Prime Esperienze
Tre figlie di mammà - Capitolo 6
05.09.2025 |
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"Poi, vedendo che io non dicevo nulla per smentirla, aggiunse: «Ti sarai fatto una bella opinione di me!… Ed è colpa tua… No, è mia..."
Tre figlie di mammà (Trois Filles de Leur Mére)Pierre Louÿs, (Gand, 10 dicembre 1870 – Parigi, 6 giugno 1925)
(Opera libera da diritti di autore, ai sensi dell’art. 25 della legge 22 aprile 1941, n. 633 “Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”.
“Art. 25 - I diritti di utilizzazione economica dell'opera durano tutta la vita dell'autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte.”)
AVVERTENZA ALLE LETTRICI
Questo piccolo libro non è un romanzo. È una storia vera nei minimi dettagli. Non ho cambiato nulla al ritratto della madre e delle sue tre figlie, alla loro età e alle vicende narrate.
Capitolo 6
Quando riprese il racconto dopo un lungo intervallo: «E ora ti dirò tutto ciò che vorrai,» mi disse «come se fossi in confessione. Se vuoi i nomi, ti dirò i nomi. Se vuoi le parole, ti dirò le parole.
E se dimentico un particolare, chiedimelo e lo saprai».
«Che titolo daremo a questa storia?».
«La storia di tutti i peli del mio culo!» disse lei ridendo.
«Non finiresti mai. Ce n’è di che riempire cento tomi».
«Sarà solo un piccolo sussidiario ad uso delle scuole elementari!» esclamò lei, ridendo di gusto.
Charlotte non era più la stessa.
Era allegra, aveva mutato espressione, e se io fossi stato il suo più intimo amico non mi avrebbe raccontato la sua vita con maggior sincerità e trasporto.
«A proposito di scuola elementare, ci sono andata sino a dieci anni. Ricette è l’unica di noi che sia stata educata in un “collegio per signorine”, con le ragazzine della buona società che alla sera dicono le preghiere prima di slinguarsi la gattina. Quanto a me, frequentavo la scuola del mio quartiere ed ero una di quelle che si comportavano meglio, puoi indovinare il perché. All’uscita, ce n’erano di quelle che andavano a palparsi nei terreni incolti, oppure a far porcherie con la figlia della lattaia che ben volentieri mostrava i suoi peli a quelle che le passavano la lingua sul culo, o a giocare con i ragazzi che si lasciavano menar l’uccello.
Io non ero affatto curiosa, lo puoi ben immaginare, di vedere un cazzo o una ragazza pelosa. E poi mamma mi aspettava. La scuola finiva alle quattro e c’erano giorni in cui già alle quattro e un quarto qualcuno m’inculava. Avevo appena il tempo di rientrare.
L’anno seguente, ho fatto una prima comunione come non se ne fanno. Un amico che mi montava tre volte la settimana si è divertito a insegnarmi e a farmi recitare un catechismo di sua invenzione. Non erano altro che oscenità, e si andava avanti per sedici pagine. Il mattino della cerimonia è venuto alle sette e ha voluto che lo succhiassi perché avessi della sborra nello stomaco… Mamma ha protestato dicendo che in quelle condizioni non valeva proprio la pena che andassi a fare la prima comunione, ma lui le ha dato cento franchi e allora… E non è stato che l’inizio. Che giornata!
Posso considerarlo come il mio vero esordio! Tutti i miei amanti volevano avermi con indosso la mia veste da comunicanda e tutti volevano incularmi! Ne sono venuti dodici, capisci?
Quel giorno abbiamo pranzato alle nove di sera.
Ero stata inculata cinque volte! cinque volte! e avevo succhiato quattro uomini! e gli altri tre avevano scaricato non so come, ma il mio bell’abito bianco era pieno di sborra come la sottana d’una battona. Ah! me la ricorderò, la mia prima comunione!».
Charlotte scosse la testa con un sorriso consolato. La sua tristezza era svanita. Parlava con trasporto e, come le fanciulle che non sanno narrare, rovinò l’effetto successivo cercando di prepararlo, ma questo esaltò il candore del suo racconto.
«Non puoi immaginare quel che sto per dirti, ma davvero ho visto di tutto nella mia vita puttana! Pensa che un anno più tardi mi sono fatta prendere in giro da cinque ragazzette perché ero vergine!».
Confesso che se mi fossi aspettato un colpo di scena nel racconto di Charlotte, non sarebbe stato certamente quello.
«Ti ho promesso» mi disse «la “Storia di tutti i peli del mio culo”. È appena all’inizio. Avevo dodici anni e facevo la puttana da quattro, quando i peli hanno incominciato a spuntarmi. Ah, non è stata una cosa lunga! Dopo appena sei mesi, ero pelosa come una donna.
Tu cominci a conoscermi un poco. Io non sono mai stata una di quelle fanciulle appassionate che ti prendono la mano dicendo: “Mi tira!…”. No, a me non tira, ma mi bagno per niente. Quando mi bagno, mi vien voglia di scrollarmi.
E quando ho voglia di masturbarmi, lo faccio».
Rise, abbandonandosi sul letto.
Il suo buon umore la trasformava.
«Dunque, fu a dodici anni che presi l’abitudine di menarmela tante volte quante pisciavo, e non è del tutto esatto, perché oggi, ad esempio, non piscio con la stessa frequenza con cui me la meno.
Mamma mi ha consigliato di menarmela sempre, ogni volta che m’avessero inculata, ovviamente, ma lei era contenta se lo facevo anche davanti a lei, e poiché lo facevo male, ha avuto la pazienza di insegnarmelo, prima con il suo dito e poi con il mio. Devo esser proprio un’allocca! Quando penso che non avrei neppure saputo menarmela da sola se mamma non m’avesse tenuto la mano nella sua!
A quel tempo andavo ancora a scuola, e abitavamo in un quartiere di Marsiglia in cui non c’erano puttane, ma neppure l’ombra di una vergine. Credo che tutte le ragazzine della scuola chiavassero: alcune con i fratelli, le altre con i padri, i cugini, i vicini. Ne conoscevo una che aveva dieci anni e che si vantava di farsene più di sei ogni sera, alla pecorina, contro una palizzata di un cantiere… Ne ho conosciuta un’altra che si chiamava Clara, magra come uno scheletrino, con le ossa delle chiappe sporgenti, e senza un pelo.
Raccontò in mia presenza, piangendo, a una donna di quarantanni, che andava a letto ogni notte con i suoi due fratelli e che se la facevano insieme, tanta era la fretta che avevano, l’uno davanti e l’altro dietro; e la donna le ha risposto: “Vorrei proprio essere al tuo posto!”. Ah! ne ho, di ricordi d’infanzia… Un giorno ero a scuola, e me ne stavo in un angolo del cortile insieme a cinque compagne, e ognuna di noi raccontava come faceva a menarsela. Quando ho detto (senza parlar di mamma) che mi ficcavo una candela nel culo mentre mi lavoravo il grilletto, hanno trovato la cosa stupefacente e mi hanno invitato in un giardinetto, a casa di una di loro, che si chiamava Régine.
Ci saremmo mostrate ogni cosa, ci saremmo masturbate luna con l’altra, ci saremmo divertite come pazze. Proprio quel giorno mamma doveva uscire. Ho seguito le mie amichette. E allora… Ah, che cosa m’è capitato!… Devo dirti che davanti avevo uṅa di quelle verginità come non ne esistono più: ci passava a stento una matita. Le altre si sono tolte le sottane: erano tutte sverginate, e le tre più giovani non avevano peli mentre le altre due soltanto un velo. Quando hanno scoperto, frugando nel mio cespuglio nero, la mia verginità, si sono messe a ridere come pazze. Una verginità con del pelo intorno, non avevano mai visto niente di simile! Credimi, si sono messe a farmi il girotondo e, poiché le ragazzine son capaci di ripetere anche duecento volte la medesima idiozia, cantilenavano senza posa: “La vergine con la barba! la vergine con la barba! la vergine con la barba! la vergine con la barba!”.
Alla sera piansi di rabbia raccontando tutto a mamma; poche cose hanno avuto più importanza di quella nella mia vita, poiché lei trovò che le mie amichette avevano due volte ragione.
In primo luogo, disse mamma, perché per la mia età avevo troppi peli. E tu non puoi immaginare quel che mamma è capace di fare per me! Mi credi se ti dico che ha avuto la pazienza di radermi per tre anni di fila? Non era cosa da poco, dato che ho peli dappertutto, sotto le braccia, sul ventre, sulla fica, sulle cosce e perfino nel solco delle natiche. A quindici anni portavo ancora il pube rasato come una sultana, e tutti lo trovavano carino, sia le lesbiche che gli uomini. Non so perché non si fa la stessa cosa a Ricette.
In secondo luogo, disse ancora mamma, le mie amichette avevano ragione perché io stessa mi vergognavo di essere ancora vergine, e per evitare che continuassero a prendermi in giro per quello, mi ha promesso di cercarmi qualcuno, ben sapendo che non mi sarei mai fatta sverginare di mia volontà.
Ma dimmi… hai già sverginato qualche ragazza?».
«Sì. E non è divertente. Sei davvero gentile a non averla più, la tua verginità, in cui si poteva a stento infilare una matita».
«Ah! Ebbene, supponiamo che ti si dica: ecco Charlotte, ha dodici anni; puoi incularla in ogni posizione; puoi goderle in bocca; lei ti leccherà il ventre, ti succhierà i coglioni, ti leccherà la rosetta del culo e farà tutto quel che vorrai. In tua presenza leccherà sua madre oppure l’inculerà con un godemiché eccetera, eccetera, e il tutto ti costerà cento luigi. Che cosa diresti?».
«Direi che non amo gli scherzi di pessimo gusto».
«Allora non sarai affatto stupito sapendo che l’ho aspettato un pezzo, il mio defloratore, e che Ricette sta ancora aspettando il suo.
Del resto mamma non ci teneva.
Stavo imparando a godere col culo, e lei ne era felice. Più diventavo grande, più provavo piacere a farmi inculare. A che mi sarebbe servito fottere?
Ero dunque molto contenta, ma proprio allora mi è toccato imparare qualcosa di nuovo. Indovina cosa.
Osservami, e se hai questa tendenza, capirai immediatamente che sono un soggetto ideale per… per… Non indovini? Allora è qualcosa che non ti piace… Per la flagellazione».
«Ah, e infatti non mi piace per niente. E perché tu saresti un soggetto ideale…?».
«Perché piango come una fontana, e questo manda in estasi quei signori».
«Mia povera Charlotte!».
«Te lo ripeto per la ventesima volta, tu non sai cos’è il mestiere di puttana! Prova a immaginarmi, a tredici anni, in grembiule nero da scolaretta, con una treccia lungo la schiena, inginocchiata accanto al letto, le vesti rimboccate… mi tengo le natiche, mostro il buchetto che a conclusione della seduta sarà naturalmente inculato, e al disotto la mia verginità con il pube rasato.
Un signore mi fustiga con tutte le forze e gli diventa duro perché io scoppio in singhiozzi. Mamma è presente per impedire che lui mi uccida… ma dopo tutto… Che momenti!… Ed era soprattutto in quei giorni che accadevano le cose di cui ti ho parlato un’ora fa… L’uomo che mi fustigava si portava dietro la sua amante, una spilungona dall’espressione ancor più feroce della sua. La inculava sopra di me, poi le tirava fuori l’uccello dal culo e me lo faceva leccare mentre piangevo a calde lacrime, ed evidentemente la cosa gli piaceva al punto di farlo scaricare nella mia bocca suo malgrado; e allora s’inferociva perché l’avevo fatto venire troppo presto, perché avrebbe voluto inculare anche il mio sedere fustigato e mi arrivava una sberla così forte che… avevo un bello stringere le labbra, la sborra ne sprizzava come il succo da un limone».
«E tua madre lo permetteva?».
«Non parlar male di mamma, in primo luogo. L’ho vista che la frustavano più forte di me, e mi faceva ancor più male quand’era lei a subire».
«Ti riconosco, in questo. E il signore era soddisfatto?».
«Probabilmente. Non ho mai pianto più forte di una sera in cui ha affibbiato alla povera mamma una tal nerbata da farla sanguinare dalle labbra della fica fino in mezzo alle natiche.
Ho rischiato di impazzire. E così, per quasi due anni, mamma non l’ha più fatto».
Charlotte rimase assorta per un istante, poi affiorò sulle sue labbra un dolce sorriso: «Fu l’anno in cui ebbi il maggior successo con le lesbiche. Ci sono delle fanciulle che cominciano a godere a diciotto o vent’anni, o magari più tardi. Io ho incominciato assai presto e l’idea di mamma di farmi radere aveva fatto di me un fenomeno.
Se una lesbica si stende su un letto e fa un sessantanove con una verginella impubere e la lecca standole sotto e riceve in bocca tanto sperma (e che sperma!) quanto latte è in grado di dare una balia, puoi ben credere che ne sia eccitata… Ho detto “e che sperma” perché sai bene che esistono due specie di lesbiche, quelle che leccano la fica alla cameriera perché ne hanno più gusto che con la loro amica, e quelle che al contrario cercano quanto ci sia di più delicato.
Per costoro, una verginità implume che sbava come la fica di una zingara, è troppo preziosa per non passarci sopra la lingua.
Ho avuto un bel po’ di lesbiche a tredici anni e, mi credi?, con loro soffrivo quasi altrettanto che a farmi fustigare. La lingua mi sfianca. È dieci volte di più di quel che basta per farmi godere. Hai veduto tu stesso poco fa come mi masturbavo, sfiorandomi appena.
Non ho neppure bisogno di toccarmi, a volte. Vuoi che ti faccia divertire così?».
«Così come?».
«Inculami, sin quando vorrai, e senza che io mi tocchi mi farai godere con il tuo cazzo come se infilzassi una piccola fottitrice».
«Allora, perché ti masturbi?».
«Oh, è comunque più bello. Si gode quando si vuole».
«Charlotte,» replicai «hai detto un’enormità».
«Non mi stupisce affatto. Sono così stupida!» mi rispose scuotendo la testa.
Poiché la stringevo affettuosamente, e lei si sentiva sicura tra le mie braccia, mi disse con una risata che la fece contorcere: «Se la “Storia dei peli del mio culo” potrebbe essere di cento tomi, allora quanti ce ne vorrebbero per la “Storia delle mie idiozie”?».
«Ma cos’è questa rabbia che hai di ingiuriarti?».
«Spiegami che cosa ho detto di così enorme».
«Tu affermi che io non conosco il tuo mestiere di puttana? E io ti rispondo che tu non conosci il tuo mestiere di innamorata».
La frase era così chiara che Charlotte la comprese.
«Innamorata?» disse, chinandosi su di me. «Ma non capisci dunque nulla di quel che ti racconto?
Innamorata di chi?
Innamorata del porco che mi viene a inculare tre volte la settimana e che mi fa ingoiare la sua sborra prima della mia comunione?
Innamorata della vacca di cinquant’anni, che è nonna sei volte e che sfrega il culo sulla mia faccia di bambina? Innamorata del pazzo che mi caca sul corpo mentre mamma lo succhia? Innamorata del mascalzone che mi costringe a guardare come lui fustiga la fica di mia madre, la fica da cui sono nata, e che la fustiga a sangue? Ma io non so come gridartelo: le puttane come le vergini hanno soltanto un amore che le consola; quello per il loro dito».
Ebbe un brivido, poi si riprese.
«Mi fai dire più cose di quelle che penso. Io non ho il diritto di chiamarli porci, vacche e mascalzoni.
Non mi hanno stuprata… Quello che ti vorrei far capire è… che più si è puttane e più si è vergini».
Le presi il viso tra le mani, e guardandola negli occhi le sussurrai: «È la frase più bella che tu potessi dire».
Chi potrebbe non crederlo? In quella frase c’era tutta Charlotte, anima e corpo. I suoi occhi buoni mi scrutarono senza penetrare il mio pensiero segreto.
«Perché mi fai complimenti su tutto? I miei capelli, i miei occhi, il mio seno, i miei peli… Non valgo cento soldi, mio caro. Va’ al bordello, troverai di meglio. Le mie natiche… mi hai reso felice, stanotte, quando m’hai detto che avevo delle natiche graziose; è quello che ho di meglio, lo so. Ma non prendere in giro Charlotte; non ammirare quello che dice…».
«Le parole che dice, sono i sentimenti che prova».
«È per questo che le puttane parlano col cuore, come le fanciulle per bene parlano con la fica».
Lo disse senza enfasi, come una verità ben nota. Io non risposi nulla, umiliato.
Charlotte si riteneva del tutto priva di spirito e ognuna delle sue risposte era più interessante delle mie. Provavo (come senza dubbio colei che mi legge) più piacere ad ascoltarla che a interloquire, e attendevo che continuasse il suo racconto, quando esclamò, colma di stupore: «Come, ce l’hai ancora duro?».
«È colpa tua».
«Che cosa ho mai fatto?».
«Mi hai fatto ammirare i tuoi capelli, i tuoi occhi, i tuoi seni, che non valgono cento soldi, come tu dici. Al bordello si trova di meglio, non è vero?».
«Sono dunque io che te lo faccio rizzare, senza neppure toccarti?».
«Temo di sì. Me ne lagnerò con tua madre».
«E che cosa vuoi che noi…».
«Non voglio niente».
«Tu scherzi! ma questo mi fa venir voglia!».
«Abbi pazienza. Fai come me. Io non ho fretta».
«Allora, io da sola, lasciami fare, lasciami…».
«No, signorina, le proibisco di abbandonarsi all’onanismo sul mio letto. I moralisti e i medici…».
«Ci cago sopra. Sono bagnata, ho voglia di masturbarmi e quando ho…».
«E quando hai voglia di masturbarti, lo fai. Conosco questa tua frase. Ebbene, tu non lo farai prima delle tre del mattino».
«Vicino a un giovanotto che ce l’ha duro tra le mie cosce, fin nel mezzo del mio culo? Pretendi che questo non mi ecciti?».
«Al contrario, lo voglio. Il tuo racconto diventerà così più vivace».
«Non mi sfidare» mi disse. «Io sono sempre stanca e languida perché mi procuro il godimento tutte le volte che ne ho voglia. Non mi riconoscerai più se mi costringi ad aspettare, ti dirò delle porcherie idiote, di cui poi dovrò pentirmi. Sei così crudele da eccitarmi sino a questo punto?».
Una mano sugli occhi, l’altra sulla mia spalla, gemette, e ripeté: «Sì, delle porcherie! non posso dire altro a cavalcioni di un cazzo così duro, e mentre mi tieni tra le braccia.
E poi, me ne fotto! Tu lo sai che sono una troia, che sono l’ultima delle ultime troie, la puttana che tutti inculano, che succhia il cazzo del primo che passa, che ciuccia, basta chiederglielo, anche il bischero ai cani, e il prezzo non cambia».
«Charlotte!».
«Me ne fotto; tu sai che ho fatto di tutto con uomini e donne, con ragazzi e ragazzine; ho bevuto sborra d’asino, sborra di cavallo; ho fatto tutto! ho masticato stronzi di puttane! Tu sai bene che sin dalla nascita vivo tra la sborra e la merda».
«Stai diventando pazza!».
«Tra la sborra e la merda!» pianse. «Anche con te. Il tuo cazzo usciva dal mio culo quando l’ho succhiato».
«Ma sei tu stessa che…».
«E io ti disgusto perché ti tira contro il mio culo e non ne vuoi sapere di me, mentre io mi bagno le cosce fino al ginocchio».
«Insomma…».
«Si vede… Si vede… che ti disgusto se non mi vuoi neppure cacare in bocca mentre ti ho detto tre volte che… che…».
Scoppiò in singhiozzi. L’unico rimedio a un simile attacco di demenza era chiavarla immediatamente, o piuttosto incularla, visto che lo preferiva. Far godere le donne perché stiano zitte è un principio conosciuto fin dai tempi antichi.
Sventuratamente, se il desiderio l’aveva spinta a «dir delle porcherie», come mi aveva avvertito, l’ascoltarle aveva raffreddato il desiderio che lei mi ispirava. Certe reciprocità in amore non sono reali. Del resto Charlotte sembrava troppo turbata per sapere quel che io facessi o non facessi.
Piangeva e si masturbava. Non potendo arrestare le sue lacrime, avevo rinunciato anche a trattenerle la mano. Quand’ebbe capito che la lasciavo fare, smise di piangere, alzò lo sguardo, e mi disse a voce molto più bassa, ma senza mutar linguaggio: «Dimmelo anche tu, che sono una troia».
«No».
«Sì, dimmelo, mi fa piacere».
Capivo, finalmente. Mi parlava a voce molto bassa, tremando dalla testa ai piedi.
«Chiamami puttana, mentre mi masturbo per te. Puttana e battona e bagascia! Dimmi che m’inculerai per quattro soldi, vuoi? Che mi ficcherai il tuo cazzo nel culo sino in fondo, sino in fondo! Che m’inculerai per mezz’ora sbattendomi con tutte le forze che hai, e che dopo mi darai quattro soldi. Se non vorrai godere nel mio culo, ti succhierò. Vorrei aver sempre la bocca piena della tua sborra. Non solo la bocca, ma tutto il corpo. Te lo menerò sulla mia faccia. Ma che cosa devo dirti perché tu mi dia della troia?
Trattengo il dito, mi tocco appena.
Chiamami puttana e troia e vacca.
Di’ che mi piscerai sulle tette e mi cagherai in bocca! Dillo, mentre vengo, che mi farai mangiare la tua merda!
Dillo, dunque!
Dillo!
Dillo!».
Giacque in deliquio, e riaprì gli occhi solo dopo un lungo silenzio.
La prima cosa che disse fu che ero pazzo.
Poi, vedendo che io non dicevo nulla per smentirla, aggiunse: «Ti sarai fatto una bella opinione di me!… Ed è colpa tua… No, è mia. Tu non potevi sapere».
«Che cosa ho fatto?».
«Mamma dice sempre: “Quando Charlotte ha voglia di scrollarsi, se si trattiene anche solo cinque minuti diventa suonata”. Tu mi hai trattenuta…».
«Non lo farò più».
«Davvero?… È una cosa buffa per un uomo, nevvero?, una ragazza che non si può trattenere dal dire porcherie quando è in fregola?».
Presi Charlotte tra le braccia e, parlando a voce bassa e tenendole la testa in modo che non fosse costretta a guardarmi: «E ora,» le dissi «tu mi farai la tua confessione. O piuttosto la farò io per te e tu mi risponderai sì o no.
Vuoi?».
«Sì».
«Gli uomini che incontri non ti attraggono affatto; ma… sii sincera: ti piace il mestiere di puttana».
«Sì».
«Non soltanto ti piace far godere un uomo, ma ti piace essere ai suoi piedi, ai suoi ordini, qualcosa come la sua schiava?».
«La sua puttana».
«È meno di una schiava?».
«Sì. Le schiave, si violentano; mentre a me…».
«E una cosa che tra le braccia di un uomo ti eccita è di…».
«È di dirmi che sono l’ultima delle troie; che non c’è mestiere più basso per una ragazza che offrire il buco del culo e la bocca a loro. Sì, poco fa te l’ho detto mio malgrado; ma, te ne supplico in ginocchio, dimmi che ho ragione! Non capisci che potrei uccidere se questo non mi eccitasse almeno un poco? E, invece di consolarmi, insultami.
Avanti… Vediamo…».
Sorrise, senza insistere, sulla tragicità delle sue ultime frasi.
Sorrideva sempre di più. Aveva l’aria di star giocando.
«Sii gentile. Fa’ che mi piaccia, il mio mestiere di puttana. Non mi masturbo più, lo vedi, sono calma, ho finito di godere. Ma ora che conosci i miei gusti, te li ripeto.
Dammi della troia, della vacca e della bagascia. Di’ che mi faccio inculare come una mignotta da bordello, come una zingara dietro il suo carrozzone. Chiamami puttana, vuoi? Dimmi puttana, puttana, puttana. Che uomo cocciuto! non dirà nulla!».
Sempre sorridente, e per sfidarmi punzecchiandomi impaziente, insistette: «E nella mia bocca? dillo, che cosa farai nella mia bocca puttana.
Puoi farlo… Ne ho voglia… Vorrei esser trattata così da un uomo che amo… e che tu me ne riempissi la bocca… Dillo, quel che ti chiedo. Tu mi?… Tu mi…? Ma sei un mulo!».
Le risposi semplicemente: «E se continuassi la tua storia?».
«Ah! Ora che sai tutto sul mio carattere!» disse ridendo. «E poi, accidenti, tanto peggio! me ne fotto di me stessa. Sono tutta nuda, non ti nascondo nulla».
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