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Lui & Lei

Perché no - Il tradimento


di grifonearcigno
04.08.2025    |    2.353    |    1 9.5
"Il suo corpo si tese, le gambe si strinsero contro le spalle dell’uomo, e venne..."
Perché No – Il Tradimento

Quella mattina Lina, contrariamente al solito, si alzò presto insieme ad Aiace senza sapere nemmeno lei il perché.
Sapeva solo di essere inquieta, senza un vero motivo apparente, ma dentro di sé intuiva che qualcosa l’aveva turbata.
Era stato lo sguardo insistente, indagatore, di quell’uomo: alto, atletico, forse muscoloso oltre misura, molto elegante e – doveva ammetterlo – anche affascinante. Ma, per il suo modo di pensare forse un po’ retrogrado, in lei aleggiava un sottile senso di razzismo: era un uomo di colore e questo la infastidiva non poco, ma era veramente piacente, alto quasi un metro e novanta, con spalle larghe e possenti. “Un vero mandingo”, pensò tra sé, ma subito scacciò quell’idea, che riteneva insana. Ma qualcosa, però, s’infiltrò subdolamente nella sua mente e ancor di più nel basso ventre aveva dove aveva scavato sensazione incontrollabili tanto che, durante la notte, più di una volta aveva portato le dita tra le cosce per accarezzarsi dolcemente, senza approfondire, senza venire, temendo che qualche mugugno di piacere non represso potesse tradirla.
La sua carne non aveva ceduto, ma la mente, sì: galoppava. E quella mattina si alzò ancora più eccitata e inquieta del solito.
Scese a fare colazione con Aiace, che la salutò con un bacio fugace, dandole appuntamento per il pranzo delle 13:45, prima di tornare al congresso. Anche lei rispose con la stessa assenza.
Si spostò nella hall dell’hotel e si sprofondò in uno di quei divani di pelle bassa, elegante.
Indossava una camicia aperta quanto bastava da valorizzare non poco il suo décolleté ancora scandalosamente attraente nonostante l’età, un golfino crema, una gonna sobria ma svasata, quattro dita sopra il ginocchio, scarpe alte che mettevano in risalto i polpacci tonici e autoreggenti color carne. Nient’altro.
Lei stessa non sapeva per cosa si fosse preparata a quel modo.
Nel sedersi accavallò istintivamente le gambe e la gonna, svasata e abbastanza corta, risalì a mezza coscia, scoprendo totalmente le sue perfette rotule e per di più chi fosse stato seduto di fronte a lei dal suo lato destro avrebbe potuto apprezzare tutta la bellezza e la magnificenza del lato posteriore della gamba accavallata fin sopra al punto in cui il margine superiore dell’autoreggente lasciava posto alla sua delicatissima e candita pelle con possibilità di poter verificare inoltre che era senza mutandine.
Ma quella mattina accadde qualcosa.
Si avvicinò proprio lui, l’uomo della sera prima.
Si presentò come David, con voce calda, e chiese di potersi sedere accanto a lei.
Lina, d’istinto, voleva rifiutare, ma qualcosa di imperioso la trattenne e annuì timidamente.
David si sedette un po’ troppo vicino, ma lei non si spostò. Il suo dopobarba era inebriante.
Dopo qualche convenevole, David passò subito all’attacco: “Resterò poche ore, poi tornerò a New York. Voglio passare queste ore a letto con te.”

Lina trasecolò per tanto spudorato ardire, mai si era trovata in vita sua in una situazione tanto imbarazzante per cui non le riuscì di reagire in alcun modo per cui rimase come paralizzata, muta e inerme.
Lui, imperterrito e sicuro di sé, proseguì: “Ti ho visto ieri sera e ho visto come mi hai guardato. Se vuoi venire nella mia stanza, bene. Altrimenti me ne vado.”

Il silenzio di Lina divenne a quel punto un consenso sospeso.
L’uomo lo capì per cui insistette con parole sempre più crude: “Per colpa tua ho avuto il cazzo duro tutta la notte pensando a te e stamattina da te voglio solo la tua fica, voglio solo scoparti in tutti i modi possibili, non voglio altro, niente impegni emotivi e senza lasciare tracce o risentimenti. E lo voglio subito.”
Lina ancora una volta tacque ma si sentì inumidire, il basso ventre si accese. L’uomo le prese la mano e la posò delicatamente sul suo pube per mostrarle praticamente quanto la desiderasse.
Lina non si ritrasse, anzi, lo afferrò. Era enorme e duro.
David allora le sussurrò quasi in un orecchio e con voce ferma: “Camera 316. Ti aspetto.”
Quindi si alzò con eleganza ed estrema calma calma e poi, con passo felpato, si diresse verso gli ascensori.

Lina restò bloccata, i pensieri impazzivano: Aiace, i figli, la sua reputazione. Ma anche la rabbia, la voglia, l’eccitazione alla fine ebbero il sopravvento sulla razionalità.
Diede un’occhiata all’orologio, erano le 9,30, se si fosse decisa subito avrebbe avuto poco più di tre ore per compiere il tradimento. Calcolò.
Si trattenne ancora pochi second, poi parlò con sé stessa, dentro di sé:
“Ma sì, qualche volta nella vita si deve agire da folli e un’occasione così non mi capiterà mai più e poi tutto finirà in poche ore. Nessuno lo saprà mai.”
Si alzò, e col passo incerto ma di chi ha deciso e sa che non tornerà indietro, salì verso il terzo piano.

Giunta al 3° piano uscì con circospezione dall’ascensore, il corridoi era vuoto e lei non incontrò anima viva per cui si diresse rapidamente e con passo felpato verso la camera 316 e lì giunta si fermò per un attimo. Il cuore le arrivò in gola, ancora qualche attimo di esitazione e bussò
Poi si accorse la porta era aperta e ogni dubbio, ogni indugio
Lina, senza perdere un attimo di tempo, sgaiattolò rapida nella stanza mentre
il cuore, come sospeso in una vibrazione che non era né paura né eccitazione pura, aleggiava a mezz’aria quasi sospeso nel vuoto assoluto. Un varco stretto tra ciò che era e ciò che stava per essere e lei fece il passo da cui non si torna indietro.
Per un istante, Lina pensò seriamente di andarsene.
«Che ci faccio qui?» si disse senza dirlo. Una parte di lei – la stessa che scrutava le sue esitazioni con malcelata ironia – rispose: Esattamente ciò che vuoi fare. Solo che non hai il coraggio di ammetterlo.
Ma c’era anche un’altra voce, più antica, più ruvida. Hai già un uomo che ti ama. Hai un mondo costruito pezzo a pezzo. Perché giocarti tutto per un desiderio?
Ma Lina chiuse gli occhi. Immaginò per un istante Aiace – la sua voce, le sue mani, la sua certezza. E poi, come un lampo, il ricordo dello sguardo di Davide: diretto, carnale, silenziosamente invadente. Lì dentro, in quella stanza, c’era la vertigine.
Aprì gli occhi. Fece per girarsi. Ma fu solo un gesto incompiuto, come un singulto represso. Poi inspirò lentamente pensò tra sé quella non era
la camera 316 di un albergo, ma una parentesi del tempo da cui nessun ripensamento avrebbe potuto redimerla.

La porta si aprì e Davide le apparve davanti, stagliandosi contro la luce calda della tenda semiaperta. Era quasi completamente nudo, indossava solo un paio di boxer neri, talmente aderenti da non lasciare nulla all’immaginazione. La stoffa sottile ne disegnava con precisione scultorea la virilità, tesa e protesa, come se volesse annunciare la scena prima ancora che iniziasse.
Lina rimase un attimo in silenzio, col fiato sospeso. Il corpo le reagì prima ancora che la mente potesse dire una parola. Fu un tuffo al basso ventre. Un’improvvisa umidità. Una voglia irrefrenabile.
Davide la guardò, sorrise appena. Fece due passi avanti e, senza dire nulla, la sollevò da terra come fosse una piuma, stringendola a sé.
Lina si lasciò prendere, ma quando vide che lui stava per baciarla sulle labbra, voltò il viso di lato con un gesto deciso. «I patti erano chiari», sussurrò piano. «Solo sesso. Niente baci in bocca, niente sentimentalismi.»
Davide accettò quella regola senza discutere. Scivolò col volto sul suo collo, poi dietro l’orecchio, dove il profumo di Lina era più puro e caldo. La baciò lì, lentamente, facendola fremere.
Poi la posò a terra.
Lina si inginocchiò davanti a lui, lo guardò negli occhi per un attimo, poi abbassò lo sguardo e portò le labbra sul pube, baciandolo attraverso il tessuto sottile del boxer. La superficie calda del membro premeva sotto il tessuto come un animale impaziente.
Con grazia e determinazione, posò le mani sui fianchi dell’uomo, e con un gesto fluido abbassò il boxer.
Quello che apparve era ciò che aveva solo immaginato: il membro eretto di Davide si ergeva con fierezza, duro e palpitante, come scolpito nel marmo vivo. Lina lo prese con entrambe le mani, avvolgendolo con dolce fermezza, e iniziò a baciarlo lungo tutto l’asse, lentamente, quasi in adorazione.
Poi, lasciò il posto alla lingua, che percorse tutta la lunghezza fino alla base del glande. Quando arrivò alla cappella, aprì la bocca quanto più poteva, e lo accolse dentro di sé con un leggero sforzo, lasciando che la sua pienezza le invadesse la bocca. Cominciò a muoversi piano, ma Davide la fermò delicatamente con le mani sulle tempie, e prese il controllo del ritmo.

Lina non avrebbe saputo dire quanto fosse durato quel prologo iniziato da lei. Il tempo si era sospeso, liquefatto in un alternarsi di respiri e fremiti. Ricordava però con chiarezza il momento in cui David aveva preso con decisione l’iniziativa, sussurrandole: — Spogliati… ma lascia le autoreggenti.
Lina non ebbe alcuna esitazione. In piedi, davanti a lui, si liberò lentamente di ogni indumento, uno alla volta, sotto gli occhi avidi di David. Rimase nuda, con la sola eccezione di quelle calze che fasciavano le sue gambe ancora sode, un dettaglio che pareva incendiare l’aria.
Poi si distese sul letto, supina, con movenze morbide e provocanti. David si avvicinò. Le sollevò le gambe con naturalezza e le aprì, lentamente, come se stesse svelando un segreto prezioso.
Restò alcuni istanti a contemplarla.
La sua vulva, curata con attenzione da mani esperte, era parzialmente depilata: un piccolo ciuffo sul pube ne enfatizzava l’ordine e la bellezza. Il resto era un invito chiaro. Le grandi labbra incorniciavano le piccole, visibili e carnose, e in cima si intravedeva il clitoride: eretto, vivo, pulsante.
Era già lucida di desiderio, aperta, fremente.
David si chinò senza una parola. Affondò il viso tra le sue cosce e, con la lingua, cominciò a raccogliere quel nettare già copioso. Le sue labbra, le sue mani, la sua bocca esplorarono ogni angolo, ogni piega, ogni fremito.
Lina gemette forte. Il piacere l’attraversò come un’onda rapida, improvvisa, irrefrenabile. Il suo corpo si tese, le gambe si strinsero contro le spalle dell’uomo, e venne. Rumorosamente. Un grido liberatorio, un lampo nella notte.
Dopo pochi istanti, David si sollevò.
Il suo sguardo si era fatto più intenso, la bocca lucida, il membro duro come pietra. Si avvicinò ancora e, impugnandosi con la mano, guidò il glande verso l’ingresso umido e caldo di Lina.
Lei, vedendone le dimensioni considerevoli, ebbe un istante di esitazione. — È troppo… sussurrò quasi tra sé.
Ma David le parlò con voce calma e profonda: — Non temere. Ti entro dentro piano. Ti voglio tutta.
A quelle parole, Lina si rilassò. E quasi per istinto, con entrambe le mani, si aprì da sé, favorendo la penetrazione. I liquidi abbondanti e l’accoglienza del suo corpo fecero il resto: David entrò lentamente, centimetro dopo centimetro, fino in fondo, fino al limite naturale di lei.
Poi cominciò a muoversi. Ritmicamente. Profondamente. Il letto iniziò a scricchiolare sotto il loro corpo fuso, e ogni colpo sembrava avvicinarli a un nuovo confine.
Fino a quando — quasi nello stesso istante — gemettero entrambi. Spasmi, tremori, morsi di piacere: e infine l’orgasmo.
David venne dentro di lei, con un lungo e gutturale respiro. E Lina sentì quel seme caldo riempirla come un sigillo. Il loro corpo, ora uno solo, si abbandonò al silenzio.
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