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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap8#6


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
22.06.2026    |    407    |    0 6.0
"L’aria è piena di occhi e di giudizi, ma io so che nessuno qui ha il coraggio di essere come noi..."
Capitolo 8 – Natale perverso – L’asta di Capodanno

Parte 6 di 6

---DANIELA---

Intorno a noi il locale sembra essere tornato alla normalità, o meglio: ora che il rito è compiuto, la sala è più viva che mai. Gente che si sfila di dosso gli abiti, che si bacia, che si tocca senza più inibizioni. Qualcuno sta già preparando una nuova scena, forse una ragazza legata a un palo, forse un uomo pronto a essere umiliato da un gruppo di donne. Ma io sento solo il bisogno di bere, di respirare, di sentire la pelle fresca e la voce di Michela che mi consola come una madre e mi lecca le ferite come solo una schiava sa fare.

Quando mi riprendo, ci metto un po’ a rialzarmi: le gambe sono molli, le ginocchia tremano, il vestito ormai inutile. Michela mi aiuta, mi offre la mano, mi conduce di nuovo al tavolo dove ci aspetta una bottiglia di prosecco mezza piena e due calici che nessuno ha mai toccato. Mi siedo, lei si siede accanto a me sulle ginocchia, la testa che appoggia sulla mia coscia. Sento il suo respiro caldo contro la pelle, sento la lingua che mi lecca piano il ginocchio, poi la coscia, poi risale verso l’inguine. Il pubblico adesso ci guarda con una curiosità nuova: non più solo come oggetto dell’esibizione, ma quasi con rispetto, con una forma di riconoscimento che non avevo sospettato possibile prima.

---MICHELA ---

La Padrona è lì davanti a me, seduta al tavolo, sfinita e splendida come una regina esausta dopo la battaglia. Nuda, i seni inturgiditi sono segnati dai morsi e dalle barrette, la pelle tempestata di macchie rosse, sudore e ancora chiazze di sperma caldo. Si vedono le tracce delle mani degli uomini ovunque, perfino sul collo. La bocca le brilla di saliva, residui opalescenti che le incorniciano le labbra. Per un momento mi sembra persino più giovane, così abbandonata, con gli occhi mezzi chiusi e le guance accese, come se la stanchezza amplificasse la sua autorità invece di sminuirla. Nessuno osa sfiorarla in questo stato, ma tutti la guardano come si guarda una statua sacra dopo il sacrificio.
Io mi avvicino senza dire una parola. Posso sentire l’odore di lei - il suo odore profondo, mescolato alle secrezioni degli altri, una miscela che non saprei separare né distinguere - e mi inginocchio accanto alla sua coscia, pronta, come sempre, a essere utile. So che la mia funzione, ora, è ricostruirla, darle forma e dignità dove gli altri hanno lasciato solo caos.

Inizio dalla pelle, lecco il sudore e il sale, raccolgo le perle di liquido che le rigano il petto e mi soffermo sui capezzoli, gonfi e ancora tesi dalla pressione del metallo. Le mie labbra li avvolgono, li succhiano, li accarezzano con la lingua. Lei emette un piccolo suono, quasi una vibrazione, e senza muovere la testa mi posa la mano sulla nuca, tirando piano i miei capelli.

«Brava… pulisci tutto, troia.»

La sua voce è roca, ma dolcissima. La sua mano mi impone il ritmo, mi guida. Seguo il suo comando a occhi chiusi, mi lascio trascinare giù per la linea del ventre, dove il battito del cuore le si riflette nella pancia ancora contratta per gli orgasmi.

Adoro questa parte: il suo odore si fa più intenso, la consistenza della pelle cambia, sento sotto la lingua le minuscole ferite della ceretta, le pieghe calde e la tensione del muscolo che si prepara a stringermi il viso. La figa della Padrona è un terreno di guerra, gonfia, arrossata, l’ingresso aperto e molle, colmo di residui bianchi che colano a fiotti quando la schiudo con la lingua. Ogni volta che la infilo dentro sento il sapore di lei e degli altri, un misto di metallo, latte e qualcosa di dolce, forse prosecco, forse adrenalina.

Le labbra mi si ungono fin quasi a scivolare, ma io continuo, incurante del pubblico, perfino esaltata dagli sguardi che percepisco ai margini del mio campo visivo. Le facce sono tutte per noi: qualcuno si masturba sopra i pantaloni, altri ci fotografano o ci filmano con il telefono. Anche se non ci è permesso, nessuno osa intervenire. Lascio che la lingua faccia il suo dovere, raccolgo i liquidi e li ingoio con orgoglio, come se dovessi assimilare la loro forza direttamente nello stomaco. La Padrona geme, ma non a voce alta: la sua bocca resta serrata, i denti stretti, come se il piacere fosse una cosa da trattenere il più a lungo possibile.

«Più a fondo, brava ragazza.»

Mi spingo ancora più sotto, lambisco la fessura che scende verso il culo, lecco la pelle calda che si tende intorno al plug, raccolgo con la punta della lingua quello che trasuda dall’ano e lo porto in bocca, senza esitare. Lei mi guarda, e nei suoi occhi c’è una gratitudine feroce e luminosa, come quella di una lupa che vede il proprio cucciolo divorare la preda. Mi lascia fare, mi allarga le gambe con un gesto secco, e io interpreto subito il messaggio: vuoi che ti pulisca anche lì. Lecco il bordo del plug, risalgo il solco, succhio il residuo denso che cola fuori dal culo e lo degusto come fosse una crema da spalmare su di me. Le mie dita, istintivamente, si portano alla mia figa, che pulsa di desiderio, ma non oso toccarmi: la Padrona non ha ancora concesso.

Quando sono sicura di averle leccato ogni traccia, mi fermo, respiro a fondo e la guardo dal basso. Lei mi accarezza i capelli, mi sfiora la guancia con il dorso della mano, poi mi tira verso di sé e mi bacia sulla fronte. Non dice nulla, ma il suo silenzio è denso come un abbraccio. Rimango inginocchiata, il viso appoggiato sul suo ginocchio, e per un secondo sogno che il tempo si fermi così: io a terra, lei seduta, tutto il mondo intorno che ci osserva e non può fare altro che invidiarci.

Intanto la sala si è fatta rumorosa. Ormai tutti parlano di noi. Sento le voci sovrapporsi: «Guardate che troie…», sussurra una donna con la voce impastata d’invidia.
«Si sono fatte sfondare da tutti…» mormora un uomo, e sento che è più impressionato che disgustato. In ogni commento c’è una vibrazione di elettricità, come se la gente non vedesse l’ora che ricominciasse tutto da capo. L’aria è piena di occhi e di giudizi, ma io so che nessuno qui ha il coraggio di essere come noi.

---DANIELA---

Li guardo con orgoglio, la testa alta, il corpo che vibra ancora degli ultimi spasmi di piacere misto a una fierezza che mi fa pulsare il sangue nelle vene. Le luci basse del locale illuminano i nostri corpi sudati e segnati, e mi rendo conto di quanto siamo diventate oggetto e soggetto insieme: desiderate dai presenti, ma anche ammirate, temute, forse addirittura venerate. Mi giro verso il pubblico e sollevo il bicchiere con un inchino teatrale. «Vi è piaciuto lo spettacolo?» la mia voce risuona roca ma limpida, come se avessi ancora la forza di sfidare il mondo.

C’è una frazione di silenzio, poi una risata accesa, applausi, e di nuovo quella corrente di sussurri che ci accompagna come una coda d’incenso. Michela si rialza piano, sembra quasi esitante, come dopo una lunga corsa quando i muscoli sono irrigiditi e il cervello fatica a tornare sulla terra. Ci guardiamo e ridiamo, una risata complice, fatta di stanchezza ma anche di orgoglio: ci siamo donate fino all’ultima goccia, e ora ci portiamo addosso il marchio di questa notte come una ferita nobile.

Camminiamo nude, lente, verso il nostro tavolo. Le gambe tremano ancora, i ventri segnati dagli spasmi, le mani che stringono i vestiti come trofei raccolti dopo la battaglia. Sento ogni sguardo su di noi: sento la fame, la gelosia, il desiderio degli altri che ci vorrebbero ancora lì, al centro della scena, mai paghe, mai stanche. Invece noi ci muoviamo come regine dopo il saccheggio, la pelle stampata di lividi e morsi, lo sperma che ci scivola lento sulle cosce, i plug infilati come pietre preziose a testimoniare la nostra resa e la nostra vittoria.

Alle nostre spalle sento i tacchi di Claudia e Vanessa. Ci raggiungono al tavolo; gli occhi ardono come braci sotto il trucco sbavato e il sudore. Vanessa mi squadra con una fame che non cerca più di dissimulare, Claudia mi sfiora la spalla e mi sussurra all’orecchio: «Siete proprio due troie ingorde, affamate di sesso.»

Lo dice senza veleno, ma con una specie di reverenza che mi fa arrossire dentro, anche se non lo darò mai a vedere. Fingo di recitare un copione già scritto, e mi volto a guardarle tutte e due: «La prossima volta sarete coinvolte anche voi. Nessuno si salva, qui dentro.» La frase mi esce con una naturalezza feroce, e subito sento che è la verità: la notte è lunga, e ci sarà sempre un’altra occasione per superare il limite.

Le ore scorrono, si fanno leggere e impalpabili come seta: i corpi di tutti sono più molli, gli occhi più lucidi, la voce più fonda, eppure la tensione sessuale non si è mai davvero dissipata. Siamo tutti intrappolati in questo carnevale sacro, in cui la vergogna è bandita e la fame si rinnova di minuto in minuto. Vedo altri giochi che iniziano, altre donne che si offrono, altri uomini che si inginocchiano, e penso che questa notte non finirà mai, che ogni orgasmo sarà solo il prologo del successivo.

Ma improvvisamente la stanchezza mi investe come un treno. Sento il sangue che mi martella le tempie, la gola ancora secca, la pelle che brucia di freddo e di umori. Guardo Michela: anche lei è sull’orlo del crollo, le ginocchia che cedono, la schiena curva, ma la bocca ancora piegata in un mezzo sorriso da burattinaia soddisfatta. Ci guardiamo e capiamo che è ora: la scena è finita, le luci stanno per spegnersi, il pubblico può solo sognare ciò che noi ci portiamo nella carne.
Ci alziamo insieme, sincronizzate come due acrobate che hanno condiviso mille palchi. Raccogliamo i nostri vestiti, ma non li indossiamo. Li stringiamo in una mano come souvenir, trofei, promemoria materiale di ogni trasgressione appena consumata. Attraversiamo la sala ancora nude, i seni rigonfi che oscillano, i capezzoli turgidi e segnati, le cosce incollate dal sudore e dal seme. Nessuno ci ferma, anzi: ci aprono il passaggio con ammirazione, come sacerdotesse che abbandonano il tempio dopo il sacrificio notturno.

L’aria fuori dal locale è un coltello affilato che ci fende la pelle. Il parcheggio è vuoto, immerso in una nebbia lattiginosa che rende tutto irreale, come il mattino dopo una tempesta. Corriamo a prenderci le pellicce, le stesse che avevamo lasciato all’ingresso poche ore prima: le indossiamo sopra i corpi nudi, senza nulla sotto, il pelo morbido che ci accarezza la pelle ipersensibile, i vestiti ancora stretti nelle mani come se non volessimo più rimetterli. Siamo due bestie eleganti e oscene, due animali sacri che tornano al nido dopo aver sbranato la preda. Felici di aver aiutato la Chiesa.

*** NOTE ***

---CAPITOLO 8: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi sette!)---

Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...


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