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Lui & Lei

Sapore di pesca


di Thesidera
06.04.2026    |    60    |    0 8.0
"La feci venire col mento stretto tra le sue cosce, mentre lei si mordeva il polso per non urlare, e tutto il suo corpo diventò un solo arco, e poi una sola onda, e poi silenzio..."
Lei era bionda, ma non di quelle angeliche. Una bionda che mordeva il labbro mentre guardavi la sua nuca, quella striscia di luce tra i capelli e il collo.

Lei aveva l’incanto di un angelo perduto, l’eros che incontra lo spirito e in quell’unione la bellezza emerge, la purezza viene corrotta e l’estasi trova la sua vitalità.

La prima volta che la baciai là sotto, sotto la lingua avevo il sapore del sale e del cedro: era stata al mare quella mattina, e non si era lavata via del tutto.

Adoravo darle piacere, vederla godere esaltava l sua beltà. La ragazza diventava donna e le sue mani vibravano in sintonia con la natura.

Il suo nome era M***, ma io la chiamavo Pesca – per come le si accendeva la pelle sotto le dita, e per quel mistero che c'è tra il nocciolo e la polpa.

La sera che mi chiese di scendere, lo fece con la voce bassa, mentre teneva una mano sulla mia mano. Non disse "Voglio". Disse: "Vuoi sentire il mio essere?"

Non la descriverò come fanno i libri che si comprano negli scaffali nascosti delle librerie. Dirò solo che quando finalmente la mia bocca trovò il suo centro – e non era giù, non del tutto giù, ma più su, dove l'umido si fa seta – sentii che non aveva solo il sapore di pesca, ma era una pesca. Calda, dolce appena, e con quel fondo amarognolo che fa pensare ai frutti troppo maturi, quelli che non puoi più tagliare col coltello perché si rompono da soli.

La tenevo aperta con i polpastrelli, come si legge un libro senza luce. E lì, nel buio della stanza che odorava di lenzuola e di lei, trovai la piccola gemma – sì, la chiamerò gemma, come nei poemi che nessuno scrive più. Dura sotto la lingua, poi molle. Poi di nuovo dura, ma più grande. E lei cominciò a muovere il bacino come se stesse imparando a nuotare, e io imparavo a respirare sott'acqua.

Ogni volta che passavo la punta della lingua intorno – non sopra, intorno – lei diceva "così" con un filo di voce che sembrava un graffio. E quando finalmente premevo la lingua, lì, proprio lì, la gemma non era più una gemma: era un cuore piccolo e caldo che batteva contro il mio palato.

La feci venire col mento stretto tra le sue cosce, mentre lei si mordeva il polso per non urlare, e tutto il suo corpo diventò un solo arco, e poi una sola onda, e poi silenzio.

Dopo, lei rise, mi baciò. Disse: "Sai di pesca anche tu."

Le sue guance rosse da bambina creavano una sintonia con la sua gemma rosata, con un leggero pelo sopra il monte di Venere che la rendeva beata.

E io pensai che la lingua sia il vero strumento per dare un assaggio al mondo. Assaporarlo. Amarlo.
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