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La clinica


di Antdick
21.06.2026    |    165    |    1 6.0
"Ogni spinta faceva cozzare il birillo contro lo strap-on, una collisione di plastica e carne che mandava Monica in orbita..."

La luce al neon della clinica era fredda, quasi chirurgica, ma a Monica, con i suoi cinquantotto anni e la sua chioma biondo corto che sapeva ancora di shampoo alla camomilla, non importava. Era un ciclo di visite di routine, quelle che a una certa età ti prescrivono per tenere tutto sotto controllo. Cuore, pressione, ossa. Niente di più.

La caposala, una donna efficiente dai capelli grigi raccolti in una crocchia, la accompagnò lungo il corridoio. L'odore di disinfettante e di carta stagnola era familiare, quasi rassicurante.

«La dottoressa Marini la aspetta, signora. È la nostra specialista in benessere olistico per pazienti over 55. Vedrà, è molto... particolare.»

Monica annuì, distratta. Quando la porta si aprì, rimase di sale.

La dottoressa era in piedi dietro la scrivania, e il primo impatto fu un pugno nello stomaco. Doveva avere più di sessant'anni, ma il suo corpo era una scultura: tonica, asciutta, muscolosa. I capelli lunghi, di un castano scuro e lucido, le cadevano sulle spalle. Il camice bianco era corto, cortissimo, e lasciava intravedere due gambe lunghe e perfette, calzate in scarpe con un tacco dodici che sembravano grissini. Monica notò, con un tuffo al cuore, il bordo di pizzo nero delle autoreggenti che spuntava da sotto l'orlo del camice.

«Buongiorno, signora. Si accomodi.»

La voce era calda, ma con un fondo di autorità che fece fremere Monica. Si sedette, e subito un odore forte, pungente, di alcol, le riempì le narici. Era ovunque, nell'aria, come un velo invisibile. La stanza iniziò a girare.

«Si sente bene?» chiese la dottoressa, avvicinandosi.

Monica aprì la bocca per rispondere, ma le parole le morirono in gola. Il mondo si offuscò, i colori sbiadirono, e il buio la inghiottì.

Quando riaprì gli occhi, il soffitto era diverso. Più basso, le piastrelle bianche segnate da macchie di umidità. La luce era più calda, quasi ambrata. Cercò di muovere un braccio, e sentì una resistenza. Guardò in su. I suoi polsi erano legati con del nastro adesivo largo, fissati a un anello metallico sopra la sua testa. Abbassò lo sguardo. Era nuda. Le caviglie erano divaricate da un bastone di legno, lucido e spesso, che le teneva le gambe aperte, in una posizione di offerta totale.

Il panico la assalì per un secondo, poi si sciolse in una strana eccitazione.

La dottoressa era seduta su una poltrona di fronte a lei, a gambe accavallate. Il camice era aperto, rivelando un reggiseno a balconcino di pizzo nero che sollevava due seni rifatti, tondi e perfetti come pere. Sotto, le autoreggenti nere e un reggicalze che stringeva la vita snella.

«Ah, ti sei svegliata,» disse la dottoressa, con un sorriso che non aveva nulla di rassicurante.

Monica tentò di parlare, di protestare, ma la dottoressa fu più rapida. Con un gesto fluido, si infilò una mano sotto la gonna, si sfilò le mutande. Erano di pizzo nero, minuscole, già umide. Le avvicinò al viso di Monica, che sentì l'odore forte, salato, femminile. Poi, con decisione, gliele infilò in bocca.

Era un sapore intenso, complesso. Il sudore, il sesso, un'acidità leggera che le inumidì la lingua. Monica tentò di sputarle, ma la dottoressa le chiuse la bocca con un foulard di seta rossa, annodandolo stretto dietro la nuca. Il silenzio cadde, rotto solo dal respiro affannoso di Monica.

«Così va meglio,» sussurrò la dottoressa, accarezzandole una guancia. «Ora possiamo dedicarci al tuo benessere.»

Da un cassetto della scrivania tirò fuori una pompa per capezzoli, un cilindro di plastica trasparente. Lo posizionò sul capezzolo sinistro di Monica, già turgido per l'adrenalina. Iniziò a pompare. Il vuoto risucchiò la pelle, il capezzolo si allungò, diventò violaceo, dolente. Un gemito soffocato uscì dal foulard. La dottoressa ripeté l'operazione sull'altro seno, poi su ogni grande labbro, e infine, con una lentezza sadica, sulla clitoride.

Monica sentiva il sangue pulsare in ogni punto, il dolore e il piacere che si mescolavano in un cocktail esplosivo. La sua fica era già bagnata, unta, pronta.

«Vedo che ti piace,» commentò la dottoressa, infilandosi un guanto di lattice. «Ma abbiamo appena iniziato.»

Le sue dita, lubrificate, entrarono in Monica senza preavviso. Una, due, tre. Poi quattro. Il pugno si chiuse lentamente, spingendo, allargando. Monica sentì le pareti della sua vagina cedere, stirarsi, accogliere quella massa di carne e lattice. Era un riempimento totale, violento, meraviglioso.

«Senti come sei larga,» sussurrò la dottoressa, muovendo il pugno dentro di lei. «Sei una vera puttana, Monica. Una troia di cinquantotto anni che ha bisogno di essere riempita.»

Monica annuì, gli occhi lucidi, le lacrime che mescolavano il trucco. Il pugno dentro di lei era un mondo, un universo di sensazioni.

Poi, la dottoressa ritirò la mano. Da sotto il letto tirò fuori un birillo. Non era un giocattolo. Era un birillo da bowling, di plastica dura, lucido, con la punta arrotondata. Doveva essere lungo almeno trenta centimetri.

«Ora vediamo quanto sei brava,» disse, avvicinandolo alla fica di Monica.

La punta premette contro l'apertura. Monica trattenne il respiro. Era troppo grosso, impossibile. Ma la dottoressa spinse, con una calma implacabile. La carne cedette, si allargò, un dolore acuto e bianco le squarciò il ventre. Un urlo soffocato, un rantolo. Poi, con uno schiocco umido, il birillo entrò. Era dentro di lei, massiccio, immobile, riempiendola come non era mai stata riempita.

«Brava,» sussurrò la dottoressa, iniziando a muoverlo avanti e indietro. Ogni spinta era un terremoto, un'onda di piacere che faceva vibrare ogni cellula del corpo di Monica.

Ma non era finita. La dottoressa si alzò, si sfilò il reggiseno, rivelando i seni tondi e sodi. Poi, da un altro cassetto, tirò fuori uno strap-on. Era nero, lucido, di dimensioni impressionanti. Se lo infilò, reggendolo con un'imbracatura di cuoio.

«Girati,» ordinò.

Monica obbedì, girandosi a fatica, il birillo ancora conficcato nella fica. La dottoressa la prese per i fianchi, la sollevò, la mise a carponi. Poi, senza preavviso, lo strap-on premette contro il suo ano.

«No...» mugolò Monica, ma il foulard attutì il suono.

La punta entrò, secca, resistente. Un dolore lacerante, poi un cedimento. Il cazzo di silicone affondò nel suo culo, mentre il birillo era ancora dentro la sua fica. Era troppo, era un riempimento totale, una doppia penetrazione che la faceva sentire piena, usata, viva.

La dottoressa cominciò a muoversi, un ritmo duro, implacabile. Ogni spinta faceva cozzare il birillo contro lo strap-on, una collisione di plastica e carne che mandava Monica in orbita. Gli orgasmi arrivarono a ondate, uno dopo l'altro, senza tregua. Il suo corpo si contorceva, gli occhi rovesciati, la bava che colava dal foulard.

«Sì, vieni, puttana, vieni,» ringhiava la dottoressa, aumentando il ritmo. «Sei la mia troia personale, la mia paziente preferita.»

Monica sentì la pressione montare, un'onda anomala che cresceva nel suo ventre. Squirta. Un getto potente, caldo, che inzuppò le lenzuola, mentre il culo veniva ancora penetrato e la fica teneva stretto il birillo. Urlò, ma il suono era un rantolo soffocato.

Poi, il buio.

Si risvegliò nel suo lettino della camera d'ospedale. La luce del mattino filtrava dalle tende. Tutto il corpo le doleva, un dolore sordo e piacevole che le ricordava ogni centimetro di quello che era successo.

«È stato un sogno,» mormorò, portandosi una mano al petto. Ma quando si toccò i capezzoli, erano sensibili, dolenti. La fica le pulsava, il culo era indolenzito.

La porta si aprì. La caposala entrò, con un sorriso enigmatico.

«Buongiorno, signora. Come si sente?»

«Bene... credo,» rispose Monica, confusa.

«La dottoressa Marini è rimasta molto contenta di lei,» disse la caposala, sistemando le lenzuola. «Le ha fissato una nuova visita per domani. Stessa ora, stesso posto.»

Monica annuì, il cuore che le batteva forte. La caposala uscì, lasciandola sola.

Monica si sdraiò, chiuse gli occhi, e sorrise. Un sorriso complice, segreto.

Domani. Non vedeva l'ora.
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