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Gay & Bisex

il fotografo mi ha reso una cosa


di femboyinesperto
15.07.2026    |    2.465    |    3 9.0
"Era più difficile ora, la mia eccitazione e quindi il mio desiderio era svanito, lasciando solo la fatica, la nausea, il senso di essere usato..."

Era la terza settimana che cercavo chi mi facesse il book fotografico quando rispose lui. Un nome noto nel giro degli attori milanesi, uno di quelli "seri".
Io, venticinquenne con la faccia troppo morbida e il corpo che ancora non sapeva se voleva essere quello di un uomo o di un ragazzo, entrai nel suo studio con il cuore che batteva nelle tempie.

Lui mi guardò dalla scrivania, occhi freddi che mi scrutarono dalla testa ai piedi.
"Togli la giacca," disse, senza neanche presentarsi. "Vediamo come ti muovi."

Mi misi davanti al fondale bianco, sentendo le luci che già mi facevano sudare sotto la camicia. Lui prese la macchina fotografica, un corpo nero grosso come un mattone, e iniziò ad armeggiare con le impostazioni.
Poi si fermò. "La schiena," disse, con voce che voleva essere professionale ma nascondeva già qualcosa di più secco, "devi inarcarla di più. Così." Fece lui stesso il gesto, un arco eccessivo, da ginnasta.

"Così?" chiesi, obbedendo. Sentii la mia colonna vertebrale curvarsi all'indietro, il petto che sporgeva in avanti in modo ridicolo, le spalle che si retraevano. Ero in una posa da pin-up, da modella in posa provocante, non da attore che cerca l'intensità maschile.

"Perfetto," disse lui, e il click della macchina divenne rapido, insistente. "Proprio così, più indietro, più arcuato. Senti come il corpo parla?"

Parlava, sì. Parlava di offerta, di quel linguaggio silenzioso che le donne usano quando vogliono mostrarsi senza mostrare. E io, con la schiena piegata in quell'arco innaturale, sentivo il disagio salire dalle reni, la vergogna che mi tingeva le guance. "Non è troppo... femminile?" osai chiedere, mentre lui scattava dall'alto, dominandomi con l'obiettivo.

"È funzionale," rispose, secco. "Io devo renderti al massimo della bellezza ed intensità: maschile o femminile è irrilevante. Ti fidi di me?"

E io mi fidai. Perché le immagini della macchina, venivano subito mandate tramite un cavo ai giganteschi monitor del suo studio: erano belle. Troppo belle. Un viso che non sembrava più il mio, con quegli occhi lucidi e quella bocca leggermente aperta, quella schiena che creava una curva sinuosa sotto la maglietta aderente. Sembravo un attore, sì, ma di quelli che interpretano i personaggi fragili, quelli che muoiono tra il primo e il secondo atto.

"Adesso," disse, abbassando la macchina e guardandomi con quegli occhi che avevano perso ogni distanza professionale, "ho bisogno di lacrime. Di occhi lucidi, veri. Non lacrime di mentolo, devi piangere sul serio."

Ci provai. Pensai alle solite cose, ma nulla. Gli occhi mi bruciavano, ma restavano asciutti, imbarazzati.

Lui sospirò, posò la macchina sul tavolo, e si avvicinò. "C'è un trucchetto," disse, e la sua voce aveva preso quel tono ragionevole che precede gli ordini assoluti. "Mettiti tre dita in bocca. Spingi in fondo, fino a far scattare il riflesso faringeo."

Lo guardai, confuso, ma la sua autorità era tale che obbedii. Alzai la mano destra, infilai l'indice, il medio e l'anulare tra le labbra e spinsi. Il sapore della pelle salata, il metallo dei miei stessi anelli che battevano contro i denti, e poi quel conato, quella nausea improvvisa che saliva dallo stomaco come un'onda. Gli occhi mi si riempirono di lacrime istantanee, la saliva iniziò a colare lungo il mento, lucida, umida.

"Perfetto," disse lui, e tornò alla macchina. "Non ti muovere. togli solo le dita."

Rimasi lì, una singola lacrima che scenda sulla guancia, mentre lui scattava dall'alto, sempre dall'alto, facendo in modo che l'obiettivo mi guardasse come si guarda qualcosa di piccolo, anzi! Una cosa piccola.
Le foto, quando me le fece vedere, erano fantastiche: un ragazzo bellissimo ma fragile, con gli occhi lucidi di chi sta per essere posseduto o abbandonato.

"Ora togli la maglietta," ordinò, mentre io ancora asciugavo le lacrime con il dorso della mano libera. "Voglio vedere il torso. Ma prima, flessioni. Una ventina. Ti gonfierai, sarai più definito."

Era strano, sentire quel comando militare in uno studio fotografico. Ma mi misi a terra, e iniziai a contare. Uno, due, tre. I muscoli delle braccia bruciavano dopo dieci, il petto si contraeva, il sudore ricominciava a colare. Lui mi guardava dall'alto, con la macchina pronta, aspettando il momento in cui il mio corpo sarebbe stato più pieno, più gonfio di sangue. Quando arrivai a venti, ero sfinito, il torace che si alzava e si abbassava in modo convulso.

Fece qualche scatto ma poi decise che dovevamo cambiare location. Mi portò nel suo bagno già perfettamente illuminato dal sole che entrava dalle pareti in vetro-cemento.

"Entra. Voglio gocce d'acqua che ti scendono lungo il corpo, lentamente. Ti daranno un aspetto... lucido."

Mi spogliai, timido, tenendo le mutande bianche come unica protezione. "Posso tenerle?" chiesi, indicando il cotone che era l'ultimo baluardo della mia dignità.

Lui rise, breve. "Tanto lì non inquadro," disse con noncuranza. "Entra."

Entrai sotto l'acqua, fredda all'inizio, poi tiepida. Le gocce scendevano, ma non nel modo giusto. Scorrevano troppo in fretta, non creavano quell'effetto di perle sul petto che lui voleva. Dopo qualche scatto, sbuffò. "Non funziona," disse. "Aspetta."

Prese una bottiglia dall'armadio, un flacone di olio Johnson's.
"Spalmatelo sul petto," ordinò. "Sulle spalle. Sull'addome. Tutto."

Obbedii. L'olio era freddo, viscoso, mi sentii sporco immediatamente, untuoso come un cibo che sta per essere arrostito. Lo spalmai sui pettorali, sugli addominali, sentendo il mio stesso corpo diventare lucido, scivoloso, estraneo. Quando tornai sotto la doccia, le gocce si fermarono, sospese su quella pellicola oleosa, creando piccole pozze scintillanti che riflettevano le luci. Era bellissimo, in un modo che mi faceva sentire merce esposta.

"Gira," disse lui. "Voglio la schiena."

Mi girai, appoggiandomi al muro di piastrelle fredde, sentendo l'olio che mi colava lungo la schiena. Le mutande bianche, ormai bagnate, aderirono al corpo, lasciando intravedere la linea del culo, il solco che si delineava sotto il cotone trasparente. "Meglio così," mormorò lui, e sentii che si avvicinava. "L'olio sulla schiena lo devo spalmare io, me lo concedi?"

"Certamente," risposi in un sussurro tremante di desiderio.

Sentii le sue mani sul mio corpo. Non erano le mani fredde di un professionista, ma calde, insistenti. Mi massaggiò le spalle, scese lungo la colonna vertebrale, e quando arrivò ai fianchi, le dita si insinuarono quasi sotto l'elastico delle mutande. Fu in quel momento che sentii il mio cazzo irrigidirsi, dolorosamente, contro la piastrella. Ero eccitato, umiliato, sporco d'olio e di desiderio vergognoso.

Fece ancora qualche foto che riuscivo ancora a vedere dai monitor dello studio e poi mi disse "Girati," disse, e la sua voce era cambiata, più bassa, più gutturale.

Mi girai, sapendo già cosa avrebbe visto. Il mio cazzo era turgido, puntato verso l'alto, la mutanda bagnata che lo imprigionava in modo indecente, evidenziando ogni centimetro di erezione. Lui abbassò la macchina fotografica, lentamente, e la posò su una sedia. Poi si avvicinò, si chinò, e mi abbassò le mutande di un colpo solo. Il cazzo balzò fuori, rosso, pulsante, gocciolante di acqua e olio, un'erezione che non riuscivo a controllare da settimane di astinenza.

"Ti offro uno scambio," disse, e la sua mano prese il mio sesso, stringendolo con decisione. "La sessione fotografica, tutte le foto che abbiamo fatto, te le do gratis. Non ti costa un euro. In cambio," e qui fece una pausa, mi guardò negli occhi con quel sorriso che aveva visto all'inizio, quello che ora sapevo essere un preludio, "in cambio, vorrei un favore di tipo sessuale. Sei interessato?"

Il mio cervello si bloccò. Voleva farmi una sega? O avrei ricevuto un pompino? L'eccitazione mi offuscò il giudizio, il sangue mi ruggiva nelle orecchie. "Sì," dissi, ansimando. "Certo, va bene."

Non che fossi gay. Cioè, non proprio. Era capitato, certo, ai tempi dell'università, quando eravamo tutti ubriachi fradici e in un paio di occasioni qualche mio amico o conoscente mi aveva convinto a fargli una sega mentre guardavamo porno etero. Ma erano cose vecchie, ora invece avevo una fidanzata, a casa, che mi aspettava per cena.
Eppure lì, nudo e oleato, con il cazzo duro che mi pulsava tra le gambe, quel "sì" era uscito facile, troppo facile, come se il corpo avesse già deciso prima della mente.

Poi sentii la cerniera dei suoi pantaloni abbassarsi con un suono sordo.
Lui sorrise, e fu il sorriso più crudele che avessi mai visto: non mi fece un pompino, mi diede il suo cazzo da succhiare.

Era grosso, più grosso del mio, bitorzoluto, con le vene che si vedevano chiaramente anche da semi eretto, di un colore rosa-scuro che virava al violaceo alla base. L'odore mi colpì immediatamente: intenso, salmastro, di sudore maschile accumulato durante la giornata, di pelle che non era stata lavata da ore. "Succhia," disse, e non era una richiesta.

Mi inginocchiai sul pavimento della doccia, l'acqua che ancora gocciolava su di me, l'olio che mi rendeva ancora più nudo e sporco. Presi quel cazzo in bocca, sentendo il sapore amaro della pelle, il peso che mi riempiva la gola. Iniziai a muovere la testa, succhiando con la disperazione di chi vuole finire in fretta, ma lui mi fermò, afferrandomi per i capelli.

"Non così," disse, con voce secca. "Con la mano. Mi devi segare mentre succhi. E con l'altra, mi tocchi le palle. Così viene meglio."

Obbedii, umiliato. La mia mano destra prese l'asta, scivolosa della mia stessa saliva, e iniziò il movimento su e giù, mentre la sinistra saliva a cercare il suo scroto, sentendo le due palle pesanti, gonfie di sperma e desiderio. Ero una prostituta, in quel momento. Una troia che succhiava in una doccia per pagare un debito, nudo e lucido come un pesce appena pescato.

Nello schermo della macchina fotografica, appoggiato sullo sgabello accanto a me, c'era l'ultima immagine che il fotografo aveva scattato: io, bellissimo, con un tocco femminile negli occhi lucidi, nella bocca semiaperta nelle perle d'acqua e olio sulle mie spalle.

E lì di fronte, riflesso nello specchio del bagno io, in carne e ossa, inginocchiato a fare la troia per il fotografo che mi aveva creato così.

Succhiai per minuti, la mascella che bruciava, il sapore che mi impregnava la lingua. Lui mi guidava con le mani sui miei capelli, spingendo in fondo, facendomi gorgogliare, tenendomi fermo quando cercavo di tirarmi indietro per respirare. Ero un oggetto, un buco caldo, una bocca di carne.

Poi sentii il suo respiro accelerare, i muscoli delle cosce tendersi. "Non muoverti proprio adesso che sto per sborrare," annunciò, e cercai di tirarmi indietro, di evitare l'umiliazione finale, ma lui mi tenne fermo, le mani come morse sulla mia nuca.

La sua violenza mista all'immagine di me nello specchio umiliato e invece così bello nello schermo della macchina fotografica mi fece venire senza toccarmi: eiaculai senza preavviso e senza toccarmi schizzando parte della mia sborra sui suoi pantaloni di lino chiaro, macchiandoli di chiazze bianche, dense, che colavano lungo il tessuto.

"Merda," imprecò, ma non sembrava arrabbiato. Sembrava soddisfatto. "Guarda cosa hai fatto!"

"Scusa," dissi, con la voce roca, la bocca ancora piena del sapore del suo cazzo non lavato.

"Ora, finisci di farmi venire davvero, ingoia tutto, e poi mi lavi i pantaloni a mano," confermò, senza vergogna "altrimenti si crea la macchia."

Ero sfinito, umiliato, coperto di olio e della mia stessa sborra. Ma non potevo rifiutare. Tornai al suo cazzo, ancora semi-eretto, e ricominciai a succhiare, a leccare, a pulire ogni centimetro di pelle con la lingua. Era più difficile ora, la mia eccitazione e quindi il mio desiderio era svanito, lasciando solo la fatica, la nausea, il senso di essere usato. Quando finalmente venne, dopo altri minuti di lavoro umiliante, la sborra mi colmò la bocca, calda, densa, dal gusto acre di ammoniaca.

Cercai di ingoiare, ma il riflesso mi fermò. Era troppo, troppo denso, troppo schifoso. Sputai sul pavimento della doccia, una chiazza bianca che si mescolò all'acqua e all'olio.

Lui mi guardò con occhi gelidi. "Raccoglila," ordinò, indicando con il mento la carta igienica appoggiata sul bordo della vasca. "Pulisci subito, o intasi le tubature."

Obbedii, ancora in ginocchio, nudo, bagnato, oleato. Raccolsi la sua e la mia sborra con la carta igienica, sentendo il tessuto che si inzuppava, che si disfaceva tra le dita. Poi, quando ebbi finito, mi alzai per lavargli i pantaloni.

Fu in quel momento, mentre strofinavo il lino macchiato sotto l'acqua fredda, sentendo il tessuto che si riempiva di schiuma e di sperma diluito, che sentii di nuovo il mio cazzo irrigidirsi. Ero nudo, umiliato, ridotto a lavare i vestiti sporchi di un uomo, e il mio corpo tradiva ancora una volta il mio spirito.

Lui se ne accorse. Si avvicinò, mi guardò con un'espressione che era cambiata, diventata quasi curiosa. "Ancora eccitata?" chiese, e io rimasi un po' sorpreso dal femminile, lui capì e continuò "eh si, è ancora proprio eccitata la tua minchietta." e senza aspettare risposta, prese il mio cazzo in mano.

Iniziò a segarmi, lentamente, con movimenti regolari, decisi. La sua mano era grande, asciutta, diversa dalla mia, e mi fece rabbrividire. Mi masturbò per minuti, il ritmo costante, costruendo il piacere con pazienza crudele. Sentivo l'orgasmo avvicinarsi, quel formicolio alla base della schiena, la tensione che si accumulava. Ero pronto a esplodere, a venire dopo tutta quella tensione, dopo tutta quella umiliazione.

Ma quando sentì che ero sul punto, quando il mio respiro divenne affannoso e le mie gambe iniziarono a tremare, lui smise. Semplicemente, lasciò il mio cazzo, duro, dolorante, pulsante nel vuoto.

"Non ancora," disse, e il sorriso era tornato. "Andiamo avanti così."

Mi guardò negli occhi mentre mi segava, lento, con movimenti precisi che mi portavano sul filo e poi mi lasciavano lì, sospeso. "Le foto le abbiamo fatte. Sono bellissime, non c'è bisogno di farne altre. Quindi passeremo le prossime ore così," spiegò, come se fosse un programma normale, una sessione di posa come le altre. "Ti faccio salire, ti fermo, ti faccio salire, ti fermo. Finché non decido io che hai sofferto abbastanza. Abbiamo tempo: ho un appuntamento con degli amici tra tre ore."

Il mio cazzo pulsava nella sua mano, e io ero nudo, ancora sporco d'olio e della sua sborra che mi bruciava la gola e il quadro si completò da solo: lui in un bar con gli amici, un bicchiere in mano, che indicava una delle foto sul telefono, quella con gli occhi lucidi e la bocca aperta, e diceva con quel sorriso crudele: "Questo? Era da me tutto il pomeriggio. Non l'ho fatto venire per ore."

Sentii il sangue affluire ancora di più al mio sesso, l'erezione che diventava dolorosa, quasi violenta. Ero eccitato. Non dalla prospettiva del piacere negato, ma dall'idea di essere diventato una cosa da vantare, un trofeo da mostrare. Ero una cosa, ormai. La sua cosa. E il pomeriggio sarebbe stato lungo, molto lungo, finché lui non avesse deciso che avevo sofferto abbastanza per meritare di essere il suo ultimo aneddoto. La sua "cosa" più recente.
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