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Obbedienza
1957Mann
10.05.2026 |
2.460 |
5
"La sua responsabilità di uomo di potere era svanita; ora era solo un essere fedele al servizio di un uomo superiore..."
L'aria nella pineta era densa di resina e del suono ritmico dei passi sul sentiero battuto. Ernesto procedeva con il fiato regolare, il corpo robusto impegnato nello sforzo della marcia, ma la sua mente era altrove, persa in quel desiderio di disciplina che raramente trovava sfogo nella sua vita da direttore d'azienda.Fu allora che lo vide.
Paolo lo superò con una falcata potente e precisa. Non era solo velocità; era l'energia che emanava. Quando Paolo rallentò leggermente per farsi affiancare, Ernesto incrociò quegli occhi grigio-verdi, affilati come lame dietro la barba corta e i baffi folti. Non servirono parole. Paolo lo squadrò da capo a piedi, leggendo istantaneamente il conflitto tra la posizione di comando di Ernesto e il tremito di incertezza nelle sue mani.
L'Incontro nella Pineta
Paolo si fermò di colpo in uno spiazzo riparato da pini secolari. Ernesto si arrestò a pochi passi, quasi per riflesso incondizionato.
"Ti osservo da un chilometro, Ernesto," esordì Paolo, la voce bassa e ferma che vibrava di un’autorità naturale. "Cammini come un uomo abituato a dare ordini, ma i tuoi occhi... i tuoi occhi cercano qualcuno che li dia a te."
Ernesto sentì un brivido percorrergli la schiena. La virilità di Paolo era schiacciante. Paolo gli si fece vicino, invadendo il suo spazio vitale, e con un gesto rapido gli afferrò il mento, costringendolo a guardarlo dritto in faccia.
"Qui fuori sei un signore. Ma qui davanti a me, sei solo un corpo che aspetta una guida. Dico bene?"
Ernesto riuscì solo a deglutire, annuendo impercettibilmente. "Sì," sussurrò.
"Bene. Allora andiamo a casa mia. È ora che tu smetta di fingere."
La Resa nel Santuario di Paolo
L'appartamento di Paolo rispecchiava il suo carattere: essenziale, solido, maschile. Appena varcata la soglia, il clima cambiò. Non c'era più la luce filtrata degli alberi, ma l'ombra accogliente di un luogo dove i ruoli erano scolpiti nella pietra.
Paolo si tolse la maglia tecnica, rivelando un corpo atletico e asciutto, forgiato da anni di disciplina. Si sedette su una poltrona di pelle scura e indicò il pavimento ai suoi piedi.
"Inginocchiati, Ernesto."
Il direttore d'azienda, l'uomo che gestiva centinaia di dipendenti, non esitò. Le sue ginocchia toccarono il tappeto con un tonfo sordo. Paolo gli posò una mano pesante sulla nuca, le dita che si intrecciavano tra i capelli bianchi curati di Ernesto.
"Guardami," ordinò Paolo. "In questo momento non ci sono uffici, non ci sono responsabilità. C'è solo la mia volontà e il tuo bisogno di obbedire. Sei nato per questo, vero? Per servire una forza che sia superiore alla tua."
Ernesto sentì il peso di quella mano come un sigillo. La sottomissione non era una debolezza, era la sua verità più profonda che finalmente trovava un padrone capace di contenerla.
"Sei mio, Ernesto. Oggi, domani e ogni volta che deciderò di reclamarti."
Paolo usò la sua forza per dominare ogni centimetro del corpo robusto di Ernesto, guidandolo in un rituale di possesso dove ogni gesto era un comando e ogni respiro di Ernesto un atto di devozione. In quella stanza, tra il profumo di cuoio e la presenza imponente di Paolo, Ernesto trovò finalmente la sua pace: non più leader, ma strumento nelle mani di un uomo che sapeva esattamente come domarlo.
Il salone era intriso dell’odore acre del cuoio e del sudore della sottomissione. Paolo, con un movimento calmo e deliberato, prese da un cassetto un collare di cuoio nero, alto e rigido, foderato internamente per non lasciare scampo ai movimenti del collo.
"Vieni qui," ordinò Paolo.
Ernesto, ancora scosso dai colpi di cinghia ma con gli occhi azzurri lucidi di un’estasi ritrovata, strisciò sulle ginocchia verso il suo Padrone. Paolo gli allacciò il collare intorno al collo robusto, stringendolo quanto bastava per fargli sentire la pressione costante della sua autorità. Poi, agganciò un lungo guinzaglio di catena che tintinnò sinistramente nel silenzio della stanza.
La Marcia della Fedeltà
Paolo si alzò, tenendo il laccio corto nella mano destra. Con uno strattone deciso, costrinse Ernesto a seguirlo.
"In piedi sulle ginocchia. Cammina con me," disse Paolo, iniziando a percorrere i corridoi della casa. I piedi nudi di Paolo battevano il pavimento con passo sicuro, mentre Ernesto lo seguiva umilmente, la testa china all'altezza del fianco del suo Padrone.
"Ora ripeti, Ernesto. Voglio sentire la tua voce che riconosce la tua natura. Mantra dopo mantra."
Ernesto deglutì, sentendo il freddo del metallo del guinzaglio. "Grazie Padrone... le sarò sempre fedele," sussurrò con voce rauca.
"Più forte! Che le pareti sappiano a chi appartieni!"
"Grazie Padrone, le sarò sempre fedele!" esclamò Ernesto, e ogni volta che pronunciava quelle parole, sentiva un peso sollevarsi dal cuore. La sua responsabilità di uomo di potere era svanita; ora era solo un essere fedele al servizio di un uomo superiore.
La Ciotola e la Disciplina
Paolo lo condusse in cucina, dove sul pavimento era già stata preparata una ciotola d'acciaio colma d'acqua. Il contrasto era brutale: l'uomo che poche ore prima decideva le sorti di un'azienda ora era accovacciato davanti a un contenitore per animali.
"Bevi, Ernesto. Senza usare le mani. Come il cane che hai scelto di essere per me."
Ernesto si chinò, appoggiando le mani a terra per sostenersi. Mentre iniziava a bere, Paolo si posizionò dietro di lui. Le mani di Paolo, grandi, callose e spaventosamente robuste, iniziarono a colpire con precisione chirurgica le natiche di Ernesto.
SLAFF! SLAFF!
Il suono delle sculacciate a mano aperta rimbombava nella cucina. Paolo non aveva bisogno di attrezzi ora; voleva sentire il contatto diretto, il calore della pelle di Ernesto che reagiva ai suoi palmi.
"Bevi e ringrazia," ringhiò Paolo, intensificando il ritmo dei colpi.
Tra un sorso d'acqua e l'altro, interrotto dai sussulti del corpo colpito, Ernesto continuava il suo mantra, la voce spezzata ma colma di una gratitudine sincera: "Grazie... Padrone... SLAFF... fedele... per sempre..."
Paolo lo guardò dall'alto, la barba corta illuminata dalla luce fredda della cucina, un accenno di sorriso crudele e soddisfatto tra i baffi folti. Aveva spezzato l'orgoglio del direttore per liberare l'anima del servitore. Ernesto era finalmente a casa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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