Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > Lui & Lei > Il Diario di Selene - ep.4
Lui & Lei

Il Diario di Selene - ep.4


di Lady_Selene
26.07.2026    |    817    |    5 9.4
"Era enorme, essenziale, dominata da un'isola centrale in marmo chiaro e da grandi finestre che lasciavano entrare la luce del primo pomeriggio..."
Caro Diario,
devi sapere che il tutto è iniziato da un giro per svagare la testa.
Dovevo solo arrivare al mare, sedermi sulla sabbia fredda e aspettare.
Dovevo solo aspettare che il sole sorgesse, che compiesse la sua solita magia di un nuovo inizio, un nuovo giorno dove poter essere quella che non sono.
Sono arrivata, e scesa dalla macchina ho notato che c’era una temperatura molto piacevole, faceva quasi caldo. Tentata di immergermi ancora nel buio della notte, ho provato a entrare, ma ho bagnato giusto i piedi: l’acqua era tiepida, ma non abbastanza da aspettare il sole per potermi asciugare. In più ero sola e non volevo abbandonare i miei averi alla mercé del primo passante, così ho resistito e mi sono creata il mio angolino di pace.
Stesi il telo, provai a spogliarmi, ma nel momento in cui mi tolsi la camicia sentii subito che la temperatura stava cambiando. Il sole stava sorgendo e, con lui, un'aria più frizzante, come se si fosse ribaltato tutto.
Decisi di sedermi nel mio angolino e iniziare ad ascoltare davvero: il mare, il vento, gli animali che mi circondavano e le persone. Vidi dei vecchietti che si erano addormentati troppo presto la sera prima e quindi si erano svegliati prima dell'alba, e una futura mamma che passeggiava prima che diventasse troppo caldo e faticoso muoversi. C'erano ragazze e ragazzi che correvano, con o senza compagno a quattro zampe (qualche cagnolino curioso si allungava un po' per elemosinare due coccole).
Fu in quel momento che mi accorsi di essere osservata.
C’era un ragazzo non troppo lontano, che aveva appena finito il suo allenamento mattutino: lo capivo dal suo abbigliamento e dal sudore che gli imperlava la pelle. Mi chiesi da quanto tempo mi stesse fissando.
Era carino, con uno sguardo dolce ma penetrante, alla giusta distanza per non invadere la mia privacy ma perfetta per potermi guardare. Quando si accorse che lo avevo notato, mi sorrise e riprese a sistemare le sue cose prima di andare via.
Spostai lo sguardo verso l’orizzonte che si faceva sempre più chiaro: il sole stava iniziando a sorgere.
Mi piaceva l’idea di poter condividere quel momento con qualcuno; si era creata un'energia totalmente diversa rispetto a viverlo da sola.
Non era la prima alba che vedevo, ma questa era speciale, la percepivo diversa. Una volta sorto il sole, non mi accorsi del tempo passato a fissarlo; quando girai la testa per cercare il ragazzo, non c’era più. Un moto di delusione si innescò in me: ci rimasi male, mi sarebbe piaciuto flirtare un po' con lui. Ma me ne feci una ragione, in fin dei conti eravamo due estranei.
La mattina scorse lenta; prima di pranzo avevo già preso la mia dose di sole e mare, ed era ora di tornare a casa. Tornai alla macchina, misi le mie cose nel bagagliaio e provai a metterla in moto, ma era morta, non dava segni di vita. Pensai a come fare: forse doveva solo essere cambiata la batteria, il serbatoio era pieno e non capivo cosa potesse essere andato storto.
Non mi feci scoraggiare: aprii il cofano e feci finta di saperci fare, controllai quello che potevo controllare, ma non trovai nulla. Dovevo chiedere un passaggio per tornare a casa o almeno raggiungere la città.
Nel momento in cui chiusi il cofano, sentii una voce chiedere se avessi bisogno d’aiuto. Era di nuovo lui, o meglio, ora che lo vedevo da vicino, un uomo fatto e finito, davvero affascinante. Gli spiegai la situazione e mi propose di accompagnarmi a casa; la macchina l’avrei fatta recuperare il giorno dopo, tanto da lì non si sarebbe mossa.
Quel sorriso mi aveva stregata, lo ammetto: mi sentivo a disagio ma al tempo stesso percorsa da una strana elettricità, sembrava di vivere una scena dei libri che leggo ogni giorno, quasi un sogno.
Dal momento che le nostre destinazioni coincidevano, facemmo due chiacchiere durante il tragitto, prima che lui mi dicesse che aveva la necessità di passare un attimo da casa sua.
Io non avevo impegni, lui a quanto pare sì.
Troppo fiduciosa che non fosse un serial killer, decisi di accettare il suo invito.
Arrivammo davanti a un cancello molto anonimo. C'era un livello sotterraneo con diversi garage; pensai che vivesse in un bel condominio moderno, magari dotato di un ascensore privato che portava direttamente ai piani superiori.
Non fu così: quando si aprirono le porte, vidi un open space immenso, grande quanto il mio intero appartamento. Spalancai gli occhi — e meno male che portavo ancora gli occhiali da sole — mentre vidi spuntare un sorrisetto divertito sotto i suoi baffi.
Mi disse: «Accomodati e fai come se fossi a casa tua. Se hai bisogno di qualcosa, basta che schiacci questo campanello e arriva la colf». Io non potevo crederci: stavo sicuramente sognando, ero ancora addormentata sulla spiaggia a prendere un'insolazione e stavo delirando.
Lui sparì dietro una porta scorrevole con la naturalezza di chi era abituato a vivere in spazi tanto grandi da sembrare irreali.
Rimasi immobile qualche secondo, ancora con la borsa stretta tra le dita.
Il silenzio era diverso da quello della spiaggia: non aveva il rumore delle onde, ma quello soffice delle case che sembrano respirare. Le enormi vetrate lasciavano entrare una luce chiara che riempiva ogni angolo, facendo brillare il parquet come se il sole avesse deciso di abitare lì.
Appoggiai lentamente la borsa vicino al divano.
Non osavo toccare nulla.
Mi sentivo fuori posto. Eppure, stranamente, non a disagio.
«Puoi davvero rilassarti.»
La sua voce mi fece sobbalzare.
Si era cambiato. I pantaloncini da corsa avevano lasciato posto a un paio di jeans chiari e a una camicia di lino con le maniche arrotolate fino agli avambracci. I capelli erano ancora umidi dalla doccia e il profumo fresco che portava con sé sembrava fondersi con quello del caffè appena fatto.
«Ti ho spaventata?»
Scossi la testa, sorridendo.
«No... stavo solo cercando di convincermi che questa casa esista davvero.»
Rise piano.
«Succede spesso anche a me.»
Quel modo di scherzare abbassò immediatamente la distanza che fino a quel momento avevamo mantenuto.
«Caffè?»
«Solo se prometti che non è un test per capire se sono una maniaca.»
«Dipende. Lo zucchero prima o dopo?»
Lo guardai fingendo di rifletterci.
«Era una domanda trabocchetto?»
«Forse.»
Scoppiammo a ridere insieme.
Era incredibile quanto fosse semplice parlare con lui. Non c'erano silenzi imbarazzanti, né la necessità di impressionarsi a vicenda. Ogni battuta sembrava trovare spontaneamente la successiva.
Mi porse una tazzina.
Le nostre dita si sfiorarono.
Un contatto minuscolo.
Quasi insignificante.
Eppure bastò a interrompere per un istante il flusso dei pensieri.
Sentii il suo sguardo fermarsi sul mio viso.
Non era insistente.
Era curioso.
Come se stesse cercando di capire qualcosa che nemmeno lui riusciva a spiegare.
«Posso farti una domanda?»
Annuii.
«Perché eri lì da sola all'alba?»
Abbassai gli occhi verso il caffè.
«Perché all'alba nessuno si aspetta niente da te.»
Lui non rispose subito.
«È una risposta molto triste.»
«No.» Sorrisi appena. «È una risposta sincera.»
Il silenzio che seguì non aveva nulla di pesante.
Era il tipo di silenzio che si crea quando due persone iniziano a riconoscersi.
Lui si appoggiò con un fianco al piano della cucina.
«Io corro tutte le mattine.»
«Per allenarti?»
«Per smettere di pensare.»
Lo guardai.
«Funziona?»
Fece una piccola smorfia.
«Per circa venti minuti.»
Risi.
«Io sono arrivata fino al mare per lo stesso motivo.»
«E ha funzionato?»
Esitai.
«Fino a quando non mi sono accorta che qualcuno mi stava osservando.»
Lui abbassò lo sguardo, quasi divertito.
«Temevo di essere stato troppo evidente.»
«Lo eri.»
«Eppure non ti sei spostata.»
Il cuore sembrò rallentare per un istante.
«Forse speravo che venissi a salutarmi.»
Per la prima volta il suo sorriso cambiò.
Non era più quello cortese con cui si sorride agli sconosciuti.
Era più lento.
Più caldo.
Più personale.
Fece un passo nella mia direzione.
Solo uno.
Ma bastò perché lo spazio tra noi sembrasse improvvisamente troppo piccolo.
«Sai...» disse a bassa voce. «Quando ho rimesso in moto la macchina per tornare a casa, ho continuato a pensare che avrei dovuto parlarti.»
«Davvero?»
«Così tanto che ho dimenticato il borsone sulla spiaggia.»
Lo guardai sorpresa.
«Sei tornato a prenderlo.»
«Sì.»
Fece un'altra pausa.
«E ho trovato te con il cofano aperto.»
«Quindi la mia macchina ti ha fatto un favore.»
Lui sorrise senza distogliere gli occhi dai miei.
«Credo di sì.»
Per un momento nessuno dei due parlò.
L'aria sembrò caricarsi di qualcosa di sottile, difficile da nominare. Non era soltanto attrazione. Era quella sensazione rara di essere capitati, quasi per caso, esattamente nel posto giusto.
Fu lui a rompere l'incantesimo.
«Prima di accompagnarti a recuperare la macchina...» disse con tono leggero, «ti va di pranzare con me? Prometto che questa volta il destino non dovrà rompere nient'altro per farci incontrare.»
Sorrisi.
«Accetto. Però scelgo io il dolce.»
E lui, per la prima volta da quella mattina, sembrò davvero felice della risposta.
Prima di pranzare, lui insistette perché mi mettessi più comoda.
«Se vuoi puoi lasciare la borsa lì e darti una rinfrescata. Tanto non scappa.»
«Neanche io, tranquillo.»
«Questo mi rassicura.»
Lo disse con un sorriso appena accennato, uno di quelli che sembravano nascere prima negli occhi che sulle labbra.
Lo seguii in cucina. Era enorme, essenziale, dominata da un'isola centrale in marmo chiaro e da grandi finestre che lasciavano entrare la luce del primo pomeriggio. Nonostante l'eleganza della casa, tutto parlava di qualcuno che la viveva davvero: una tazza dimenticata sul piano di lavoro, un libro aperto sul tavolo, una pianta che reclamava un po' d'acqua.
«Pensavo che avresti chiamato la colf.»
Lui si voltò.
«Potrei.»
Fece una pausa.
«Ma mi piace cucinare. È uno dei pochi momenti in cui il telefono smette di comandare la mia vita.»
Si rimboccò le maniche della camicia e aprì il frigorifero.
«Allora... vediamo cosa possiamo improvvisare.»
Io mi accomodai su uno degli sgabelli, osservandolo senza farmi notare troppo. Si muoveva con naturalezza, senza ostentazione. Tagliava le verdure con gesti precisi, faceva scaldare una padella mentre metteva a bollire l'acqua per la pasta.
«Posso aiutare?»
«Certo.»
Mi porse un tagliere.
«Pomodorini. Ma cerca di non tagliarti, altrimenti il primo ricordo che avrai di casa mia sarà il pronto soccorso.»
«Che romantico.»
«Sto cercando di fare una buona impressione.»
«Con una minaccia velata?»
Rise.
«Con dell'ottima pasta.»
Alla fine il pranzo era semplice, quasi sorprendente.
Spaghetti con pomodorini appena saltati, basilico fresco e burrata cremosa adagiata al centro del piatto. Accanto, una piccola insalata con rucola, scaglie di parmigiano e noci. Per finire, due fette di pane ancora tiepido e una bottiglia di vino bianco che lui versò con moderazione.
«Niente di elaborato.»
«Le cose semplici sono quelle che riescono meglio.»
«Lo pensi davvero?»
Annuii.
«Anche delle persone.»
Per un istante rimase in silenzio.
Abbassò lo sguardo sul piatto, quasi a nascondere il sorriso.
Mangiammo lentamente, parlando di tutto e di niente. Dei libri che leggevo, dei suoi viaggi di lavoro, del mare d'inverno e delle città che diventano più belle quando sono quasi deserte.
Ogni tanto i nostri occhi si incrociavano.
Ogni volta duravano un secondo in più della precedente.
Quando finimmo, mi alzai istintivamente.
«Lascia, sparecchio io.»
«Assolutamente no.»
«Mi hai cucinato.»
«E tu hai tagliato i pomodorini.»
«Un contributo fondamentale.»
«Direi determinante.»
Ci ritrovammo a ridere ancora.
Presi comunque due piatti e li appoggiai vicino al lavello. Lui fece lo stesso. Lo spazio era ampio, eppure riuscimmo a urtarci con una naturalezza quasi sospetta.
«Scusa.»
«Colpa mia.»
Nessuno dei due si spostò.
Eravamo così vicini che riuscivo a distinguere il profumo del suo dopobarba, mescolato a quello del basilico rimasto sulle sue mani.
Sentii il cuore accelerare.
Lui abbassò appena lo sguardo verso le mie labbra, per poi tornare ai miei occhi. Come se volesse concedermi tutto il tempo necessario per tirarmi indietro.
«Posso confessarti una cosa?»
La sua voce era diventata più bassa.
«Dipende.»
«Da quando ti ho vista sulla spiaggia sto cercando un motivo intelligente per baciarti.»
Sorrisi, incapace di trattenermi.
«E l'hai trovato?»
Scosse lentamente la testa.
«No.»
Fece un passo.
«Ho deciso che smetterò di cercarlo.»
Il fiato mi rimase sospeso.
Appoggiai istintivamente le mani al bordo dell'isola della cucina.
Lui si avvicinò ancora, senza fretta.
«Dimmi di fermarmi, se non lo vuoi.»
Non risposi.
Le parole sembravano essersi sciolte insieme a ogni dubbio.
Continuai semplicemente a guardarlo.
Fu allora che le sue mani sfiorarono le mie.
Con una delicatezza quasi disarmante mi guidò di qualche centimetro all'indietro.
Il bordo del tavolo sfiorò la parte posteriore delle gambe e, quasi senza accorgermene, mi ritrovai seduta appena sul margine dell'isola.
Lui rimase davanti a me.
Vicino.
Abbastanza da sentire il calore del suo respiro.
Mi sfiorò una ciocca di capelli, sistemandola dietro l'orecchio con una lentezza che sembrava voler allungare quell'attesa all'infinito.
«Sei ancora convinta di stare sognando?» sussurrò.
Scossi appena la testa.
«No.»
«Bene.»
Mi osservò ancora un istante, come se volesse imprimere nella memoria ogni dettaglio del mio viso.
Poi colmò finalmente la distanza.
Le sue labbra incontrarono le mie in un bacio lento, atteso, quasi timido nei primi istanti. Non aveva la fretta di chi vuole conquistare, ma la cura di chi desidera essere ricambiato.
E fu proprio quell'attesa, custodita per tutta la mattina, a renderlo indimenticabile.
Sentii le sue labbra sfiorare le mie con una dolcezza che sapeva di attesa più che di impazienza. Quel bacio sembrava racchiudere tutto ciò che ci eravamo detti con gli sguardi durante la giornata. Per un istante il resto del mondo smise semplicemente di esistere.
Quando ci allontanammo di pochi centimetri, riaprimmo gli occhi nello stesso momento. Nessuno dei due disse una parola. Non ce n'era bisogno.
Continuammo soltanto a guardarci, mentre le nostre mani si cercavano con naturalezza, come se si conoscessero da sempre. Ogni sfiorarsi sembrava una domanda, ogni carezza una risposta.
Persi completamente la cognizione del tempo. Non avrei saputo dire se fossero trascorsi pochi minuti o un'eternità. Sapevo soltanto che la cucina, così immensa quando ero entrata, adesso sembrava esistere solo per contenerci.
Un sorriso malizioso mi affiorò sulle labbra.
«Credo sia arrivato il momento del dolce.»
Lui rise piano, con quello sguardo che ormai avevo imparato a riconoscere.
Lo invitai a sedersi su una delle sedie accanto all'isola della cucina, mentre io mi accomodai sul bordo del tavolo, senza smettere di guardarlo.
«Spero che questo tavolo sia abbastanza solido...» dissi, trattenendo a fatica un sorriso.
Lui inclinò appena la testa, divertito.
«Per il dolce... o per quello che verrà dopo?»
Sorrisi senza rispondere.
Lasciai che fosse il silenzio a riempire la distanza tra noi, perché, a volte, l'immaginazione sa essere molto più eloquente delle parole.
Mi inclinai appena all'indietro, senza distogliere lo sguardo dal suo e gli aprii le gambe davanti al suo volto.
Lo vidi passare lentamente la lingua sulle labbra e serrare per un istante la mascella. Nei suoi occhi c'era desiderio, ma anche un'attesa quasi rispettosa.
Stava aspettando soltanto un mio cenno.
Lo osservai sorridere appena quando capì che non mi sarei sottratta.
Si avvicinò con una lentezza esasperante, sfiorandomi la pelle con una scia di baci che sembravano non finire mai.
Ogni istante alimentava l'attesa, rendendola quasi insopportabile.
Il cuore batteva così forte che riuscivo a sentirlo nel petto. Rimasi immobile,
lasciando che fosse lui a colmare la distanza, mentre un brivido mi percorreva la schiena al solo sentire il suo respiro così vicino.
Arrivò al mio fiore, già bagnato della propria rugiada.
Sentii un sospiro nel momento in cui se ne accorse.
Mi tocco con un dito per raccoglierla, e se la portò alle labbra.
«Buono questo dolce, spero di potermelo gustare meglio»
Non aspetto una mia risposta, affondo con la sua lingua dentro alla mia fessura appena aperta.
Non riuscii a resistere, inziai ad ansimare lievemente. Non volevo farmi sentire, non sapevo se ci fosse o meno qualcuno in casa con noi.
Ma appena la sua lingua si concentrò sul mio clitoride e un dito mi entrò dentro non riuscì a non gemere.
Mi uscì spontaneo. «Ti voglio.»
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.4
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Il Diario di Selene - ep.4:

Altri Racconti Erotici in Lui & Lei:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni