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Prime Esperienze

Da vergine a troia, come Marco mi trasforma


di AleCas81
09.06.2026    |    389    |    0 9.4
"Mi sbatte con forza crescente finché non mi batte la fronte contro il vetro freddo del finestrino..."
Una sera, mi metto sotto le coperte con il telefono stretto in mano. Tremo leggermente mentre scorro le pagine di una storia erotica. Sento una pressione crescente tra le gambe.
Decido di slacciare il pigiama e lo sfilo. Sono completamente nuda. Mi sento stranamente al sicuro nel buio della stanza.
Prendo il cuscino e lo sistema tra le gambe, premendolo forte contro la mia figa calda. Le mie anche iniziano a muoversi in piccoli cerchi. La pressione diventa sempre più intensa.
Il suono umido della mia eccitazione riempie la stanza.
Non basta più. Con un gemito soffocato, spingo una mano sotto il cuscino e faccio scivolare due dita dentro di me. Sono fradicia, grondante di desiderio. Posso avvertire il battito pulsante della mia carne mentre mi tendo verso l'orgasmo.
Le mie tette sballottano leggermente a ogni movimento. Sono vicina ormai, i fianchi scattano in avanti senza controllo mentre spingo le dita più a fondo possibile.
Mi mordo le labbra per evitare di gridare mentre l'orgasmo esplode tra le mie gambe.


Ogni sera prima di addormentarmi prendo il vizio. Quel gioco mi eccita. Non posso fare nessun rumore mentre godo.
Ma col tempo non basta più.
Una sera in cui ho la camera tutta per me, passo ore leggendo storie erotiche sul telefono. Ho bisogno di qualcosa di più tangibile tra le mani.
Scivolo fuori dalle coperte e vado verso la cucina. Apro l'armadietto e trovo una zucchina bella grande. L'idea stessa mi eccita infilare qualcosa nella mia figa che non siano le mie solite dita.
Torno a letto con il battito cardiaco accelerato. Le guance arrossate dall'eccitazione. Mi spoglio completamente, gettando la camicia da notte e le mutandine bagnate sulla sedia vicina. Salgo sul materasso e mi posiziono al centro del letto con le gambe leggermente aperte.
Prendo la zucchina in mano e inizio a giocare con essa, facendola scorrere tra le mie grandi labbra umide. È morbida ma fredda all'inizio. Sfrego piano finché non sento il calore della mia eccitazione iniziare ad avvolgerla.
Inizio a spingere lentamente, premendo con delicatezza. All'inizio è stretta. Inizio a muovere la zucchina in circoli leggeri mentre con l'altra mano mi sfioro il clitoride, facendolo gonfiare ancora di più.
Il suono della mia eccitazione riempie la stanza.
Spingo piano, piano.
Ogni piccola pressione mi strappa un gemito soffocato. Finalmente riesco a far entrare il primo pezzo. Poi un altro. Il mio respiro diventa sempre più corto e affannato.
Con una mano continuo ad accarezzarmi il clitoride, muovendo la zucchina dentro di me con forza crescente. La sento scivolare sempre più facile grazie alla mia umidità abbondante.
È una sensazione nuova.
Quasi dolorosa ma tanto piacevole allo stesso tempo.
Inizio a muovere il bacino in piccoli cerchi, cavalcando la zucchina dentro di me con colpi regolari sempre più veloci.
Sento le mie grandi labbra gonfie avvolgersi intorno all'ortaggio mentre la spingo a fondo e la tiro fuori piano.
Mi spingo con forza una volta finale.
Vengo con un potente orgasmo che mi fa tremare tutta.


Qualche settimana dopo, prendo una decisione che mi sembra enorme: iscrivermi in palestra.
Non per diventare "un'altra". Non per piacere a qualcuno. Ma per smettere di sentirmi fragile.
Il primo giorno entro con la borsa troppo stretta tra le dita. Gli occhiali mi scivolano sul naso per il caldo.
All'inizio mi sistema in un angolo: tapis roulant, cyclette, esercizi semplici. Cuffiette nelle orecchie. Sguardo basso.
È il mio modo di esserci senza farmi notare.
Ma qualcuno mi nota lo stesso.
Ha ventotto anni. Spalle larghe. Un'aria sicura. Non elegante. Piuttosto diretta.
La prima volta mi passa accanto e mi butta lì un commento come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Sei nuova, vero? Ti vedo un po' persa.»
Tolgo una cuffietta, incerta.
«Sì… cioè, ho iniziato da poco.»
Lui sorride appena.
Non un sorriso gentile. Uno pratico. Quasi sfrontato.
«Se vuoi ti faccio vedere due cose così non perdi tempo.»
Si chiama Marco.
E in pochi giorni diventa una presenza fissa: una battuta mentre sistema i pesi, un "così va meglio" detto troppo vicino, un'occhiata rapida e insistente che mi fa venire voglia di abbassare gli occhi ma anche, per una volta, di sostenerla.
Io, abituata a scomparire, mi scopro a rimanere.


Una sera, mentre usciamo quasi insieme, lui fa come se fosse casuale.
«Oh, se ti va… ci scambiamo il numero. Se hai dubbi su esercizi o roba così.»
Esito giusto un secondo.
Poi annuisco.
«Ok.»
Quella notte, guardo il nome sullo schermo più volte del necessario.
Nei giorni successivi iniziamo a scriverci. All'inizio sono messaggi normali. Poi, lentamente, il tono cambia.
Marco: La tua presenza in palestra non è indifferente. A me piace guardarti mentre ti alleni…
Resto a fissare quel "a me piace guardarti" come se mi avessero acceso una luce sotto la pelle.
Non è un complimento sofisticato.
È quasi rozzo.
Ma è diretto.
E soprattutto è rivolto a me.
Marco: Nel senso che quando ti guardo mi viene voglia di possederti.
Possederti.
Quella parola mi colpisce più del resto.
Col tempo, Marco inizia a spingere.
Non con poesia.
Ma con pressione.
Un passo avanti, poi un altro, testando fin dove può arrivare.
Mi sento sciocca e allo stesso tempo viva.
Ogni messaggio mi lascia addosso una scia calda e un piccolo nodo allo stomaco.
Una parte di me capisce che Marco non sta cercando di conoscermi davvero. Ma ci cascco lo stesso.
Perché per la prima volta qualcuno mi fa sentire desiderata senza esitazione.

Una sera, dopo l'allenamento, lui mi scrive mentre sono ancora nello spogliatoio.
Marco: Sei uscita?
Io: Quasi.
Marco: Ti accompagno io.
Io: Non serve, davvero…
Marco: Dai. È tardi. E poi mi va.
Guardo il messaggio a lungo.
Sento la gola asciutta.
Una piccola paura che somiglia troppo all'eccitazione.
Alla fine digito: Ok.
E il cuore mi parte in avanti come se avesse già deciso per me.
Finisco per salire insieme sulla sua auto sportiva rossa. Lui mi porta verso casa attraversando una zona industriale semivuota. Ci fermiamo in un grande parcheggio sotto i lampioni spenti.
Lo guardo.
Ho capito ovviamente.
Ma non dico nulla.
Sento il cuore a mille.
Un calore in mezzo alle gambe.
Il motore ronza piano tra noi mentre ci guardiamo negli occhi senza parlare.
Lui fa scivolare la mano dietro il mio collo attirandomi a sé.
Mi bacia con forza.
Mi morde le labbra finché non gemo piano.
Sorride contro la mia bocca.
Inizia a slacciarmi la camicia lentamente. Fa scorrere le dita sui miei seni ancora coperti dal reggiseno.
Mi lascio sfuggire un sospiro quando stringe il tessuto fra i pugni e me lo strappa via senza troppi complimenti.
«Sapevo che eri una puttana,» dice con voce bassa e roca.
Mi palpa una tetta nella mano calda.
La strizza forte.
Gemo.
Spingo il seno verso di lui in cerca di contatto maggiore.
«Ti piace succhiare cazzoni come questo?» continua.
Abbassa la zip dei pantaloni.
Tira fuori un membro già duro che punta dritto verso di me.
Annuisco senza esitare.
Mi chino sul suo grembo.
Lo prendo in bocca con avidità.
È grosso quasi quanto posso sopportare.
Sento il nodo della mia gola stringersi mentre lo prendo fino alla radice.
Lo succhio forte.
Faccio roteare la lingua sulla cappella finché non mi afferra i capelli con un gemito.
«Brava puttanella,» ansima.
Mi spinge la testa su e giù sul suo cazzo ancora più veloce.
Mugolo intorno al membro mentre la saliva cola sul sedile di pelle sotto di me.
Dopo alcuni minuti mi spinge via delicatamente.
Mi ordina: «Sali dietro.»
Ci spostiamo sui sedili posteriori senza parlare.
Il suo respiro pesante riempie l'abitacolo insieme all'odore pungente del sesso.
Mi fa piegare sul sedile con la testa appoggiata al finestrino freddo.
Mi solleva il vestito scoprendo il mio culo rotondo.
«Ti piace prenderlo qui?» chiede.
Passa un dito ruvido tra le mie grandi labbra già fradice.
Sputa sulla mia apertura posteriore.
Annuisco freneticamente.
Mi spingo all'indietro.
Mi offro completamente.
Senza vergogna.
Lui posiziona la punta del membro sul buchetto stretto.
Spinge piano ma con forza.
Mi strappa un urlo strozzato mentre entra tutto in una sola volta.
Le sue grandi mani mi afferrano i fianchi.
Inizia a scoparmi brutalmente contro il finestrino.
Sbattacchia la sua auto sportiva avanti e indietro sul parcheggio deserto.
Schiaffeggia forte entrambe le mie chiappe rosse.
Mi lascia impronte rosa acceso sulla pelle morbida mentre si muove dentro di me.
Gemo ad ogni spinta profonda.
Il cazzo che mi riempie completamente da dietro.
Mi stimola punti mai esplorati prima.
«Sì,» singhiozzo, «scopami così, fammi male.»
Lui ride piano contro il mio collo.
Mi afferra i capelli in una coda alta.
Tira forte mentre continuiamo a muoverci.
Mi scopa ancora per minuti interi.
Mi sbatte con forza crescente finché non mi batte la fronte contro il vetro freddo del finestrino.
Alla fine viene dentro di me con un ringhio animale.
Pompa ogni goccia calda nel mio culo stretto mentre le sue gambe tremano per lo sforzo.
Mi tiene immobile ancora un momento.
Prima di ritirarsi lentamente.
Abbassa il vestito sulle mie natiche arrossate.
«Te l'avevo detto che eri una troia,» dice sorridendo.
Mi accarezza la guancia mentre le nostre bocche si fondono in un altro bacio umido.
Gli sorrido di rimando.
Mi sento completamente appagata.
Sfinita.
Non avevo mai fatto nulla del genere prima.
Ma so che sarei tornata volentieri.
A esplorare questo lato di me.

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