Prime Esperienze
STEPHANIE AD AMBURGO
09.06.2026 |
152 |
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"Spinsi due dita dentro per dilatare, lei che faceva un passo indietro per accogliermi..."
Ero certo che non sarebbe stato facile con gli esami, ma quando scoprii di aver vinto la borsa di studio per l'Erasmus ad Amburgo, tutto sembrò possibile. Il giorno dell'evento universitario dove avrebbero presentato gli altri ragazzi in partenza, non mi aspettavo nulla di particolare. Poi la vidi.Stephanie entrò in aula con cinque minuti di ritardo. Alta, capelli biondi ricci che le incorniciavano il viso, occhi marroni che evitavano lo sguardo di tutti. Indossava una maglietta semplice ma il suo corpo traspariva chiaramente sotto il tessuto. Gambe lunghe, definite. Un seno piccolo ma evidente. Si sedette in fondo, sola, come se volesse sparire dal mondo.
Non riuscii a smettere di guardarla per tutta la durata della lezione.
Dopo il corso mi diressi verso di lei. Mi raccontò di essere italo-francese, che alloggiava in una casa ospitante fuori città, che studiava parecchio. Fine della conversazione. Ma non era la fine per me. Non riuscivo a smettere di pensarci.
Le prime settimane ad Amburgo passarono lentamente. Stephanie era sempre sola. Non veniva agli aperitivi, ai party, alle serate. Quando le chiedevo dove fosse, mi rispondeva sempre la stessa cosa: "Devo studiare."
Poi, una sera, si presentò a un party in casa di un ragazzo benestante con una ventina di persone. Indossava un vestitino nero che le aderiva come una pelle. Nessun reggiseno. Quando l'ho vista, il mio corpo ha avuto una reazione immediata.
Io ero già mezzo ubriaco quando lei è arrivata. Passai la serata a fingere di non vederla, ma sapevo esattamente dove fosse, come si muovesse, come respirasse. A un certo punto, mentre ero seduto sul divano, apparve davanti a me con uno sguardo triste. Le lacrime erano scomparse dal suo viso bellissimo, ma c'era qualcosa di rotto dentro di lei.
Si sedette accanto a me e iniziò a parlarmi di suo ragazzo. Disse che l'aveva fatto stare male troppe volte, che non c'era più passione, che non ne poteva più. Mi confessò che era stato il suo unico ragazzo, che non sapeva nemmeno cosa significasse sentirsi desiderata davvero.
Ascoltavo ogni parola mentre la guardavo. Il modo in cui il suo petto si alzava e abbassava quando respirava. La pelle del suo collo. Le sue mani che tremavano mentre parlava.
Quelle sere ad Amburgo divennero una tortura dolce. La vedevo a lezione e il mio corpo reagiva. A volte si sedeva accanto a me e il profumo dei suoi capelli mi mandava fuori di testa. Una volta, mentre mi indicava qualcosa sul libro, il suo braccio mi sfiorò e quasi non riuscii a respirare.
Passarono le settimane e arrivò il giorno dell'ultimo esame. Entrambi lo passammo con trenta e lode. Quando me lo disse, gli occhi le brillarono di gioia per la prima volta.
Le proposi di andare a fare serata solo noi due.
Quando arrivò al bar, rimasi senza fiato. Stivali alti neri, gonna nera, una camicetta bianca con un maglioncino nero sopra. Era truccata benissimo, i capelli raccolti in modo da far risaltare il suo collo. Stava seduta al tavolo e mi guardava mentre mi avvicinavo, e capii che quella sera sarebbe stata diversa da tutte le altre.
Parlammo per tre ore. Di tutto. Della sua famiglia, dei suoi viaggi, dei suoi sogni, delle sue paure. Mi raccontò cose che non aveva mai detto a nessuno. E mentre parlava, ogni parola mi faceva desiderare ancora di più di toccarla.
Quando decidemmo di tornare a casa, il suo bus era già passato. Un taxi avrebbe costato un patrimonio. Le proposi di dormire da me.
"D'accordo," disse, e nel modo in cui mi guardò, vidi che sapeva esattamente cosa significava.
Nel dormitorio rimase sorpresa dall'ordine della mia stanza. Poi realizzammo il problema: non avevo un pigiama da prestarle. Cercai nell'armadio una maglietta bianca larga e gliela diedi. Lei prese i pantaloncini che non avevo.
"Vado a cambiarmi," disse, entrando in bagno.
Quando uscì, il mio corpo ebbe una reazione che non potei controllare.
Indossava solo la mia maglietta bianca. Niente sotto. La maglietta le arrivava quasi al ginocchio, ma sapevo che non aveva nulla addosso se non le mutande. I suoi capelli erano sciolti, cadevano sulle spalle. Lo sguardo timido era scomparso, sostituito da qualcosa di più consapevole.
"Vieni a letto," dissi, anche se sapevo che il sonno era l'ultima cosa che avrei fatto quella notte.
Ci mettemmo sotto le coperte. La stanza era buia, solo la luce della città che filtrava dalla finestra. Iniziammo a parlare, ma le parole divennero sempre più sparse, più lente. Lei mi ringraziava per essere stato vicino a lei, per averle insegnato che poteva meritare qualcosa di più di quello che aveva.
Mentre parlava, la sentivo muoversi accanto a me. La maglietta si sollevava leggermente e intravidi il profilo delle sue spalle, la curva della sua schiena. Potevo sentire il calore del suo corpo a pochi centimetri dal mio.
Non potevo più stare fermo.
Mi avvicinai a lei, che era girata di schiena. Appoggiai il mio petto contro la sua schiena e infilai la mano sotto la maglietta. Il suo respiro divenne più veloce. Le accarezzai il seno, piccolo ma incredibilmente sodo, il capezzolo duro sotto il mio palmo.
"Cosa stai facendo?" sussurrò, ma non si mosse.
"Quello che voglio fare da quando ti ho visto entrare in aula," rispose, baciandola sul collo.
Lei ansimò forte. Quella era la mia risposta.
Continuai a baciarla sul collo, sulla spalla. La mano che avevo sotto la maglietta iniziò a esplorare il suo corpo. Sentii i capezzoli che si induriscono sotto le mie dita. Dopo qualche minuto, lei si girò verso di me e mi baciò con una voglia che non avevo mai visto in lei. Un bacio disperato, come se avesse aspettato questo momento per tutta la vita.
Si tolse la maglietta lentamente, rivelando il suo corpo perfetto. Le tette piccole ma sode, il seno che si alzava e abbassava velocemente, la pancia piatta, le cosce lunghe.
"Ho aspettato questo da quando ci siamo conosciuti," sussurrò.
Si mise a cavalcioni su di me e mi appoggiò il seno sulla faccia. Iniziai a leccare i capezzoli, alternando da uno all'altro. Lei gemeva, le mani che mi accarezzavano la testa, spingendomi più forte contro di lei.
Dopo qualche minuto, si spostò indietro. Con le mani tremanti mi tirò fuori il cazzo dalle mutande. Lo guardò per un momento, poi lo prese in bocca.
Cazzo, non avevo mai provato nulla di simile.
Lei alternava affondi profondi fino in gola con leccate lente sulla cappella, il suo sguardo fisso nel mio mentre lo faceva. Potevo sentire il suo sorriso mentre mi succhiava, come se sapesse esattamente come far impazzire un uomo. Le mani mi accarezzavano i testicoli, il perineo.
"Aspetta," dissi, sapendo che se era andata avanti un secondo di più, sarei venuto lì.
L'ho sdraiata sul letto. Le tolsi lentamente le mutande, rivelando il suo clitoride gonfio, le labbra leggermente sporgenti, una piccola striscia di pelo biondo che mi fece impazzire. Era completamente bagnata.
"Voglio vederti giocare con te stesso mentre ti lecco," sussurrò, e quella frase sola quasi mi fece venire.
Iniziai a leccarla. Il suo sapore, il suo odore, il modo in cui gemeva quando toccavo il suo clitoride con la lingua. Le sue mani mi afferravano i capelli, spingendomi più forte. Sentii quando raggiunse l'orgasmo: il suo corpo si irrigidì, le gambe mi strinsero la testa, e gridò il mio nome cercando di non far rumore.
"Voglio il tuo cazzo dentro di me," sussurrò, ancora ansimante.
"Non ho protezione," dissi, anche se sapevo già la risposta.
"Prendo la pillola. Ti voglio dentro. Adesso."
Mi posizionai tra le sue gambe. Lei mi guardò negli occhi mentre prendeva il mio cazzo con la mano e lo guidava dentro di sé. Lentamente, centimetro per centimetro.
Cazzo santo.
Era caldo, umido, stretto. Quando fui completamente dentro, sospirò forte, gli occhi chiusi, la bocca aperta.
"Muoviti," disse.
Iniziai lentamente, ma lei voleva di più. "Più veloce. Scopami."
E così feci. Iniziai a muovermi forte, i colpi che diventavano sempre più veloci. Lei gemeva forte, il suo corpo che oscillava con il ritmo dei miei colpi. Le sue unghie mi graffavano la schiena. I suoi seni saltavano con ogni spinta.
"Sì, sì, così," sussurrava, "proprio così."
La passione che avevo visto negli occhi di una ragazza timida si era trasformata in una forza quasi selvaggia. Non stava più fingendo. Non c'era più timidezza. C'era solo il desiderio, puro e crudo.
Mi girai, la misi a pecorina. Da dietro potevo vederla tutta, il suo sedere perfetto che si muoveva contro di me. Continuai a colpirla forte, e lei continuava a gemere, spingendosi indietro contro di me, chiedendone di più.
"Voglio leccare il tuo culo," sussurrai.
Invece di protestare, si stese a pancia in giù, sporgendo il sedere più in alto. Inginocchiato dietro di lei, cominciai a leccarle l'ano. Lei gemette ancora più forte, una mano tra le gambe a toccarsi il clitoride.
"Sì, leccami lì," sussurra, "leccami tutto."
Dopo qualche minuto, si girò verso di me. I suoi occhi erano pieni di desiderio, di fuoco. "Mettilo dentro," disse, riferendosi al mio cazzo e al suo culo.
Spinsi due dita dentro per dilatare, lei che faceva un passo indietro per accogliermi. Quando lo infilo completamente, sospira forte.
"Non mi dire che sei timida," dissi, sorridendo mentre iniziavo a muovermi.
"Sono timida," rispose, il sorriso che illuminava il suo viso, "ma non sono scema. Mi piace tutto di te."
Iniziai a muovermi, forte e veloce. Lei gridava di piacere, i suoi gemiti che mi eccitavano sempre di più. Le mani la tenevano ferma sui fianchi mentre la colpivo con tutto quello che avevo.
Sentii il momento che mi stava per venire. Le presi i fianchi e la tirai verso di me, profondamente dentro, mentre comincio a schizzare. Uno, due, tre volte, getti lunghi e forti dentro di lei.
Quando finii, crollai sulla sua schiena, respirando affannosamente. Lei era ferma sotto di me, il corpo ancora che tremava dal piacere.
Ci lavammo insieme sotto la doccia, senza dire una parola. Solo baci, carezze, sguardi. Come se stessimo cercando di compensare tutti gli anni che avevamo perso.
Quella notte dormimmo abbracciati, il suo corpo premuto contro il mio.
E così iniziò la migliore settimana della mia vita.
Ogni notte era una variazione della precedente. La scoprivo in modi sempre nuovi. Nel suo corpo piccolo ma incredibilmente sensibile trovavo punti che la facevano gemere di piacere. Le sue inibizioni sparivano completamente. La ragazza timida che aveva paura di parlare diventava selvaggia solo quando eravamo soli.
Una notte le chiesi perché ero stato io il primo, dopo tanto tempo, a farle sentire così desiderata.
"Perché," disse, guardandomi negli occhi, "tu mi hai visto. Non il mio corpo. Me. E quando finalmente hai deciso di toccarmi, ho capito che era perché volevi me, non solo il sesso."
Poi arrivò il momento di tornare a casa. Lei decise di fare la magistrale all'estero. Non ci saremmo più visti.
L'ultima sera la passammo a letto, abbracciati, senza scopare. Solo toccandoci, baciandoci, sussurrando promesse che sapevamo non avremmo potuto mantenere.
Quando se ne andò, portò con sé un pezzo di me che non avevo mai saputo di avere.
Ma quella settimana ad Amburgo rimane la migliore della mia vita.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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