Gay & Bisex
Meglio a lui che a me - Epilogo
Noxen
08.06.2026 |
1.083 |
8
"Iniziai a baciargli il corpo lentamente, assaporando ogni goccia della sua pelle con una lentezza estenuante..."
In tanti me lo hanno chiesto. Com'è andata a finire.Non racconterò anni in poche righe. Mi fermo solo sull'ultima volta.
Mi invitò a pranzo a casa sua.
Restai titubante prima di rispondere.
Qualcosa di intimo combatteva dentro di me che non saprei rappresentare con precisione — da una parte il desiderio gioioso di rivederlo, dall'altra la paura di scoprire mondi troppo diversi in un contesto che stava diventando pericolosamente importante sul piano sentimentale.
Marco mi piaceva. Era davvero un bell'uomo — fine, colto, di gran classe, saggio, amorevole.
E intuivo che quello che provava per me andava ben oltre l'attrazione fisica. Questo mi poneva di fronte a responsabilità di cui non ero ancora certo di volermi caricare.
Decisi di accettare.
Ma di dargli una connotazione di incontro di sesso.
Solo quello.
Lo raggiunsi in città.
Parcheggiai un po' fuori mano — abitava in un posto dove non si poteva entrare con l'auto.
Venne a raggiungermi al parcheggio.
Volevo essere freddo, distaccato, concentrato solo su quello che avevo deciso di fare.
Mi ritrovai invece a prendergli la mano mentre camminavamo.
La ritrasse subito.
Mi chiese di non farlo.
Rimasi male.
Lui me lo spiegò con calma — che moriva anche lui dalla voglia di tenermi la mano, ma che anche in una grande città non esisteva ancora quella libertà.
Che potremmo ritrovarci in situazioni sgradevoli. Anche considerando la nostra discreta imponenza fisica.
Mi scusai per l'ingenuità. Era stato solo un istinto che non avevo controllato.
La sua casa era in una bellissima zona storica, ben tenuta, silenziosa.
Parlava di lui prima ancora che aprisse la porta. Una dimora storica conservata con una cura quasi maniacale — restauri precisi, arredamento contemporaneo che si intonava con l'antico in un connubio difficile da raggiungere.
I colori tra le stanze erano armoniosi. Ogni dettaglio era scelto.
Avrei sperato che almeno in quello mi avesse deluso.
Invece no.
Mi complimentai con garbo e cercai di mantenere fede al mio proposito. Chiesi del bagno. Mi portò degli asciugamani in tono con l'arredamento.
Gli chiesi se potevo fare una doccia.
Lo sentivo armeggiare al forno mentre mi asciugavo. Il profumo dell'arrosto mi raggiunse nel bagno ancora caldo di vapore.
Poi mi raggiunse lui.
Ci baciammo con la pelle ancora bagnata. I pensieri vacillarono.
Gli chiesi di andare in camera da letto. Questa volta fu lui a prendermi per mano e guidarmi — disse che potevo distendermi sul letto ancora bagnato, che aspettassi un momento mentre faceva anche lui la doccia.
Restai ad aspettarlo.
E scioccamente mi ritrovai a immaginare un risveglio insieme.
Era davvero difficile.
Tornò con un asciugamano in vita che cadde quasi subito. Rivelò quello che avevo sentito la prima volta nel laboratorio del negozio — un membro davvero notevole.
Si avvicinò. Fui io questa volta a sedermi sul bordo del letto e a prendermi cura di lui in piedi davanti a me.
Lo abbracciai.
Iniziai a baciargli il corpo lentamente, assaporando ogni goccia della sua pelle con una lentezza estenuante.
I baci scesero lungo il corpo evitando di proposito il cazzo che gridava vendetta.
Gli baciai i fianchi, l'inguine.
Mi soffermai sulla base del membro con le labbra morbide, sentendolo pulsare nelle contrazioni.
Salii sull'asta con i baci per poi scendere vertiginosamente verso i testicoli e oltre, dove mi soffermai più a lungo in una tortura di piacere.
Quando sentii il suo piacere crescere interruppi di scatto e feci sparire il glande in bocca — fermo, immobile, a sentirlo pulsare e gonfiarsi sotto i movimenti impercettibili della lingua piatta sul frenulo. Il glande era gonfio di sangue e di piacere.
Interruppi anche quello di scatto e risalii a baciargli il petto, i capezzoli durissimi.
Salii ancora, il collo, lo presi per i capelli sulla nuca e ci lanciammo in un bacio appassionato cadendo sul letto freschi di doccia.
Questa volta fu lui a scendere. Baci lungo tutto il corpo, le gambe, succhiò le dita dei piedi, risalì lentamente fino allo scroto e oltre — la lingua sul buco del culo con una pazienza che mi fece sentire sciogliere e aprire a lui.
Lo volevo dentro di me.
Ma si interruppe.
Venne sopra di me a baciarmi disteso.
Fra le nostre gambe i due cazzi strusciavano in una danza ritmica che ci aveva portati a un'erezione ancora più grande.
Si girò.
Mi volle sopra di lui.
Non seppi quantificare il tempo.
Mi ritrovai fra le sue gambe e dentro di lui quando, in un momento di picco di piacere, mi guardò negli occhi e disse:
«Ti amo.»
Mi fermai.
Ci guardammo.
Sudati, ancora con i residui della doccia sulla pelle.
Avrei voluto urlargli che lo amavo anch'io. Lo ricacciai in gola.
Ci abbracciammo in silenzio.
Restai dentro di lui, fermi, a fare i conti con noi stessi.
Poi tornammo a fare l'amore in un modo struggente che non aveva più niente del proposito freddo con cui ero arrivato.
L'orgasmo ci colse di sorpresa — lui sulla sua pancia, io dentro di lui.
Restammo abbracciati su un fianco in silenzio per un tempo lungo.
Fu lui a parlare per primo.
Mi disse di non lasciarmi sopraffare dai sensi di colpa.
Gli risposi di no.
Tornammo sotto la doccia a lavarci insieme, a baciarci, a scoprire che l'erezione tornava spontanea.
Decidemmo che l'arrosto si sarebbe freddato.
Ci rivestimmo e tornammo in cucina a pranzare.
Mi parlò di sua madre. Del rapporto meraviglioso che aveva con lei e con suo padre.
Disse che voleva che li conoscessi.
Fu lì che la conversazione andò dove doveva andare.
Parlammo della mia bisessualità.
Di quanto lo avrebbe fatto soffrire.
Lui disse che di tanto in tanto mi avrebbe concesso di andare con le donne, che avrebbe voluto essere presente.
Fu quella frase a decidere tutto.
In quella disponibilità generosa lessi la sofferenza che cercava di nascondere.
Non me la sentii di fargli vivere quella vita.
Non per lui, che meritava qualcuno che lo scegliesse senza riserve.
Non per me, che non sarei riuscito a essere quella persona.
Finimmo il pranzo.
L'arrosto era ancora buono.
Ci salutammo con la consapevolezza silenziosa di chi sa che è l'ultima volta senza doverlo dire ad alta voce.
Mentre camminavo verso il parcheggio da solo, pensai che l'orologio era rimasto al polso.
E che stava ancora meglio a lui.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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