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Prime Esperienze

Il gioco delle promesse


di MarcoRinald
20.07.2026    |    726    |    0 6.0
"Le mie mani hanno viaggiato lungo la sua schiena, sentendo le curve del suo corpo attraverso il tessuto del vestito..."
Era una di quelle serate in cui l'aria di Roma sa di promessa, di segreti sussurrati tra i vicoli. Il ricevimento era in una terrazza che si affacciava sul Tevere, un brusio di voci eleganti e tintinnio di bicchieri. Io ero lì per lavoro, ma la mia mente era altrove, finché non l'ho vista.

Lei era appoggiata alla balaustra, un alone di luce calda che disegnava la sua sagoma. Non era la più appariscente, ma c'era qualcosa nel suo modo di tenere il calice di vino, nella leggera inclinazione del capo mentre ascoltava un uomo che parlava, che la rendeva magneticamente presente. I suoi occhi erano scuri, profondi come pozze notturne, e quando per un istante i nostri sguardi si sono incrociati, ho sentito una scossa. Lei non ha sorriso, non ha distolto lo sguardo. Mi ha solo guardato, con una calma che era una sfida.

Ho aspettato il momento giusto. L'ho vista muoversi tra la folla con la grazia di chi conosce il proprio territorio, e l'ho seguita fino a un angolo più riparato, dove il rumore della festa era un lontano ronzio.

«Bel panorama, vero?» ho detto, avvicinandomi.

Lei si è voltata lentamente, e il suo sorriso era un enigma. «Sì, ma non è la sola cosa bella da guardare, stasera.»

La sua voce era vellutata, un filo di fumo e miele. Il gioco era iniziato. L'aria tra di noi si è fatta densa, carica di una tensione che era quasi tangibile. Non parlavamo di niente, eppure ogni parola aveva un doppio senso, ogni sguardo era una carezza. Lei mi sfidava con le sue occhiate, io rispondevo con la mia quiete. Era una danza mentale, una partita a scacchi dove la posta era il desiderio.

«Ti piace il rischio?» ho chiesto, a un certo punto, sfiorandole il polso con un dito. Il contatto è stato lieve, ma ho sentito il suo respiro accelerare appena.

«Dipende da cosa si intende per rischio,» ha risposto, senza ritrarre la mano. I suoi occhi non si staccavano dai miei. «A me piace l'incertezza. L'attesa.»

Era una dichiarazione di intenti. Ho abbassato lo sguardo sulle sue labbra, appena dischiuse, e ho pensato a quanto sarebbero state morbide. Lei ha seguito il mio sguardo, e un leggero rossore le è salito alle guance. Ma non ha abbassato lo sguardo. Ha retto la mia, con una sfida silenziosa che mi ha fatto sorridere.

«L'attesa può essere una tortura,» ho mormorato, facendo un passo più vicino. «O la più dolce delle promesse.»

Lei ha inclinato il capo, i suoi capelli neri che le cadevano su una spalla. «Dipende da chi la fa, e da come la mantiene.»

La complicità era ormai un filo elettrico tra noi. Le nostre parole erano carezze, i nostri sguardi erano baci. Poi, senza che nessuno dei due lo dicesse, ci siamo allontanati dalla festa, giù per le scale di marmo, in un silenzio rotto solo dal ticchettio dei suoi tacchi e dal mio respiro.

Siamo entrati in un piccolo salotto privato, illuminato solo da una lampada. L'atmosfera era intima, sospesa. Lei si è girata verso di me, e finalmente ha abbassato la maschera. I suoi occhi non erano più sfida, ma desiderio puro, un fuoco che ardeva sotto la superficie calma.

«Finalmente,» ha sussurrato, facendomi un passo incontro.

L'ho presa per la vita, attirandola a me. Il primo contatto dei nostri corpi è stato una rivelazione. La sua pelle era calda, il suo profumo una miscela di fiori rari e qualcosa di più profondo, di carnale. Ho sentito il suo cuore battere contro il mio petto, un tamburo che scandiva il ritmo di un'antica musica.

Le mie labbra hanno trovato le sue, e il bacio è stato esattamente come l'avevo immaginato: dolce all'inizio, esplorativo, poi sempre più profondo, sempre più affamato. La sua bocca si è aperta sotto la mia, e le nostre lingue si sono intrecciate in una danza lenta e sapiente. Le mie mani hanno viaggiato lungo la sua schiena, sentendo le curve del suo corpo attraverso il tessuto del vestito. Lei ha gemuto piano, un suono che mi ha fatto perdere la ragione.

Abbiamo iniziato a esplorarci con lentezza, con una cura quasi maniacale. Ho fatto scivolare il vestito giù dalle sue spalle, rivelando la sua pelle che luccicava nella penombra. Le sue mani sono salite sul mio petto, hanno sbottonato la mia camicia con dita tremanti ma decise, e il contatto delle sue dita sulla mia pelle nuda è stato una scossa elettrica.

Il gioco di sguardi era finito. Ora erano i corpi a parlare. Le sue mani mi hanno percorso, i suoi occhi chiusi in estasi mentre le mie labbra percorrevano il suo collo, la sua gola, scendendo più in basso. Ogni suo sospiro era una risposta alla mia domanda, ogni mio tocco era una dichiarazione. Ci siamo trovati, nel senso più pieno del termine: i nostri corpi si sono riconosciuti, hanno trovato il loro ritmo, la loro armonia. È stato un incontro di anime e di carne, un gioco che era diventato realtà, un desiderio che si faceva palpito, respiro, unione. Nella penombra del salotto romano, tra sussurri e carezze, abbiamo scritto un racconto di cui solo noi conoscevamo le parole, un segreto sussurrato al vento della notte.
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