendosi con la grazia minacciosa che la donna conosceva fin troppo bene. Si fermò dall'altro lato del tavolo di metallo, così vicino che la distanza tra loro era ridotta unicamente alla larghezza della salma inerte di Julian.
«È per questo che sono sceso fin qui,» mormorò Daniel, lasciando scivolare gli occhi scuri lungo la linea del collo di Ludovica, dove un filo di sudore sottile rifletteva la luce accecante della scialitica. «Non mi fido delle perizie preliminari arrivate in centrale. E non mi fido di come questo caso sta smuovendo i piani alti della Procura e della polizia giudiziaria. Voglio sapere cosa vedi tu con i tuoi occhi... prima che qualsiasi cosa venga messa a verbale o scritta su un foglio protocollo.»
Ludovica depose lo specillo e il bisturi con un clink metallico sulla vaschetta porta strumenti. Sollevò lentamente lo sguardo, incrociando gli occhi penetranti e cupi del detective.
Tra di loro c'era una storia mai scritta, ma dolorosamente presente, fatta di verbali firmati a notte fonda, sguardi intercettati sopra fascicoli giudiziari nei corridoi del tribunale e una reciproca, ossessiva attrazione che il dovere professionale aveva compresso per mesi come una molla d'acciaio pronta a scattare.
«Vedo un uomo bello, ricco, spietato e pieno di nemici,» mormorò lei, facendo un passo impercettibile verso il bordo del tavolo anatomico.
«E vedo un poliziotto che usa un'autopsia d'urgenza come comoda scusa per non tornare a casa da solo in una notte di pioggia.»
Oltre il vetro smerigliato della porta d'accesso all'area settoria, nascosto nella nicchia buia destinata allo stoccaggio dei detergenti industriali e delle taniche di formaldeide, Anselmo osservava.
Anselmo era l'inserviente di turno della notte, una figura di mezza età dall'aspetto dimesso, invisibile e schivo di giorno, ma la cui mente abitava un mondo distorto, silenzioso e solitario.
Per lui, la vita dei vivi era caos, rumore, imperfezione e delusione. I morti, al contrario, rappresentavano la forma più pura, immobile e rassicurante dell'armonia: docili, silenziosi, eterni nella loro fredda e marmorea architettura.
Attraverso lo spioncino a vetro opaco, i suoi occhi piccoli, rossi e febbrili non erano fissi su Ludovica, né sulla figura imponente del detective.
La sua attenzione morbosa, quasi patologica, era completamente saturata dalla presenza del corpo di Julian Vance.
Anselmo ricordava perfettamente quando, un'ora prima, aveva spinto il carrello con la salma fuori dalla camera fredda numero 4. Ricordava la sensazione della pelle vitrea e gelida al tatto, la rigidità delle articolazioni delle braccia, la levigatezza del volto privo di qualsiasi espressione umana. Quando era ancora solo nella stanza, prima dell'arrivo dell'anatomopatologa, Anselmo si era chinato a pochi millimetri dal cadavere, sfiorando con la punta delle dita nude la linea della mascella della salma, respirando l'odore acre e pulito del freddo conservativo.
Era un'attrazione sottile, perversa, un bisogno viscerale di contiguità con quella quiete assoluta che lo riempiva di un'ebbrezza segreta.
Ora, vedere quella perfezione violata dagli strumenti affilati di Ludovica e turbata dalla presenza calda, prepotente e viva di Daniel gli provocava una fitta di gelosia acuta, viscerale, quasi fisica.
Li osservava parlare, vedeva i loro corpi avvicinarsi pericolosamente attorno al tavolo di metallo, avvertendo il contrasto spaventoso e intollerabile tra la carica vitale, erotica dei due vivi e la statuaria, incontaminata bellezza dell'estinto.
All'interno della sala, Ludovica avvertì un'improvvisa e inspiegabile variazione di pressione nell'aria. Un brivido sottile le corse lungo le braccia sotto i guanti di lattice. Si girò di scatto verso la porta, le cui ombre sembravano allungarsi sulla superficie riflettente delle maioliche bianche.
«Qualcosa non va, Ludovica?» chiese Daniel, notando la rigidità improvvisa della sua postura e lo sguardo fisso verso l'ingresso.
«Ho la sensazione costante che questo corridoio non sia vuoto,» rispose lei, abbassando la voce di un'ottava. «Anselmo dovrebbe essere al piano superiore a registrare i rientri dei reparti, ma stasera c'è un'atmosfera strana, pesante.»
Daniel diede una rapida e clinica occhiata alla porta, poi tornò a fissare la dottoressa.
«Se qualcuno prova a interromperci o a fare passi falsi, me ne occuperò io, ma adesso dimmi dell'estratto che hai trovato nello stomaco durante la prima apertura. Il tossicologico sintetico ha dato qualche esito?»
«Strisce di sostanza vegetale parzialmente digerita e un forte residuo alcaloide,» rispose Ludovica, cercando di riprendere il controllo del proprio ritmo cardiaco accelerato.
«Qualcuno lo ha avvelenato durante una cena privata prima che tornasse nell'atelier. Un veleno molecolare raro, estratto da piante esotiche, capace di alterare la conducibilità elettrica del cuore e simulare una fibrillazione ventricolare acuta senza lasciare traccia nei test di routine.»
Daniel mosse un altro passo lento verso di lei.
Ora non c'era più la barriera dell'acciaio e del cadavere a dividerli: si trovava di fianco a lei, a pochi centimetri dal suo fianco. Il calore che emanava il suo corpo era una tentazione violenta, quasi insopportabile contro il freddo glaciale e asettico del seminterrato.
«Un lavoro da professionisti» mormorò Daniel. La sua mano destra, priva di guanti, si posò sul bordo dell'acciaio su cui Ludovica era leggermente appoggiata. La vicinanza delle loro pelli faceva sembrare l'aria densa, pesante, difficile da respirare. «Ma stasera il veleno non è l'unica cosa pericolosa presente in questa stanza.»
Ludovica sciolse la presa sul bisturi e si voltò lentamente verso di lui. Il camice protettivo gommato le scivolò leggermente dalle spalle, rivelando la linea morbida e candida del collo e della clavicola, dove il battito frenetico del suo cuore era chiaramente visibile sotto la pelle trasparente.
«Mi stai minacciando, Detective?» la sua voce era scesa a un sussurro provocatorio, intriso di una sfida vellutata e consapevole.
«Ti sto studiando,» rispose Daniel, spingendosi ancora più vicino, finché il margine del suo soprabito umido di pioggia non toccò la seta scura dell'abito di lei.
«Vedo come muovi le mani su quel corpo. Vedo il distacco professionale che fingi di ostentare e vedo la tensione e la febbre che ti bruciano dentro da quando ho varcato quella porta.»
Ludovica alzò la mano coperta dal guanto di lattice e posò le dita al centro del petto di Daniel, spingendo appena contro la stoffa pesante della giacca. Sotto il palmo, sentì il battito accelerato, potente e incontrollabile del cuore dell'investigatore.
«In questa stanza si cerca solo la verità, Daniel,» disse lei, lasciando che le sue dita scivolassero lentamente verso l'alto, lungo i bottoni della camicia, fino a sfiorare il nodo della cravatta di lui. «E la verità è che sei venuto qui stanotte perché sapevi perfettamente che non avrei avuto difese contro di te.»
Dall'altra parte della porta, Anselmo assisteva alla scena con il fiato sospeso e le labbra tremanti. Il suo sguardo oscillava frenetico tra la mano di Ludovica sul collo del poliziotto e il volto immobile e marmoreo di Julian Vance che giaceva sotto la luce bianca della lampada scialitica.
La profanazione di quel momento, la combinazione tra la morte esposta e l'erotismo prorompente e carnale dei due vivi, gli provocò una scossa elettrica che lo fece arretrare di un passo nel buio, facendo scricchiolare la pavimentazione in linoleum.
Daniel girò la testa di scatto verso la porta, con l'istinto da poliziotto riattivato per un istante, ma il desiderio accumulato in mesi di attesa e l'adrenalina della notte ebbero la meglio.
La sua mano destra salì rapida, afferrando il polso di Ludovica e bloccandolo con decisione contro la superficie fredda e metallica del tavolo anatomico.
«Lascia perdere il corridoio,» sussurrò Daniel, la sua bocca a un millimetro da quella della donna, il suo respiro caldo che le bruciava sulle labbra. «Guardami.»
Ludovica trattenne il respiro.
Il contatto tra la pelle calda di Daniel e il lattice del suo guanto, la rigidità dell'acciaio dietro di lei e l'ombra del mistero giudiziario che li circondava azzerarono ogni residua prudenza.
«Dimmi cosa vuoi, Daniel,» mormorò lei, lasciando che la testa inclinasse all'indietro in una resa misurata.
«Voglio quello che ci stiamo negando dal primo giorno in cui ci siamo incontrati su una scena del crimine,» rispose lui.
Con un movimento deciso e inesorabile, Daniel attirò Ludovica a sé, spezzando l'ultimo margine di sicurezza e di contegno. Le sue labbra trovarono la pelle calda del collo della donna, strappandole un sospiro profondo che echeggiò nitido tra le maioliche bianche, mentre le indagini, il veleno e l'ombra dell'osservatore sconosciuto venivano inghiottiti dall'oscurità della stanza.
L’aria della sala settoria, saturata dal freddo e dal lezzo sottile dell'antisettico, sembrò infiammarsi all'istante.
Le labbra di Daniel sulla pelle del collo di Ludovica non erano una carezza timida o incerta: erano un'impronta calda, un claim possessivo che spazzò via mesi di sguardi controllati, di comunicati ufficiali e di distanza formale mantenuta durante i sopralluoghi.
Ludovica fece un respiro profondo, avvertendo il contrasto violento e sensoriale tra il freddo pungente dell'acciaio su cui era appoggiata con i fianchi e il calore prepotente del corpo di Daniel che la schiacciava senza alcuna riserva.
La seta scura del suo abito frusciò sotto il camice gommato ormai aperto.
Con un gesto lento, deliberato e provocatorio, si sfilò con i denti il secondo guanto di lattice, lasciando cadere il pezzo di gomma a terra, e affondò le dita nude nei capelli di lui, ancora umidi di pioggia sotterranea. Lo tirò a sé con forza, costringendolo a salire verso la sua bocca.
Il bacio che si scambiarono fu una collisione di fame arretrata, rabbia repressa e tensione accumulata. La lingua di Daniel cercò quella di lei con un'urgenza ruvida, e le sue mani salirono lungo i fianchi di Ludovica, afferrando la seta del vestito per sollevarglielo lentamente lungo le cosce nude. L'impatto diretto tra la pelle calda della donna e la superficie ghiacciata del tavolo anatomico la fece sussultare, strappandole un gemito soffocato e profondo contro la bocca di Daniel.
A pochi centimetri dai loro volti, adagiato sul metallo sotto la luce abbagliante, il viso immobile e vitreo di Julian Vance sembrava quasi presiedere alla scena.
La presenza della salma amplificava la frenesia del momento invece di spegnerla: le dita di Daniel affondavano nella carne morbida delle cosce di Ludovica proprio a fianco della mano rigida, pallida e priva di vita del cadavere.
«Guardalo...» mormorò Ludovica tra un respiro affannoso e l'altro, con la testa rovesciata all'indietro mentre le labbra di Daniel le divoravano la linea della gola fino alla clavicola. «Guarda cosa rimane di un uomo che pensava di poter controllare tutto e tutti...»
«Non me ne frega niente di lui,» ringhiò Daniel con la voce increspata e alterata dalla passione.
Le sue mani la sollevarono del tutto, portandola a sedere sul bordo dell'acciaio, le gambe di lei che si serravano d'istinto attorno al bacino di lui. «Stasera ci sei solo tu. Qui, adesso.»
Ludovica gli strappò i bottoni della camicia con dita fameliche, sentendo la pelle calda e muscolosa del detective contro i propri palmi nudi.
L'erotismo puro di quell'unione, consumata a un centimetro dalla morte e sotto i neon spietati dell'obitorio, raggiunse una tensione quasi insopportabile, una resa dei corpi in cui l'adrenalina del pericolo si mescolava all'estasi fisica più profonda.
Dall'altra parte della porta, nel buio pesto del corridoio sotterraneo, Anselmo era ormai del tutto privo di fiato. Il suo volto sfigurato dalla brama era pressato contro lo spioncino a vetri opachi. Le dita delle sue mani nude strizzavano il bordo di legno della porta con una forza tale da far sbiancare del tutto le nocche.
Vedere la dottoressa, il simbolo stesso della precisione, del distacco medico e del rigore scientifico, abbandonarsi contro il banco settorio, piegata dall'amplesso carnale con il detective, gli provocava un cortocircuito mentale del tutto insopportabile, ma ciò che lo turbava di più, ciò che gli faceva battere le tempie in un ritmo malato e accelerato, era la contiguità di quell'atto con la salma di Julian.
Per Anselmo, quell'atto era una profanazione imperdonabile e, al tempo stesso, una tentazione insostenibile a cui unirsi.
Il corpo del morto, immobile sotto la luce fredda, sembrava quasi invocare la sua presenza. L'inserviente infilò lentamente una mano nella tasca del suo camice grigio, stringendo l'impugnatura di uno specillo in acciaio affilato che aveva rubato dal vassoio di sterilizzazione due ore prima.
La brama di entrare, di spezzare quell'incantesimo o di diventarne parte attiva lo stava letteralmente divorando da dentro.
Fece un passo azzardato in avanti. La suola della sua calzatura di gomma strisciò sul pavimento bagnato con uno stridio acuto e prolungato.
All'interno della stanza, il suono non passò inosservato.
Ludovica bloccò improvvisamente il movimento sensuale delle sue mani sulla schiena nuda di Daniel. I suoi occhi, scuri e dilatati dal desiderio, si riempirono di un'improvvisa e gelida lucidità da cacciatrice.
«Daniel...» disse a fior di labbra, afferrandolo per i baveri della giacca con forza. «Ha scricchiolato di nuovo la porta del corridoio.»
Daniel non si staccò subito. Il suo respiro era affannoso, il suo corpo ancora avvinghiato a quello di lei in una morsa di calore e possesso carnale. Le baciò un'ultima volta l'angolo della bocca con una lentezza calcolata, prima di alzare la testa. Il suo sguardo, prima annebbiato dalla passione, si raggelò in un istante, tornando quello dell'investigatore d'assalto cinico e reattivo.
Senza rompere del tutto il contatto visivo con Ludovica, Daniel fece scivolare la mano destra verso la fondina ascellare nascosta sotto la giacca, sganciando il bottone di sicurezza della sua Beretta 92FS.
«Rimani qui,» le sussurrò all'orecchio, con un tono d'ordine che non ammetteva repliche, mentre le sue dita le accarezzavano un'ultima volta la coscia prima di staccarsi.
Ludovica si ricompose in un secondo, riabbassando l'abito di seta con dita stranamente ferme, mentre l'adrenalina dell'atto interrotto le bruciava ancora nelle vene. Raccolse il bisturi dal vassoio di metallo, stringendolo tra le dita nude come un'estensione naturale della sua mano.
Daniel si avvicinò alla porta con passi leggeri, felini, senza fare il minimo rumore. Posò la mano sinistra sulla maniglia in acciaio inox, mentre la destra manteneva la pistola puntata verso il basso, pronta al tiro.
Con un movimento secco e violento, spalancò la porta nel buio del corridoio.
La porta tamburata sbatté contro il muro d’intercapedine con un colpo sordo che fece tremare le maioliche. Il corridoio sotterraneo si apriva davanti a loro come una gola buia e umida, interrotta solo dal ronzio intermittente di un unico tubo al neon a metà della corsia.
Daniel uscì per primo, la sagoma imponente stagliata contro il fascio di luce bianca che proveniva dalla sala settoria.
La Beretta era impugnata a due mani, pronta al tiro.
Il suo respiro creava leggere nuvole di vapore nell'aria gelida del sotterraneo.
«Polizia! Chi c'è lì? Fermo!» la sua voce rimbombò lungo il tunnel di cemento, dura e priva di esitazioni.
A una ventina di metri di distanza, un’ombra si staccò dalla parete.
Riconobbe Anselmo.
L’inserviente rimase pietrificato sotto la luce fioca, il camice grigio sporco, una mano ancora affondata nella tasca dove stringeva lo strumento d'acciaio.
La sua respirazione era un fiato corto e affannoso, gli occhi sbarrati, incandescenti di una pazzia silenziosa.
Ludovica comparve sulla soglia subito dietro Daniel.
Il camice bianco aperto rivelava l'abito di seta scura; nella mano destra, la lama sottile del bisturi brillante. Non c'era traccia di paura sul suo volto, solo un'intensità felina e affilata.
«Anselmo...» disse lei, la voce glaciale. «Cosa ci fai qui a quest'ora?»
L'uomo non rispose subito.
I suoi occhi scivolarono da Daniel a Ludovica, fissandosi sulla linea del collo di lei, ancora arrossata. Una smorfia di disgusto gli contorse i tratti del viso.
«Voi... voi profanate questo posto» balbettò Anselmo.
«Questo è un luogo di pace. Di perfezione. Voi portate il vostro sporco calore qui dentro... sul suo corpo.»
Daniel fece due passi avanti, lenti e calcolati.
«Sfila la mano dalla tasca, Anselmo. Lento.»
Anselmo tirò fuori lentamente lo specillo in acciaio.
«Lui non apparteneva a nessuno di voi. Quando lo avete portato giù... era perfetto. Io l'ho pulito. Io gli ho toccato il viso prima che tu ci mettessi le tue lame, Dottoressa!»
Ludovica avanzò di un passo affiancando Daniel.
Un tassello del puzzle scattò nella sua mente.
«Sei stato tu. Non ti limitavi a guardare. Stasera sei sceso prima che arrivassi io. E le tracce di alterazione sul corpo... le hai fatte tu.»
Anselmo scoppiò in una risata chioccia.
«Volevo che rimanesse qui! Se il caso era complicato... lui sarebbe rimasto nella mia camera fredda per giorni! Sarebbe stato mio!»
L'ossessione dell'inserviente lo aveva spinto a inquinare la salma pur di prolungare la giacenza dell'estinto nell'obitorio.
Daniel fu su Anselmo con una rapidità spaventosa. Afferrò il polso dell'inserviente e glielo piegò all'indietro, facendo cadere lo specillo a terra con un tonfo acuto.
Un secondo dopo lo aveva immobilizzato contro il muro, ammanettandogli le mani dietro la schiena.
«La tua commedia finisce qui,» ringhiò Daniel.
Anselmo, con il viso premuto contro il cemento umido, scoppiò di nuovo a ridere, un suono strozzato e privo di senno.
«Pensi di avermi preso, Detective?» bisbigliò l'inserviente.
«Io ho solo toccato la sua pelle morta... ma la Dottoressa... la Dottoressa lo conosceva bene da vivo, vero?»
Daniel si bloccò.
Girò lentamente la testa verso Ludovica, che se ne stava in piedi al centro del corridoio, le dita prive di guanti che giochicchiavano con il bisturi.
«Cosa intende, Ludovica?» chiese Daniel, la voce che perdeva d'improvviso la sua durezza per riempirsi di un sospetto glaciale.
Ludovica fece un sospiro lento, quasi liberatorio. Dalla tasca del camice tirò fuori una piccola fiala di vetro trasparente, ormai vuota.
«Julian Vance non era solo un collezionista d'arte, Daniel» mormorò lei e la sua voce non aveva più alcuna nota di calore, ma solo una spaventosa lucidità.
«Era un ricattatore. Cinque anni fa, prima che io prendessi la cattedra di medicina legale, mio fratello morì in un incidente che Julian insabbiò per salvarsi la reputazione, tenendomi in pugno con le prove che avrebbe potuto falsificare per distruggere la mia famiglia. Ogni mese chiedeva un prezzo. Ogni mese voleva un pezzo della mia vita.»
Daniel sbarrò gli occhi. «Il veleno...»
«Un estratto di Aconitum napellus sintetizzato in laboratorio,» continuò Ludovica con calma spietata, muovendo un passo verso la porta della sala settoria.
«Gocce inodori messe nel suo bicchiere di cognac tre ore fa, prima che venisse qui. Sapevo che l'arresto cardiaco sarebbe sembrato naturale a prima vista, ma sapevo anche che tu avresti chiesto l'autopsia d'urgenza. Così ho sfruttato la pazzia di Anselmo: sapevo che avrebbe toccato il corpo, che avrebbe lasciato le sue tracce sul cadavere, diventando il depistaggio perfetto per qualsiasi perizia tossicologica.»
«E quello che è successo tra noi due poco fa?» la voce di Daniel era un sussurro spezzato, rabbioso, incredulo. «I baci... il modo in cui mi toccavi... era solo una messa in scena per distrarmi?»
Ludovica si fermò sulla soglia della sala settoria, guardando il detective bloccato contro il muro insieme ad Anselmo.
Nei suoi occhi scuri balenò un'ultima, caldissima scintilla di desiderio, mescolata a un'infinita amarezza.
«No, Daniel. Quello non era un inganno,» mormorò lei, lasciando cadere il bisturi sulla soglia.
«Ti desidero dal primo giorno che ti ho visto su una scena del crimine, ma sapevo che stanotte sarebbe stata l'unica occasione per averti... prima di dovermene andare per sempre.»
Con un gesto fulmineo, Ludovica spinse la porta blindata della sala settoria e attivò la chiusura d'emergenza dall'interno con il codice di sicurezza del personale medico.
Il blocco magnetico scattò con un rumore sordo e metallico.
Dall'altra parte del vetro smerigliato, Daniel gridò il suo nome, battendo i pugni contro la superficie rinforzata, ma la serratura era inaccessibile.
Attraverso il vetro, Ludovica lo guardò per un ultimo istante.
Poi si voltò verso la porta di servizio che dava sulle scale antincendio del seminterrato, sparendo nell'oscurità della notte con la pioggia e con i suoi segreti, lasciando dietro di sé soltanto il freddo dell'acciaio, il ricordo di un bacio rovente e il silenzio dei morti.
Vacca 24
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