Gay & Bisex
Doppio misto
17.07.2026 |
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"«Io invece ti farò il solito regalo, Pietro!» disse Marcello e, afferrandosi e torturandosi con forza i capezzoli turgidi, gli scaricò i suoi getti in bocca..."
Io e mia moglie ci separammo qualche mese fa, quando la sorpresi a letto con il mio migliore amico. Quello che sembrava il grande amore della sua nuova vita, però, naufragò nel giro di poche settimane dalla scoperta. Voltata pagina, si reinventò subito un'altra storia: il fortunato, stavolta, era Marcello, uno dei maestri del circolo del tennis, disciplina di cui mia moglie si era improvvisamente invaghita. Probabilmente tra un rovescio e una volée scoccò la scintilla che, nel giro di poco tempo, li portò a convivere nel nostro vecchio appartamento.Fortunatamente i nostri rapporti erano rimasti civili e cordiali. Nostro figlio Pietro viveva la situazione con serenità, dividendo il suo tempo tra mamma e papà in totale libertà. Curiosamente, come mi raccontò proprio lui, anche Marcello usciva da una tempesta sentimentale per certi versi simile alla nostra.
«Si è separato da sua moglie,» mi spiegò Pietro un giorno, «perché lei gli ha confessato di essersi innamorata di sua sorella…»
«La sorella della moglie?»
«Ma no, papà! Di Marcello!»
«Ommadonna… Sembra una soap turca nella vita reale!»
Ad ogni modo, dal loro matrimonio era nato Giulio, un ragazzo che sembrava gestire benissimo le dinamiche di questa singolare famiglia allargata. Io e Marcello non avevamo mai avuto l'occasione di socializzare davvero: continuavamo a incrociarci solo nei pochi istanti in cui accompagnavo o andavo a riprendere Pietro dopo gli allenamenti, anche per consentirgli di fare un po’ di pratica con la guida dato che era prossimo all'esame per la patente.
A Pietro piaceva davvero il tennis; lo praticava con dedizione e dovevo sicuramente riconoscere a Marcello il merito di averlo sempre spronato a dare il massimo. E i risultati erano arrivati: trofei nei vari circoli, qualificazioni ai regionali e la speranza di approdare ai nazionali. Ecco perché non potevo deluderlo la sera in cui arrivò il fatidico messaggio da parte della mia ex: 'Ho avuto un imprevisto e non riesco ad andare con Pietro al circolo. Devi pensarci tu!'
Sorridendo, le risposi subito: 'Nostro figlio è grande e vaccinato, per una volta non potrebbe andare da solo? O con Marcello?'
La replica fu fulminea e lapidaria: 'Dobbiamo partecipare ad un torneo genitori-figli del circolo tennis, quindi non può andare da solo. Visto che sei il parente più prossimo, ho pensato a te!'
Alla fine cedetti: 'Va bene… (seguito da una serie di faccine spaventate)'.
Risposta sua: un semplice pollice in su.
Più ci pensavo e più l’idea di quel cimento con Pietro mi divertiva: avremmo trascorso del tempo insieme e avrei potuto constatare sul campo i suoi miglioramenti. L’unica perplessità riguardava la mia tenuta fisica: avevo sì ricominciato ad allenarmi in palestra, ma correre avanti e indietro su un campo da tennis era un'altra cosa.
«Cercherò di fare la miglior figura possibile, te lo prometto!» dissi a mio figlio in macchina.
Lui, con la sua solita serenità, mi rassicurò: «Tranquillo pà, nessun problema. Il torneo è a scopo benefico, quindi mai come stavolta l'importante è partecipare».
E così, nel pomeriggio, raggiungemmo il circolo. Giusto il tempo di salutarci e filammo negli spogliatoi a cambiarci. Mi sedetti sulla panchina e mi sfilai la maglietta, ammirando con un pizzico di orgoglio i miei pettorali rimessi a nuovo dalla palestra.
'Forse era il caso di depilarsi…' mi ritrovai a pensare.
Mentre mi guardavo attorno, il mio sguardo cadde su Pietro e Giulio: rimasi stupito da come il fisico di mio figlio si fosse trasformato e delineato. I pettorali lisci e sodi inquadravano due capezzoli grossi e scuri, scendendo verso una linea addominale tanto scolpita da fare invidia ad una statua greca. In prossimità dell’ombelico, un accenno di peluria scura anticipava un cespuglio ben più rigoglioso nella zona pubica, che l’elastico degli slip lasciava appena affiorare. Giulio, intento a scambiarsi spintoni e pacche amichevoli con l’amico, non era certo da meno. L'assenza della maglietta regalò la vista di un fisico tonico al pari di quello di Pietro e un fondoschiena sodo e compatto messo in evidenza dagli slip.
Entrambi iniziarono a sfilarsi anche l'intimo. Rimasi a bocca aperta. Sotto gli occhi degli altri padri, i due ragazzi rimasero completamente nudi, muovendosi con una disinvoltura disarmante. Tossicchiai per rimediare all'imbarazzo che stavo provando, soprattutto perché gli altri genitori sembrava non facessero caso più di tanto a quella totale nudità imitata anche da qualcuno degli altri rampolli.
Le mani dei due ragazzi tuttavia, nel gioco intrapreso, scivolavano decisamente troppo in basso.
«Lasciali fare… è un modo per alleggerire la tensione prima del match,» mi sussurrò Marcello, avvicinandosi alla mia panchina per calmarmi.
«Ma sono praticamente nudi!» replicai a voce bassa.
«No, guarda bene. Al posto degli slip stanno indossando un indumento chiamato jockstrap… Si tratta di…»
«So cos’è un jockstrap!» lo interruppi seccato.
In quel momento mio figlio si voltò verso di me. Con estrema lentezza, infilò le cinghie elastiche del sospensorio attorno alle cosce, sistemandosi con cura il pacco nel triangolino di stoffa e rivolgendomi un sorriso complice che non riuscii ad interpretare. Mi sembrò che anche Giulio lo imitasse, esibendo le natiche completamente scoperte sul retro e piantandomi in viso i suoi occhioni blu.
«Lo immagino,» continuò Marcello, incurante del mio tono. «Ti volevo solo spiegare che offre un sostegno perfetto durante i cambi di direzione e gli scatti, prevenendo fastidiosi sfregamenti... proprio lì».
«Capito!» tagliai corto, distogliendo lo sguardo a fatica. «Ma dimmi ora: come funziona il torneo?»
«Due gironi che procedono per eliminazione diretta al meglio di un solo set. Ogni coppia ne affronta un'altra; chi vince il match passa il turno e sfida i successivi avversari, fino alla finale tra i primi classificati dei due gironi».
«Tutto chiaro».
Mi avvicinai al tabellone, constatando che Marcello e Giulio erano nell'altro girone. Controllai i nomi dei nostri primi avversari e proseguii, ancora un po' a disagio: «Non è per mettere le mani avanti, ma è da parecchio tempo che non prendo in mano una racchetta...»
«Ah dai, non sapevo che giocassi! Laura non mi ha mai detto nulla,» rispose Marcello con un sorriso.
Spero abbiate altro di cui parlare a letto, pensai acido, mentre a voce alta risposi solo: «Sì, giocavo parecchio tempo fa. Spero solo di non far sfigurare mio figlio questa sera».
«Te l'ho già detto papà, stai tranquillo!» intervenne Pietro, sfilandomi proprio davanti per raggiungere l'uscita.
Nel passarmi accanto, lo sfregamento del suo sederino, coperto solo dalle strisce elastiche del jockstrap, contro la mia patta fu netto. Era voluto o accidentale?
'Cazzo, mi sembra stia diventando duro…' Ricacciai immediatamente il pensiero nel profondo della mente: le energie dovevano essere convogliate sulla terra battuta.
Scendemmo in campo contro i nostri primi avversari. Dico i primi perché, sorprendentemente, riuscimmo a batterli.
«Grande papà! Meno male che sostenevi di non farcela!» esclamò Pietro esaltato, dandomi un cinque alto.
«Sostenevo la verità! Beh, almeno il primo turno l'abbiamo superato».
Incredibilmente, superammo anche il secondo e il terzo.
«Adesso spiegami, figlio mio: o sono tutti brocchi, o io sono il nuovo campione locale».
«Forse la seconda, papà!» ridacchiò lui.
In effetti l'impressione era un po' quella: vedendo le altre coppie, sembrava davvero che i padri non eccellessero nella pratica sportiva rispetto ai loro rampolli. Fu così che, eliminazione dopo eliminazione, le nostre due famiglie si ritrovarono a disputare la finale. La partita fu tesa e combattuta, ma ovviamente la vittoria andò ai veri professionisti: Marcello e Giulio vinsero l'ultimo set, rien à dire. Ci scambiammo una calorosa stretta di mano a rete, facemmo le foto di rito con il trofeo di beneficenza, discorsi di ringraziamento e poi, finalmente, ci avviammo verso l’agognata doccia.
«Deserta…» osservai.
«Guarda l’ora…» mi fece eco Pietro, «oramai se ne sono andati tutti!»
«Ma chi…» e Marcello fece tintinnare il mazzo di chiavi.
Adeguatamente rassicurato, mi godetti l’acqua calda della doccia che scendeva generosa senza però placare la strana tensione che si era accumulata nello spogliatoio. Liberatomi finalmente della tenuta da gioco, lasciavo che l'acqua bollente mi investisse la schiena, sciogliendo la fatica accumulata nei muscoli. Ma il vero calore iniziò a salirmi da dentro non appena aprii gli occhi.
Mio figlio e Giulio occupavano le due docce di fronte a me. Sotto lo scroscio dell'acqua, i loro corpi giovani sembravano brillare. Pietro teneva la testa sollevata, gli occhi chiusi, mentre l’acqua gli accarezzava i pettorali sodi e scivolava lungo gli addominali scolpiti, lavando via, insieme alla generosa quantità di schiuma, il sudore della partita. Poco più in là, Giulio si strofinava vigorosamente i capelli, mettendo in mostra la linea atletica dei dorsali e quel culo marmoreo che avevo ammirato nello spogliatoio, ora reso lucido e invitante dalle gocce d'acqua.
Cercai di concentrarmi sul mio docciaschiuma, ma la totale disinvoltura con cui i due ragazzi si muovevano rendeva impossibile non guardare. Nel passarsi la bottiglia dello shampoo, Giulio sfiorò deliberatamente il pube di Pietro, indugiando sul suo membro. Mio figlio afferrò il flacone avvicinandosi forse un po' troppo al petto dell'amico.
Anche quei sorrisi...
Uscirmo dai soffioni avvolti negli asciugamani, i corpi ancora fumanti e imperlati di gocce. Fu in quel momento, mentre ci riavvicinavamo alle panchine, che mio figlio mi sorprese. Strizzò l'occhio verso di me, un sorriso sornione ad increspargli le labbra: «Ci darete la rivincita prima o poi?».
Rimasi perplesso. Non riuscii a capire, o forse, nel profondo, mi faceva comodo non comprendere l'esatto significato di quell'invito.
«Quando volete…» ribatté Marcello.
«Perché non qui… E adesso…» e senza la minima esitazione, Pietro si sciolse l'asciugamano dai fianchi, lasciandolo cadere a terra, e mosse i primi passi verso il maestro iniziando ad accerezzarne le spalle larghe, il petto villoso e massiccio che incorniciava due addominali spessi, ed il membro imponente che si stava risvegliando tra le sue cosce robuste.
«Oh, finalmente liberi e lontani da occhi indiscreti, possiamo giocare davvero!»
Rimasi a guardare, esterrefatto, mentre Marcello allungava le mani sul corpo nudo di mio figlio, afferrandogli le chiappe e iniziando ad agitarle vigorosamente. Pietro inarcò la schiena, abbandonandosi a quel tocco esperto senza alcun imbarazzo.
«E a me non pensa nessuno?» reclamò Giulio, che, denudatosi, esibiva fiero la sua erezione turgida.
«Credo tocchi a te!» mi fece cenno Marcello da sopra la spalla, continuando a occuparsi di Pietro. Le sue dita lambirono il solco tra i glutei, che il ragazzo allargò prontamente mostrando orgoglioso la fessura che, circondata da pieghe sottili, iniziava a contrarsi. Indice e medio accarezzarono la forma per qualche istante e poi, repentinamente, profanarono il buco.
«Oohh… Sì…» gemette Pietro.
Ero sbalordito e incredulo: sbalordito dalla situazione che si era venuta a creare e incredulo del fatto che mio figlio potesse essere così…
«...Troia…» tornai alla realtà udendo quell'unica parola.
«Sì, sei la mia troietta preferita…» ribadì Marcello, che esibiva ora un’erezione di tutto rispetto.
Giulio, spazientito, mi prese la mano avvicinandola al suo uccello.
Mi bloccai.
L'idea mi stuzzicava davvero, ma il forte senso di disagio continuava ad inibirmi. Ci pensò il ragazzo a rompere l'indugio: si girò, iniziando a dimenarsi contro la mia patta. Il contatto con la sua pelle compatta demolì ogni mia difesa e il mio membro si irrigidì in un lampo, sollevando nettamente l'asciugamano che ancora mi copriva.
A quel punto non mi restò che assecondare l'istinto. Lasciai cadere il mio telo, afferrai Giulio per i fianchi e incastrai la mia erezione nel solco profondo delle sue chiappe sode, iniziando a dondolarlo ritmicamente per masturbarmi contro di lui.
«Papà, meno male che eri in imbarazzo!» mi disse Pietro, staccandosi dalle labbra di Marcello che gli stava massaggiando i capezzoli con una mano e l’erezione scappellata con l’altra. Mio figlio mi regalò un sorriso complice, mentre la mano dell’allenatore continuava a lavorargli l'uccello con sapiente rapidità.
«Adesso fai vedere a tuo padre quanto sei bravo ad usare la bocca,» lo sfidò l’allenatore che, afferratolo con entrambe le mani alla nuca, lo fece abbassare al suo cospetto. Vidi mio figlio infilarsi in bocca il membro di Marcello, iniziando a lavorarlo per bene. Marcello mantenne saldamente le mani sulla sua testa, guidando il ritmo di un’incredibile scopata di bocca, con in sottofondo i gemiti soffocati di Pietro.
Nel frattempo, continuavo a godermi la masturbazione che mi stavo praticando tra le chiappe di Giulio.
«Voglio che mi vieni sulla schiena,» lo sentii dichiarare.
«Sarai presto soddisfatto...» risposi. Diedi infatti un altro paio di colpi ed il mio carico di sborra rivestì la schiena del giovane uomo, distribuendosi a chiazze sulla pelle diafana.
«Io invece ti farò il solito regalo, Pietro!» disse Marcello e, afferrandosi e torturandosi con forza i capezzoli turgidi, gli scaricò i suoi getti in bocca. Gli vidi deglutire tutto quanto.
«Adesso bisogna ripulire tutto,» li invitò bonariamente. Quindi entrambi si accovacciarono ai nostri piedi, rendendo perfettamente lucide le rispettive cappelle a suon di lappate.
«Anche noi però vorremmo il nostro premio per la vittoria...» suggerì Giulio.
«Nessun problema. Sdraiatevi sulle panche!» rispose Marcello. «Aprite bene le gambe, al resto pensiamo noi, vero?»
Anche in questo caso lo guardai perplesso. Non sapevo bene come muovermi, ma Marcello mi fece da guida. Allargò le chiappe di mio figlio e riprese a picchiettare con la lingua il suo anellino di carne, che pulsava, aprendosi e chiudendosi sotto quel trattamento. Io feci la stessa cosa al buchetto di Giulio che, a differenza di mio figlio, non era depilato. La cosa mi eccitò alquanto: la mia lingua passava su quella striscia di pelle ruvida che unisce il perineo all'ano, inumidendola perfettamente, e a quel punto ci infilai il pollice.
«Ah...» sospirò lui, «che goduria, mi sembra un ottimo inizio. Adesso inizia a farlo girare... Oh sì... Così...»
«Vedo che impari in fretta, eh pa'!?» fu il commento di mio figlio.
Pietro, allungò allora una mano sul membro dell'amico, iniziando a masturbarlo. Giulio ricambiò il favore. Andarono avanti a menarselo fino a quando i due geyser non eruttarono copiosamente sui rispettivi corpi. Si spalmarono il seme sul petto, ne raccolsero qualche rimasuglio sulle dita, assaggiandosela a vicenda.
Poi, rivolti a noi: «Questa volta tocca a voi il lavoro di pulizia!» intimò Giulio.
Non ce lo facemmo ripetere. Partendo dalla bocca, dov'erano finiti alcuni schizzi, scendemmo con estrema calma, ed altrettanta dolcezza e precisione, a perlustrare ogni centimetro di quelle carni giovani e frementi, raccogliendo con la lingua ogni minima quantità del liquido caldo che le rivestiva.
Posai le mie labbra su quelle di Giulio mentre Marcello faceva lo stesso con mio figlio. Ci baciammo ed accarezzammo fino a che non ne fummo sazi.
Una seconda doccia veloce e ci rivestimmo, pronti per uscire.
«E adesso che si fa? Ristorante o avete in mente qualcos'altro?» chiesi ingenuamente.
Le loro espressioni erano inequivocabili…
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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