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SONO MAGGIORENNE ESCI
Gay & Bisex

RIFLESSO


di Parcifal
22.09.2025    |    3.096    |    1 7.1
"Volevano vezzeggiarla, blandirlo, esaltarla perché riuscivano a vedere la bellezza là dove lui non la vedeva, vedevano al di là di un corpo sicuramente non da passerella, ma riconoscevano la..."
Lo conoscevo da sempre, l’avevo visto crescere e trasformarsi da goffo adolescente a grintosa ragazza in carriera mantenendo però quella tenerezza e quella fragilità delle anime sensibili ben celata dietro battute taglienti e sguardi lapidari.
Era totalmente incosciente di sé stessa, del suo fascino, aveva una smodata sicurezza nella sua intelligenza e a suo dire aveva un cervello che fumava ma era talmente insicura delle sue capacità seduttive da rasentare la tontaggine.
Io non l’avevo aiutato, a dir la verità non mi ero mai espresso, non potevo.
È incredibile come vediamo riflesse le nostre percezioni, le paure le nostre insicurezze nello sguardo degli altri.
A onor del vero non gli era stato reso facile credere in sé stesso. Credere di essere bella, di poter essere seducente, di poter piacere. Troppe prese in giro e scherzi crudeli avevano minato ogni velleità, qualsiasi malizia e ora si riflettevano inderogabilmente nei suoi rapporti con gli altri spicchi della mela.
Agognava il contatto, il possesso, sognava la dolce presa di un uomo, le carezze di una donna ma si sentiva indegna.
Si vergognava, credeva quasi di provocare disgusto, incapace di riconoscere gli sguardi ammirati, ammiccanti, le tacite domande. Era così noncurante di sé stesso che si auto-sabotava, interpretando il ruolo dell’amicona, incapace di cogliere qualsivoglia segnale di interesse, fornendo spalle su cui piangere, aiuto e ristoro senza pretendere nulla per sé stesso.
Non era una vergine vittoriana timorosa del sesso, in cerca di quell’unica anima destinata a completarla e il cui amore avrebbe sublimato la passione della carne. Tutt’altro.
Le ataviche insicurezze e l’incapacità moderna delle persone ad essere quello dovrebbero essere, conquistatrici, assedianti fortezze per scoprirne i segreti più dolci e preziosi, l’avevano scoraggiato e ormai non credeva più. In nessuno.
Solo io ascoltavo impotente e muto i suoi dubbi, i suoi timori, gli ardenti desideri. Possibile che fosse davvero così brutta, così insignificante, così trascurabile?
Potevo solo riflettere le sue paure e i suoi sogni ma era lui che vi ritrovava le sue stesse angosce.
Io ci provavo a essere obbiettivo, a farle riconoscere che la sua figura era piacente, certo non era uno stecchino, era formoso, ma la sua carne era soda e liscia, la pancia un po’ prominente ma sinuosamente morbida, da impastare, da farci l’amore, una pelle luminosa, bianchissima, una tela da scrivere.
Anche quella sera ascoltavo imperterrito le sue esternazioni mentre i vestiti si accumulavano sul letto e sulla sedia, che senso aveva farsi bella, come se poi lo fosse stata, che senso aveva cercare di offrirsi al meglio, tanto era una stupida cena di lavoro.
Quei due erano troppo belli, non l’avrebbero mai preso in considerazione, anzi forse l’avrebbero guardata sdegnati, offesi che una come lei ci avesse provato, si rendeva conto di non essere alla loro altezza?
Così come sempre, alla fine, aveva optato per l’uniforme da battaglia che indossava sempre, nessun abito teso a valorizzarla, il classico jeans informe, che infagottava e accentuava il chiletto in più, la maglia troppo larga che non permetteva di individuare la figura che vi era nascosta all’interno.
L’unico conforto trovarsi a casa sua, ospitarli nel suo territorio.
La serata procedeva bene, i consueti complimenti alla casa e vino e fiori in omaggio l’avevano rilassata e tutti e tre si erano spostati in sala, per finire le bozze per la relazione che avrebbero dovuto presentare al loro capo.
Era facile essere in compagnia di quei ragazzi, erano stupendi, la mettevano in soggezione ma al tempo stesso erano dolci e non l’avevo mai guardata con sussiego. Anzi in alcune occasioni si era sentita sopraffatta, incapace di reagire, non sapendo come rispondere, quando ad esempio Andrea, invece di sedersi di fronte le si era seduto accanto su divano. Infossato dal frequente uso, era stato obbligato ad appoggiarsi a lui le si era premuto addosso, coscia contro coscia, e lei ne percepiva il calore anche attraverso lo strato di vestiti.
Si era irrigidita, raggelato di paura, e poi aveva ringraziato che l’altro avesse fatto il superiore senza scostarsi di scatto disgustato dal contatto, l’aveva presa per gentilezza, per carineria o forse piaggeria, senza capire che si trattava di un primo approccio.
Anche Marco le si era accostato, invece di affiancarsi a lei, forte della sua altezza, le stava dietro sovrastandola, mentre lui era intenta a ordinare le tavole colorate sul basso tavolinetto.
Che vergogna, aveva provato a fare un piccolo passo avanti, e poi un altro per impedirgli di toccarla, foss'anche solo uno sfioramento, ma lui l’aveva seguita, anzi addirittura le aveva appoggiato la mano sul fianco. Era morto dalla vergogna, e se avesse sentito l’accenno di rotolino?
Era così in imbarazzo, si sentiva così inadeguata accanto a loro, annaspava per trovare il suo spazio, un luogo sicuro.
Non si era accorto che il gioco era iniziato, che i ragazzi la stavano lentamente accerchiando, la stavano seducendo, volevano che si abituasse alla loro presenza.
Era inconsapevole di come, a ogni loro sfioramento, trattenesse il respiro per poi rilasciarlo lentamente; la bocca leggermente socchiusa, mordendosi nervosamente il labbro inferiore e di come il veloce saettare della lingua a lenire il bruciore fosse, per i loro sguardi attenti, stimolante.
Con calma veniva tranquillizzata, come una puledra imbizzarrita, tocco fermo e dolcezza, un carezza casuale sui capelli, l’appoggiarsi della mano sulla spalla, un sussurro nell’orecchio, un respiro caldo e un brivido lungo la spina dorsale. Dolcemente, con calma, veniva irretita, presa all’amo.
Non riusciva a capire, aveva provato a scappare ma una mano ferma l’aveva trattenuta. Andrea l’aveva attirata sul divano, una mano posata sul suo collo, là dove la vena batteva furiosamente. Marco si era seduto al suo fianco, era in mezzo a loro, in trappola. Non poteva fare altro che sentire.
Un bacio così lieve, uno sfiorare di labbra alla base della nuca, proprio all’attaccatura dei capelli le aveva strappato un gemito, si era lasciato cadere in avanti, nell’abbraccio di Andrea, che lo teneva saldamente. Si limitava a quello, abbracciarla, mentre Marco disegnava percorsi di umidi respiri lungo il collo, verso la spalla, fin dove la pelle candida era esposta.
Si sentiva sommergere, cullare, non le veniva chiesto nulla se non sentire, abbandonarsi.
Ogni più piccolo tentativo di resistenza veniva respinto da baci e lievi carezze, fino a quando non si lasciò andare, non percepiva più il suo corpo, non come quell’informe massa che abitava. Era senza confini, solo pelle e nervi scoperti che chiedevano di essere accarezzati, omaggiati, baciati.
Perso nella magia, nella scoperta del suo nuovo corpo non si era accorto che si erano alzati ed erano arrivati fino alla camera dove il letto li aspettava.
Non gli diedero il tempo di reagire, l’assalirono con delicata fermezza, lavorando in sincrono, Marco le levava la maglia, Andrea le sfilava i pantaloni, lasciandola esposta e vibrante.
L’insicurezza colpì di nuovo, un soffuso rossore le risalì dall’incavo del petto, lungo il collo e sulle guance, velandole lo sguardo e facendole abbassare gli occhi, ma un dito gentile le fece sollevare il mento obbligandolo a guarda di fronte a se.
Ed ecco che entro in scena, ero stato spostato da una previdente sosta in bagno di uno dei due, proprio di fronte al letto e di fronte a me c’era lei, lo sguardo impaurito e luminoso, che si accendeva di speranza e gioia, e per la prima volta si riconosceva bello, nel riflesso che le offrivo, nello sguardo di apprezzamento dei suoi amanti. Amanti, lo vidi pronunciare quella parola in silenzio, assaporandola sulla lingua e farla propria.
Era uno spettacolo, un vero regalo.
Pelle candida, soffusa di rosa, così delicata che si potevano vedere le vene che dal collo arrivavano al petto e scendevano lungo le braccia tornite, proseguivano verso i capezzoli sontuosi.
Marco le era dietro, ancora vestito, iniziò a leccare e baciare la pelle esposta, seguendo le vene, mordicchiando, scendendo, solleticandola con la barba, fino a prendere un capezzolo in bocca e succhiandolo.
Andrea invece si era inginocchiato, aveva accarezzato quella pancia morbida, soda, lievemente bombata, ci faceva l’amore, facendole capire che amava poter sprofondare nella morbidezza, avere della carne a cui aggrapparsi sostenersi.
E lei, lui non faceva che guardarsi, rimirarsi. Ero diventato il terzo di questo triangolo, rispecchiando, esaltando lo sbocciare della passione, il risveglio della consapevolezza, il dolce abbandono dei sensi.
Non avevano ancora parlato, avevano paura di spezzare l’incantesimo, di farlo piombare nella realtà, di spaventarla.
Volevano vezzeggiarla, blandirlo, esaltarla perché riuscivano a vedere la bellezza là dove lui non la vedeva, vedevano al di là di un corpo sicuramente non da passerella, ma riconoscevano la sua essenza più intima, il suo diritto al piacere.
Una venere botticelliana che si svelava solo per loro, le labbra tumide aperte, il respiro affannato, lo sguardo velato di piacere e presto di orgoglio.
Sì perché Andrea non si era limitato ad accarezzarla, le aveva mordicchiato la pancia, gli odiati rotolini, mugolando il suo piacere, aveva risucchiato l’ombelico, lambendolo, tuffandocisi dentro, per poi scendere tracciando sentieri bagnati sempre più verso la congiunzione delle cosce sode e frementi.
Le aveva appoggiato il viso nel pube, inspirando profondamente, inebriandosi del suo odore. Leccando sul tessuto setoso, rendendola vogliosa, smanioso.
Poi con decisione le aveva abbassato le mutandine, liberandola da ogni restrizione.
Si era tuffato nel mare di riccioli biondo rossastri, sfregandovi la guancia sopra, poi con gentilezza aveva banchettato.
Si era avventato mangiandola e bevendolo tutta, dall’alto verso il basso, succhiando, strappandole gemiti, godendo dei rumori, dei sospiri che lei non riusciva a trattenere.
Si era scostato un attimo, obbligandolo a guardarlo mentre lì, inginocchiato fra le sue gambe si leccava le labbra bagnate della sua linfa, facendole capire quanto gli piacesse, come la assaporasse, come il bouquet dolce e salato lo inebriasse, come il suo sapore fosse buono e lo facesse godere.
Ed eccola quella scintilla che le si accendeva nello sguardo, quella prima consapevolezza di sé, del suo potere, era lei che veniva adorata, vezzeggiata, il suo corpo era amato e i suoi amanti traevano piacere nel donare piacere.
Si sentiva immenso, estasiata, nell’essere così coccolato, non le veniva chiesto di prodigarsi, le veniva chiesto di sentire, di aprirsi al piacere, di godersela perché il suo piacere era il loro piacere.
Si sentiva colmare, ogni nervo solleticato mentre Andrea gozzovigliava e Marco l’accarezzava, solleticandolo lungo i fianchi, per risalire e scendere lungo la spina dorsale, in lenti ghirigori che le donavano la pelle d’oca fino a sollecitare la pelle smaniosa del sedere.
Quel sedere rotondo, alto fatto perché un uomo potesse aggrapparvisi, affondarci dentro per non riemergerne mai più. Impastò quel culo eburneo, talmente delicato da riportare già i segni delle dita, fiori rossastri che sbocciavano ovunque. Pasteggiò con quel mappamondo sinuoso, leccandolo, scostandole le natiche, donandogli così tanto piacere, ubriacandola di delizia così che non potesse ritrarsi, scendere dalla giostra e provare vergogna.

Piacere. Tutto doveva essere piacere. Assordante, avvolgente, delirante piacere.

Le sostò le natiche con una lunga lappata, partì dall’incavo dei reni, lungo la spaccatura fino a incunearsi in quel buco speziato e trascurato. Lo bagnò, lo mordicchiò, lo aspirò, lisciò la pelle grinzosa, la rese soffice, umida, fremente, cedevole strappandole grida mute.
All’improvviso il suo riflesso ondeggiante si congelò, lo vidi contrarsi tutta, tremare e finalmente urlare il suo godimento, liberare quella passione che nascondeva così accanitamente.
Potei finalmente rispecchiare la sua natura più vera, una venere, un satiro, una naiade dissoluta abbandonata nel piacere, il collo teso, la testa gettata all’indietro, gli occhi sbarrati.
I capelli scioli, aggrappato ai due uomini che la sostenevano, monarca fra i suoi vassalli adoranti.

Quello fu il primo di tanti orgasmi quella sera, della scoperta del suo corpo, del piacere condiviso, ricevuto e donato.

Perché la passione è un regalo.



N.B.: la scelta di usare sia il maschile che il femminile nel descrivere il protagonista è voluta.
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