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Racconti Erotici > incesto > Tre figlie di mammà - Capitolo 7
incesto

Tre figlie di mammà - Capitolo 7


di Giangi57
07.01.2026    |    84    |    0 6.0
"Quel che disse allora, l’ho annotato e ho appena strappato la pagina che mi è mancato il coraggio di rileggere fino in fondo..."
Tre figlie di mammà (Trois Filles de Leur Mére)
Pierre Louÿs, (Gand, 10 dicembre 1870 – Parigi, 6 giugno 1925)
(Opera libera da diritti di autore, ai sensi dell’art. 25 della legge 22 aprile 1941, n. 633 “Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”.
“Art. 25 - I diritti di utilizzazione economica dell'opera durano tutta la vita dell'autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte.”)

AVVERTENZA ALLE LETTRICI

Questo piccolo libro non è un romanzo. È una storia vera nei minimi dettagli. Non ho cambiato nulla al ritratto della madre e delle sue tre figlie, alla loro età e alle vicende narrate.

Capitolo 7

«A che punto eravamo?» chiese.
«Non lo so più. Mi sento diversa dal solito. Che cosa mi hai fatto bere?».
«Ma nulla».
«Nulla, dici? dopo che ho bevuto la tua sborra con la bocca e col culo? Sono ubriaca. Dimmi a che punto sono giunta con la mia storia».
«Mi stavi dicendo che a tredici anni godevi come una donna e che con il pube rasato facevi…».
«Le lesbiche! le lesbiche! Sì, e questo mi sfiancava perché non sapevo controllarmi.
Ricordo, ricordo una signora non bella, ma con un tocco di lingua… ah! la vacca! Mi faceva divaricare a cavalcioni sulla sua faccia per non perderne una sola goccia… Mi faceva godere tre volte consecutive, e ogni volta mi tirava fuori più umore di quanto ne avessi in corpo.
Alla terza volta le gambe mi tremavano come se m’avesse succhiato il sangue.
E del resto avevo lesbiche d’ogni razza: una fanciulla inglese, che non si spogliava e che si masturbava dandomi baci appassionati sulla fessa! un donnone che si faceva leccare supina e nascondeva di aver goduto la prima volta così da poter fare due numeri allo stesso prezzo! una maschietta di quattordici anni che ancora non sapeva godere e che il suo amico ci ha fatto lavorare per un’ora, a mamma e a me, e poiché aveva la gattina inondata di saliva lei gli ha fatto credere di esser bagnata! infine una tribade, come le chiamano, che si vestiva da uomo e che mi inculava con un godemiché mentre mamma inculava lei con un altro.
Ed ero sempre vergine!
Sembrava che la cosa non desse fastidio a nessuno. Mamma lo dice spesso che alle puttane non serve proprio a nulla avere una fica».
Charlotte fu la prima a ridere di quel che aveva detto. La sua risata era così sincera che mi fece sorridere, nonostante l’assurdità della sua affermazione, ma lei prese quel sorriso per un’approvazione, e abbandonandosi sul letto con le braccia aperte e le cosce all’aria: «Ah! come sono contenta» disse «di mostrarmi proprio come sono e di dire tutto, per tutta una notte! A ogni porcheria che mi esce di bocca, mi sembra di essere più pulita, di fare toeletta…».
«Quelli che hanno inventato la confessione lo sapevano bene».
«Però…» rise ancora «a ogni porcheria che ti dico, mi vien voglia di farne una di nuova».
«Quelli che disapprovano la confessione ti danno ragione».
«Avevo un’amichetta che la madre costringeva a confessarsi tutti i sabati. La povera bambina non è mai stata capace di farlo senza masturbarsi, e si affrettava a venire prima di ricevere l’assoluzione. Oppure correva a farsi chiavare appena uscita dalla chiesa, tanto era eccitata per quel che aveva detto».
«Charlotte! le mani sul banco! come si dice alle scolare».
«Ma è che anch’io ho ancora voglia…».
«Sei proprio pazza, te lo assicuro. Trattieniti un quarto d’ora».
«Tanto peggio per te!» sospirò lei. «Non sai che cosa rischi di ascoltare».
E proseguì, le mani sotto la nuca, le gambe incrociate: «A proposito di chiesa. Non te l’ho detto, ma forse lo indovini da solo: di inculatori ne avevo quattro volte di più a tredici anni che a dieci. A quell’età avevo il “buco del culo robusto”, come dice Ricette, e mamma non mi razionava più i colpi di cazzo come prima.
Io devo tutto a mamma, perfino il carattere, e quando me l’ha formato avevo solo tredici anni.
Sembra che piangessi troppo: questo mi sciupava gli occhi, e poi rendeva inquieta mamma; aveva paura che mi buttassi dalla finestra.
Allora mi ha insegnato…».
Charlotte si interruppe e cambiò posizione: «È stupefacente, mamma. In otto giorni mi ha fatto un carattere nuovo, come se fosse stato un vestito.
Per una settimana ha dormito sola con me, ricevendo i suoi amici solo di pomeriggio. Mi ha detto che ero abbastanza grande per sapere tutto, visto che ormai godevo come una donna, e che alla mia età era ridicolo non avere istinti viziosi, e che dunque voleva insegnarmi almeno un vizio, uno soltanto, ma che mi sarebbe servito per tutta la vita.
Come c’è riuscita? Lei giocava con me (si è così bambini a tredici anni). Mi masturbava chiamandomi con appellativi che tu non daresti neppure alle battone che pisciano in mano a un uomo per un soldo. E poiché il mio più grande piacere era quello di farmi masturbare da mamma, le parole che prima mi disgustavano hanno finito per eccitarmi. Le parole e le azioni. Non ti dico di più, ma non perdi nulla ad attendere. Te lo dirò presto.
Dunque, a proposito di chiesa… (quanto ne siamo lontani!) uno dei miei amanti ha avuto quell’anno una fantasia: quella di incularmi in una chiesa di campagna. Indovini perché?».
«Perché eri pia?».
«Esatto. Ha saputo che tutti i giorni dicevo una preghiera alla Santa Vergine e che andavo spesso in chiesa così, senza motivo, per dire una piccola orazione. Allora, mi ha proposto… E, per quanto fossi pia, ho detto subito di sì. E perché…».
Rimase un istante pensierosa.
«È perché anche nelle mie preghiere, capisci…» continuò. «Le dicevo tutto, alla Santa Vergine, come sto facendo con te».
Non riuscii a frenare un sorriso.
«Dunque,» continuò lei «la Santa Vergine sapeva bene che io mi facevo inculare dall’età di otto anni, poiché ogni giorno le chiedevo di proteggermi là sotto come la bocca, di scegliere per me i miei amanti e le mie lesbiche, e di farmi godere come loro, quanto più intensamente possibile. Così ho pensato che la Santa Vergine non si sarebbe stupita, se mi avesse visto far quella cosa… Un piccolo cappellano a cui ho raccontato tutto una sera nel mio letto, mi ha detto che avevo compiuto un sacrilegio spaventoso. Non lo sospettavo proprio.
Fu peraltro una delle giornate più allegre di tutta la mia vita.
Partimmo soli in automobile, io e il mio amico, che era abbastanza giovane. Quando giungemmo al paese, dov’era conosciuto, s’è fatto consegnare le chiavi della chiesa dal sacrestano, con il pretesto di mostrarmi quel tempio. Io avevo un’aria per bene, da collegiale. E del resto non sono affatto cambiata.
Guardami. Ho forse una faccia da puttana?».
«Oh! nient’affatto!».
«Mamma lo dice sempre: “Charlotte riuscirebbe più facilmente a trovar un marito che a farsi abbordare su un tramway!”. E io ti sto chiedendo da un’ora di trattarmi da troia, e tu non vuoi».
«No, signorina. Ma continui il racconto delle sue devozioni in quella chiesa di campagna. I suoi capelli neri sono i più lunghi e i più belli che esistano al mondo. Ha l’aspetto di una Maddalena».
«È la prima volta che mi dai della puttana!» esclamò lei ridendo.
Ma io la ricondussi al suo racconto.
«Dunque, entrate tutti e due in chiesa.
Suppongo che abbiate chiuso la porta dall’interno».
«Sì. E poi abbiamo fatto una rappresentazione, tanto eravamo allegri. Mi sono inginocchiata nella cappella della Vergine. Lui mi si è avvicinato: “Pregate, signorina?”.
“No, signore, mi masturbo”. “E perché vi masturbate?”. “Perché mi prude il grilletto e un’altra cosa ancora che non oso riferire”.
“Perché vi prudono tutte queste cose?”.
“Perché non posso inginocchiarmi senza che mi venga voglia d’esser inculata”. Ero proprio una bambina! avrei potuto giocare da mattina a sera. Lui mi si è messo dietro, ma gli inginocchiatoi delle chiese sono poco adatti a inculare le ragazzine».
«Come parli, Charlotte!».
«Avevo il buco del culo troppo in basso. Allora mi sono messa sopra un gradino dell’altare dove mi trovavo all’altezza giusta».
«I gradini di un altare sono forse più adatti di un inginocchiatoio per inculare le ragazzine?».
«Oh! si direbbe che sono fatti apposta! Eravamo così a nostro agio che non appena mi inculò ebbi voglia di godere, e sono venuta così tanto, ma così tanto da ringraziarne la Santa Vergine, ritenendo di dovere a lei il mio piacere.
E cosa avrei dovuto farne della sborra che avevo nel culo? Nelle chiese non ci sono bidè e le acquasantiere sono troppo alte.
Sono davvero messe male, quelle vaschette. Sollevando a caso il coperchio di un inginocchiatoio, ho trovato un fazzoletto nuovo, che qualche vecchia bigotta aveva lasciato lì per piangervi i suoi peccati la domenica successiva.
Invece di lacrime, ha raccolto la mia sborra, quel fazzoletto, e mi ci sono pulita per bene il sedere. Ti piacerebbe incularmi in una chiesa?
Lo rifarei, se tu volessi».
Charlotte si agitava. Dimenava le gambe e si faceva tutta rossa.
La brutalità delle sue ultime frasi mi fece capire che una nuova crisi era vicina. Il tono del racconto cambiò bruscamente, come il suo viso. Aspra, sofferente, un poco ansante, riprese: «Credi che non mi accadesse di frequente di godere mentre mi ficcavano un cazzo nel sedere? Mi capitava tutti i giorni, perfino con i vecchi. E lo devo a mamma, soltanto a lei.
Per meglio coinvolgermi, s’è messa in mia presenza a fare grandi scenate. Io mi comportavo come se fossi stata un uomo, e l’imitavo con entusiasmo.
Già a tredici, quattordici anni, potevo godere con il culo, senza toccarmi. E più mi sbattevano, più provavo piacere.
A quindici anni ero ancora vergine. Mamma continuava a radermi il pube e la fica, ma lasciava crescere i peli che ho nel solco delle natiche. Non c’era niente che lo facesse tirare tanto agli uomini come il vedermi davanti una fichetta da ragazzina e un culo da inculata, con dei peli neri intorno, dove chiunque poteva cacciar la lingua, le dita, il cazzo e quel che altro voleva.
Per il martedì grasso la mamma mi fece un costume da Arlecchino, con una losanga che si poteva sollevare al centro del culo affinché non dovessi spogliarmi.
Sono andata a cena con sette uomini e una donna di nome Fernande, che era nuda. C’era anche mamma. Non mi lasciava andare a cena da sola, a causa della mia ultima verginità.
Quei sette hanno scommesso che mi avrebbero inculata tre volte ognuno, e che alla fine avrei avuto nel sedere abbastanza sborra da riempirne una coppa di champagne; e Fernande ha scommesso di berla, quella coppa, se avessero vinto la scommessa.
Mamma ha risposto che alla mia età aveva fatto altrettanto, che ero abbastanza grande per sostenere quella prova e che si sarebbe incaricata lei di farglielo tirare a ogni uomo per le tre volte, se qualcuno avesse ceduto.
Io non ero mai stata inculata più di tredici volte in un giorno, ma ero brilla, ero eccitata, e poiché mamma lo voleva, ho detto: “D’accordo!”, mentre sollevavo la piccola losanga per liberare il culo.
Sembra niente; ma ventuno inculate durano dall’una alle quattro del mattino».
Charlotte, sempre più agitata, mi venne sopra, si stese su di me, e mi disse con un tono di trionfo: «E tu che non vuoi trattarmi da puttana, e io…».
«No, taci!».
Era in un tale stato di eccitazione che bisognava assolutamente soddisfarla, ma preferivo, nel farlo, non ascoltare il suo nuovo eccesso di frenesia.
Durante quei pochi istanti in cui fu impegnata a farmi penetrare dentro di lei, riuscii a tenerle una mano sulla bocca; ma quando mi sentì saldamente insediato, si liberò del bavaglio, e non smise più di fremere.
Charlotte si mise a cavalcioni sopra di me.
Dapprima mi sfiorò soltanto con le cosce, poi strofinò sul mio sesso i peli della vulva e piegò il dorso inarcando le reni per distogliere il volto. E non smise più di fremere.
Tremava, dalla testa al ventre e fino alla punta delle dita.
A poco a poco, divenne sempre più bella.
«La prima serie di sette corre via in fretta; la seconda è lenta; la terza non finisce mai. Quello che più mi ha sfinito fu il fatto che ci trovavamo nella saletta di un ristorante, dove non c’era neppure un sofà. Tre ore con l’uccello nel culo sopra un pavimento di legno o sopra un tavolo, c’è di che cascar morti di stanchezza.
Alla fine ho vinto la scommessa e anche Fernande l’ha vinta… Gliel’ho… riempita fino all’orlo… Oh! te lo ripeterò fino a farti urlare!
Ecco cosa ho fatto a quindici anni!
Mi sono fatta inculare ventun volte di fila e ho riempito di sborra una coppa di champagne e l’ho data a bere e l’avrei bevuta io stessa… Ma che cosa devo confessarti ancora perché tu mi chiami troia?».
Ricadde sul letto, esausta e spezzata, come se avesse rivissuto il suo racconto. Credetti che si fosse calmata. Le risposi a voce bassa: «Basta. Taci. Dormi. Spegnerò la luce».
Allora si sollevò appoggiandosi a un gomito e riprese a parlare, ma con un tono così calmo che non l’interruppi.
Non immaginavo neppur lontanamente quello che stava per dirmi.
«Conosci M***,» me ne disse il nome «che è…» e mi disse la sua carica «ad Aix? Accadde due anni fa, quando ne compii diciotto. Mi ha presa per la prima volta in una sera di giugno. Capii che era un vizioso.
Aveva con sé un grosso cane. Gli ho proposto di succhiare il cane».
«Charlotte!».
«È cattiva, la sborra di cane, e sono faticosi da succhiare, quei poveri botoli, perché non smettono mai di venire! ma io ero abituata a tutto, e nel mestiere di puttana un levriero ti disgusta meno di un magistrato.
Sfortunatamente quell’uomo non aveva mai visto il suo cane succhiato da una ragazza e la cosa l’ha talmente eccitato che, per quindici domeniche di fila, fino alla fine di settembre…».
S’interruppe scuotendo la testa con un sospiro, come se le mancasse il fiato.
«Ti chiedo perdono… Ascolta… Tu non puoi immaginare… Aveva una casa di campagna con un’aia… La domenica concedeva la libera uscita alla sua gente… anche al giardiniere… Mi portava là… Restavo sola con lui… sempre nuda e con i capelli sciolti sulla schiena… Si era in estate… Per far che cosa?
All’amore? ah, no! non con una puttana! Alla domenica lui si divertiva guardando una diciottenne ingoiare la sborra di tutti gli animali.
In pochi giorni un falegname gli ha costruito un telaio in legno di quercia, come quelli in cui si chiudono le vacche e le giumente per la monta. Ma lui ci metteva il maschio, non la femmina, e quando lo stallone o il toro erano ben legati, io mi disponevo sotto… Per gli stalloni non avevo la bocca grande abbastanza, ma con la lingua e con le mani…».
Mi vide impallidire e, obbedendo ancora a quella rivoluzione astrale del proprio carattere che, ruotando sulla parola «puttana», passava con regolarità dalla regione lamentosa a quella euforica, si animò di frase in frase.
«Ho bevuto, ascoltami bene, sborra di stallone e sborra d’asino, sborra di toro, sborra di cane, sborra di maiale. Alla quarta domenica mi ha dato una scodella in cui aveva masturbato un animale! e ho bevuto! e ho saputo dire che era sborra d’asino. Conosco meglio la sborra del vino. Ho vuotato più coglioni che bottiglie, nella mia vita puttana.
E tutto questo, perfino la sborra di cavallo, è ancora nulla, sempre che non ti vada di traverso. Ci si mette con la testa in alto, capisci?, tra il pettorale e il membro. In questo modo si riceve la doccia sul palato e non nella gola, così non ci si soffoca. Ingoiavo tutto. Dopo, puoi credermi, non avevo più sete».
«Ti prego, taci! Questa storia è la peggiore di tutte!».
«Oh, no! la cosa peggiore è la sborra di caprone! Eppure quando mi masturbo sono coraggiosa, ma… ah, che schifo, quella sborra! Stavo per vomitare, ho dovuto sputarla.
Allora, quando il mio amante… voglio dire il mio aguzzino… ha visto che questo mi faceva star male, ha voluto che il suo caprone servisse comunque a qualcosa e per quattro o cinque domeniche, dopo aver succhiato l’asino, il toro, il porco e i cani, mi faceva montare dal caprone, tutta nuda a quattro zampe nell’erba del giardino… Non mi vuoi chiamare troia? ma io ho goduto, mi senti? ho goduto mentre il caprone mi inculava.
E ho finito per berla… la sborra di caprone, le ultime domeniche… Ascoltami… Guardami… l’ho bevuta cinque volte, la sborra del caprone!
Per ricompensarmi, il suo padrone mi ha comprato una scimmia che m’inculava e che io succhiavo come un uomo… Quel che ho potuto fare dal venti di agosto alla fine di settembre, non potresti mai crederlo!
È stato allora che lui s’è stancato di vedermi succhiare il membro dei maschi e che ha pensato di farmi leccare le femmine. Ne aveva tre: una capra, una giovenca e un’asina.
Le leccavo in ginocchio. Subito dopo, lui fotteva quella che avevo leccato e scaricava, dicendo che preferiva godere con una bestia che dare il suo sperma a una puttana come me, ma che potevo cercarlo con la lingua, il suo sperma, nella fica della giovenca o dell’asina… o nei loro culi, quando le inculava».
«Tu deliri! sogni! inventi!».
«Sulla testa di mamma, ti giuro che è vero! Ne vuoi la prova? Fallo davanti a me e ti dirò in anticipo che cosa accade. Tu sai di non saperne nulla. Lo saprei, io, se non l’avessi fatto per cinque domeniche di fila? Nella fica della bestia la sborra affonda, bisogna ripescarla col dito; ma dal culo esce da sola. La lingua basta!…».
«Charlotte, non ne posso più.
Basta! Basta!… Non dirmi più nulla!
Dormi! Stenditi. Calmati!… Non so come dirtelo… Sei pazza, sei bella, mi ami, non chiavi… Mi ami e fai più sforzi per disgustarmi di quanti ne faresti per sedurre qualcuno…».
«Tu non metterai più la tua bocca sulla mia».
«No, la metterò».
«Di’ che sono una troia».
«No, perché sei bella. Avvoltola pure la tua bellezza nella lordura, tanto sarà inutile perché rimarrai comunque bella».
«Grida lo stesso che sono una troia».
«Sei una sventurata!» le dissi.
«Per quanto tu possa urlare contro te stessa, non credo a nulla, non sento nulla. Mi ispiri solo due istinti: desiderio, tuo malgrado, e molta, molta pietà».
Due istinti? Ne provavo tre. Il più debole era il desiderio; il più forte, quello che tacevo. Ma non crediate che fosse disgusto.
Charlotte mi ispirava tanta pietà da coprire con questo manto tutta la sua vita, la sua vita ignota. Ma il mio istinto più forte era il sonno.
Le emozioni sconvolgenti delle ore tragiche ci abbagliano la mente, il cuore, la memoria. Soltanto Shakespeare, ha scritto la parola sleepy * dopo una scena terribile. E la parola suprema.
Avevo voglia di dormire. Di sognare.
Di respingere i sogni. Di dormire come un morto.
«Farò tutto» continuò lei. «Ti sfido a trovare qualcosa che non farei con te, per te, sotto di te.
Ordinamelo, vedrai come obbedirò!».
Tremava dalla testa ai piedi. La sua follia non mi spaventava più, perché aveva smesso di esser misteriosa; e quel che soprattutto mi colpì fu che Charlotte diventava sempre più bella, nella misura in cui aumentava il suo delirio.
Con profonda gravità, assumendo persino un’espressione tragica, e tenendosi discosta dal mio viso, per testimoniare che non era degna di un bacio, smise per un istante di immaginare tutto quello che non volevo chiederle o di lasciarmi intuire tutto quello che avrebbe potuto fare (ho già detto quale istinto logico abbiano gli spiriti semplici), e riprese il suo slancio sulla realtà.
«Tu mi inculi» disse. «Mi inculi per il mio piacere, ma è anche il mio mestiere. Una che si guadagna il pane col culo, ecco che cosa sono.
Che cos’è una troia, se io non lo sono? Ho vent’anni, vengo da te senza conoscerti, mi metto nuda, mi masturbo, mi apro le natiche e ti dico: “Inculami!”. E tu mi inculi per tre volte da quella puttana che sono! E più m’inculi, più ti amo!».
Ricadde sopra di me, la bocca contro la mia spalla, e assunse un tono lamentoso: «Te ne supplico… Lo vedi, non mi tocco e sto per godere. Ma, mentre ce l’hai duro nel mio culo, dimmelo… dimmelo… quello che farai tra poco… nella mia bocca… te ne supplico! dimmelo mentre godo… Dimmi: “Troia! io ti… io ti…”. E io ti risponderò: “Sì! oh, sì!”».
Poi, come se neppure quell’idea bastasse più ad esaltarla, esclamò quasi piangendo: «No, ti amo troppo, ormai… Non sarà abbastanza… Devi farmelo subito! devi farmelo stanotte! Per dimenticare gli altri, voglio che tu me lo faccia. Ma dopo… domani… mi mostrerai che sono l’ultima delle puttane. Porterai qui una delle tue amiche; la chiaverai in mia presenza senza neppure guardare se mi masturbo o se piango…».
«Tu lo credi?».
«E quando l’avrai inculata, sarà lei a…».
«Non dir più nulla!» gridai, con una mano sulla sua bocca.
«Vengo! Vengo!» esclamò lei tra le mie dita.
Questa volta Charlotte, godendo, lanciò urla da assassinata, che mi spaventarono; poi cadde in un torpore improvviso e così profondo che si addormentò di colpo.
Pallido come il giovane protagonista del Rideau cramoisi,** tentai di risvegliarla da quel deliquio, quando udii bussare tre lievi colpi alla porta d’ingresso.
Andai ad aprire e vidi Teresa in camicia.
«La stai tagliando a pezzi?» mi disse con un’espressione da giovane ruffiana gioviale che mi colpì, mi rassicurò, mi lasciò muto.
La condussi nella camera e le mostrai il corpo di sua figlia. Colse con un’occhiata i lievi tremiti che ne agitavano l’anca, come se fosse stato il fianco d’un cavallo, e senza alcuna inquietudine tornò con me nella stanza accanto e chiuse la porta.
«Che cos’ha?» le chiesi.
«Bamboccio!» mi rispose Teresa.
«Questa è grossa, davvero! Ho vent’anni, sono in un’età in cui ci si lascia intimidire da tutte le sconosciute… E io, nelle ultime dodici ore ho avuto una donna, due ragazze e una bambina per me sconosciute, e non ne ho fallita una…».
«No, ma pensi che si possa fallire con noi?» mi rispose Teresa tutta gioviale.
«Ne ho fatte sei…».
«Allora… Vuol dire tre con Charlotte. E mi chiedi che cos’ha?… Non fare quella faccia stupita, come se stessi per dirmi: “Come? ne avrebbe forse bisogno ancora?”».
«Grazie per avermelo suggerito».
«Ti ho mandato Charlotte, l’ultima delle mie figlie, perché è una compagna ideale per gli uomini stanchi».
«Ancora grazie».
«Avevi appena avuto tre odalische. Mi son detta: “La brava Charlotte lo succhierà: discorreranno per un’ora e poi dormiranno!”.
Charlotte è la dolcezza in persona. È nata per dormire a fianco di un uomo».
«Ah, è così! ma tu sei pazza quanto lei! perché è pazza, tua figlia, pazza da legare. Con la sua aria candida e stanca, è ninfomane, è onanista, è masochista a un livello inaudito, è tutto quel che si può immaginare in “ista” e in “mane”».
«Lei è tutto quello che si vuole, come tu dici!» mi rispose Teresa cominciando a scaldarsi. «La si modella come la creta. Se stanotte è matta, sei tu che l’hai fatta impazzire. Ho forse goduto, io, nel tuo letto? potevo forse indovinare che regalando a mia figlia i miei avanzi me l’avresti mandata in calore?».
Con un sorriso addolcì la violenza delle sue parole, e rientrò nella camera da letto.
Dopo essersi tolta la camicia che gettò sopra una poltrona, si coricò nuda accanto a Charlotte, la prese tra le braccia, la fece tornare in sé, e fin dalle sue prime parole compresi che sapeva molto meglio di me cosa bisognasse dirle.
Charlotte aprì i suoi occhi stralunati. La madre la scosse con entrambe le mani e le disse con burbera amorevolezza: «Che cosa mi combini, scioccherella?».
«Mamma!» disse Charlotte, gettandole le braccia al collo e con un tono di voce infantile.
«Credi di potermi dare un bacio con quella tua bocca da puttana?
Che cosa hai fatto? la tua lingua sa di sborra».
«Ne ho bevuta!» rispose Charlotte facendo gli occhi dolci.
«Sporcacciona che sei! Perché non dormi da tua madre? Come mai ti trovo nuda alle tre del mattino nel letto di un giovanotto che non conosci neppure? Che cosa ti meriti?».
Seduto ai piedi del letto, ascoltavo sbigottito quel dialogo.
È forse il caso di ricordare che io avevo vent’anni e Charlotte altrettanti. E che una fanciulla di vent’anni domina come le piace un giovanotto della sua stessa età. E ora vedevo sgridare Charlotte come fosse una ragazzina!… E lei, Charlotte, che lottava tra le mie braccia quando la trattavo da donna, trovava del tutto naturale che sua madre le parlasse come si parla a una bambina… Teresa mi lanciò uno sguardo che significava: «Ti prego di rimanere in silenzio!» o forse: «Non rompermi l’anima!».
Il lessico degli sguardi è piuttosto vago. Poi riprese: «Che diavolo sei venuta a fare qui? rispondi!».
«Sono venuta a farmi inculare» sospirò Charlotte.
«E lui si è degnato di inculare una puttana come te?».
«Non vuole che io sia una puttana» rispose lei vivacemente, con gli occhi chiusi. «La prima volta che mi ha inculata mentre io mi toccavo, ha goduto nel mio culo. La seconda volta ho goduto più in fretta di lui; allora mi sono tirata fuori l’uccello dal culo, per mettermelo in bocca…».
«Che troia!».
«Oh, non abbastanza!» disse Charlotte, con una torsione del corpo che mi spaventò. «Gli ho chiesto di…» e parlò a voce così bassa che non udii quel che disse.
«E quando mi ha inculata per la terza volta, io non mi toccavo, ero eccitata, avevo voglia di godere col culo e volevo che mentre stavo godendo mi dicesse…».
«Non ti vergogni?».
«Sì, mi vergogno. Ma ho voglia che lui me lo faccia. E lui è più porco di me: non ha mai voluto farlo, né dirlo! niente! niente!».
Allora, come un’infermiera o una religiosa può parlare al capezzale di una moribonda che non può udirla, Teresa mi disse a voce alta e senza il minimo stupore: «Ha ancora bisogno d’esser masturbata».
E sì alzò, tutta nuda, uscì dalla mia stanza, andò in casa sua e tornò di lì a poco con un oggetto avvolto nella carta.
Poi, con l’autorità d’una suocera che cura la figlia di fronte al genero, mi disse: «Adesso lasciami fare. Non ti si chiede nulla. Ne hai fatte sei; riposati e resta ai piedi del letto».
Teresa non mi aveva preavvertito inutilmente, poiché il dialogo si alzò di tono fin dalle prime battute.
Con quel tono tremulo e lamentoso che non potevo più ascoltare senza un brivido, Charlotte gemette tirandosi la carne: «Guarda, mamma, che cosa mi esce dal culo. Ho il solco tutto pieno di sborra e lui non mi vuol dire che sono una puttana».
«Vuol dire che non ne hai fatte abbastanza».
«Ma è stato lui! Io avrei fatto tutto!».
«Lui non sa che tu sei l’ultima delle puttane».
«Oh! tu me lo dici e mi masturbi… solo tu sai capirmi, mamma! Solo tu».
Tutto questo preambolo avrebbe dovuto farmi credere che Teresa intendesse masturbare sua figlia per recarle sollievo; ma non ero così inesperto come l’italiana voleva credere, e senza lasciar trasparire in nulla il mio stupore, vidi senz’ombra di dubbio che lei masturbava la povera Charlotte soltanto per farla nuovamente impazzire. Le fanciulle mi hanno già capito. Spieghiamo agli altri lettori che invece di affrettare l’orgasmo, lo procrastinava all’infinito, facendolo sperare da un istante all’altro.
E questa manovra mi stupì più di tutta la scena precedente, al punto che non compresi più nulla di quel che accadeva e fui vinto dalla curiosità di sapere dove Teresa intendesse giungere.
«Fagli vedere,» diceva Charlotte ansimando «fagli vedere che sono l’ultima delle troie. Tu me l’hai detto, che ho una bocca da puttana e che la mia lingua sa di sborra.
Dimmi di cacciargliela nel culo, la mia lingua! o nel tuo, davanti a lui, visto che lui non vuole! ma tutta la lingua! tutta la lingua nel buco!».
«Ne saresti contenta?».
«Oh, sì!… E un’altra cosa… Vorrei che facesse l’amore con te in mia presenza e che poi mi calpestasse. Tu saresti la sua amante e io la sua puttana. Eppure lo vedi, se ho voglia del suo cazzo! ma te lo metterei con le mie stesse mani nel corpo, il suo cazzo, gli leccherei i coglioni mentre lui ti inculerebbe e poi farei… farei entrambe le cose…».
«Di’ che cosa faresti, dillo a voce alta».
«Dopo gli succhierei il cazzo senza pulirlo, e tu mi cacheresti in bocca la sborra che avresti nel culo!
… Oh, mamma!… Oh, mamma! perché non riesco a godere?».
Io sapevo bene perché, e tutto divenne chiaro quando, con un movimento istintivo, Charlotte si lanciò con la testa tra le cosce di Teresa come per cercarvi la fonte del piacere. Il movimento era previsto, non c’è dubbio. Tuttavia Teresa disse: «Prima io?».
«Sì, subito!».
«E questo, che avevo portato per te?».
Liberò dalla carta l’oggetto che aveva preso in casa: era un godemiché piuttosto grosso, usato, stinto. Charlotte rise; quella pausa placò per un istante la sua crisi nervosa; si sdraiò davanti a me, per dirmi… ma con tutt’altro tono, con naturalezza e allegria, come se fosse la cosa più banale del mondo: «Incula mamma».
Teresa si guardò bene dal protestare.
«Incula mamma» ripetè Charlotte. «E io, mentre l’inculi, le farò un lecchino. Dopo ti succhierò il cazzo. Avrò la sua sborra. Avrò la tua. Sarò la più felice fra i tre».
Poiché non risposi nulla, Teresa scoppiò a ridere e disse alla figlia: «Guarda un po’ questo bambinone che incrocia le gambe perché ne ha già fatte sei e non gli tira più!».
E ancora non avevo detto nulla, quando fu la stessa Teresa ad aggredirmi: «Provati a non fartelo tirare sotto il mio ventre! Provati dunque a non fartelo tirare per il mio culo!».
Esitavo a dirle che la scena precedente mi aveva raffreddato invece di eccitarmi. E feci bene a tacere, perché la mia avversaria mi sfidava a ragion veduta. Teresa non fece quasi nulla per risvegliare i miei sensi. Mi attirò «sotto il suo ventre» come aveva detto, ma con una scienza del contatto che mi parve meravigliosa.
Non appena fui nella condizione richiesta, Charlotte nuovamente raggiunse il culmine dell’eccitazione. Le avrei dato la metà del piacere possedendo lei e non prendendo la madre in sua presenza.
«Prima la mia lingua!» esclamò.
«Su, guarda come inculo mamma con la lingua, guarda!… E metti il tuo cazzo, mentre le apro le chiappe… Ah! ah! prima ti ho detto che mi guadagnavo il pane col culo; non è così, io sono ancora più in basso, io sono quella che lecca il sedere, che apre le chiappe alla donna che si incula, ecco chi sono!».
Poi, quando Teresa si ritrovò sopra di me e spalancò le cosce alla bocca della figlia, Charlotte, sempre più eccitata, le disse: «Parlerai, mamma? parlerai?
Lui, lo conosco, non dirà nulla.
Neppure io potrei. Allora tu… parla tu, sempre! Se taci per un secondo, io mi fermo e mi masturbo».
Teresa doveva essere abituata a quel capriccio di Charlotte, poiché incominciò a parlare e non smise più.
«Svelta, la tua lingua! e ti proibisco di toccarti quando mi lecchi. E che ti prende, perché mi lavori il grilletto a quel modo? Vuoi forse farmi godere in quindici secondi? Di’ un po’, puttana, hai forse un cliente che t’aspetta dietro la porta e che non hai finito di succhiare? Non aver tanta fretta.
Leccami le labbra. Tornerai sul grilletto quando te lo dirò io».
Mi lanciò uno sguardo che significava: «Ecco come bisogna parlarle!» e continuò senza interrompersi: «Che fogna, questa Charlotte! Ci sono bambini che si nutrono al seno, con il latte, io questa l’ho nutrita al culo, con la sborra, e adesso che ha vent’anni mi caccia ancor la lingua lì dentro. Come ha potuto una troia simile uscire da una gattina come la mia? A chi si farebbe quello che io ti ho appena fatto? Entro dal tuo amante, te lo prendo sotto i tuoi occhi, nel tuo letto e, mentre lui mi fa bagnare, tu mi vieni a leccare il culo? ma allora sei al disotto delle puttane. Una battona non farebbe quello che fai tu.
Così hai le corna! e fin dalla prima notte! Passi le giornate a masturbarti davanti alle tue sorelle, piagnucolando che è una disgrazia avere tanti puttanieri e doversi menare da sola. Questa notte hai trovato un cazzo che ti ha fatto godere? Be’, guarda dove ora si trova, quel cazzo, l’ho nel mio culo fino alla radice; non ti lascio che i coglioni da leccare.
La lingua sul grilletto, ora, sporca lesbica! ma non così in fretta! rallenta! Mi incula molto bene, il tuo amante, e ho più voglia di godere io di lui… Che cos’hai? pensi alla sborra che sto per pisciarti in bocca, brutta porca? e questo ti manda in estasi? Se fossi sopra di te, vedresti come ti strofinerei i peli sul muso per insegnarti a leccare una fica!… Va’ dunque, va’, l’avrai, la mia sborra… Non è per te che mi bagno, è per il cazzo del tuo amante, che mi fa impazzire!… Più forte, quella lingua! più in fretta!… sì! ancora! lì dove sei! ah, troia! troia!… Ah, come mi palpa le tette mentre m’incula!… E che puttana è questa Charlotte quando ha sete! Sei tu che gli accarezzi i coglioni perché ce l’abbia più duro?… Ah, piccola bagascia! anche tu mi fai godere. Eccola, la mia sborra! eccola, la mia sborra! e avvoltolaci dentro la faccia, sporca puttana vacca! porcona! troia! carogna! puttana!».
Charlotte, ebbra di quel che beveva, vi «avvoltolava dentro la faccia», secondo la colorita espressione di sua madre, e quel che ne seguì fu talmente rapido, ed ero io stesso talmente turbato, che non potei impedir nulla prima di essere tornato in me stesso. Vorrei aver visto male, aver capito male.
Tutto mi parve un’allucinazione.
Quando ripresi conoscenza, riaprii gli occhi e vidi prima di tutto Charlotte accovacciata, che teneva… non oso dirlo… Era trionfante, era fuori di sé; e gridava a sua madre: «Guardalo! Guardalo!».
E leccò quel che reggeva; ricordo che lo leccò con tutta la lingua fuori prima di succhiarlo.
Poi gridò più forte scuotendo i capelli: «La sua sborra, mamma! la sua sborra che hai nel culo! Cacamela in bocca davanti a lui mentre mi masturbo, e che lui mi chiami troia quando vengo!».
«Davanti a lui?» chiese Teresa.
«Sì! sì! davanti a lui! riempimi la bocca!» rispose Charlotte, con lo sguardo stralunato.
Una donna folle per amore è il personaggio più tragico di cui io possa concepire la visione. Quale uomo è tanto rozzo da non fremere leggendo le canzoni oscene di Ofelia? E quale uomo o quale donna non capirebbe perché, nel mezzo della scena successiva, passando davanti a uno specchio io mi vidi bianco come un sudario?
Cerco di chiamare a raccolta i miei ricordi… Teresa era più inquieta per me che per sua figlia e, senza capir nulla dei miei sentimenti, mi disse a voce bassa: «Allora, che hai? non hai mai visto qualcosa di simile?… Ebbene! ora potrai dire d’averlo visto… No? non ci tieni? hai goduto?… Ma è stato per lei, dopo tutto! e se ti disgusta diglielo, l’ecciterai».
Eccitarla? ma se era in pieno delirio!
Charlotte, in piedi, s’era affondato il godemiché nel culo, e lo scuoteva con la mano sinistra mentre con la destra si accarezzava davanti, con le cosce divaricate e il ventre ondeggiante… come una giovane pazza si masturba davanti al visitatore sconosciuto che apre la porta della sua cella; intendo dire che si masturbava rivolta verso di me, con una espressione mista d’impudenza e di dolore.
A quindici anni avevo visto… lo racconto per ritardare un poco la fine di questa scena orribile che provo tanta pena a descrivere… Avevo visto, in un giardino, una fanciulla scrollarsi rivolta verso di me nello stesso atteggiamento, ma con allegria e per irrisione, e ancora non sapevo che è, quello, il gesto di una folle. Ora lo so.
Charlotte, sempre in piedi e con il dito sotto il ventre, non diceva altro che lordure, con voce rotta.
Non le riferisco. Concluse in questo modo: «Da due ore ne ho voglia… Lui non vuole… La mia bocca lo disgusta… Fagli vedere, mamma… Come farei sotto di lui… Come lo so far bene… senza sporcare…».
Quelle parole miserabili: «Come lo so far bene… senza sporcare» mi parvero le più tristi che Charlotte avesse mai detto, tuttavia le pronunciò con una sorta di fervore.
Ma perché le ricordo?
Poi lei andò nella stanza da bagno, si distese nuda sulle piastrelle di ceramica e si sollevò sui gomiti, con la testa rovesciata, la bocca aperta e si masturbò freneticamente con una mano.
Sembrava che non avvertisse il freddo del pavimento.
Più si masturbava e più si esaltava nell’avvilirsi. Quel che disse allora, l’ho annotato e ho appena strappato la pagina che mi è mancato il coraggio di rileggere fino in fondo. Vi sono due cose che una mia lettrice non riuscirebbe a immaginare: le parole che taccio e la fretta che ho di finire questo capitolo.
È più arduo raccontare le scene reali di quelle inventate, perché la logica della vita è meno chiara di quella di un racconto. Credete forse che il punto culminante sia stato l’atto di cui fui testimone?
Nient’affatto. E non so se riuscirò a farvi capire il perché.
Prima di tutto l’avevo previsto, e quel che io immagino è, in generale, più interessante della realtà.
E poi devo dire che in quella circostanza la parte più infame, quella di Teresa, fu sostenuta con prodigiosa abilità femminile. La parte fu «salvata», per così dire.
Come, non ritengo di essere in grado di descriverlo.
Posso solo ripetere che Teresa aveva un corpo ammirevole. Era figlia di acrobati, come apprenderete tra poco. Si comportò esattamente come una ginnasta che prova un esercizio con la sua compagna, un esercizio del repertorio classico, e mi osservava tranquilla, come se il suo atto le apparisse più naturale del mio turbamento… Cinque minuti più tardi, ero solo.
* Assonnato. [ N.d.T. ]
** Uno dei racconti più famosi di Jules Barbey d’Aurevilly, la cui eroina muore durante un incontro d’amore. [ N.d.T. ]
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