Lui & Lei
Luca e Giulia
12.07.2025 |
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"Quando trovai il punto giusto, lo capii dal suono che fece: un mezzo gemito soffocato, trattenuto tra i denti..."
LE COINCIDENZE NON ESISTONO Non era la prima volta che la vedevo.
La prima fu al parcheggio, una settimana fa.
Un’area sterrata, poche auto, tutte coperte da polvere e salsedine. Io sistemavo lo zaino sul sedile. Lei era appena arrivata, con una Panda bianca e vecchia che sembrava conoscer bene quella strada dissestata.
Non ci fu nessuno scambio, nessuna parola. Solo uno sguardo rapido mentre chiudeva la portiera. Aveva occhiali da sole grandi, un pareo stretto in vita e un’andatura decisa, come se conoscesse già ogni curva del sentiero che portava al mare.
Pensai solo: “Bella presenza.” E via.
Poi successe di nuovo.
Due giorni dopo, stesso parcheggio, stessa ora più o meno. Lei scese dall’auto mentre io stavo per salire. Si accorse di me, accennò un sorriso appena accennato o forse lo immaginai.
Io risposi con un cenno del capo. Niente di più. Ma dentro qualcosa aveva registrato: una piccola vibrazione.
La terza volta fu quella che cambiò le cose.
Stavo già lì, sugli scogli, sdraiato sulla solita lastra piatta dove il sole si stende senza pietà. Era presto, l’aria ancora umida, il mare calmo come vetro.
Sentii i passi sul sentiero prima ancora di vederla.
Non era un rumore forte, ma riconoscibile: le sue ciabatte, il ritmo tranquillo, i piccoli sassi smossi dal cammino. Mi girai appena. Era lei.
Questa volta non finse di non vedermi. Si fermò un istante in cima alla discesa, mi cercò con lo sguardo, e sorrise. Vero. Diretto. Come se ormai ci fossimo già visti troppe volte per far finta di niente.
«Sempre lo stesso posto?» disse, mentre scendeva lentamente tra le rocce.
«È un vizio difficile da perdere» risposi.
Lei si sistemò a pochi metri, sullo stesso pianoro. Stese l’asciugamano, posò con cura la borsa, si sedette con calma. Aveva un costume bordeaux, semplice e dannatamente elegante, e la pelle già abbronzata come chi non era certo alla prima giornata di mare.
Il silenzio tra noi non era più imbarazzante. Era un patto.
Dopo qualche minuto, lei prese una bottiglia d’acqua, bevve, e si girò verso di me.
«Credo che a questo punto possiamo almeno presentarci. Giulia.»
«Luca.»
Ci stringemmo la mano, come se ci fosse ancora bisogno di formalità. Ma il tocco fu reale. Caldo. Forse un po’ più lungo del necessario.
Poi tornò a sedersi, gambe distese, sguardo verso l’orizzonte.
Io la osservai per qualche secondo, poi tornai a guardare il mare.
GESTI MINIMI
Nei giorni successivi, cominciò a diventare un’abitudine.
Non sempre. Non pianificata. Ma con una frequenza che lasciava spazio al dubbio: ci stavamo cercando?
A volte arrivava prima lei, a volte io. Nessuno parlava di orari, nessuno faceva promesse. Ma ci trovavamo. Parcheggio, sentiero, scogli.
Un giorno portò due bottigliette d’acqua e me ne lanciò una senza dire nulla. La presi al volo.
«Sei di quelli che si disidratano per orgoglio?» disse.
Sorrisi. «Solo quando ho qualcosa da dimostrare.»
«E oggi?»
«Oggi mi arrendo.»
Quella volta restammo più a lungo. Non ci fu bisogno di parlare sempre. Ma i silenzi cominciarono a cambiare sapore. Non erano più neutri: diventavano pieni. Di attesa, forse. O solo di voglia di restare.
Mi accorsi che Giulia leggeva, sì, ma spesso la pagina restava ferma troppo a lungo. E a volte rideva tra sé, senza che ci fosse un vero motivo.
Un altro giorno, era quasi sera quando ci incontrammo. Il sole si stava abbassando, e il mare aveva preso quel colore che diventa metallo liquido. Lei arrivò con i capelli ancora umidi. Mi disse solo:
«Non sono riuscita a starne lontana.»
E si sedette accanto a me, più vicina del solito.
Restammo a guardare il tramonto in silenzio. Poi le dissi:
«Ci vieni sempre da sola?»
Fece sì con la testa, lentamente.
«La compagnia mi distrae. O mi stanca.»
Poi si voltò verso di me, e aggiunse:
«Ma con te… non pesa.»
Fu la prima volta che il silenzio non bastò più.
Mi voltai anche io. I suoi occhi erano stanchi, ma vivi. Nessuna fretta, nessuna posa. Solo presenza piena. Una donna che non aveva più niente da dimostrare, eppure era ancora capace di sentirsi nuova.
Allungai una mano e le sfiorai il ginocchio, appena. Un gesto piccolo. Naturale. Nessun secondo fine. Solo contatto.
Non si tirò indietro. Anzi. Rilassò la gamba e disse:
«Era ora.»
IL GIUSTO TEMPO
Quel giorno arrivai per primo.
C’era vento. L’aria più fresca del solito.
Stavo già disteso, occhi chiusi, quando sentii la sua voce.
«Ti stai prendendo possesso anche del tramonto?»
Sorrisi senza muovermi.
«A volte vengo solo a vedere se ci sei.»
Lei si sedette a pochi passi, senza dire altro. Il costume era lo stesso bordeaux, ma senza pareo. La pelle leggermente arrossata, un braccialetto sottile al polso sinistro che non avevo mai notato.
Bevve un sorso d’acqua. Poi restò lì, seduta, con le ginocchia al petto, a guardare l’orizzonte.
«Lo sai che un po’ mi infastidisce?» disse all’improvviso.
Mi girai verso di lei. «Cosa?»
«Che ci troviamo qui. Così. Senza sapere nulla. Come se qualcosa decidesse al posto nostro.»
Ci pensai un attimo.
«Potremmo fare qualcosa di più prevedibile. Tipo fissare un orario. Ma perderebbe tutta la magia, no?»
Lei rise. Di gusto, stavolta. Poi si distese lentamente sul telo, girandosi su un fianco.
Mi guardava. Apertamente.
«Hai mai pensato di toccarmi?» chiese.
Fu diretta. Ma non era una provocazione. Era una domanda sincera, adulta, concreta.
La fissai. La pelle delle spalle, la curva dei fianchi, la bocca morbida ma ferma.
«Ci ho pensato quasi ogni volta che ti ho vista» dissi.
Giulia non si mosse. Ma il suo respiro si fece un po’ più profondo.
«E allora?»
«Non avevo fretta. E non ero sicuro volessi essere toccata.»
Fece un piccolo cenno con la testa. Un sì appena accennato. Poi chiuse gli occhi.
Mi avvicinai. Senza parole. Le sfiorai il braccio con due dita, lentamente, salendo verso la spalla. La sua pelle era calda, viva, tesa.
Scivolai con la mano lungo il fianco, poi tornai su, fino al collo.
Lei si voltò lentamente. Il volto a pochi centimetri dal mio.
Non serviva più chiedere.
LA PELLE E IL MARE
Il primo bacio non fu impaziente.
Fu lento. Profondo. Di quelli che si costruiscono centimetro dopo centimetro, labbro su labbro, respiro su respiro.
Il sale sulla pelle di Giulia aveva un sapore reale. E lei, mentre le sfioravo il collo con la bocca, sollevò il mento, lasciando spazio. Nessuna esitazione.
La sua mano si posò sulla mia nuca. Forte. Calda. E da lì mi guidò sul suo petto, sotto il tessuto sottile del costume. Il seno era pieno, fermo, il capezzolo teso sotto le dita. Un brivido le attraversò il corpo mentre lo sfioravo col palmo aperto.
«Più giù,» sussurrò, con la voce roca.
E non serviva altro.
Le infilai lentamente le dita sotto l’elastico del costume, esplorando il confine della sua intimità con attenzione. Lei aprì appena le gambe, accogliendomi. Era già umida, calda, pulsante.
Le dita scorrevano lungo le pieghe, con calma. Cercavo il ritmo che le apparteneva, ascoltavo il respiro che cambiava, i piccoli movimenti del bacino.
Quando trovai il punto giusto, lo capii dal suono che fece: un mezzo gemito soffocato, trattenuto tra i denti.
«Così… non fermarti.»
Continuai a sfiorarla con cura, alternando pressioni leggere e cerchi più profondi, mentre lei si scioglieva tra le mani.
Aveva le gambe tese, i muscoli dell’interno coscia che si contraevano a ogni onda di piacere. I suoi occhi, chiusi, e la bocca socchiusa in un’espressione che era un misto di abbandono e gratitudine.
Poi fu lei a prendere il controllo.
Mi spinse dolcemente sulla schiena, montandomi a cavalcioni senza una parola. I seni liberi, il costume abbassato solo quanto bastava. Il suo sguardo fisso dentro il mio.
Si abbassò su di me, lentamente, facendo scivolare dentro il mio membro con una lentezza decisa, quasi cerimoniale.
Entrare in lei fu come rientrare in qualcosa di conosciuto e insieme completamente nuovo. Un calore profondo, avvolgente, adulto.
Lei si mosse con sicurezza, piccoli cerchi, oscillazioni lente, il bacino che comandava tutto il ritmo.
«Guarda me,» disse. E io lo feci.
La guardai mentre si prendeva ogni movimento. Mentre si lasciava andare. Mentre si stringeva su di me con la forza di una donna che sa esattamente cosa vuole, e non ha più nessuna paura di prenderselo.
La presi per i fianchi, guidandola con le mani. Sentivo il piacere crescere , ma aspettai. Volevo sentirla venire prima.
E quando accadde , quando il suo corpo tremò inarcandosi sopra di me, con un gemito strozzato e occhi pieni di luce, allora mi lasciai andare anche io.
Scoppiammo insieme, sotto il cielo aperto, con il mare che mormorava sotto gli scogli. Niente vergogna. Nessuna fretta.
Solo carne, respiro, e tempo.
OLTRE IL RESPIRO
Rimanemmo lì un attimo. Nudi, o quasi. Le caviglie ancora impolverate di sale e la pelle incollata al telo.
Giulia si era sdraiata di fianco a me, la testa sul petto, il braccio che mi avvolgeva lento.
Respirava ancora forte, ma piano piano il ritmo tornava calmo. Gli accarezzavo i capelli, senza dire nulla.
Non c’era imbarazzo.
Nessuno dei due si scusava, nessuno spiegava. Era successo, ed era giusto così.
Dopo un po’ Giulia parlò.
«Avevo dimenticato come si sente… quando qualcuno ti guarda davvero.»
Non risposi subito. Poi dissi:
«Non ho fatto altro, da quando ti ho vista la prima volta.»
Ci baciammo di nuovo, più piano. Nessuna urgenza. Ma sotto, ancora qualcosa vibrava.
Poi Giulia si tirò su lentamente. Si infilò il costume con piccoli movimenti silenziosi. Non cercava il pareo, non aveva fretta. Ma qualcosa nel modo in cui si muoveva diceva: sto tornando a me stessa.
Feci lo stesso. Mi sedei, passandomi una mano tra i capelli bagnati.
«Ci vediamo qui domani?» chiesi.
Lei si fermò. Mi guardò.
«No.»
La parola fu dolce, ma netta.
Sollevai appena il sopracciglio. Non ero deluso. Solo colpito.
Lei continuò:
«Se vengo domani… sarà perché ho bisogno di altro. Non di te. E non voglio che diventi un’abitudine. È successo perché doveva succedere. Ed è stato bellissimo. Ma non deve cercare di diventare qualcosa che non è.»
Sorriso.
«Mi piace il tuo modo di sparire.»
Giulia si chinò, mi diede un bacio rapido sulla fronte.
«Se ci rivediamo… sarà di nuovo per caso. Come tutte le cose vere.»
Si incamminò verso il sentiero, senza voltarsi.
Restai lì ancora un po’, il sole che calava, le dita ancora umide di lei.
Presi lo zaino e mi alzai. E per la prima volta dopo tanto, non avevo bisogno di sapere cosa sarebbe successo domani.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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