Gay & Bisex
Il mio collega
18.01.2026 |
5.922 |
10
"Il suo respiro caldo mi sfiorò il collo, e senza toccarmi davvero mi fece sentire tutto ciò che stava trattenendo..."
Non avrei mai pensato che un semplice turno insieme potesse cambiare qualcosa. Eppure quel giorno, appena entrato in ufficio, mi accorsi subito che c’era un’energia diversa nell’aria. Lui era già lì, appoggiato alla scrivania, con quella camicia che gli cadeva addosso in modo impeccabile e quel sorriso tranquillo che usava sempre quando voleva nascondere qualcosa.«Sei in anticipo oggi», dissi cercando di sembrare casuale.
«Non riuscivo a dormire» rispose, senza staccarmi gli occhi di dosso. «Meglio venire qui che rigirarmi nel letto.»
Ci scambiammo uno sguardo più lungo del solito. Quel tipo di sguardo che dice molto più delle parole. La stanza sembrava più piccola, l’aria più calda. D’un tratto, il resto dell’ufficio sparì e rimanemmo soltanto noi due e quel silenzio carico di qualcosa che non avevamo mai avuto il coraggio di nominare.
Facemmo colazione insieme nella piccola sala relax. Le nostre mani si sfiorarono per caso — o forse non del tutto per caso — mentre prendevamo le tazze. Lui rise piano, imbarazzato ma divertito, e io sentii un brivido salire lungo la schiena.
«Dovremmo parlare…» disse ad un certo punto, guardando il caffè come se fosse la cosa più interessante del mondo.
«Lo so», risposi. E la mia voce suonò più bassa, più sincera.
Sedemmo vicini, le spalle quasi a toccarsi. Non successe nulla di fisico, ma tutto era lì, nell’aria: la tensione, la curiosità, la paura di rovinare un equilibrio e allo stesso tempo il desiderio di scoprire cosa ci fosse dall’altra parte di quella linea invisibile.
Ci parlammo a lungo, con una sincerità che non avevamo mai avuto. Nessun gesto affrettato, nessuna parola fuori posto. Solo noi due, finalmente senza maschere.
La porta dell’ufficio si chiuse lentamente dietro di noi, lasciando fuori il rumore dei telefoni e delle fotocopiatrici. Restammo soli, e il silenzio prese vita, riempiendo lo spazio tra i nostri respiri. Lui si avvicinò senza fretta, come se volesse darmi il tempo di fermarlo, se avessi avuto dei dubbi.
Non li avevo.
«Da quanto tempo lo senti anche tu?» sussurrò, la voce bassa, quasi un soffio.
Lo guardai negli occhi. «Da troppo.»
Ci fissammo per qualche secondo che sembrò un’eternità. Poi fece un passo avanti e io sentii il calore del suo corpo contro il mio. La distanza si sciolse, come se non fosse mai esistita. La sua mano sfiorò il mio fianco, lenta, indecisa solo in apparenza. Un tocco leggero, quasi studiato, che però mi fece trattenere il fiato.
«Stai tremando…» disse con un sorriso che non avevo mai visto sul suo volto.
«Perché sei troppo vicino» risposi, ma non mi spostai.
Le sue dita risalirono appena, seguendo la curva della camicia, sfiorando la pelle attraverso il tessuto. Un brivido mi attraversò la schiena. Il suo respiro caldo mi sfiorò il collo, e senza toccarmi davvero mi fece sentire tutto ciò che stava trattenendo.
Lui si fermò un attimo, come per essere sicuro. «Se non vuoi, dimmelo adesso.»
Lo guardai, serio. «Non fermarti.»
Le sue mani si posarono sui miei fianchi con più decisione, e io mi avvicinai ancora, lasciando che i nostri corpi si allineassero. Non servivano parole: era chiaro cosa stavamo scegliendo. La tensione non era più un’ipotesi, ma una promessa. La stanza sembrava stringersi attorno a noi, diventando un mondo a parte.
Non descriverò quello che accadde dopo, ma fu il tipo di momento in cui ogni esitazione svanisce e resta solo la certezza di essere esattamente dove si vuole essere.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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