Lui & Lei
La Vita Accanto
Hotnote
15.02.2026 |
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"Desideravo la sensazione di essere ancora leggibile, ancora capace di suscitare un pensiero che non mi appartenesse..."
Non era soltanto un inizio.Era una soglia invisibile, di quelle che non fanno rumore quando le attraversi, ma che dentro di te spostano interi paesaggi.
Mi accorsi che qualcosa stava cambiando non per un evento clamoroso, ma per un dettaglio minuscolo: il modo in cui respiravo. Più lento. Più consapevole. Come se l’aria avesse improvvisamente un peso diverso tra i polmoni e i pensieri.
Le mie mani raccontavano verità che la voce non aveva ancora il coraggio di pronunciare. Si muovevano con esitazione, ma non era paura. Era rispetto. Per ciò che stava nascendo, per ciò che non aveva ancora un nome ma pretendeva già spazio.
Capii allora che il primo passo non è mai un gesto plateale. È un sussurro interno. Un accordo silenzioso tra ciò che siamo state e ciò che stiamo per diventare. Restai in ascolto. Non del mondo fuori — che continuava a correre con la sua fretta indifferente — ma di quel movimento impercettibile che avveniva dentro di me, come la marea che cambia direzione senza chiedere il permesso al cielo.
Era strano accorgersi di sé. Come incontrare il proprio sguardo in uno specchio che non riflette il volto, ma le intenzioni. E lì vidi esitazioni, certo… ma vidi anche una determinazione gentile, una promessa non ancora pronunciata che già mi apparteneva.
Ogni pensiero aveva il suono di un passo su un pavimento antico: cauto, rispettoso, ma deciso a procedere. Non c’era più fretta di arrivare, solo il desiderio di comprendere il percorso, di sentirlo scorrere sotto la pelle come una corrente tiepida. Mi sorprese la dolcezza con cui iniziai a trattarmi. Come si fa con qualcosa di prezioso che non si vuole rompere, ma nemmeno rinchiudere.
Compresi che la forza non è sempre tensione, a volte è cura. A volte è permettersi di fiorire senza rumore.
Avevo costruito ciò che un tempo chiamavo “tutto”. Una casa piena di voci familiari, un amore solido come una porta che si chiude la sera senza far rumore, una quotidianità ordinata come lenzuola tirate con cura.
Eppure, in mezzo a quella completezza, avvertivo una fessura sottile. Non dolore. Non insoddisfazione. Piuttosto una domanda rimasta in sospeso, come una lettera mai spedita che continua a occupare un cassetto. Non mi mancava qualcosa di visibile. Mi mancava una parte di me che non avevo ancora osato incontrare. Una stanza interiore rimasta chiusa non per paura, ma per distrazione.
Perché quando la vita funziona, nessuno ti insegna a chiederti se ti rappresenta davvero.
A volte mi sorprendevo a chiedermi quando fosse stata l’ultima volta in cui uno sguardo sconosciuto si fosse posato su di me non per educazione, non per abitudine, ma per autentica curiosità. Non desideravo mani, né promesse. Desideravo la sensazione di essere ancora leggibile, ancora capace di suscitare un pensiero che non mi appartenesse. Un impulso silenzioso, quasi segreto, non rivolto a qualcuno in particolare, ma a quella parte di me che temeva di essersi resa invisibile dietro la sicurezza di ciò che aveva costruito.
Così iniziai a osservare i miei giorni con occhi nuovi. Non per fuggire. Non per rompere. Ma per comprendere dove potessi respirare più profondamente.
Mi ingegnai in silenzio, tra pensieri trattenuti e piccole deviazioni dal percorso abituale, come chi esplora un giardino già suo scoprendo sentieri che non aveva mai percorso. Compresi allora che la ricerca non era contro ciò che avevo, ma a favore di ciò che potevo ancora diventare. E in quella scoperta non c’era ribellione, non c’era fuga, solo la grazia sottile di una donna che, pur avendo molto, si concede il diritto di non smettere di cercarsi.
E poi accadde. Non come un’esplosione, non come una scelta urlata, ma come una porta socchiusa che un giorno smetti di fingere di non vedere. Non fu un tradimento verso ciò che avevo, ma un incontro con ciò che ero stata troppo prudente per esplorare. Una vibrazione nuova, sottile, capace di attraversarmi senza lasciare segni visibili eppure impossibile da ignorare.
Scoprii che esiste una forma di presenza che non chiede promesse né futuro, ma solo autenticità nell’istante. Uno spazio dove il tempo sembra piegarsi, dove i pensieri smettono di comandare e il corpo ricorda di essere linguaggio.
Non cercavo qualcuno.
Cercavo quella parte di me che avevo tenuto educatamente in silenzio. E quando la sentii respirare, quando la lasciai muovere senza giudizio, provai una completezza inattesa…
e subito dopo, un dubbio.
Perché la pienezza non portò quiete.
Portò fame.
Non di altro, ma di possibilità.
Compresi allora che ciò che avevo vissuto non era un tassello mancante incastrato al posto giusto, ma una finestra aperta su un paesaggio che non sapevo di desiderare.
E rimasi lì, sospesa, con la certezza di aver toccato una verità e il timore sottile che quella verità non fosse una conclusione… ma l’inizio di una vita che correva silenziosa accanto alla mia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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