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Tra Luci e Silenzi


di b2291991
28.04.2026    |    1.247    |    1 6.0
"Le sue dita scorrevano lente sul braccio di lui, lasciando una scia di calore che contrastava con il freddo della notte..."
La pioggia scendeva lenta, quasi timida, disegnando scie sottili sul parabrezza. I tergicristalli si muovevano con un ritmo ipnotico, come un respiro costante che riempiva il silenzio. L’auto era ferma ai margini della città, in un parcheggio poco illuminato, dove le luci lontane si riflettevano sull’asfalto bagnato.

Dentro, l’aria era diversa. Più calda, più densa.

Lei sedeva leggermente inclinata verso di lui, una gamba piegata sul sedile, lo sguardo perso tra le gocce che scivolavano sul vetro. Sembrava tranquilla, ma c’era qualcosa nei suoi occhi che tradiva un’inquietudine sottile, una tensione che non voleva sciogliersi troppo in fretta.

Lui la osservava senza fretta, come se stesse cercando di imprimere ogni dettaglio nella memoria. Il modo in cui una ciocca di capelli le cadeva sul viso. Il ritmo lento del suo respiro. Le dita che giocherellavano distrattamente con l’orlo della giacca.

«Fa freddo?» chiese lui, più per rompere il silenzio che per reale necessità.

Lei scosse la testa appena, poi sorrise. «Non proprio.»

Eppure non si spostò. Rimase lì, a pochi centimetri, abbastanza vicina da far sentire il calore dell’altro, abbastanza lontana da rendere tutto ancora sospeso.

La radio suonava piano, una musica morbida che sembrava adattarsi perfettamente a quel momento. Lui allungò una mano verso il cruscotto, abbassando ancora il volume. Il suono diventò un sussurro, quasi impercettibile.

Fu allora che le loro mani si incontrarono.

Non fu un gesto deciso, né programmato. Piuttosto un avvicinarsi lento, naturale, come se fosse inevitabile. Le dita si sfiorarono, si fermarono un istante, poi si intrecciarono con una delicatezza che diceva più di qualsiasi parola.

Lei sollevò lo sguardo. Per un attimo restarono così, immobili, a studiarsi come se fosse la prima volta. Ma non lo era. Ed era proprio questo a rendere tutto più intenso.

Fu lei a ridurre la distanza.

Si sporse appena, i capelli che scivolarono in avanti, sfiorandogli la guancia. Il suo profumo riempì lo spazio tra loro, caldo, familiare, quasi ipnotico. Lui non si mosse subito. Lasciò che fosse quel momento a guidarlo, che fosse il silenzio a decidere.

Quando finalmente si avvicinò anche lui, lo fece lentamente, come se temesse di spezzare quell’equilibrio fragile.

Fu un incontro leggero, appena accennato. Ma bastò.

Il mondo fuori scomparve.

I vetri cominciavano ad appannarsi, cancellando la città, le luci, la pioggia. Restava solo quell’abitacolo, piccolo e raccolto, trasformato in uno spazio tutto loro. Un rifugio temporaneo dove il tempo sembrava essersi piegato.

Le sue dita scorrevano lente sul braccio di lui, lasciando una scia di calore che contrastava con il freddo della notte. Lui rispondeva con la stessa calma, lo stesso rispetto per quella lentezza che rendeva ogni gesto più significativo.

Non c’era fretta. Non c’era bisogno di correre.

Ogni attimo si dilatava, diventava più pieno, più intenso.

Lei appoggiò la fronte alla sua, chiudendo gli occhi per un momento. Il loro respiro si mescolava, creando un ritmo comune, qualcosa che li teneva uniti senza bisogno di parole.

Fuori, la pioggia continuava a cadere, costante.

Dentro, invece, tutto sembrava muoversi in modo diverso. Più lento. Più profondo.

E in quell’angolo nascosto della città, tra vetri appannati e silenzi carichi di significato, si accese qualcosa che non aveva bisogno di essere definito. Qualcosa che esisteva solo lì, solo per loro, e che forse sarebbe svanito con la stessa delicatezza con cui era nato.

Ma in quel momento, non importava.

Perché era reale. Ed era abbastanza.
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