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Desiderio Nascosto Al Campeggio - Parte I


di LucLucoo
24.04.2025    |    455    |    0 6.0
""Vedere cosa vuol dire essere veramente dotati? Vedere cosa ti manca? Metterti in ginocchio davanti a qualcosa che non potrai mai nemmeno sognare?" Marco annuì..."
Marco aveva 40 anni. Corpo asciutto, spalle larghe, addominali definiti come a venti. Allenamento quotidiano, dieta ferrea, il culto del controllo. Era l’uomo che la maggior parte delle donne avrebbe definito "maschio alfa". E in effetti, anche la sua fidanzata lo guardava con orgoglio, come si guarda qualcosa di ben costruito, solido, sicuro.

Ma Marco sapeva. Sapeva che quella forza era solo esteriore. Che dietro lo specchio della palestra si nascondeva un’altra verità. Quella che non aveva mai osato dire ad alta voce. Nemmeno a sé stesso.Aveva un pene di sette centimetri. E questo, da sempre, lo divorava dentro. Ogni conquista, ogni successo, ogni risata maschile condivisa sotto la doccia era stata un atto di recitazione, di mascheramento, di strategia. Nessuno doveva scoprire la verità.

Eppure… non era solo vergogna. Non era solo senso di inferiorità. Negli anni, Marco aveva scoperto qualcosa di ancora più torbido: quella piccolezza lo eccitava. O meglio, lo eccitava immaginare di essere sottomesso proprio per quella piccolezza. Desiderava incontrare qualcuno che lo guardasse, lo spogliasse, e lo umiliasse per quello che era: un uomo minuscolo, ridicolo, da sottomettere. E non uno qualunque. No. Il suo sogno, la sua ossessione, era precisa: un ragazzo giovane, aitante, un ventenne sfacciato, palesemente dotato, col membro grosso come un braccio. Voleva sentirsi ridicolo accanto a un cazzo da ventidue centimetri. Voleva inginocchiarsi davanti alla prova vivente che lui, Marco, non era nulla. Non era un maschio. Non nel senso più crudo del termine.

Quell’estate, nel campeggio sul mare dove era andato con la fidanzata, qualcosa cambiò. Si accorse di lui. Il ragazzo. Avrà avuto vent’anni. Magliette sempre sollevate, boxer troppo corti per essere involontari, abbronzatura che faceva esplodere ogni muscolo. Ma non era solo il corpo: era l’atteggiamento. Camminava come chi non ha mai dovuto chiedere. Come chi sa che tutto gli è dovuto. E Marco lo capì subito: quel ragazzo era esattamente ciò che lui sognava.
E non era solo un’idea. Bastava vederlo uscire dalla doccia: asciugamano abbassato appena sopra il pube, e sotto… qualcosa che nemmeno l’immaginazione riusciva a contenere.

Marco cominciò a osservarlo. Con attenzione. Furtivo. Con vergogna. Ma il ragazzo se ne accorse quasi subito. E non si limitò a ricambiare gli sguardi. Sorrise. Come se avesse capito tutto. E forse era così. Perché da quel giorno, iniziò a farsi trovare. Alla doccia, al bar, anche vicino al bungalow. Una sera, Marco stava tornando da solo verso la sua casetta in legno, ancora in ciabatte, un asciugamano attorno ai fianchi. E lo vide lì. Appoggiato alla porta, a torso nudo, boxer grigi stretti sull’inguine.

"Ti ho visto" disse, senza alzare la voce. "Ogni giorno. Ogni fottuto giorno. Mi guardi il pacco come se volessi inginocchiarti."
Marco impallidì. Nessuno aveva mai osato dirglielo. Nessuno gli aveva mai letto dentro con tanta precisione.
"Non... non volevo—"
"Smettila. Non serve fingere." Si avvicinò. "Fammi vedere. Tiralo fuori."
"Qui? Ma... no—"
"Fammelo vedere. È per quello che mi guardi così. Perché sai che non c’è paragone."

Marco rimase immobile. Ogni muscolo teso. Il sangue martellava nelle tempie. Le mani tremavano. Poi, lentamente, lasciò cadere l’asciugamano. Il ragazzo lo guardò. Per due secondi. Poi rise, piano, come chi guarda un giocattolo rotto.
"Sette. O meno. Cristo, è davvero patetico". E mentre parlava, si abbassò i boxer. Il membro che gli scese lungo la coscia non era umano. Ventidue centimetri. Grosso, spesso, pulsante. Un mostro in carne. Marco lo fissava. Sentiva la pelle bruciare. La sua erezione – anche in quel momento – sembrava una presa in giro. Un bastoncino impazzito.

"È questo che vuoi?" chiese il ragazzo. "Vedere cosa vuol dire essere veramente dotati? Vedere cosa ti manca? Metterti in ginocchio davanti a qualcosa che non potrai mai nemmeno sognare?"
Marco annuì. Una sola volta. Senza parole.
"Allora inginocchiati. Dai. Fai la cosa giusta. Guarda. Impara. Umiliati."

E Marco lo fece. Si inginocchiò. Il legno caldo del pavimento sotto le ginocchia. Gli occhi fissi su quella carne imponente. E la certezza che era lì che aveva sempre voluto essere. Piccolo. Inferiore. Umiliato.

E finalmente, libero.

(continua)
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