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L'ananas capovolto


di Distratta
04.06.2026    |    742    |    6 9.8
"«Nessuna…», ansimò, rotolando accanto a me, «nessuna me l'ha mai leccata e fatto venire in questo modo..."
Lessi in internet che c'era una moda del momento che stava spopolando a Milano. Un modo per conoscere persone libertine, mentre si faceva la spesa. Il segnale era semplice, inequivocabile: un ananas capovolto nel carrello del supermercato. Un simbolo di disponibilità, di apertura verso incontri imprevedibili.
Incuriosita, decisi di provare. Era una giornata calda e afosa, l'estate era arrivata all'improvviso, portando con sé un'aria densa e languida. Non vedevo l'ora di mettere vestiti leggeri. Scelsi una minigonna in jeans strappata sui fianchi, così corta che ogni mio movimento era un'offerta e una maglietta bianca sottile, di cotone quasi trasparente. Ovviamente, senza intimo.
La lista della spesa era breve. In stampatello, in cima, c'era scritto: ANANAS.
L'ipermercato era un grande spazio freddo e luminoso, un contrasto benvenuto rispetto al caldo esterno. Appena varcata la soglia, l'aria condizionata mi avvolse, e i miei capezzoli si indurirono immediatamente, premendo contro il tessuto sottile della maglietta, creando due protuberanze evidenti, due tappi di desiderio che modellavano la stoffa.
Andai dritta al reparto ortofrutta, tra le montagne di colori e profumi. Scelsi un ananas maturo, pesante tra le mani, dalla buccia dorata e aspra. Con un gesto deliberato, lo posai nel carrello. E lo misi a testa in giù. Capovolto. Il ciuffo verde appuntito premeva contro il fondo metallico del carrello. Era un messaggio in codice, lasciato lì per chi sapesse leggerlo.
Continuai con la spesa, che era volutamente scarna. Un cartone di latte, una confezione di yogurt, una baguette. Ogni articolo era posizionato con attenzione, non per necessità, ma per tenere in verticale l'ananas, per farlo rimanere in quella posizione assurda e invitante. Il mio carrello semivuoto parlava più della lista della spesa stessa.
Mentre ero nel reparto frigo, china a scegliere uno yogurt greco, sentii una presenza accanto a me.
Era una signora. Forse sulla cinquantina, forse di più, ma con un'aria curata ed elegante. Portava un vestito lungo e morbido, color crema, che le arrivava alle ginocchia. Il tessuto cadeva con grazia sul suo corpo. Ma era il décolleté a catturare l'attenzione: profondo, a V, che lasciava intravedere un seno prosperoso e bellissimo. Anche lei, come me, era senza reggiseno. Le sue curve erano piene, mature, invitanti.
Mi spostai leggermente, per farle spazio. «Grazie», disse lei, con una voce calda e melodiosa. Ruppe il ghiaccio, guardando i frigoriferi. «In questa corsia fa un freddo…»
Istintivamente, i miei occhi scesero sul suo petto, poi tornarono ai suoi. «Eh, sì», risposi, un sorriso che si formava sulle mie labbra. «Vedo che ha freddo. Ho freddo anch'io.»
In quel momento, lei seguì il mio sguardo. Si guardò le sue tette, poi le mie. I nostri capezzoli erano entrambi turgidi, duri, che segnavano la stoffa. Alzò lo sguardo fino a incrociare i miei occhi. Il suo sorriso si fece più deciso, più intimo.
«Che bel seno che hai», disse, senza vergogna. «Posso toccarlo? D'altra parte, se hai messo l'ananas a testa in giù, con il resto della spesa per far sì che stia dritto… vuol dire che tanto santa non sei.»
Quella frase mi rese nuda più di qualsiasi gesto fisico. Aveva decodificato il mio messaggio. Aveva capito le mie intenzioni, la mia disponibilità, il mio desiderio di avventura tra gli scaffali del supermercato. Un brivido di eccitazione e di imbarazzo mi percorse, ma l'eccitazione vinse.
Con un'aria che sperava fosse un misto di vergogna e sfida, risposi: «Certo, toccale pure. Se lo fai, poi dovrai venire a casa mia. Perché voglio vederti nuda.»
Non ci fu esitazione nei suoi occhi. Solo un lampo di desiderio soddisfatto. Sorrise, un sorriso che prometteva molto. «D'accordo.»
La spesa divenne una formalità. Andammo insieme alla cassa più veloce, pagammo separatamente ma con complicità. Non ci furono molte parole. Gli sguardi erano sufficienti.
In macchina, l'aria era carica di aspettativa. Lei, che si chiamava Elena, mi osservava mentre guidavo, i suoi occhi scendevano lungo il mio corpo, si fissavano sulla minigonna che si era alzata ancora di più sul mio sedile.
Appena entrate in casa, lei rimase immobile nell'ingresso, come stesse assorbendo l'atmosfera, l'intimità del luogo. Sapevo cosa voleva. Ma volevo farla soffrire un po', prolungare l'attesa. Andai in cucina, con calma, a prendere un bicchiere d'acqua. Sentivo il suo sguardo bruciarmi la schiena, fissarsi sul mio sedere che si muoveva sotto il jeans strappato.
Quando tornai, non ebbe più pazienza. Senza chiedere nulla, si avvicinò. Le sue mani erano calde quando mi afferrarono per i fianchi. Con movimenti sicuri, mi sfilò la maglietta sopra la testa, poi aprì il bottone della minigonna e la fece scivolare lungo le mie gambe.
Rimasi lì, completamente nuda di fronte a lei. Non c'era nessun intimo da togliere.
«Ah…», esclamò, con un tono di sorpresa e di approvazione. «Sei proprio porca, allora. Sei senza mutande.»
Subito dopo, senza preavviso, fece scivolare un dito lungo la mia fessura. Le sue dita erano lunghe, delicate. Constatò ciò che già sapeva: ero già umida, bagnata per lei.
Cominciò a masturbarmi, leggermente, con una delicatezza che nascondeva una passione viscerale. Toccava tutti i punti giusti: il clitoride con movimenti circolari precisi, l'ingresso della vagina con una pressione invitante, le labbra con carezze che mi facevano tremare. Era come se conoscesse il mio corpo meglio di me.
Quella stimolazione, unita all'audacia della situazione, mi diede alla testa. «Ti prego», implorai, la voce roca. «Spogliati. Voglio vederti nuda. Voglio le tue tette in bocca e sentire il gusto della tua vagina!»
Anche lei non aspettava altro. Con gesti lenti e sensuali, si sfilò il vestito. Sotto, indossava solo un perizoma nero di pizzo, così minimale che non lasciava nulla all'immaginazione. Il suo corpo era magnifico: curve piene e morbide, pelle vellutata, un seno abbondante che pendeva con una grazia naturale.
«È sufficiente?», chiese, con malizia.
La rimbeccai, con un tono che voleva essere un ordine. «Ti ho detto di spogliarti tutta. Togliti quel perizoma. Sarà già bagnato. E sappilo: quel perizoma rimarrà qui. Tu te ne uscirai senza, quando avremo finito.»
Un brivido di sottomissione e di eccitazione le attraversò il corpo. Anche lei, come me, era sul filo di un'orgasmo che poteva esplodere al minimo tocco. Ma nessuna di noi due voleva finire il gioco così presto.
La presi per mano. La guidai in camera mia.
La feci distendere a pancia in su sul letto. Il suo corpo si offriva a me, una mappa di desiderio. Mi chinai sulla sua vagina, che era già glabra, curata. Emanava un profumo delicato, floreale ma muschiato, un profumo di donna matura e consapevole.
Baciai lentamente le sue grandi labbra, sentendo la pelle morbida sotto le mie labbra. Le aprii con le dita e soffiai leggermente sul clitoride, già gonfio e visibile. Un tremore le percorse il corpo.
Vedendo che la sua eccitazione aumentava, passai dai baci alla lingua. Leccai prima con delicatezza, dando colpi di lingua qua e là, assaggiando il suo sapore. Poi, quando non se l'aspettava, irrigidii la lingua e la infilai tutta dentro il suo foro, profondamente.
Lei ebbe una scossa, un mugugno di piacere puro le uscì dalla bocca. «Dio…»
Avevo raggiunto il mio obiettivo. Cominciai a muovere la lingua ritmicamente dentro e fuori, mentre con il pollice le massaggiavo il clitoride con pressione costante. Avevo in bocca tutto il suo sapore: dolce, complesso, buonissimo. Avrei potuto continuare all'infinito.
Ma mi girai. Mi misi sopra di lei, in posizione di 69.
Immediatamente, sentii la sua lingua sulla mia vulva. Era esperta, precisa. Leccava il mio clitoride con movimenti veloci e insistiti, mentre due delle sue dita trovarono l'ingresso della mia vagina e, con precisione chirurgica, cercarono e stimolarono quel punto rugoso interno, il punto G, la zona che non solo mi avrebbe portato a un orgasmo violento, ma che mi avrebbe fatto squirtare.
«Se continui così… squirto!», gemetti, incapace di trattenere l'avvertimento.
La sua risposta mi fece impazzire. La sua voce, ovattata dalla mia carne, risuonò: «È quello che voglio. Squirtami in bocca. Voglio berla tutta. Poi tu farai lo stesso con me.»
Al solo pensiero – questa signora elegante, conosciuta poche ore prima in un supermercato, ora nuda sul mio letto, che mi leccava con tale abbandono e che voleva bere i miei fluidi più intimi – fu la scintilla finale.
Non dissi più nulla. La lasciai continuare. Concentrai ogni sensazione su quella lingua e quelle dita magiche, finché non sentii l'onda salire, inarrestabile. Un'onda di calore, di pressione, di puro abbandono.
Spinsi. Con tutta la forza, con tutto il mio essere.
Un getto potente, caldo e trasparente uscì da me, direttamente nella sua bocca aperta e accogliente. Sentii lei che gemeva, un suono di piacere profondo, e la sentii bere, succhiare, accogliere tutto.
Fu un orgasmo intenso, lungo, che mi lasciò stravolta e tremante sul suo corpo. Ma sapevo che mi attendeva un compito ancora più afrodisiaco. Dovevo ricambiare.
Quando lei ebbe finito di leccarmi, ci scambiammo di posto. Ora io ero distesa, e lei si mise sopra di me, le sue labbra della vagina a contatto con la mia bocca.
Cominciai a leccarla come se fosse una seconda bocca. La mia lingua esplorava ogni piega, ogni centimetro di quella carne dolce e sensibile. Poi inserii due dita dentro di lei, trovai il suo punto G e cominciai a fare movimenti ritmici e regolari, il "come se" che conoscevo bene.
Lei cominciò a muovere il bacino, avanti e indietro, seguendo il ritmo delle mie dita e della mia lingua. I suoi gemiti diventarono più alti, più disperati.
Capii che il suo nettare era mio. Stava per darmelo.
All'improvviso, sentii un cambiamento nella sua tensione muscolare. Poi, un flusso caldo, dolcissimo, mi riempì la bocca. Era il suo squirting, il suo orgasmo liquido. Lo bevvi tutto, senza sprecare una goccia, leccando e succhiando finché il suo corpo non si rilassò, esausto, sopra il mio.
«Nessuna…», ansimò, rotolando accanto a me, «nessuna me l'ha mai leccata e fatto venire in questo modo. Sei speciale.»
Ci girammo l'una verso l'altra, e ci abbracciammo. Senza fretta, ci coccolammo, ci baciammo, mescolando i sapori dei nostri corpi, dei nostri orgasmi, sulle lenzuola ormai bagnate.
Dopo un tempo indefinito, ci rivestimmo. Prima che se ne andasse, sul limitare della porta, la presi per un ultimo bacio.
«Anch'io ti devo fare una confessione», dissi, guardandola negli occhi. «Sei una gran figa. E la tua vagina è la più buona che abbia mai leccato. Sai dove abito. Vieni quando vuoi. Non mi stancherò mai di leccartela.»
Lei sorrise, un sorriso che illuminò il suo viso maturo e bellissimo. Ci baciammo ancora, un bacio che sapeva di futuro e di promesse.
Poi se ne andò, lasciandomi il suo perizoma nero di pizzo sul comodino, come promesso. Io mi buttai a letto, esausta ma ancora vibrante, il suo gusto dolce e muschiato ancora sulla mia lingua, nel mio ricordo.
L'ananas capovolto aveva funzionato. Aveva portato un'avventura inaspettata, intensa e dolcissima direttamente dal reparto ortofrutta al mio letto.
E io sapevo che non sarebbe stata l'ultima volta.
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