Lui & Lei
RIVEDERSI DA ADULTI 18.05.2025
18.05.2025 |
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"La lingua scese tra le sue cosce, il sapore della sua eccitazione era caldo, intenso..."
Titolo: "Rivedersi da adulti"
Non ci pensavo da anni. Silvia. L’ultima volta che l’avevo vista indossavamo grembiuli blu e ci lanciavamo gomma da cancellare e bigliettini sotto il banco. Poi le medie, le superiori, la vita. Sparita.
Fino a quella sera, su Facebook. Un messaggio privato:
“Ehi… ti ricordi di me? Silvia, delle elementari. Ti ho trovato per caso. Vivo di nuovo in città. Ti va un caffè?”
Mi aveva colpito subito. Aveva allegato una foto profilo recente. Lontana anni luce dalla bambina che ricordavo. Donna, fiera. Uno sguardo caldo, magnetico. Accettai l’invito.
Ci trovammo in un bar elegante, moderno. Lei era già lì, con un cappuccino tra le mani. Mi vide, si alzò, mi abbracciò. Il profumo mi entrò sotto pelle. Sentivo già una strana tensione muoversi dentro.
Parlammo tanto. Ridevamo come bambini, ma c’era qualcosa di elettrico tra di noi. Sotto ogni battuta leggera, sotto ogni sguardo, c’era qualcosa che si muoveva. Desiderio.
Alla fine le dissi:
— Vivo a pochi metri da qui. Se vuoi, saliamo. Piove ancora.
Lei mi guardò per un istante, poi sorrise.
— Certo.
Appena entrati, chiusi la porta dietro di noi. La guardai mentre si toglieva la giacca, lasciando intravedere una camicetta sottile, aderente al seno pieno. Il reggiseno nero traspariva appena.
Mi avvicinai, le presi il viso tra le mani. Non serviva dire altro. Ci baciammo. Forte, profondo. Le mani cominciarono subito a esplorarci, come se non potessimo più aspettare.
Le slacciai la camicetta, baciandole il collo. Lei sospirava, graffiandomi leggermente la schiena attraverso la maglietta. Si lasciò sfuggire un gemito, sussurrando:
— Non sai quante volte mi sono chiesta che fine avessi fatto… e quante volte ho immaginato questa scena.
Ci muovemmo sul divano, senza staccarci. Le mani le aprirono il reggiseno, i seni pieni e morbidi accolsero subito la mia bocca. Lei si strinse a me, la schiena leggermente arcuata, le gambe che mi circondavano.
Le abbassai lentamente i jeans, poi gli slip. La lingua scese tra le sue cosce, il sapore della sua eccitazione era caldo, intenso. Lei si muoveva lentamente sotto di me, mordendosi le labbra, trattenendo il fiato. La lingua la sfiorava in cerchi lenti, poi affondava sul suo clitoride, mentre lei tremava, sempre più vicina all’orgasmo.
Il suo corpo esplose in un’ondata di piacere, un gemito strozzato, il ventre che si contraeva mentre mi stringeva le mani nei capelli.
Si rialzò con gli occhi lucidi, lo sguardo affamato. Mi spinse indietro, facendomi sedere. Le sue mani si mossero rapide sui miei jeans, mi liberò dell’ultimo strato di vestiti, poi si chinò su di me.
Mi prese in bocca, lentamente, con una lingua morbida e decisa. Il piacere fu immediato, travolgente. La sua testa si muoveva con un ritmo perfetto, gli occhi alzati verso di me. Era completamente a suo agio, sicura, provocante.
Poi si fermò, si alzò e si mise a cavalcioni su di me. Il mio sesso duro premeva contro di lei. Ci guardammo per un attimo, poi si abbassò, guidandomi dentro. Il calore del suo corpo mi avvolse completamente.
Iniziò a muoversi con lentezza, assaporando ogni centimetro, le mani appoggiate sul mio petto, i capezzoli tesi e brillanti. Ogni movimento era un colpo di piacere. Lei gemeva piano, come se volesse trattenersi, ma non ci riusciva.
Le presi i fianchi, la aiutai a muoversi più a fondo. Lei si piegò su di me, baciandomi il collo, mordendomi l’orecchio.
— Sei meglio di quanto immaginassi — sussurrò, con voce roca.
Ci spostammo sul tappeto. La girai, la presi da dietro. Le mani le accarezzavano la schiena, poi le afferravano i fianchi mentre la penetravo con forza crescente. Il suo corpo tremava ad ogni colpo, gemeva forte, senza più trattenersi.
Mi voltai un attimo per guardarla: i capelli scomposti, il viso acceso dal piacere, le mani strette sul bordo del tappeto.
Venni dentro di lei, profondamente, sentendola tremare di nuovo, stretta attorno a me. Restammo così, uniti, ansimanti, le fronti appoggiate, le mani intrecciate.
Più tardi, distesi uno accanto all’altra, ascoltando la pioggia che batteva ancora sul vetro, Silvia si voltò verso di me.
— Ti ricordi quando mi passavi i bigliettini in classe?
— Certo. Li firmavo con altri nomi, ma eri l’unica che rispondeva.
— Lo sapevo che eri tu.
— E perché non lo hai mai detto?
— Perché speravo che un giorno, da adulti, ti avrei detto: “Lo sapevo. E mi piacevi da morire.”
La baciai di nuovo, e non fu l’ultima volta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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