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Scambio di Coppia

Giulia oltre ogni confine


di fantasiehotmax
24.10.2026    |    342    |    0 8.0
"Ogni tanto stringeva di più, come se quello che vedeva le facesse venire l’orgasmo..."
dopo il racconto ..."Il confine oltre l'immaginazione" ... ecco il seguito della mia adorata Giulia...


Ora Giulia era diventata quella donna che forse avevo sempre desiderato.

La guardavo con occhi diversi.
Era successo tutto per gradi.

Ero stato paziente. L’avevo osservata. E quando sembrava che non sarebbe mai successo… alla fine era successo.
Prima alla spa.

Dopo una giornata intera di stimoli, la sera sulle poltroncine appartate del bar. Lei indossava un abito leggero. Luca era seduto accanto a lei, io di fronte. Lui le aveva appoggiato la mano sulla coscia. Lei aveva abbassato lo sguardo, poi aveva cercato i miei occhi e, con un semplice cenno del capo, aveva annuito. La mano era salita sotto l’abito. Quando le dita avevano sfiorato l’interno della coscia, Giulia aveva chiuso gli occhi e lasciato uscire un respiro più lungo, il viso già leggermente teso dal piacere. Poi erano arrivate altre persone nel salottino vicino e il momento si era interrotto. Eravamo saliti in camera.
Lì dentro tutto era diventato più serio.

La porta si era chiusa e il silenzio era sceso improvviso. Giulia era rimasta in piedi, l’abito ancora sistemato, gli occhi che andavano da me a Luca e di nuovo a me. Era il momento. Quello vero. Non più un tocco sotto un tavolo, non più un gioco a metà. Per la prima volta avrebbe accettato di farsi scopare davanti a me. Lo leggevo nella leggera tensione delle spalle, nel modo in cui si mordeva appena il labbro, nello sguardo che mi cercava come per chiedere un’ultima conferma silenziosa. Non c’erano parole. Solo quella domanda muta: stai davvero guardando? Vuoi davvero questo? Io non dissi niente. Restai fermo. E lei, dopo un attimo che sembrò lunghissimo, si voltò verso Luca e non si tirò indietro. Lo lasciò avvicinare, lo lasciò toccare, lo lasciò spingere dentro di lei. Mentre lui la scopava, Giulia teneva gli occhi aperti e ogni tanto li rivolgeva verso di me. C’era stupore, c’era piacere, c’era anche un filo di incredulità, come se non riuscisse ancora a credere di essere davvero lì, aperta sotto un altro uomo, mentre il suo compagno stava a guardare.
Quella sera aveva aperto una porta.
Poi era arrivata la serata a casa.

L’avevo organizzata io. Avevo preparato tutto con cura. Giulia era sul letto matrimoniale, bendata, i polsi legati ai lati del letto con due foulard. Credeva che fosse un gioco solo tra noi e Luca. Gliel’avevo fatto credere. Su mia indicazione Luca sarebbe dovuto arrivare da solo, ma io gli avevo chiesto di portare un amico. Una sorpresa. Un piccolo inganno.
Quando entrarono in camera, Giulia era già eccitata.

Sentì i passi, sentì le mani che la toccavano, e all’inizio fu convinta che fossi io insieme a Luca. Accettò i baci, le carezze, le dita che le aprivano le cosce. Gemette piano, si inarcò, si lasciò fare. Poi qualcosa non tornò. Troppe mani. Un respiro diverso. Una voce che non riconosceva. Si irrigidì.
«Aspetta… chi c’è?»
Nessuno rispose subito.

La benda restò al suo posto. Le mani continuarono. Quando capì, quando realizzò che c’era un terzo uomo, uno sconosciuto, la sua voce uscì bassa e arrabbiata:
«Sei uno stronzo…»
Ma non chiese di fermarsi.

Presa nel contesto di grande eccitazione del momento, con il corpo già carico, già aperto, già bagnato, si lasciò trasportare dagli eventi. Continuò a ricevere. Continuò a gemere. Si abbandonò completamente ai piaceri di Luca e di quello sconosciuto amico di Luca. Ogni freno inibitorio cadde. Si diede senza più resistenze, mentre io stavo a guardare, a pochi passi dal letto, a bere ogni suo respiro, ogni suo cedimento, ogni volta che il suo corpo accettava di essere usato da due uomini mentre restava legata e bendata.
Quella notte Giulia aveva concesso tutto.

E l’aveva fatto davanti a me, liberando pezzi di sé che forse non sapeva nemmeno di avere.
Quei due episodi l’avevano trasformata.

Avevano acceso in lei un calore nuovo, una disinibizione diversa da prima. Non era più solo la donna che accettava per farmi piacere: era diventata una donna che sentiva, che desiderava, che portava addosso una carica sessuale più libera e più consapevole. Quella trasformazione si leggeva nei suoi gesti, nel modo in cui ora abitava il proprio corpo.
Nelle uscite quotidiane sceglieva gonne e vestiti corti che lasciavano scoperte le cosce a ogni passo. Quando si sedeva, la stoffa saliva e lei non si premurava più di tirarla giù subito. Portava top scollati, senza reggiseno, che esaltavano il seno. Aveva il fisico per vestirsi così. Il suo corpo sembrava perfetto per essere guardato e desiderato: linee pulite, seno pieno, gambe lunghe, un equilibrio naturale che con l’abbigliamento giusto risaltava ancora di più. Camminava sapendo di essere osservata. Incrociava gli sguardi degli uomini un attimo più a lungo del necessario, poi distoglieva gli occhi con un mezzo sorriso. Le piaceva. Le piaceva sentirsi desiderata.
Una sera, mentre si preparava per uscire, si era voltata davanti allo specchio.
«Secondo te si nota troppo?», aveva chiesto senza guardarmi.
Io l’avevo osservata.
«Si nota. Ma funziona.»
Lei aveva sorriso, appena.
«Ok.»
Era uscita così.

E quando era tornata aveva ancora negli occhi quel leggero bagliore di chi ha raccolto sguardi e li ha tenuti per sé.
Io lo leggevo nei suoi silenzi. Dopo quello che aveva fatto per volere mio e per il proprio piacere, in lei stava nascendo una nuova fantasia. Un desiderio di sesso più libero, di altre situazioni. Non lo diceva. Lo lasciava solo trasparire.
Non mi feci attendere.

Dentro di me stava diventando una priorità, forse un’ossessione. Cercavo qualcosa che potesse stuzzicare lei e, insieme, me.
Mi sono buttato su internet.

Prima avevo pensato ai locali per scambi, poi sono finito sugli annunci. Ce n’erano a centinaia. Stavo vagliando, cambiando idea in continuazione, quando mi è comparsa la descrizione di una coppia sulla quarantina. Chiedevano di conoscersi prima davanti a un aperitivo, per creare alchimia, e solo dopo, se tutti d’accordo, vedersi di nuovo.
Ho guardato le foto di lei.

Il viso non si vedeva, ma il resto bastava. Sembrava una donna di classe, per bene, una mamma di famiglia. Timida negli atteggiamenti, come se non appartenesse davvero a quel mondo. Il corpo era lineare, pulito, affusolato eppure morbido nei punti giusti. Non aggressiva. Accogliente. Proprio il tipo di donna che nella vita di tutti i giorni nessuno avrebbe immaginato nuda e aperta sotto uno sconosciuto.
E proprio quello mi eccitava.

L’idea di prendermela. Di violarla. Di spingere il mio cazzo dentro quel corpo così composto, così “perbene”, mentre il suo uomo stava a guardare. Invertire i ruoli. Farle fare quello che Giulia aveva già fatto. Il contrasto mi accendeva.
Poi ho guardato le foto di lui.

Un corpo asciutto, sportivo. E un cazzo spesso, venoso, nerboruto.

Per un attimo l’ho immaginato mentre si faceva spazio dentro Giulia, mentre la apriva, mentre la pompava. L’immagine mi ha colpito subito. La mente ha iniziato a lavorare da sola: quel cazzo che spariva tra le sue cosce, il viso di Giulia che si contraeva, gli occhi che cercavano i miei. Mi sono sentito indurire solo a ripensarlo.
Quell’immagine mi ha convinto.
Ho aperto la chat e ho scritto:
«Noi vorremmo conoscere persone con le quali condividere qualche fantasia. Ci siete?»
La risposta arrivò dopo poco.

Poche chat, simpatiche, leggere, fatte di battute e di un certo piacere reciproco nello scambio. Niente di pesante. Solo la giusta dose di curiosità e di cautela. Alla fine ci accordammo per la sera seguente, in un locale che avevano indicato loro.
Mentre chiudevo la conversazione sentivo già l’adrenalina mescolarsi al desiderio, più densa di prima.

La sera, durante la cena, glielo proposi.
Stavo tagliando la carne quando dissi, quasi di passaggio:
«Sai… ho conosciuto una coppia in chat, questi giorni.»
Giulia alzò gli occhi dal piatto e mi guardò con fare curioso.
«Ah sì? E chi sono?»
«Due persone come noi, più o meno. Stanno vivendo una fase… particolare. Un po’ come la nostra, in certi aspetti.»
Lei appoggiò la forchetta. I movimenti si erano fatti più lenti.
«Particolare in che senso?»
Feci una pausa, cercando di non buttarglielo addosso tutto insieme.
«Hanno cominciato a esplorare certe cose. Niente di estremo. Solo curiosità. L’altro giorno mi hanno scritto e abbiamo scambiato due messaggi. Mi hanno proposto di bere qualcosa insieme. Un aperitivo, niente di più. Hanno i figli a casa, quindi non possono fare tardi.»
Giulia restò in silenzio qualche secondo. Poi alzò lo sguardo e la voce, quando parlò, non era più solo curiosa. C’era un filo di tensione, quasi di disappunto.
«Che cosa hai in mente, esattamente? Vuoi scoparti un’altra tipa?»
La domanda arrivò secca, diretta. Non era un’accusa, ma neanche una battuta.
Io la guardai negli occhi.
«No. Non necessariamente. Diciamo che… lei ha una curiosità un po’ insolita. Dice che le piacerebbe, un giorno, vedere suo marito con un’altra. Non è una cosa che chiede a tutti. Ma ne ha parlato. E lui sembra aperto a capire fino a dove possono arrivare, senza forzature.»
Giulia restò ferma. Non sembrava scandalizzata, ma stava elaborando qualcosa di più complesso.
«Aspetta… lei vorrebbe vedere il marito con un’altra donna? Davvero?»
«Sì. Dice che le dà una strana eccitazione solo a pensarci. Non è gelosia al contrario. È un’altra cosa. Difficile da spiegare se non la vivi.»
Lei abbassò lo sguardo un momento, poi lo rialzò. La voce era più bassa, ma ancora tesa.
«E se poi lei ti chiede di scoparla? Cosa fai?»
«Mi tiro indietro, se non ti va. O se non mi va. Domani sera dobbiamo solo parlare. Mal che vada non li rivediamo più. Nessuno ci costringe a niente.»
Il silenzio che seguì non era un rifiuto. Era metabolizzazione. Giulia stava facendo spazio a un’idea nuova, e la curiosità, anche se ancora mista a perplessità, stava cominciando a prevalere.
Dopo un po’, mentre io riprendevo a mangiare, chiese con voce più quieta:
«E… come sono?»
«Te lo dico senza entrare troppo nei particolari. Della nostra età, tranquilli, sembrano equilibrati. Niente di esasperato o di chi cerca solo il sesso a tutti i costi.»
Giulia annuì piano, quasi tra sé. Non aveva detto di sì. Non aveva detto di no. Ma il modo in cui restava in ascolto, e il fatto che non avesse chiuso il discorso, faceva capire che stava inclinando, lentamente, verso il “vediamo”.

La sera seguente, alle venti in punto – un po’ tardi per un aperitivo, era già buio – ci presentammo all’appuntamento.
Giulia era uno schianto.

L’abitino nero le seguiva ogni linea senza sforzo. Il rossetto, acceso quanto bastava, le faceva sembrare la bocca già un invito.
Loro erano già lì.

Andrea e Sonia.

Lui in giacca e jeans scuri, il tipo sicuro di chi sa esattamente dove mettere le mani. Lei esattamente come nelle foto: viso angelico, capelli scuri, blusa bianca con bottoni di perle… e una gonna corta di pelle nera che le aderiva alle cosce e terminava a pochi centimetri dal punto in cui la pelle diventava proibita. Una bellezza pulita, quasi fuori posto. Come un angelo seduto su un pezzo di cuoio.
Ci salutammo. Qualche battuta leggera.

Ci portarono dentro. Il locale era su più piani, salottini discreti, rumore di voci e bicchieri in sottofondo. Al secondo piano ci sedemmo in un angolo da cui si vedeva fuori, ma non si era visti.
Andrea ordinò prosecco e stuzzichini.

Erano simpatici. Lui parlava di più, lei interveniva con calma. Giulia si divertiva. Si parlò di tutto, poi delle prime esperienze, degli imbarazzi, di come si era arrivati a quel punto. Quando toccò a noi, Giulia raccontò con ironia, leggera, e si vide che stava bene.
Quando il discorso scivolò sul sesso il tono si abbassò.

L’energia cambiò. Gli sguardi iniziarono a incrociarsi più a lungo. Io guardavo la bocca di Sonia e pensavo a come sarebbe stata intorno al mio cazzo. Lei si appoggiava alla spalla del marito con un gesto quasi innocente. Quel contrasto – l’aria pura e quella gonna di pelle che le stringeva le cosce – mi teneva duro. Avrei voluto sollevarle appena il bordo e vedere se sotto c’era davvero qualcosa di angelico.
Il vino faceva effetto. Seconda bottiglia.

L’atmosfera era leggera e carica allo stesso tempo.
Giulia si alzò.

«Devo andare in bagno. Non so nemmeno dove sia.»
Andrea sorrise.

«Ti accompagno.»
Lei mi guardò.

«Mi fido?»
«Perché no.»
«Ho la testa che gira un po’.»
Uscirono insieme.

Rimanemmo soli.
La guardai.

«Sei molto bella. Dietro quel visetto si nasconde qualcosa di meno angelico?»
«Dipende da chi cerca.»
Mi studiava. Rispondeva poco, ma non si tirava indietro.
«Ti piacerebbe vedere tuo marito con un’altra? Con Giulia, per esempio.»
Lei annuì appena.

«È bella. Sarebbe… interessante.»
«Ti piace di più farlo o guardare?»
Sorrise, la voce più bassa.

«Penso mi piacerebbe vederlo mentre qualcuno è dentro di me.»
«Sarebbe un bel primo passo. Peccato dobbiate andare via presto. Mi sarei offerto volentieri.»
Un mezzo sorriso.

«Mettiamolo come appunto.»
Silenzio.

I nostri sguardi restarono agganciati. Allungai la mano e le sfiorai la coscia. La pelle della gonna era liscia, calda. Lei non si mosse. La mano salì sotto il bordo corto, spostò la stoffa della mutandina e iniziò a toccarla. Era già bagnata. Un ditino entrò piano. Lei mi tenne lo sguardo e, senza dire niente, posò la mano sulla patta dei miei pantaloni.
Andrea tornò dopo diversi minuti.

Vide la mia mano ancora sotto il tavolo, la gonna di pelle sollevata di qualche centimetro, e le dita di Sonia chiuse intorno al mio cazzo. Non si irrigidì. Non commentò con fastidio. Solo un piccolo sorriso storto, da uomo che riconosceva il terreno.
«C’era gente. Un po’ di coda.»

Si sedette lentamente, appoggiò un braccio dietro lo schienale di Sonia e abbassò la voce, quasi confidenziale:

«Vedo che non vi siete annoiati. Brava, amore… continua pure. Non smettere per me.»
Sonia esitò un attimo, poi riprese a muovere la mano, più lenta, più consapevole.

Andrea le sfiorò i capelli con le dita, quasi un gesto di approvazione.

«Così. Piano. Fallo godere. Poi, se vuoi, puoi anche chinarti… tanto da questa posizione nessuno vede niente. Solo noi.»
La sua voce era bassa, calda, leggermente divertita.

«E se qualcuno dovesse davvero guardare… beh, almeno avrà qualcosa di interessante da raccontare a casa.»
Sonia accelerò appena. Gli occhi nei miei.

Andrea sorrise di più.

«Vedi? Sa già cosa le piace. Continua, tesoro. Io sto qui e mi godo lo spettacolo.»
Continuai a toccarla sotto la gonna di pelle. Due dita, ora. Lei era così bagnata che il rumore era quasi udibile, se non fosse stato per il sottofondo del locale. Sonia mi slacciò del tutto i pantaloni, guardò in giro una volta sola e mi tirò fuori completamente. Iniziò a segarmelo con più decisione, gli occhi ancora nei miei, mentre Andrea la guardava di lato, soddisfatto, come se stesse incoraggiando qualcosa che aveva già immaginato mille volte.
Arrivò Giulia.

Vide tutto. Non disse una parola.

Si avvicinò, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Un bacio lento, profondo, quasi esibito. Mentre la sua lingua entrava nella mia sentii nettamente un sapore che non era il suo. Caldo, un po’ salato, estraneo. Capii subito. In bagno non aveva solo sistemato i capelli. Aveva preso in bocca Andrea e ora, con quel bacio, me lo stava facendo sapere. Me lo stava facendo assaggiare.
Quando si staccò mi guardò negli occhi un secondo di troppo, un sorrisetto piccolo e consapevole rivolto anche ad Andrea.

«Hai ragione,» mormorò. «È più buono di quanto pensassi.»
Sonia aveva capito.

La sua mano accelerò. Sentì la mia reazione e, dopo uno sguardo veloce intorno, si chinò e mi prese in bocca. Labbra calde, morbide, che scendevano lente. La lingua che girava intorno alla testa, poi scivolava più giù. Per un attimo persi il filo.
Poi la voce di Andrea, bassa, quasi divertita:

«Cameriere in arrivo. E da quella saletta qualcuno ci sta guardando. Meglio muoversi, se non vogliamo finire su qualche gruppo Facebook di “avvistamenti notturni”.»
Guardò l’orologio.

«Andiamo in macchina. Chiamo e dico che facciamo un’ora in più. I bambini stanno coi nonni. Saliamo un attimo a vedere la città dall’alto. Qui siamo troppo esposti.»
Non c’era scelta.

Mi risistemai.
Uscimmo.

L’aria fuori era fresca, ma l’adrenalina restava alta.

La serata non era finita.

«Cosa facciamo? Andiamo con una macchina sola?» chiese Andrea.
«Meglio di no», risposi. «Poi noi dobbiamo tornare direttamente a casa, il tempo è contato.»
«Va bene. Ci seguite?»
«Ok.»
Partimmo.
C’era traffico all’inizio, poi, man mano che salivamo verso la collina, le strade si fecero più strette, la vegetazione più fitta, le macchine sempre meno. Io guidavo. Ogni tanto lanciavo uno sguardo a Giulia. Lei teneva gli occhi fissi davanti a sé, ma il modo in cui stringeva le mani sulle cosce diceva tutto: non stava più fingendo di essere la stessa donna di un mese fa.
«Non hai perso tempo, nel locale.»
Lei non girò la testa.
«Ci siamo parlati un po’. Poi lui mi ha spinto dentro il bagno. Ha cominciato a toccarmi… mi ha tirato fuori il cazzo. Alla fine cosa dovevo fare? Siamo venuti per questo, no?»
«Non ha impiegato molto, a quanto pare.»
«È venuto come una fontana.»
«Hai ingoiato?»
«Certo. Non volevo mica regalare a Sonia il piacere di vedere il marchio del suo uomo stampato sul mio vestito.»
Sorrisi, senza togliere gli occhi dalla strada.
«Brava, la mia puttanella. Sempre così pratica.»
«Meglio di così non potevo», rispose lei, e questa volta sorrise davvero.
Arrivammo. Posteggiai nel punto più appartato che trovai. Andrea fermò il suo SUV, modello più recente del mio, a circa due metri di distanza, di fianco. Abbassai il finestrino.
«Ora cosa facciamo?»
Giulia mi guardò. Negli occhi aveva quella luce nuova, quella che mi faceva contemporaneamente geloso e duro.
«Scendi. Vai a sederti dietro nel sedile posteriore della loro macchina e fatti raggiungere da Andrea . Così realizzi la fantasia di Sonia: vedere suo marito che scopa un’altra.»
Lei alzò un sopracciglio, ironica.
«Bravo il mio stronzetto. Se ti piace vedermi montare da un altro ti accontento… ma la tua amica Sonia non la voglio a un palmo da me che mi fissa come se fossi un documentario sulla fauna selvatica. Falla salire dietro con te. Così siete simmetrici.»
«Va bene. Diglielo.»
Vidi che anche nell’altra macchina stavano ancora discutendo sul da farsi. Alla fine Giulia scese e si accomodò sul sedile posteriore. Poco dopo Andrea la raggiunse. Trascorsero alcuni istanti, poi anche Sonia scese dal SUV, raggiunse la mia auto e salì dietro. A quel punto feci il giro della macchina e mi sistemai accanto a lei.

Abbassai il finestrino posteriore; Andrea fece lo stesso dall’altra parte. Le due auto erano affiancate a pochi metri di distanza, con i finestrini aperti e una visuale reciproca perfetta. Ognuno poteva così osservare il proprio partner, senza perdersi nulla di ciò che accadeva nell’altra vettura.

Cominciammo a cercarci con le mani, scambiandoci carezze e baci. Di tanto in tanto, però, lo sguardo scivolava inevitabilmente verso l’altra macchina, dove la scena che si stava svolgendo rendeva tutto ancora più intenso.
Nell’altra macchina Giulia era già china sul cazzo di Andrea. Lui le teneva la testa per i capelli e la spingeva verso il basso come se fosse una sua proprietà. Lei lo prendeva fino in fondo, senza esitazione. Io la guardavo e sentivo il sangue battere forte. Quella era mia moglie. Quella che fino a poco tempo fa arrossiva per uno sguardo di troppo, ora succhiava un altro uomo mentre io stavo a due metri a farmi segare da sua moglie.
Sonia era partita più soft. Mi aveva tirato fuori il cazzo e aveva ripreso la sega di prima, lenta, precisa. Guardava nell’altra macchina, rapita.
«Guarda come la tratta», sussurrò. «Come se fosse già sua.»
Il suo uomo stava facendo il porco con un’altra donna e a lei piaceva. Si vedeva dagli occhi. Poi cominciò a baciarmi. Baci profondi, umidi, che si interrompevano solo quando voltava la testa per guardare di nuovo.
Ogni volta che rivedeva Andrea tra le gambe di Giulia, tornava sulla mia bocca con più fame.
Dall’altra parte Giulia ora aveva le gambe spalancate in alto. Andrea era sprofondato tra le sue cosce a leccarla. Si sentivano i gemiti di lei, bassi, rochi. Ogni tanto alzava la testa e cercava i miei occhi attraverso i due metri di buio.
Voleva il mio sguardo.
Sapeva che mi eccitava vederla così, e quello la eccitava ancora di più.
Sonia continuava a baciarmi, poi scese sul collo, lenta, sensuale. Mi sfilò i pantaloni. Finalmente ebbi quel viso angelico sul mio cazzo. Prima baciò solo la cappella, poi l’asta, poi le labbra scivolarono giù fino alla base. Ritmi bassi, sapienti. Il contrasto era allucinante: quel musetto da mamma di famiglia che lavorava il cazzo come se lo facesse da sempre. La mia mano era dentro la sua figa, fradicia. Due dita, poi tre.
«Allora», sussurrò contro il mio cazzo, «mi fai vedere quel porco di mio marito che scopa mentre la mia fica è piena di un altro? O preferisci continuare a fare il turista?»
Non me lo feci ripetere.
Presi un preservativo dal vano (fortuna che li avevo messi, anche se non era in programma arrivare fino in fondo). Mentre me lo infilavo, Sonia si liberò della gonna. Il culo che emerse era fantastico: tondo, sodo, la parte più bella del suo corpo.
Dall’altra macchina Giulia ora aveva le mani appoggiate al finestrino. Si vedeva e si sentiva Andrea che la pompava con colpi violenti. Lei lo implorava.
«Scopami… scopami come una puttana… più forte…»
Sonia si sistemò sopra di me a smorzacandela. Con poca resistenza delle sue labbra scivolò fino in fondo. La sentii stringere. Ero dentro quella figa che avevo visto solo in foto, mentre il cazzo nerboruto della stessa foto stava impalando Giulia a due metri da me. Il connubio mi stava facendo impazzire.
Sonia iniziò a muoversi. Spinte profonde, lente, controllate. Non guardava me. Guardava l’altra macchina. Guardava il marito che godava dentro un’altra donna mentre lei stessa era piena di un cazzo estraneo. Ogni tanto stringeva di più, come se quello che vedeva le facesse venire l’orgasmo. Ne ebbe due, uno dopo l’altro, senza mai smettere di guardare. Il corpo le tremava, ma gli occhi restavano fissi su Andrea che martellava Giulia.
«Cazzo…», ansimò tra un orgasmo e l’altro, «guarda come la scopa. E io… io sto venendo pensando a quanto le piace.»
Alla fine Andrea uscì da lei, si alzò un po’ e le sparò lunghi getti bianchi sul culo e sulla schiena. Giulia restò ferma, ansimante, a riceverli.
Sonia, dopo il secondo orgasmo, scese da me. Si chinò e mi prese in bocca di nuovo. Non resistetti. Uno schizzo dopo l’altro le riempii la bocca. Parte la ingoiò subito. Parte le scivolò sulle labbra. Parte la riversò sul mio cazzo ancora duro. Poi cominciò un lavoro certosino: leccava, succhiava, ripuliva ogni goccia con la lingua, lentamente, come una cultrice. Ogni tanto alzava gli occhi e mi guardava. Voleva che vedessi quanto era brava. Mi lasciò il cazzo perfetto, lucido, pulito. Alla fine si fermò, mi baciò intensamente, spingendo la lingua dentro la mia bocca per farmi sentire il sapore di quello che aveva appena succhiato.
«Ecco», sussurrò contro le mie labbra, «così anche tu hai un ricordo di me. E di lui.»
Poi, senza dire una parola, si rivestì.
Anche nell’altra macchina, più o meno con gli stessi tempi, si stavano rivestendo. Sonia mi diede un ultimo bacio veloce e scese per salire sulla sua macchina. Giulia fece lo stesso. Un cenno con la mano, un saluto breve, e ripartirono. Avevano fatto tardi.
Noi restammo ancora un minuto. Poi ci risistemammo e partimmo anche noi, con più calma.
Per un po’ nessuno parlò. La macchina era piena di odori, di silenzio, di quella cosa strana che non sapevamo ancora come chiamare.
Poi chiesi:
«Com’è andata?»
Giulia tenne lo sguardo sul finestrino.
«Lo vuoi sapere? Non hai visto?»
«Dimmi tu.»
«Mi ha sbattuta per bene. E devo dire che ha un bel cazzo. Possente. Non sei geloso?»
«Certo che lo sono. Al punto giusto. Quello che fa venire l’erezione, non quello che fa venire le lacrime.»
Lei sorrise.
«Anche tu ti sei dato da fare. Alla fine l’hai scopata.»
«Ha detto che preferisce vedere suo marito mentre ne ha un altro dentro. Potevo scontentarla? Sarei stato un ospite maleducato.»
«Bravo il mio stronzo.»
Silenzio ancora qualche secondo. Poi aggiunse, quasi casuale, come se stesse commentando il tempo:
«Beh, allora se proprio te lo dovevo dire… dopo avermi scopato la figa per bene, ha voluto prendersi anche il culo. Potevo dirgli di no?»
La guardai. Sentii qualcosa muoversi dentro di me: non solo gelosia, non solo eccitazione. Qualcosa di più profondo, di più pericoloso.
«Ok, mia cara puttanella. Te lo sei meritato. E adesso so perché sorridi così.»
Arrivò un messaggio. Era Andrea.
«Questo sabato siete invitati da nostri amici. Una villa, una festicciola tra amici intimi. Ci siete?»
Lessi il messaggio a Giulia.Lei non rispose subito. Restò ferma a guardare lo schermo, le labbra leggermente socchiuse. Poi un sorriso lento le si aprì in faccia, diverso da quello di prima. Più caldo. Più consapevole.Voltò la testa verso di me. Negli occhi aveva di nuovo quella luce.
«Sai cosa vuol dire, vero?»
Annuì, senza parlare.«Significa che non saremo più solo in quattro…»
Restò ferma un attimo, lo sguardo perso. Poi allungò una mano e mi accarezzò la coscia, lenta. Le dita le tremavano leggermente. Il respiro le si era fatto più corto. Si morse il labbro inferiore, senza accorgersene, e le gambe si chiusero un poco.Il sorriso le restò sulle labbra, più caldo, quasi sfacciato
.«Allora? Scrivi pure di sì… prima che cambi idea.»
Non aggiunse altro.
A pochi chilometri da casa, mentre guidavo, allungò la mano, mi aprì la patta e mi tirò fuori il cazzo. Si chinò e iniziò a succhiarmi con una dolcezza diversa da quella di prima: più decisa, più affamata, come se stesse già anticipando ciò che l’aspettava sabato. Dovetti fermarmi in una piazzola. Le schizzai in gola. Per la seconda volta quella sera ricevetti una pulizia certosina, lenta, precisa, affettuosa… ma con un’urgenza nuova sotto la lingua.
Quando scendemmo dalla macchina e ci dirigemmo verso la porta di casa, presi il telefono. Scrissi:«Giulia mi ha detto di dirvi che sarà contenta di venire. E chiaramente pure io.»Inviai.
Poi aprii la porta. Lei entrò prima di me. E mentre chiudevo, sentii ancora sulle labbra il sapore misto di quella sera: il suo, quello di Sonia, e il ricordo di tutto il resto.
Qualcosa si era spostato di nuovo.

E questa volta non c’era più modo di tornare indietro.
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