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Evoluzione di una Sissy
pansex_switch
06.07.2026 |
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"Rimasi paralizzato come un salame, a bocca aperta, senza la minima idea di cosa dire..."
AUTOBIOGRAFIA - STORIA VERALa mia sessualità fu decisa dal caso, scaturita da un incontro fortuito nato nell'oscurità vibrante di una discoteca.
Era un sabato sera dell'autunno del 2007. Avevo trentacinque anni e mi ero recato in una nota discoteca di Campi Bisenzio, un locale che frequentavo con assiduità insieme al mio solito gruppo di amici. Le nostre serate si ripetevano da sempre con una rassicurante consuetudine: si beveva al bancone, ci si perdeva nel ritmo della pista e si cercava costantemente di rimorchiare. A volte la fortuna ci sorrideva, altre volte si tornava a casa a mani vuote, ma quel gioco faceva parte della normalità della notte. Quella sera, però, era destinata a imprimersi nella mia memoria in modo indelebile.
Me ne stavo un po' in disparte, quasi isolato dal caos circostante, immerso nei miei pensieri. Fu in quel preciso istante di distrazione che apparve lei.
Era una donna bellissima, sulla quarantina, un età portata con la consapevolezza regale di chi conosce il proprio potere.
Esibiva un'altezza statuaria, accentuata da un completo sartoriale che sembrava cucito direttamente sulla sua determinazione.
Sembrava quasi fuori posto così vestita in quella discoteca.
Esibiva un'altezza statuaria, esaltata da un tailleur impeccabile.
La giacca, avvitata e dal taglio geometrico, faticava a contenere il respiro fiero del seno importante che si intravedeva dalla camicetta lasciata aperta, scendeva a incontrare una gonna che accarezzava i fianchi per fermarsi appena sopra il ginocchio.
Ad ogni passo, uno spacco profondo e calibrato rivelava un lampo di audacia calcolata, spezzando il rigore da business woman con una sensualità tagliente.
Le gambe, lunghe e slanciate, erano avvolte da calze velatissime, un'ombra impalpabile che esaltava la perfezione della linea fino a perdersi nelle décolleté nere dal tacco vertiginoso. Solo un dettaglio tradiva la sua natura strategica: quel lampo scarlatto della suola rossa che accendeva il pavimento a ogni falcata, un indizio di fuoco nascosto sotto una superficie di ghiaccio.
Scarpe fantastiche, scoprirò di lì a breve che erano delle "Christian Louboutin" da 1000€ al paio, il sogno di ogni feticista.
Il battito dei bassi vibrava nel petto, un ritmo ossessivo che riempiva l'aria satura di luci stroboscopiche e profumi costosi. In mezzo a quel mare di corpi in movimento, lei era un'anomalia magnetica. Non ballava; dominava la zona privé con la stessa fredda autorità di un consiglio d'amministrazione.
Mi avvicinai per studiarla meglio, rifiutando l'idea di lasciarmi intimidire da quell'austerità da cattedrale.
I tratti del volto tradivano le sue origini dell'est Europa: zigomi alti e fieri, scolpiti nel marmo, e una carnagione pallida e lunare che contrastava magnificamente con i capelli corvini, raccolti in uno chignon così stretto da non lasciare sfuggire un solo filo. Ma erano i suoi occhi a trattenere lo sguardo di chiunque incrociasse il suo percorso. Due iridi intense, fredde e calcolatrici come laghi ghiacciati, capaci di leggere i segreti altrui senza rivelare mai nulla dei propri.
C'era un'austerità innata nei suoi gesti, una precisione millimetrica, e notai che non sorrideva se non per calcolo.
Mi avvicinai al bancone del bar del privé, esattamente a un passo da dove si trovava lei, lo sguardo rivolto al barman ma l'attenzione totalmente focalizzata sulla sua figura statuaria. Ordinai due drink puliti, senza fronzoli.
Quando i bicchieri toccarono il bancone, ne spinsi uno leggermente verso di lei, senza invadenza, continuando a guardare dritto davanti a me.
«Un brindisi a chi riesce a portare l'aria di un negoziato di alta finanza anche dove tutti cercano solo di dimenticare il proprio nome», dissi, mantenendo il tono di voce appena sopra il volume della musica, fermo e calibrato.
Per qualche secondo la musica sembrò quasi svanire, inghiottita dal mistero che la circondava. Poi, lei si voltò. Con una lentezza studiata che mise in risalto lo spacco della gonna, i suoi occhi – due lame di ghiaccio profondo – si posarono su di me. Mi squadrò dal basso verso l'alto, un'occhiata calcolatrice che sembrava voler misurare il peso specifico del mio coraggio. I lineamenti del volto, scolpiti e perfetti, rimasero imperturbabili.
Sfiorò il bordo del bicchiere con le dita affusolate, ma non lo sollevò.
«Il controllo non è un abito che si dismette dopo l'orario d'ufficio», rispose. La voce era un sussurro basso, profondo, graffiato da quella leggera flessione straniera che la rendeva incredibilmente magnetica. «E i negoziati migliori si chiudono proprio quando gli altri sono distratti.»
«Allora siamo daccordo», replicai, voltandomi finalmente verso di lei e sostenendo quel suo sguardo glaciale. «La distrazione generale è il momento perfetto per aprire le trattative.»
La conversazione che ne seguì scorse bene, fluida ma confinata nei binari classici di quelle chiacchiere banali e scambiate a voce troppo alta che si fanno nei locali affollati. La mia mente, però, era altrove. La mia attenzione era totalmente calamitata da quelle scarpe. Non so se fu la conseguenza del mio sguardo insistente o il suo istinto da predatrice a guidarla, ma lei, maliziosamente, cominciò a giocarci. Sfilò lentamente il tallone dalla scarpa, lasciando penzolare la décolleté sulla punta delle dita, facendola dondolare con un ritmo pigro e ipnotico. Quel movimento mi mandò letteralmente fuori di testa; sentivo il sangue pulsarmi nelle tempie e non riuscivo quasi più a guardarla negli occhi.
Tra un drink e l'altro, la cognizione del tempo svanì, finché non si fece l'ora di andare. Ci scambiammo i numeri di telefono. L'avevo fatto decine di volte in quel locale, sapendo che nella maggior parte dei casi quei contatti sarebbero rimasti confinati e dimenticati nella mia rubrica come reperti di una notte qualunque.
Ma quella volta era radicalmente diversa. Quella donna avrebbe cambiato la mia sessualità per sempre.
Due giorni dopo, sul display del telefono comparve un SMS. Il mittente era il suo.
“Via XYZ n°24. Vieni questa sera alle 22, ti aspetto a casa mia.”
Un messaggio perentorio. Un ordine secco che non ammetteva repliche, privo di saluti o ulteriori spiegazioni.
Rimasi a fissare lo schermo per diversi minuti, oscillando tra una comprensibile titubanza e un profondo sospetto. Perché mai una perfetta sconosciuta avrebbe dovuto invitarmi a casa sua in quel modo? La serata di due giorni prima era stata gradevole, avevamo bevuto qualche bicchiere e scambiato quattro chiacchiere con leggerezza, ma niente di eclatante o apparentemente intimo da giustificare una mossa simile. Che fare?
L'esitazione durò poco, spazzata via da un brivido di curiosità che non riuscivo a domare. Digitai una risposta stringata, quasi a voler stare al suo gioco di pochissime parole:
“Ok!”
Quella sera mi preparai con l'agitazione ansiosa di un pivello al suo primo appuntamento. Ero emozionatissimo, il cuore mi batteva con un ritmo irregolare già mentre guidavo.
Arrivai all'indirizzo indicato: un'elegante villetta a schiera protetta da un piccolo giardino antistante. Presi il telefono e digitai il suo numero:
«Ciao! Sono qui davanti a casa tua.»
«Ti apro, entra», rispose la sua voce metallica prima di riagganciare.
Quando la porta si spalancò, rimasi letteralmente estasiato. Lei svettava su di me, mi superava di quindici centimetri abbondanti, un'altezza imperiosa accentuata dai tacchi che calzava.
Aveva cambiato scarpe rispetto alla prima notte: ai piedi portava delle mules nere, sandali con una piattaforma importante e un tacco vertiginoso, che ricordavano le calzature da ballerina di lap-dance. Non avevano la raffinata eleganza delle Louboutin del locale, ma possedevano una carica erotica cruda, sfrontata, quasi volgare nel senso più eccitante del termine. Scarpe che avrei definito da "vera troia", e che negli anni a venire avrei desiderato e comprato per me stesso.
Una fascia strettissima stringeva le dita, lasciando il tallone completamente scoperto; il piede era esaltato, esposto in bella mostra. Le unghie erano accese da uno smalto rosso fuoco, mentre la pelle era avvolta da calze velate di cui non potevo scorgere la fine: sopra indossava un soprabito chiuso che celava ogni cosa fin sotto il ginocchio.
«Ciao...», accennai io, facendo un passo avanti. «Permesso?»
Non fece in tempo a chiudersi la porta alle mie spalle che lei, senza concedermi un saluto, mi fulminò con lo sguardo.
«In ginocchio, schiavo!»
Rimasi a bocca aperta, immobile, congelato sul posto e privo di parole. Lei azzerò i due passi che ci separavano con una rapidità felina e mi afferrò il braccio con decisione. Il mio cuore prese a battere all'impazzata, una miscela esplosiva di eccitazione pura e paura dell'ignoto; non avevo idea di cosa stesse per succedere.
La sua presa sul mio braccio si fece più pesante, spingendomi verso il basso.
«Ho detto in ginocchio, non mi hai capito? Ti piacciono i piedi, eh? Allora dimostralo, puttanella! Ho visto l'altra sera come mi guardavi le scarpe. Sei proprio una porcellina!»
Un'erezione violenta e immediata mi tese i pantaloni. Aveva scovato il mio punto debole al primo colpo, e sentirmi appellare al femminile, con quel tono di disprezzo e possesso, mi provocò una scossa elettrica nello stomaco. Mi ritrovai in ginocchio sul tappeto persiano dell'ingresso. Con un movimento fluido e sprezzante, lei sfilò il piede dal sandalo e lo premette quasi contro la mia faccia.
«Dai, annusa! Ti piace, eh? Se farai la brava cagnetta, più tardi ti permetterò anche di leccarli.»
L'eleganza linguistica che aveva esibito al locale era svanita, sostituita da un lessico scurrile e dominante che mi infiammava il cervello. Istintivamente, la mia mano corse verso la patta dei pantaloni, ma lei, con uno scatto fulmineo, mi schiaffeggiò le dita.
«Fermo! Cosa pensi di fare?! Ti toccherai solo quando e se avrai il mio permesso!»
Per un lungo lasso di tempo mi lasciò in ginocchio in quella posizione, senza concedermi nemmeno il permesso di togliermi il giubbotto che avevo ancora addosso. Ero immobile, ipnotizzato dall'altalena dei suoi piedi nudi e dal rumore dell'altro sandalo che picchiettava sul pavimento mentre si muoveva davanti a me.
Poi, mi afferrò per la mano e mi trascinò in un ampio salone arredato con un gusto impeccabile.
Si accomodò sul grande divano di pelle, incrociando le gambe, e mi guardò dall'alto del suo trono.
«Spogliati. Devi rimanere nudo come un verme.»
Un'ondata di imbarazzo mi assalì; non mi ero mai spogliato completamente davanti a una donna interamente vestita, ma l'eccitazione era troppo alta per opporre resistenza. Obbedii in silenzio, lasciando cadere i vestiti sul pavimento. Ero nudo, turgido in modo quasi doloroso. Lei allungò una gamba e colpì il mio sesso con un leggero calcetto, una sorta di schiaffo dato con la pianta del piede, senza intenzione di far male ma con una precisione devastante.
Dalle mie labbra uscì solo un sussurro roco, involontario: «Oh, sì... ancora...»
Lei scoppiò in una risata fragorosa, ironica e tagliente.
«Sì, ti piacerebbe, vero cagna?! Impara le buone abitudini. Prima di tutto, non hai il diritto di chiedere nulla quando sei in casa mia. E se mai dovessi trovare il coraggio di aprire bocca, devi implorare. Devi dire sempre: “Per favore Padrona, ti supplico!”. E quando ti do un ordine, la tua unica risposta deve essere: “Sì Padrona!”. Chiaro?»
Si alzò brevemente dal divano. Io ero ancora lì in piedi, rigido, a disagio per la mia nudità totale, con le mani incrociate dietro la schiena come mi aveva ordinato di fare. Con un gesto teatrale, lei fece scivolare il soprabito dalle spalle, lasciandolo cadere a terra.
Credetti seriamente di svenire.
Le calze velate, che fino a quel momento avevo visto solo dal ginocchio in giù, salivano lungo le cosce fino a un reggicalze nero inserito in un corsetto coordinato. Quel bustino stringeva la sua vita sottile ed esaltava un seno enorme, turgido, con capezzoli grandi e sporgenti che premevano contro il tessuto. Stavo letteralmente sbavando. Allungai una mano, rapito da quella visione, nel tentativo di sfiorarla, ma la sua reazione fu immediata: mi colpì il viso con uno schiaffo vero, secco e doloroso, che mi lasciò la guancia in fiamme.
Si risedette sul divano, guardandomi avanzare.
«Ora sdraiati davanti ai miei piedi!»
Obbedii all'istante, stendendomi sul pavimento. Lei sollevò una gamba e mi premette la pianta del piede nudo direttamente sul naso. In quel momento, l'odore intimo della pelle mischiato al nylon della calza che si era sfilata poco prima mi travolse, risvegliando un ricordo antico, lo stesso profumo delle calze con cui mi masturbavo di nascosto da ragazzo. L'impulso di afferrarmi il sesso fu irresistibile, ma lei fu ancora più feroce.
«Allora non hai capito un cazzo! Non puoi fare nulla senza il mio permesso, e ogni volta che disobbedisci ci sarà una punizione. Apri la bocca, troietta!»
Non appena schiusi le labbra, mi sputò dentro. Un gesto di totale sottomissione che mi accese le vene. Subito dopo, uno dei suoi piedi scivolò tra le mie gambe, iniziando a stuzzicare maliziosamente il mio cazzo turgido, alternando i tocchi della pianta del piede a quelli della mano, mentre l'altro piede continuava a strofinarsi sul mio viso, riempiendomi le narici del suo odore. Sentivo che stavo per esplodere, la tensione era al limite, ma non appena si accorse che ero vicino al culmine, lei interruppe ogni contatto. Mi colpì ripetutamente con la pianta del piede, schiaffeggiandomi sia la faccia che il sesso.
«Ti piacerebbe sborrare, eh? Sei una troia perversa, sborri solo quando te lo dico io! E adesso mi devi leccare bene il culo e la fica. Non li lavo da questa mattina e ho proprio bisogno di un bel bidet.»
Si alzò in piedi, si posizionò sopra la mia testa a gambe aperte e fece calare le mutandine bagnate direttamente sopra il mio naso e la mia bocca.
«Annusa, cagna! Lo so che ti piace!»
Ispirai a pieni polmoni quell'odore inebriante, un concentrato di sesso, sudore e perversione pura. La sua fica, vista da quella prospettiva ribassata, era uno spettacolo magnifico: un ciuffo di pelo scuro e curatissimo sul pube, mentre le labbra inferiori erano completamente rasate, lucide di umori. La mia mano corse di nuovo al cazzo, convinto che non potesse vedermi dato che era girata di spalle rispetto al mio viso, ma mi sbagliavo di grosso.
«Che cazzo stai facendo? Te le taglio quelle mani! Preferisci che ti leghi?»
Pensavo che sarebbe scattata un'altra punizione dolorosa, e invece lei compì un movimento di centottanta gradi. Mi offrì il suo culo abbassandosi su di me, mi bloccò le braccia ai lati della testa stringendole con le sue cosce possenti e si sedette di peso sulla mia faccia.
«Dai, lecca, schiavo! Metti la lingua nel buco del culo, mi piace sentire che lavori dentro!»
Subito dopo si spostò più in alto, premendo la fica bagnata contro le mie labbra, schiacciandomi il naso con il suo peso fino a togliermi quasi il respiro. I suoi umori fluidi mi colavano su tutto il viso, e mentre io lavoravo avidamente con la lingua, la sua mano scese finalmente sul mio cazzo, iniziando a segarmi con un ritmo rapido e spietato.
«Dai, bravo schiavetto, bravo! Continua così che faccio sborrare anche te!»
All'improvviso le sue cosce si irrigidirono, stringendomi la testa in una morsa quasi d'acciaio. Dalla sua fica partì un getto caldo ed esagerato; per la prima volta in vita mia assistevo e ricevevo uno squirting direttamente sul viso. Bevvi con un'avidità animalesca, completamente inzuppato dai suoi liquidi. Quel calore mi fece perdere il controllo: il mio cazzo esplose in una delle sborrate più violente e abbondanti della mia vita. Sentii il sangue defluire dalla testa, dandomi una vera e propria vertigine che mi lasciò esausto, svuotato. Negli anni a venire avrei goduto ancora in molti modi, ma quel primo culmine rimase memorabile.
Restammo in quella posizione per qualche minuto. Lei, visibilmente soddisfatta, continuava a giocherellare col mio sesso ancora semi-turgido, tenendo la testa appoggiata sul mio fianco. Gli dava piccoli colpetti di lingua, poi, lentamente, lo prese in bocca, ripulendolo da ogni traccia di sperma con un pompino profondo, mentre con le dita mi strizzava delicatamente le palle. Nel giro di pochissimo quel trattamento mi portò a sborrare una seconda volta, togliendomi definitivamente ogni residuo di forza fisica e mentale.
Si alzò, si girò verso di me e, con la bocca ancora piena del mio stesso seme, si chinò per baciarmi. Devo essere sincero: la cosa non mi entusiasmò affatto. Subii quel bacio sentendo il sapore della mia sborra e, tempo dopo, le avrei chiesto per favore di non farlo mai più. Un paradosso strano, se ci penso: avevo appena bevuto con avidità lo squirt di una sconosciuta, ma l'idea di riprendere la mia sborra mi faceva ribrezzo. Eppure, in quel momento, quel bacio fu un misto di dolcezza inaspettata, passione e perversione assoluta.
Infine, lei si staccò e mi indicò una porta in fondo al corridoio.
«Lì c'è il bagno con la doccia. Ci sono asciugamani puliti. Dai, ricomponiti, lavati e vestiti, perché tra meno di un'ora arriva mio marito.»
Credo che la mia mascella sia caduta sul pavimento. Rimasi paralizzato come un salame, a bocca aperta, senza la minima idea di cosa dire. Fu lei a precedere la mia domanda.
«Tranquillo, lui sa tutto. Esce con i suoi amici e sa benissimo che io scopo con chi voglio. Mi chiama sempre mezz'ora prima di rientrare proprio per evitare imbarazzi.»
«...Ah... ok...», fu l'unica cosa che riuscii a rimediare.
Mi infilai sotto il getto dell'acqua calda, lasciando che il bagnoschiuma lavasse via gli umori di quella notte folle, mentre la mente cercava di elaborare l'incredibile sequenza di eventi. Che serata. Quando fui vestito e pronto sulla porta per uscire, lei mi si avvicinò. Mi abbracciò con una tenerezza inaspettata e mi diede un bacio sulla bocca; era, ironicamente, il nostro primo vero bacio da fidanzati, privo di quella violenza psicologica di prima. Aveva assunto un atteggiamento dolce, quasi da ragazzina. Mi si avvicinò all'orecchio e mi sussurrò:
«Ti aspetto la prossima settimana.»
Uscii da quella villetta camminando a tre metri da terra, col pensiero già fisso a sette giorni dopo.
... continua
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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