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Quell'estate persi la retta via - 4 -


di twin78
05.08.2023    |    6.429    |    3 9.9
"Presi un cetriolo, uno dei più grandi e lo misi tra di noi, le nostre labbra lo avvolsero e le protuberanze sulla buccia ci fecero gemere..."
Ero persa.
Ero sempre combattuta, ma era difficile resistere. Ero ubriaca senza aver bevuto, e come un’ubriaca lasciavo il piacere mi travolgesse.
Sapevo che era sbagliato, lei era una ragazzina, io una donna sposata, lei era la figlia di una coppia che conoscevo da anni. Lei, coi suoi, era stata al mio matrimonio e allora era solo una bambina. Erano pensieri sbagliati e farli in quel momento era del tutto fuori luogo, le mie dita affondavano nella sua vagina fradicia e la troietta uggiolava di piacere. Ne chiedeva sempre di più, orgasmo dopo orgasmo.
Da ragazzina avevo scopato per ore e ore, con il ragazzo di turno, ma ora erano anni che non avevo più tutta quell’attività fisica tra le lenzuola.
Il matrimonio spegne il desiderio. La vita insieme è un sogno utopico di felicità: condividere ogni attimo di ogni giorno con la persona amata, annulla la bramosia.
Ricordo che attendevo con impazienza quell’uscita, mi preparavo con cura, decidevo ogni particolare, proprio in vista del momento in cui mi sarei fatta scopare. Le mutandine di semplice cotone del mercato quando ipotizzavo di farmele strappare o il perizoma per chiavare completamente vestita.
Da sposata quelle cose non le avevo mai pensate. Il sesso non era più un obiettivo ma un momento di svago, se capitava, se c’era la voglia, se non si era troppo stanchi.
Ero partita per quella vacanza e non avevo nemmeno salutato l’uccello di mio marito. E, A pensarci, non ricordavo l’ultima volta che ne avevo goduto.
Erano giorni che godevo con Chiara, più lo facevamo più ne sentivamo il bisogno. Ma avevo stabilito che tutto doveva essere rilegato tra le pareti di casa.
Fuori eravamo distaccate e sobrie: lei tornava ad essere l’adolescente e io la donna sposata, in vacanza con una ragazzina a rimorchio e abbastanza annoiata.
Ma man mano le cose iniziarono a cambiare.
La cucina era in veranda, e tra quella e la strada c’era un piccolo giardino.
Chiara cominciò con piccoli gesti a toccarmi magari mentre cucinavo o lavavo i piatti.
Ogni volta la riprendevo dicendole che potevamo essere viste, anche se non era realmente possibile. I vetri scorrevoli erano aperti ma le zanzariere e le tende erano sempre a coprire la vista. La mia preoccupazione era che qualcuno sentisse qualcosa e intuisse la depravazione che si stava compiendo.
Dapprima solo palpatine magari accompagnate da sussurri vogliosi, ma di volta in volta diventava sempre più audace.
Ero in costume o con un top e pantaloncini, le sue mani mi strizzavano le tette, mi prendeva da dietro, poi le insinuava sotto il tessuto e mi sgrillettava i capezzoli che si inturgidivano in un attimo, con il suo tocco.
Che fosse così audace e vogliosa mi mandava in tilt, era una lotta. In casa la perdevo in un amen ma li fuori poteva essere pericoloso.
Il piacere esce dalle mie labbra in gemiti rumorosi, inequivocabili.
Un giorno accese la radio, alzò il volume e si mise a ballare per la veranda. Le davo le spalle, ma la sentivo muoversi dietro di me e vedevo la sua ombra. D’un tratto mi fu addosso, mi strizzò le tette, poi scivolò sul davanti, spostò il costume e si attaccò con la bocca al mio capezzolo. Succhiò forte e non riuscii a trattenermi. La sua lingua sfregò prepotente sulla sommità sensibile strappandomi il respiro.
«Chiara non qui!» implorai con le sue dita che affondavano nel mio sesso.
Mi leccò le labbra e disse «la musica»
La puttanella aveva progettato tutto?
Spense il gas sotto la pentola e si inginocchiò, spostò il costume e incollò la sua bocca sulla mia fica. Mi aggrappai al marmo, aprendo le gambe, per farle spazio. Mi dannai per essere incapace di resistere alla mia depravazione e alle sue voglie.
Oh sì, lei aveva sempre voglia, era lei la più pericolosa tra di noi, almeno a fatti. Io ero più restia a seguire quello che la mia lussuria mi chiedeva. Lasciavo fosse sempre lei a cercarmi, convincendomi fosse sbagliato da parte mia esigere un contatto di quel tipo tra noi.
Lei era una ragazzina, mi era stata affidata, dovevo tenerla d’occhio non abusarne.
Vedevo ogni nostro rapporto come un abuso, come fossi io in errore, come fossi io il mostro, anche quando era lei che mi sfondava la fica con uno dei miei giocattoli per poi leccarne i succhi. O si sedeva sul mio viso esigendo di godere con la mia lingua.
Mi sentivo un mostro perché non le dicevo mai di no, perché non accennavo mai a tornare sulla retta via. E non lo feci nemmeno quel giorno: finimmo sul pavimento della veranda a leccarci e a scoparci con le dita, prima lei, poi io, poi insieme, godendo con gemiti rumorosi, coperti dalla musica della radio.
Sapere di essere a pochi metri dalla strada mi fece perdere la testa. Dentro casa c’erano i letti, il divano, ma la depravazione mi fece restare lì sul pavimento.
«Voglio essere scopata» disse verso la fine, mentre le nostre fiche sfrigolavano l’una contro l’altra.
Sapevo sarebbe stato meglio che scopasse con un ragazzo, che fosse un cazzo di carne a sverginarle la fica ma ero così eccitata, in quel momento che non seppi resistere.
«Vuoi che ti rompo la fica?»
«Sì, lo voglio!»
Sarei dovuta andare in camera e prendere uno dei falli, il più piccolo magari, ma la mia mente malata mi disse che se fossi andata fin là, il buon senso avrebbe avuto il tempo di fare capolino e farmi cambiare idea.
Me la strinsi contro, spinsi il bacino in alto e sfregai con irruenza il mio sesso contro il suo.
«Mi mandi fuori di testa! Sei solo una ragazzina ma se avessi il cazzo ti sfonderei ogni buco!»
Guaì il suo piacere e mi inondò con il suo orgasmo.
«Sfondami la fica! Mettimi dentro qualcosa, voglio che sia tu a farlo! Scopami! Scopami! Scopami!!!» l’ultima parola la urlò talmente forte che temetti l’avesse sentita qualcuno.
Quel timore avrebbe dovuto riscuotermi invece mi annebbiò ancora di più.
Il frigorifero era uno di quelli con il congelatore in alto, i cassetti della frutta e verdura erano in basso. Aprii l’anta e tirai fuori il cassetto. Carote, cetrioli, zucchine.
«Scegli il tuo cazzo!»
Lei sembrò incerta per un attimo, incollai la mia bocca su uno dei suoi capezzoli, poi le baciai il collo, le nostre fiche sempre in contatto, le grandi labbra che si scambiavano un bacio appiccicoso coi nostri umori.
Avevo spento la mente, in quel momento avrei scopato chiunque in qualunque modo. I miei neuroni erano assuefatti dalla libido e dalla perversione. Stretta a me, con le mani sulle sue chiappe sode, la sentivo ansimare. Affamata di quel respiro corto, di quello squittio che le usciva dalle labbra, spinsi le dita tra il solco delle sue natiche, le toccai il buchino sudato e dissi «davanti o dietro,voglio sfondarti qualcosa»
Ero io o non ero più io? O forse era il mio vero Io? Ma non ci pensai in quel momento, non volevo pensarci, volevo solo affondare nella sua carne, farle male e poi farla godere.
Era lì che fissava il cassetto ricolmo di ortaggi, forse lei voleva uno dei falli, ma io ero consapevole che andare in camera avrebbe rotto il momento.
Presi un cetriolo, uno dei più grandi e lo misi tra di noi, le nostre labbra lo avvolsero e le protuberanze sulla buccia ci fecero gemere.
Presi a muoverlo lentamente su e giù e su sé stesso, regalandoci un piacere strano.
«Ti piace vero?»
Di risposta mosse il bacino spingendo il cetriolo dolorosamente contro di me. Ma anche contro di lei.
«Scegli il tuo cazzo, altrimenti ti sfondo con questo» Allungò la mano e prese uno dei cetrioli più piccoli, di dimensioni più normali, largo tra i tre e i quattro centimetri e lungo una quindicina ad esagerare.
«Succhialo come fai con il cazzo del tuo ragazzo» lo mise in bocca e iniziò a fare un pompino al cetriolo. Era eccitante vedere uscire quel coso dalle sue labbra, non resistetti a lungo e presi in bocca l’altra estremità. Era come se stessimo spompinando un cazzo a due teste, peccato non esista un uomo con tale fornitura, nella realtà.
Stringendolo tra i denti, senza morderlo, glielo spinsi in bocca, cogliendola di sorpresa, ma solo per un attimo, poi mi lasciò fare. La sua remissività mi spinse a pensare che fosse abituata, lo stronzo del fidanzato le scopava la bocca?
Lo tolsi che era fradicio e molto più caldo di prima.
«Lo vuoi nella fica? Vuoi che ti scopo?»
Poggiò le mani a terra, dietro di sé e sollevò il bacino, interrompendo il nostro contatto.
Vidi le labbra leggermente divaricate, il clitoride gonfio e increspato, il suo ingresso palpitante, lucido, grondante di umori, di un rosa acceso.
Mi resi conto di voler essere una spettatrice in prima fila, così avvicinai una sedia, una di quelle di plastica coi braccioli. Le diedi indicazioni e lei le eseguì e in un attimo avevo la sua fica davanti alla faccia, aperta, dato che era con le gambe spalancate sui braccioli.
La leccai e presi a scoparla con la lingua: il suo sapore era una droga per il mio cervello perverso. Ero persa e agivo d’istinto. Non avevo mai scopato nessuna ragazza, non avevo mai vissuto un’esperienza come quella ma la mia smania di possederla sapeva cosa farmi fare.
Tenevo il cetriolo in mano, le davo piacere con le dita sul clitoride e la mia lingua le scavava dentro. Godeva, la puttanella, forse pensando a quello che l’aspettava o forse le piaceva che una donna più grande stesse in ginocchio davanti alla sua fica esposta, di cui era succube. Era chiaro che fosse la sua vagina la mia regina. Lei, la sua giovane età e la depravazione.
Sentii montare il suo orgasmo, gemeva la mia ninfetta e quando lo raggiunse, dopo i suoi gridolini liberatori, posizionai il cetriolo al suo ingresso e spinsi. Non entrò come un coltello caldo nel burro, non le scivolò dentro senza alcuna fatica. E credo non fu nemmeno piacevole, ma il suo grido, quegli “ahia” che stridulò e la sua espressione di dolore, né il fatto che cercò di arretrare sulla sedia, nulla mi fermò dallo spingerlo dentro tutto, premendolo con il palmo della mano contro le grandi labbra.
«Mi fa male… toglilo!»
«Soffri per me, sopporta un pochino» così dicendo mi chinai su di lei, le presi in bocca il clitoride e cominciai a lavorarlo con le labbra e la lingua. Mantenevo il cetriolo dentro di lei anche se sentivo la sua resistenza, i suoi tentativi di spingerlo fuori.
Non mi sfiorò nemmeno il pensiero che stessi abusando di lei. Stavolta per davvero, stavo abusando fisicamente del suo corpo.
I suoi ansiti mi dissero che stavo facendo un buon lavoro con la bocca, mollai la spinta sul cetriolo e lo lasciai uscire tutto. Era ricoperto di liquido viscido, i suoi umori, nessuna goccia di sangue. Lo presi in bocca e lo succhiai, lo porsi a lei e lo leccò.
«Lo vuoi dentro?»
Annuì la puttanella, con ingordigia. Lo puntai ancora e spinsi ma non più tutto, tenevo un’estremità con le dita e lo mossi dentro e fuori. Ma mi resi conto che così era inutile, era troppo corto.
Glielo sfilai e le chiesi se volesse un altro cetriolo o uno dei miei falli.
Gettò uno sguardo nel cassetto e si morse il labbro. Vidi una luce nei suoi occhi: era davvero una ninfetta perversa, lo sapevo! Poi però si alzò e mi chiese di andare in camera.
La scopai con il fallo più piccolo che avevo, fui gentile solo al primo ingresso, poi, per il resto…
La scopai come ero solita scopare me stessa, con ferocia, spingendo con forza, con velocità , con angolazioni dolorose. Non mi disse mai di smettere, di fare più piano, non per davvero
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