trio
Il gioco delle ombre
14.06.2026 |
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"Si infilò tra le mie gambe con una naturalezza disarmante, mentre la grande cominciava a farsi leccare e cavalcare il mio viso..."
Era l'estate del 2008. Lavoravo come animatore in un lido di Catania. La routine era un mosaico di sole accecante, riflessi sull'acqua della piscina e il dovere costante di sorridere agli ospiti. Fu in quel caos che le vidi per la prima volta, stese su due lettini, un’isola di calma apparente in mezzo al rumore. Una donna più matura dominava la scena, l'altra, più giovane, restava in un silenzio che sembrava una maschera.In quanto animatore, il mio compito era rompere il ghiaccio. Mi avvicinai, ma fin dal primo istante la dinamica mi apparve distorta: la donna più grande mi incalzava, mi stuzzicava, chiedendomi con insistenza del capo animatore, quasi stesse cercando di creare una uscita a quattro. Ma era la ragazza a tenermi in pugno. Non apriva bocca, eppure il suo sguardo era una lama. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, sentivo il suo silenzio trasformarsi in un invito brutale, un piacere palpabile nell'essere osservata da me mentre l'altra donna mi interrogava.
Quando confessai che il capo non era disponibile, la grande mollò il colpo, ma non se ne andarono. Rimasero lì. Per tutto il pomeriggio, in ogni gioco, in ogni momento di animazione, le sentivo addosso. Mi studiavano come si studia una preda che ha già capito di non avere via d'uscita.
Nel tardo pomeriggio, la tensione era diventata aria elettrica. La grande si avvicinò, un sorriso sottile che non arrivava agli occhi: "Hai finito di lavorare, vero? Resta con noi". Accettai, spinto da una curiosità che superava ogni logica.
Arrivati nella loro casa a Catania, l'atmosfera cambiò. La grande scomparve in bagno per una doccia, lasciandomi solo con la giovane in salotto. Non c'era bisogno di parole: ci siamo cercati, le mani che esploravano corpi ancora vestiti con una frenesia che puzzava di pericolo. Quando la voce della grande ci chiamò dal bagno per avvertire che la doccia era libera, fu come un segnale tattico. La ragazza si alzò, mi lanciò un'occhiata carica di promesse e sparì.
Pochi minuti dopo, eccola tornare. Ma al suo posto, in salotto, entro la grande. Aveva addosso solo un asciugamano bianco che si schiuse al mio primo tocco. Mi saltò addosso con una fame che mi tolse il fiato, e proprio mentre le mie mani si perdevano sulla sua pelle, la giovane uscì dal bagno. Non si fermò, non sembrò sorpresa. Si infilò tra le mie gambe con una naturalezza disarmante, mentre la grande cominciava a farsi leccare e cavalcare il mio viso.
È stato in quell'incastro di corpi, mentre sentivo la giovane tra le gambe e l'altra donna sul mio viso, che la ragazza alzo la testa e, con una naturalezza sconvolgente, mi ha sussurrato: "Ti piace la fica di mia madre?".
Alzai lo sguardo verso la donna che avevo davanti, scioccato. Lei rispose con un semplice, lento cenno della testa. Un sì. In quell'istante, ogni cosa assunse un significato diverso. Il segreto di quel legame di sangue trasformò tutto ciò che stava accadendo in un'esperienza di una potenza inaudita. Tra la penetrazione, i baci che si scambiavano tra loro e l'incastro dei nostri corpi in un ritmo serrato, capii di essere finito dentro una coreografia di piacere che loro avevano preparato, una trasgressione che non conosceva più barriere e che non aveva bisogno di altre parole.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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