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Lui & Lei

Il Diario di Selene - ep. 3


di Lady_Selene
20.12.2025    |    1.086    |    9 9.8
"» mormorò con voce roca, mentre mi spingeva con forza controllata contro la porta, «..."
Caro Diario,
Oggi ho accompagnato Penelope al centro commerciale.
Ci conosciamo da una vita, ma siamo agli antipodi su tutto, specialmente in fatto di gusti. Lei è splendida: capelli scuri e lunghi, occhi verdi, lineamenti perfetti. Fisicamente ci somigliamo, anche se lei è un po' più bassa di me.
Eravamo in missione: trovare il profumo perfetto per Ettore. Pen ha una cotta tremenda per lui e l'ansia la stava divorando. Io ero stata “arruolata” come elemento di calma, ma alla fine ero più tesa di lei. L'invito al suo “White Party” ha complicato tutto: non ho un solo capo bianco nell'armadio, la mia palette è fatta solo di sfumature di nero. La Famiglia Addams, al mio confronto, è un carnevale di colori.

Mentre cercavamo la profumeria, l'ho visto.
Non so se ci stessimo fissando da un po' o se avessimo alzato gli occhi all'unisono, ma i nostri sguardi si sono fusi per un istante che è parso eterno. In profumeria, tra decine di fragranze e una commessa fin troppo truccata, non abbiamo trovato nulla all'altezza.
Il mio pensiero, però, tornava continuamente a quegli occhi scuri e profondi.
Aveva un viso spigoloso, curato, ma con un’aria impenetrabile, come se nulla potesse scalfirlo.
Sconfortate, siamo passate alla “missione vestito”. Io e Pen ci siamo separate tra gli scaffali. Ero persa tra i pensieri quando un profumo delizioso mi ha riportata alla realtà. Ho visto una mano afferrare una camicia poco lontano: era una mano maschile molto curata. Solo in quel momento ho realizzato di essere finita nel reparto uomo. E, come se non bastasse, quel braccio apparteneva proprio a lui.
Sono arrossita all'istante. «Mi scusi, vado via subito», ho balbettato.
Lui, con un sorriso capace di sciogliere l'Artide, ha risposto: «Non si preoccupi, ce la faccio».
L'ho seguito con lo sguardo mentre andava ai camerini, finché Pen non mi ha interrotta con un vestitino bianco mozzafiato, corto e con la schiena nuda. «Vai a provarlo, ora!» mi ha intimato.
Sono entrata nel primo camerino libero, ancora scossa. Mi stavo cambiando quando un movimento ha catturato la mia attenzione: la tenda del camerino accanto era rimasta socchiusa. Mi sono sentita una stalker, ma non riuscivo a staccare gli occhi. Lo vedevo sbottonarsi la camicia, centimetro dopo centimetro. Mentre ammiravo la sua perfezione, mi ha colta in flagrante. Un brivido mi ha percorso la schiena. Mi sono morsa il labbro, abbassando lo sguardo, eccitata e colpevole. Lui non ha detto nulla; con un gesto lento mi ha fatto cenno di girarmi, per mostrargli come mi stava l'abito. Ho eseguito una piroetta, quasi senza respirare.
Ha sorriso, si è rivestito ed è uscito. Poco dopo, si è avvicinato: «Sei bellissima, ti calza a pennello. Se fossi in te, lo prenderei».
«Solo se mi dici il nome del tuo profumo», ho ribattuto con un filo di audacia.

Siamo arrivate alla festa in orario. La villa di Marcello, amico di Ettore, era spettacolare. Dopo un paio di drink di troppo, mi sono messa alla ricerca di un bagno per sfuggire alla folla. Ne ho trovato uno da sogno al piano superiore: jacuzzi e marmo scintillante. Mi sono solo rinfrescata il viso, ma uscendo sono andata a sbattere contro un petto solido. Due braccia mi hanno afferrata per non farmi cadere.
«Milady, ci incontriamo di nuovo».
Era lui. Quel profumo, quello sguardo. Si è avvicinato al mio orecchio, il suo respiro caldo sulla pelle: «Ti ho riconosciuta appena sei passata dal cancello. Questo vestito non è per tutte... ma questa parte della casa è privata».
Ho provato a scusarmi, ma mi ha bloccata: «Come penale, voglio che tu mi dia le tue mutandine».
Il cuore mi è balzato in gola. «Prenditele», ho risposto, sfidandolo.
Senza battere ciglio, si è inginocchiato davanti a me. Le sue mani sono risalite lungo le mie cosce, sfiorandole appena, mandandomi in fiamme. Ho sentito le sue dita agganciare il pizzo del perizoma. Mentre lo sfilava, il suo respiro mi bagnava la pelle. Mi ha baciato l'interno coscia prima di rialzarsi e mostrarmi il “trofeo”. Sono tornata in giardino stordita, senza dire nulla a Pen.
Poco dopo, Ettore ci ha presentato il padrone di casa: Marcello. Il proprietario della villa era il proprietario delle mie mutandine.
Mentre parlava con gli altri, io ero immobile. All'improvviso, ho sentito il suo dito sfiorarmi con estrema lentezza la parte bassa dei glutei, lì dove il vestito finiva. Un formicolio elettrico. Con una scusa mi ha chiesto di seguirlo dentro. Non ho esitato.
Appena la porta si è chiusa, mi ha spinta dolcemente contro il legno. Mi ha annusata, accarezzandomi il collo con le labbra. Ho percepito la sua fame. Mi ha preso il viso tra le mani e mi ha baciata, un bacio profondo che ha acceso ogni fibra del mio corpo. Le sue mani sono scese sulle spalle, poi sul seno, dove i capezzoli premevano già contro il tessuto leggero del vestito. Ho aperto i bottoni della sua camicia, bramando il contatto con la sua pelle calda. Una mia spallina è scivolata giù.
«Il tuo seno mi sta chiamando», ha sussurrato contro la mia pelle. «Dice che ha bisogno di aria... e della mia bocca».
Abbiamo sorriso, un istante prima che lui affondasse il viso tra le mie forme. «Che buon profumo che hai, Selene».
«Io non porto profumo», ho ansimato.
Il suono di quel ruggito basso, quasi animalesco, mi fece vibrare fin dentro le ossa. Marcello non aspettò un secondo di più. Con una mossa repentina mi sollevò, costringendomi ad allacciare le gambe intorno alla sua vita. Sentii la consistenza marmorea dei suoi muscoli e quell'erezione prepotente che premeva contro la mia intimità, separata solo dal sottile velo del vestito bianco.
«Non porti profumo...» mormorò con voce roca, mentre mi spingeva con forza controllata contro la porta, «...perché è il tuo odore che mi sta facendo impazzire».
Le sue mani, grandi e impazienti, afferrarono i lembi del mio vestito sollevandolo senza cerimonie. Sentii l'aria fresca sulla pelle nuda e, un istante dopo, il calore devastante della sua bocca che si impossessava di un capezzolo. Lo morse appena, tirandolo, mentre io inarcavo la schiena ed emettevo un gemito che non riconobbi nemmeno come mio. Le sue dita cercarono subito quello che gli apparteneva già: la mia bagnatissima realtà. Quando mi toccò, scivolando dentro con una pressione decisa, serrai gli occhi e affondai le unghie nelle sue spalle. Era un ritmo frenetico, una fame che consumava entrambi in quel corridoio semibuio. Ogni suo affondo era una scossa elettrica, un bisogno carnale di possesso che mi faceva dimenticare dove fossi.
Raggiungemmo il limite insieme, in un groviglio di respiri spezzati e pelle sudata, con lui che soffocava i miei gridi baciandomi con una ferocia bellissima. Rimanemmo così per qualche minuto, il mio viso affondato nell'incavo del suo collo. Lentamente, mi riaccompagnò a terra. I suoi occhi, prima scurissimi per la lussuria, ora brillavano di una luce diversa, più limpida. Mi sistemò le spalline del vestito con una delicatezza che mi lasciò senza fiato. Mi scostò un ciuffo di capelli dal viso e mi diede un bacio casto sulla fronte, poi uno più lungo sull'angolo della bocca.
«Devo tornare dagli altri, Selene. Ettore inizierà a cercarmi», disse con un sorriso sghembo.
Si infilò una mano in tasca e ne tirò fuori un piccolo pezzetto di pizzo nero: le mie mutandine. Me le porse, ma quando feci per prenderle, chiuse la mano a pugno, trattenendole.
«Queste però le tengo io», sussurrò avvicinandosi di nuovo. «Consideralo un pegno. Perché avrò bisogno di una scusa per venire a cercarti domani e restituirtele... magari con molta calma».
Mi lasciò un ultimo bacio mozzafiato, poi aprì la porta e sparì nel corridoio, lasciandomi lì, con le gambe ancora tremanti e il cuore che batteva al ritmo di una promessa.
Non era finita.
Era appena iniziato il nostro gioco.
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