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Prime Esperienze

IL PRIMO POMPINO NEL TEMPO DELLE MELE


di Thesidera
04.04.2026    |    126    |    4 9.2
"Sentivo i suoi capelli sfiorarmi il basso ventre, le sue dita stringermi, la sua bocca che imparava in fretta..."
Si chiamava Jane. Non è il suo vero nome, ma quando la racconto, mi piace chiamarla così. Suona lontana, un po' americana, e in fondo anche lei, in quel pomeriggio di fine settembre, sembrava venuta da un'altra parte. Dai campi di grano appena mietuto, dalle prime foglie secche che il vento dell'Adige spingeva fin lassù, dalla provincia di Verona che sa di fieno e di terra umida.
Erano gli anni della nostra età dell’oro. L'età in cui i corpi iniziano a dire cose che la bocca non sa ancora pronunciare. Eravamo sdraiati su una coperta che sapeva di cantina: pulita, ma impolverata, con quel leggero odore di naftalina e di chiuso che hanno le cose dimenticate per anni in un baule.

L'avevo presa io, dal ripostiglio di casa dei miei. Quando l'ho stesa sull'erba secca, una nuvola di polvere sottile si è sollevata, e lei ha starnutito ridendo.

Le prime sigarette: Camel blu. Le avevo comprate di nascosto al tabacchino del paese, con i soldi della paghetta. Il pacchetto rigido, quel cammello disegnato che sembrava guardarci con sufficienza. Fumavamo come due adulti in caricatura, tossendo e ridendo, e ogni boccata era una piccola trasgressione che ci faceva sentire immensi. Il fumo aveva un sapore tostato, amaro, che non ho mai più ritrovato in nessuna sigaretta.

Le sue mani erano pulite. Me le ricordo benissimo: sottili, con le unghie corte e curate, appena appena rosate dal freddo. Quando mi passò la Camel, le sue dita sfiorarono le mie, e per un secondo nessuno dei due respirò. Poi lei sorrise, con quel sorriso timido che le increspava solo un angolo della bocca, e io seppi che quel pomeriggio sarebbe successo qualcosa.

Non c'erano state parole. O forse sì, ma le ho dimenticate. Resta il gesto: la sua mano che si posa sulla mia coscia, leggera, come una foglia che cade senza sapere dove andrà a finire. Resta il mio respiro che cambia, e il suo che cambia con me. Resta lei che si siede, si gira verso di me, e con una lentezza che oggi, a ripensarci, mi fa sobillare ancora il cuore, infila le dita sotto la fibbia della mia cintura.

"Posso?" mi chiese. E la sua voce era così piccola che sembrava vergognarsi di esistere.
Annuii. Non so se dissi sì. Probabilmente sì. Ma il mio corpo aveva già risposto da un pezzo.
Le sue mani candide, quelle mani che fino a un minuto prima tenevano la sigaretta, ora tremavano. Lo vidi bene quando sganciò la fibbia, quel metallo che fece un rumore secco nel silenzio del campo.
Poi il bottone dei jeans: ci mise tre tentativi, perché le sue dita scivolavano via, impacciate, e ogni volta che sbagliava si mordeva il labbro. Io non osavo aiutarla. Sarebbe stato come rubarle un gesto che doveva essere solo suo.

Abbassò la zip. Il suono era lunghissimo, irreale, e mentre i denti della cerniera si aprivano, io sentivo il sangue battere dappertutto. Lei infilò le mani dentro, cauta, come chi si addentra in una stanza buia senza sapere cosa troverà.
Mi sollevò un po' i fianchi, giusto quel tanto che bastava per tirare giù jeans e mutande insieme.

L'aria del campo mi colpì la pelle. Era fresca, quasi cruda. E il mio cazzo, dritto e duro come non mi era mai capitato prima, sembrava una cosa estranea, quasi comica nella sua evidenza. Jane lo guardò. Lo guardò davvero, per qualche secondo che a me parvero ore. I suoi occhi grandi, chiari, esploravano quella parte di me che nessuno aveva mai visto così, alla luce del sole che calava.

"Oddio" mormorò. E rise. Una risata nervosa, piccola, che si spense subito. Poi si chinò.
Si chinò e io sentii i suoi capelli sfiorarmi il ventre. Erano lisci, profumavano di shampoo alla mela. La sua guancia, appena appena, toccò la mia erezione, e fu come una scossa. Lei trasalì, poi si riprese. Si tirò indietro, mi guardò. I suoi occhi chiedevano: "Va bene così?". E i miei, suppongo, risposero di sì.

Aprì la bocca. Piccola, le labbra sottili, ancora umide di quando si era leccata per nervosismo. Si avvicinò lentamente, come chi si avvicina a un fuoco per scaldarsi senza bruciarsi. La sentivo respirare, il suo fiato caldo che mi colpiva la pelle, e io pensavo: "Sta per succedere. Sta per succedere davvero".

E successe…

La sua bocca mi accolse. Solo la punta, all'inizio. Un bacio timido, esitante, come se stesse assaggiando qualcosa di cui non conosce il sapore. Si tirò indietro subito, fece una smorfia, poi sorrise. Un sorriso complicato, che mescolava imbarazzo, curiosità e una punta di orgoglio.

"Fa strano" disse. Poi si chinò di nuovo.
Questa volta fu più decisa. La sua bocca si allargò giusto il necessario per prendermi un po' di più. Sentivo i suoi denti, appena accennati, e quella sensazione umida e calda che mi saliva su per la schiena come un brivido. Lei non sapeva cosa fare. Lo si vedeva. Muoveva la testa in modo incerto, su e giù per pochi centimetri, come se temesse di andare troppo in fondo. Ogni tanto si fermava, mi guardava, cercava una conferma che io non sapevo darmi da solo.

Le misi una mano sui capelli. Non la spinsi, la accarezzai. E lei, come se quello fosse il permesso che aspettava, si fece più coraggiosa. La sua bocca scese ancora, e io la sentii inghiottire, tentare di prendere più di quanto riuscisse. Ci fu un istante in cui quasi soffocò, un piccolo colpo di tosse, e si tirò indietro con gli occhi lucidi.

"Scusa" mormorò.
"Non scusarti" risposi. E la mia voce era così roca che quasi non mi riconobbi.
Lei si asciugò la bocca con il dorso della mano, inspirò, e tornò giù. Questa volta con più determinazione. Aveva capito che non doveva avere paura. La sua testa si muoveva più sicura, su e giù, e le sue mani pulite, intanto, mi tenevano fermo alla base, come per dire: "Adesso guido io". La saliva cominciava a colare, e quello che un attimo prima era imbarazzo diventava umidità calda, suono, ritmo.

Sentivo i suoi capelli sfiorarmi il basso ventre, le sue dita stringermi, la sua bocca che imparava in fretta. Non era perfetto. Era incerto, a tratti goffo, ma era reale. Era lei, Jane, con la sua voglia di farmi stare bene, con il suo desiderio di darmi piacere anche se non sapeva ancora come si facesse.

Quando stavo per venire, glielo dissi. "Jane, io..." e la mia mano sui suoi capelli si fece più pesante. Lei non si fermò. Alzò gli occhi verso di me, per la prima volta da quando aveva iniziato. I suoi occhi erano grandi, lucidi, e in loro c'era una domanda silenziosa. Poi li chiuse, e andò più a fondo.

Venni nella sua bocca con un gemito che mi uscì dalle viscere, e lei, invece di ritrarsi, rimase lì. La sentii inghiottire. Una volta, due volte. Poi si tirò indietro piano, mi guardò, e inghiottì ancora, con la bocca semiaperta e un'espressione che non saprò mai descrivere. Sorpresa, forse. O soddisfazione.
Si asciugò la bocca con il dorso della mano, poi se la passò sulle labbra come chi si mette il rossetto. Tossì un colpo, sorrise.
"L'ho fatto bene?" chiese.

E io, con il cuore che mi scoppiava in petto e il sapore di Camel blu ancora sulla lingua, annuii. Perché era vero. Lo aveva fatto bene. Non tecnicamente, non perfettamente, ma aveva messo tutto se stessa in quel gesto timido e coraggioso, e quella, per un ragazzo di quindici anni in un campo della provincia di Verona, era la perfezione.

Accese un'altra Camel blu. Me la passò. Le sue mani pulite, che avevano tremato, ora erano ferme. Restammo lì, nella luce che calava, lei con la testa sulla mia spalla, io con la mano tra i suoi capelli, mentre il vento portava via il fumo e il profumo di quello che era appena successo.
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