incesto
La cosa più divina
25.02.2026 |
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"Poi accelerai, spingendo più forte, più profondo, il ritmo che diventava frenetico, animalesco, scopandola come se volessi romperla..."
Era una sera d’estate, calda e appiccicosa, di quelle che ti fanno sudare solo a respirare, con l’aria densa di umidità che si appiccica alla pelle come una seconda pelle, impregnata di un odore di sesso represso che aleggiava nella mia mente da anni. Avevo bevuto qualche bicchiere di troppo – birra fresca che scivolava giù facile, mescolata a un paio di shot di whiskey per coraggio liquido – quel tanto che basta per sciogliere la lingua e far venire fuori i segreti più sporchi, quelli che uno si tiene dentro da anni, seppelliti sotto strati di tabù familiari e ipocrisia. Mia cugina, Sara, era sempre stata il mio debole proibito, un’ossessione malata che mi tormentava da quando eravamo adolescenti, quando la spiavo di nascosto mentre si cambiava, immaginando di strapparle i vestiti e farla mia come una troia da montare. Bella, piccolina, con quel corpo minuto e compatto che sembrava fatto apposta per essere usata e abusata tra le mani di un uomo più grande, dominatore. I suoi capelli castani le cascavano sulle spalle in onde morbide, gli occhi verdi che scintillavano di malizia perversa, e quel seno rifatto? Una scultura perfetta da pornostar, sodo e invitante, che spuntava da sotto le magliette attillate e mi faceva impazzire ogni volta che la vedevo alle riunioni di famiglia, dove dovevo fingere indifferenza mentre il mio cazzo si induriva sotto il tavolo, fantasticando di sbatterla sul tavolo da pranzo davanti a tutti.Quella sera, solo nel mio appartamento con le finestre aperte per far entrare un refolo d’aria calda e viziata, non ce l’ho fatta più a reprimere quella lussuria incestuosa. Ho preso il telefono, le dita tremanti sull schermo per l’eccitazione, e ho digitato un messaggio impulsivo, carico di anni di desiderio represso e fantasie perverse: “Sara, non ce la faccio a tenermelo dentro. Ti voglio da morire. Da sempre.” Invio. Cuore in gola, birra in mano, il sudore che mi colava lungo la schiena misto a pre-eiaculato che già bagnava i boxer. Passano minuti che sembrano ore, il telefono silenzioso come una tomba, e poi il suo risposta illumina lo schermo: “Vieni a prendermi. Ora. E portami dove possiamo essere sporchi senza occhi.” Nessuna esitazione, solo quelle parole che mi fecero balzare in piedi, il cazzo già duro come una mazza.
Il mio appartamento era a pochi isolati dal suo, ma guidai come un pazzo, l’adrenalina che pompava forte nelle vene, le mani strette sul volante mentre immaginavo di legarla e usarla come un oggetto sessuale. La trovai fuori casa, appoggiata al muro sotto la luce fioca di un lampione, con un vestitino corto nero che le arrivava a malapena a metà coscia, lasciando intravedere le gambe snelle e toniche, pronte a essere aperte e violate. I capelli sciolti, un rossetto rosso sangue sulle labbra piene da succhiacazzi, e un sorriso malizioso che diceva tutto: sapeva esattamente cosa volevo, e lo voleva anche lei, la troia incestuosa. Salì in macchina senza dire una parola, solo uno sguardo che mi bruciava la pelle, carico di promessa lurida. Chiuse la portiera, si allacciò la cintura, e mormorò: “Andiamo in un posto tranquillo, dove posso essere la tua puttana di famiglia,” la voce bassa e sensuale che mi fece indurire all’istante, mentre la sua mano già sfiorava il mio pacco gonfio. Io capii al volo. Il boschetto in periferia, quello isolato dove da ragazzi andavamo a fumare di nascosto, lontano da occhi indiscreti, circondato da alberi antichi e sentieri dimenticati, perfetto per scopate proibite e perverse.
Durante il tragitto, l’aria in macchina si fece elettrica e appestata di desiderio. Le sue gambe accavallate, il vestitino che saliva un po’ di più, scoprendo che non portava mutandine, e io che lottavo per tenere gli occhi sulla strada mentre la mia mano le saliva tra le cosce, sentendola già bagnata come una fontana. “Da quanto tempo lo pensi?” mi chiese piano, la mano che sfiorava la mia coscia in un tocco leggero ma deliberato, stringendo il mio cazzo attraverso i pantaloni. “Da sempre, troia. Da quando ti vedevo in bikini e fantasticavo di violentarti il culo,” risposi, la voce rauca, spingendo due dita dentro di lei senza preavviso, facendola gemere come una cagna in calore.
Parcheggiammo l’auto tra gli alberi fitti del boschetto, il motore che si spegneva con un sospiro, lasciando solo il fruscio delle foglie mosse da una brezza notturna e il nostro respiro accelerato, che sembrava echeggiare nel silenzio come un invito al peccato. L’odore di terra umida e resina riempiva l’aria, mescolato al suo profumo dolce e muschiato di figa eccitata. Sara mi baciò di nuovo, le sue labbra morbide e insistenti sulle mie, la lingua che danzava con una fame che mi fece girare la testa, esplorando la mia bocca come se volesse divorarmi, mordendomi il labbro fino a far uscire sangue. “Come hai fatto a sapere che sono così puttana?” mi sussurrò ancora, con quel sorriso da diavola che mi eccitava da morire, il fiato caldo contro il mio collo mentre mi mordicchiava la pelle, lasciando segni rossi.
Non mi diede tempo di rispondere. Le sue mani piccole e abili scesero veloci alla mia cintura, slacciandola con un gesto fluido, esperta come se l’avesse fatto mille volte con estranei in parcheggi bui. Mi abbassò i pantaloni e i boxer in un attimo, liberando il mio cazzo già duro come pietra, pulsante per lei, venoso e grosso. Lo guardò per un secondo, gli occhi che brillavano di desiderio sotto la luce della luna che filtrava dal parabrezza, poi si chinò in avanti e lo prese in bocca. Tutto. Fino in gola. Sentii la sua gola stringersi attorno a me, calda e bagnata, mentre lei ingoiava ogni centimetro senza esitare, senza un conato, le labbra tese attorno alla base come una prostituta da strada. Era una maestra, una troia vera, proprio come mi aveva detto, una cugina degenerata che succhiava cazzi come se fosse nata per quello. Le sue labbra si muovevano su e giù, succhiando con forza, la lingua che roteava sulla cappella sensibile, facendomi gemere forte nel silenzio del bosco, i suoni amplificati dal buio, mentre saliva saliva mista a pre-cum le colava dal mento.
Mi sussurrò all’orecchio, con la voce rotta dal desiderio, interrompendo per un attimo il suo lavoro: “Dimmi quando stai per venire, voglio assaggiare la tua sborra incestuosa.” Quelle parole mi fecero impazzire, accelerando il mio piacere, ma tenni duro, non volevo finire troppo presto in quella bocca da vacca.
“Cazzo, Sara…” ansimai, afferrandole i capelli setosi per guidarla, spingendo i fianchi in avanti con movimenti lenti e profondi, scopandole la gola come una figa. Lei mugolò di piacere, vibrando attorno a me, e accelerò il ritmo, prendendolo sempre più profondo, le lacrime che le rigavano gli occhi per lo sforzo ma senza fermarsi, il mascara che colava leggermente come una pornostar sfinita. Capii in quel momento quanto fosse vera la sua confessione: non era solo una fantasia, era una puttana nata, esperta e insaziabile, il tipo di ragazza che si fa scopare da chiunque per un brivido, una cugina perversa che probabilmente aveva già assaggiato cazzi di famiglia. Le sue mani mi accarezzavano le palle, stringendole piano con dita delicate, mentre la sua bocca mi portava al limite. Ma non venni, non ancora – volevo far durare quel momento, assaporare ogni secondo di lei, il calore umido della sua gola, il suono bagnato dei suoi movimenti, il suo conato represso quando la spingevo troppo fondo.
Mentre lei mi succhiava con avidità, le mie mani non stavano ferme. Le infilai sotto il vestitino, alzandolo fino alla vita, e scoprii che non portava mutandine – era già pronta, fradicia di desiderio, la figa liscia e gonfia che colava umori caldi sulle mie dita come una fontana di piscio. Iniziai a masturbarla, le dita che scivolavano dentro e fuori dal suo calore stretto, sfregando il clitoride turgido con il pollice in cerchi lenti e insistenti, facendola squirtare leggermente sul sedile. Lei gemette attorno al mio cazzo, il corpo che tremava e si inarcava verso di me, le cosce che si aprivano di più per darmi accesso, implorando di più. Non persi l’occasione: con l’altra mano, le accarezzai il culo sodo e rotondo, insinuando un dito bagnato dei suoi stessi umori nel suo buco stretto e caldo, masturbandola anche lì, spingendo piano ma con fermezza, poi aggiungendo un secondo dito per aprirla come una troia anale. Era un delirio, lei che si contorceva, spingendosi contro le mie dita con mugolii soffocati, sempre più bagnata e aperta, il suo aroma muschiato di figa e culo che riempiva l’abitacolo. “Sì, proprio lì… non fermarti, cugino bastardo, fammi male,” ansimò, staccandosi per un secondo dal mio cazzo per riprendere fiato, prima di riprenderlo in bocca con rinnovata voracità, mordicchiando la pelle sensibile.
Alla fine, non resistetti più a lungo. La tirai su dolcemente ma con urgenza, le sue labbra gonfie e lucide di saliva, rosse per lo sforzo, e la feci sdraiare sul sedile reclinato dell’auto, le gambe aperte per me, invitanti, le ginocchia piegate contro il cruscotto come una prostituta da auto. Le sfilai il vestitino con un gesto rapido, strappandolo quasi per l’impazienza, lasciandola nuda sotto la luce fioca della luna che filtrava tra gli alberi, illuminando la sua pelle pallida e perfetta, marchiata dai miei morsi. Il suo corpo piccolino era una visione da depravato: pelle liscia come seta, curve perfette nei punti giusti, e quel seno rifatto che si ergeva fiero, i capezzoli duri e rosa per l’eccitazione, che imploravano di essere torturati. Le accarezzai i seni, stringendoli con forza mentre lei inarcava la schiena, poi scesi con la bocca, succhiando un capezzolo mentre con la mano continuavo a stuzzicarle la figa, pizzicando e tirando fino a farla urlare di dolore misto a piacere.
“Ti voglio dentro,” ansimò, afferrandomi il cazzo ancora duro e bagnato della sua saliva, guidandolo verso di sé con mano tremante, la figa che pulsava visibile. Entrai in lei piano all’inizio, sentendo il suo calore avvolgermi stretto, bagnato e accogliente, le pareti che si contraevano attorno a me come per tenermi lì per sempre, ma presto diventai brutale, spingendo come un animale. Era una troia perfetta, proprio come aveva confessato, stringendosi attorno a me con un mugolio di piacere profondo, le unghie che affondavano nelle mie spalle, lasciando sangue.
Poi accelerai, spingendo più forte, più profondo, il ritmo che diventava frenetico, animalesco, scopandola come se volessi romperla. Le sue unghie mi graffiavano la schiena, lasciando segni rossi che bruciavano piacevolmente, mentre lei urlava il mio nome: “Sì, cugino, scopami… fammi tua! Più forte, ti prego, usami come una bambola da stupro!” Il sedile cigolava sotto i nostri movimenti, scricchiolando a ogni affondo violento, il bosco echeggiava dei nostri gemiti e del suono bagnato dei nostri corpi che si scontravano, schiaffi di pelle contro pelle. La sentivo pulsare attorno a me, sempre più stretta, il suo orgasmo che arrivava in onde violente, facendola tremare e urlare, il corpo che si contraeva in spasmi di piacere, squirtando sul mio cazzo. Quando fui al limite, il piacere che montava come una marea irresistibile, lei mi guardò con occhi famelici, annebbiati dal desiderio: “Vieni in bocca, voglio assaggiare tutto, la tua sborra di famiglia.” Uscii da lei con un gemito, il cazzo lucido dei suoi umori, e lei si inginocchiò di nuovo sul sedile stretto, prendendolo in bocca proprio mentre esplodevo. Ingoiò ogni goccia della mia sborra calda e densa, leccandosi le labbra con un ghigno soddisfatto, la lingua che ripuliva ogni residuo, poi mi baciò, spingendo la lingua in bocca per farmi assaggiare il mio seme misto al suo sapore.
Restammo lì, sudati e ansimanti, i corpi intrecciati nel piccolo spazio dell’auto, il cuore che batteva all’unisono, l’odore di sesso che impregnava tutto. “Non fermarti mai,” mi sussurrò dopo, baciandomi il collo con labbra morbide, le mani che accarezzavano la mia schiena. “Voglio di più, cugino. Portami a casa e scopami il culo tutta la notte.” E io sapevo che quella notte era solo l’inizio di qualcosa di proibito e irresistibile, un segreto che avremmo condiviso tra le ombre del bosco e oltre, sfidando ogni regola familiare, immergendoci in una spirale di perversione incestuosa che ci avrebbe consumati.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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