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Lui & Lei

Università


di Fra768
30.10.2026    |    1.097    |    1 9.6
"Quando sentii che stava per venire le allungai una mano e le lavorai il clitoride..."
Per mesi l’appuntamento era sempre lo stesso: ogni settimana, stesso giorno, stessa ora, stesso studio al terzo piano dove l’aria sapeva di carta ingiallita e di legno scuro consumato dagli anni. Lei stava dietro la scrivania, io di fronte, e tra noi c’erano fogli, appunti, bozze della tesi che servivano da alibi sempre più sottile. Parlavamo di capitoli da ristrutturare, di bibliografia da alleggerire, di argomenti da rendere più taglienti, mentre sotto quella conversazione apparentemente neutra si andava depositando qualcosa di molto più denso e pericoloso.

All’inizio era tutto controllato. Poi cominciarono i dettagli.

Un pomeriggio di ottobre stavo leggendo ad alta voce un pezzo particolarmente ostico quando lei si alzò, mi si avvicinò da dietro e si chinò per seguire il testo insieme a me. Il suo petto mi sfiorò appena la schiena, e il profumo dei suoi capelli mi entrò dritto nel naso, caldo e leggero. Restò in quella posizione più a lungo del necessario, una mano appoggiata sulla scrivania a pochi centimetri dalla mia. «Hai un modo di leggere che rende tutto più… presente», disse a voce bassa. Non risposi. Continuai, sentendo già il sangue scendere più in basso. Lei non si scostò subito.

Nelle settimane successive quei segnali si fecero più frequenti e meno mascherati. Quando mi passava un libro, le dita restavano a contatto con le mie un attimo di troppo. Mentre discutevamo, a volte smetteva di ascoltare e mi fissava in silenzio, poi distoglieva lo sguardo con un mezzo sorriso che diceva più di qualsiasi frase. Una sera, mentre riordinavo i fogli, mi chiese se avessi una ragazza. Dissi di no. Lei annuì lentamente. «Meglio così. Meno complicazioni.» Non spiegò di che tipo di complicazioni stesse parlando.

Un mercoledì di novembre restammo oltre l’orario. Fuori pioveva a dirotto. Lei si tolse gli occhiali, si passò due dita sulle palpebre e restò in silenzio qualche secondo. «Oggi sei strano», osservò. «Come se fossi più… qui.» Mi alzai per prendere dell’acqua. Quando mi voltai la trovai già in piedi, vicina, troppo vicina. Dovevo chinarmi per incontrare i suoi occhi. «Sai che a volte perdo il filo di quello che stai dicendo?», sussurrò. «Mi distraggo a guardare come ti muovi, come ti si contrae la mascella quando sei concentrato.» Non risposi. Lei alzò una mano e mi sistemò il colletto, anche se era già a posto. Le dita rimasero sulla mia pelle un secondo di troppo. «Forse è meglio interrompere», aggiunse. «Prima che diventi davvero difficile restare professionali.» Uscii con le gambe un po’ instabili e la testa piena di pensieri che non avrei dovuto avere.

La volta successiva la tensione era diventata quasi tangibile. Seduti uno di fronte all’altra, a un certo punto le ginocchia si toccarono sotto il tavolo e nessuno dei due le spostò. Lei mi chiese di prendere un volume dallo scaffale più alto. Quando allungai il braccio sentii il suo sguardo premere sulla mia schiena, sui miei fianchi, sul modo in cui i jeans mi si tendevano. Quando mi voltai non fece in tempo a distogliere gli occhi. «Hai un corpo che distrae», disse a bassa voce. «È un problema, per qualcuno nel mio ruolo.» Sorrisi appena. «E per qualcuno nel mio?» Lei non rispose. Si limitò a mordersi il labbro.

Quella sera, mentre sistemavo gli ultimi fogli, mi si avvicinò da dietro. Questa volta non si limitò a guardare. Appoggiò una mano sulla mia spalla e la fece scivolare lentamente lungo il braccio. «Se resti ancora», sussurrò vicino all’orecchio, «rischio di fare qualcosa che non dovrei.» Mi voltai. Eravamo a pochi centimetri. Il suo respiro mi toccava le labbra. «E se lo facessi comunque?» Per un attimo gli occhi le si scurirono, come se stesse pesando tutte le conseguenze. Poi allungà la mano, girò la chiave e chiuse la porta.

«Togliti la maglia», disse. La voce era bassa ma ferma. «Voglio vedere quello che da mesi mi confonde.» Obbedii. Lei mi osservò a lungo, il petto, le spalle, la linea degli addominali, con un’attenzione quasi fisica. Si avvicinò e posò entrambe le mani sul mio torace, sentendo il calore sotto i palmi. Poi scese, mi aprì i jeans e me li calò insieme ai boxer. Il mio cazzo uscì già duro. Lei lo prese in mano, lo strinse, lo pesò tra le dita. «Esatto come lo immaginavo», mormorò. «Spesso. Pesante.»

Si mise in ginocchio. Me lo prese in bocca con una naturalezza che non mi aspettavo da una donna nel suo ruolo, lingua calda che girava intorno alla punta, labbra che scendevano lente fino a toccarmi la base. Ogni tanto alzava gli occhi per guardarmi mentre mi faceva sparire in gola. Io le afferrai i capelli, li sciolsi e iniziai a muovere i fianchi, spingendola più a fondo, sentendo la resistenza umida della gola e i piccoli suoni bagnati che produceva ogni volta che arrivavo in fondo. Continuò così, saliva che le scorreva dal mento, finché non sentii arrivare il piacere. Cercai di tirarmi indietro. Lei mi tenne fermo e accelerò. Sborrai in bocca con scosse lunghe. Lei ingoiò tutto, poi pulì le ultime gocce con la lingua, senza mai staccare gli occhi dai miei.

Si alzò, si passò il dorso della mano sulle labbra e mi spinse verso il divano. «Adesso tocca a me.» Si tolse la gonna e le mutandine, restando solo con la camicetta. Si arrampicò sopra di me, si centrò e scese lentamente, prendendomi tutto, emettendo un gemito basso mentre si adattava alla misura. Iniziò a muoversi, prima con calma, poi con sempre più peso. Io le strappai la camicetta, i bottoni saltarono. Le presi i seni, le strofinai i capezzoli mentre lei si spingeva più forte contro di me, il divano che scricchiolava sotto il nostro ritmo. «Di più… così… non fermarti…»

La girai. A quattro zampe, faccia contro il bracciolo. Entrai di nuovo e la presi con colpi lunghi e profondi, sentendo il suo culo battere contro i miei fianchi a ogni spinta. Lei spingeva indietro, chiedendo più forza, più profondità. Quando sentii che stava per venire le allungai una mano e le lavorai il clitoride. Si strinse intorno a me con una serie di contrazioni violente e venne mordendo il bracciolo per non fare troppo rumore. Continuai a muovermi finché non arrivai anch’io. Uscii all’ultimo momento e le sborrai sulla schiena e sul culo, fiotti caldi che le scorsero tra le natiche.

Restammo fermi, respirando pesante. Poi lei si voltò, raccolse un po’ di sperma con due dita e se le portò alla bocca, leccandole mentre mi guardava. «Nessuno deve sapere», disse. «Non i tuoi amici, nessuno. Se esce anche solo un sospetto, finisce tutto. La tesi la continuiamo. Ma così. Di nascosto.» Mi rivestii in silenzio. Lei restò nuda sul divano, con il mio sperma ancora lucido sulla pelle. Prima di aprire la porta mi fermò. «La prossima settimana discutiamo il capitolo quattro. E dopo… vedremo quanto riesci a restare concentrato.»

Uscii nel corridoio vuoto. Nessuno mi vide. Nessuno avrebbe mai saputo. Quando i miei amici mi chiesero perché fossi tornato così tardi risposi solo che la relatrice era stata particolarmente esigente sulla tesi. Non era una bugia. Non del tutto.
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