Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
tradimenti

Poligono


di fantasiehotmax
31.07.2026    |    175    |    0 8.7
"La guardò negli occhi per un lungo secondo, poi si chinò e la baciò sulla bocca..."


Mi chiamo Andrea. Ho cinquantacinque anni. Poco più di un metro e ottanta, spalle larghe, un fisico che ha retto al tempo senza troppe concessioni. I capelli sono corti e già brizzolati, gli occhi castani scuri, abituati a osservare più di quanto parlino. Parlo poco. Osservo. E da quando Mary è entrata nella mia vita, qualcosa dentro di me ha smesso di restare quieto.

La amo.
La amo in un modo totale, assoluto, quasi doloroso.
La amo per la dolcezza che le scorre sotto la pelle, per l’intelligenza tagliente che affiora quando meno te l’aspetti, per quel sorriso che in un istante può diventare malizioso o disarmato. La amo per i capelli ricci scuri che le cadono sul viso quando ride, per il modo in cui il suo corpo snello ed elegante sembra sfidare i quasi cinquant’anni che porta. Con lei mi sento vivo come non mi ero mai sentito prima.

Eppure, proprio dentro questo amore, è nato qualcosa di oscuro. Qualcosa di vorace. Il desiderio di vederla perdersi. Di guardarla mentre cede, mentre il suo corpo e la sua mente si arrendono a un piacere che io da solo non posso darle. È una gelosia che brucia, che mi stringe lo stomaco e mi fa diventare duro all’istante. Una gelosia che non voglio spegnere. Anzi: voglio alimentarla.

Tutto è cominciato come un semplice gioco di parole.
Ci siamo conosciuti per caso in una chat di un gioco online. All’inizio erano solo battute leggere, scambi frettolosi tra due sconosciuti. Poi le parole hanno iniziato a diventare carezze. Confessioni. Fantasie sempre più spinte. Due anime che si riconoscevano nell’oscurità di uno schermo, due duellanti che si erano incrociati senza cercarsi. Io pensavo: «Questa donna è diversa. È profonda. È mia».

Più parlavamo, più sentivo che lei era l’unica con cui potevo essere completamente sincero. L’unica con cui potevo ammettere quel lato di me che avevo sempre nascosto: volevo vederla desiderata da altri. Volevo vederla tremare sotto mani che non erano le mie.

Quando ci siamo incontrati nella realtà, quel desiderio è diventato concreto. Mary aveva quasi cinquant’anni, ma il suo corpo snello ed elegante sembrava sfidare il tempo. Capelli ricci scuri, occhi grandi e luminosi, un sorriso che poteva essere dolce o malizioso a seconda di come la luce la colpiva. Ogni volta che la guardavo pensavo: «È bellissima. Ed è mia. Ma quanto sarebbe eccitante vederla mentre si lascia andare con qualcun altro?». La gelosia mi stringeva il petto, ma era una gelosia viva, elettrica. Mi faceva sentire giovane, potente, vivo.

Per mesi abbiamo provato a trasformare le fantasie in realtà. Locali per coppie, serate libere, situazioni casuali. Ogni volta tornavo a casa con un nodo allo stomaco: delusione mista a sollievo. Pensavo: «Meno male, non è successo niente. Mary è ancora solo mia». Ma subito dopo arrivava l’altra voce, quella più oscura: «Però… quanto mi sarebbe piaciuto vederla mentre un altro la tocca. Quanto mi eccita l’idea di lei che perde il controllo davanti ai miei occhi».

Una sera, sdraiata accanto a me, Mary mi aveva confessato con voce bassa:
«Nessuno mi fa sentire come voglio sentirmi. Mi eccito solo all’idea… ma quando li vedo, il desiderio svanisce. Cerco qualcosa di vero, di concreto. Qualcuno che mi faccia tremare davvero.»

Quelle parole mi avevano trafitto. Pensavo: «Lei lo vuole. Lo vuole quanto me. Ma ha paura. E io… io voglio spingerla oltre proprio perché ha paura». La stringevo forte, le accarezzavo i capelli, ma dentro di me cresceva la certezza: prima o poi avrei trovato il modo di farle vivere quella fantasia. Non per ferirla. Per amarla più profondamente.

Poi, quasi per caso, scoprimmo il poligono di tiro nelle immediate vicinanze di Verona.
Diventò subito il nostro rituale più intimo e costante. Ci andavamo una o due volte al mese, mai di più, per non perdere quel sapore di attesa e di eccitazione che si accumulava tra una visita e l’altra.

Mary amava quell’ambiente in un modo che mi sorprendeva ogni volta. Amava l’odore acre della polvere da sparo che impregnava l’aria, il rumore secco e potente degli spari che riecheggiava sotto la tettoia, il peso freddo e rassicurante della pistola tra le mani. Amava la concentrazione assoluta che richiedeva il tiro: quel momento in cui tutto il resto scompariva e restava solo il bersaglio, il respiro controllato, il dito che accarezzava il grilletto. Diceva che le dava una sensazione di potere e di calma profonda allo stesso tempo.

Ma soprattutto amava l’atmosfera maschile, quasi militare, che si respirava lì. Gli istruttori in divisa mimetica, i loro modi diretti e sicuri, le voci basse e ferme mentre davano indicazioni. Amava il contrasto tra la sua figura snella ed elegante e quell’ambiente rude, fatto di uomini, di armi, di disciplina.

Ogni volta che varcavamo il cancello del poligono, notavo come il suo passo diventasse più leggero, le spalle più dritte, gli occhi più brillanti. Si vestiva con cura per quelle giornate: pantaloni tecnici aderenti che sottolineavano le sue gambe lunghe, magliette semplici ma che le fasciavano il seno, i capelli ricci raccolti in una coda alta che lasciava scoperto il collo. Sembrava quasi che si preparasse a una piccola performance personale.

«Mi piace qui» mi confessò una volta mentre tornavamo a casa, la voce ancora vibrante di adrenalina. «Mi fa sentire viva. C’è qualcosa di primitivo, di autentico. Gli uomini qui non fingono. Sono diretti, fisici. Mi eccita… anche se non dovrei dirtelo.»

Io sorridevo e stringevo il volante. Sapevo esattamente cosa intendeva.

Fu proprio in quel contesto, sessione dopo sessione, che tutto cominciò a spostarsi lentamente.

La prima scintilla arrivò con Marco, il cinquantenne robusto e brizzolato, con quella presenza massiccia e autorevole. Durante una delle nostre visite, mentre Mary era concentrata sulla linea di fuoco, lui si avvicinò da dietro per correggerle la postura. Si posizionò vicinissimo, il petto contro la sua schiena. Mary sentì chiaramente il suo cazzo duro premere contro le sue natiche attraverso i pantaloni. Non fu un contatto casuale. Rimase lì, deliberato, insistente, per diversi secondi. Il respiro caldo di Marco sul suo collo. Lei trattenne il fiato, un calore liquido le invase il sesso all’istante. Le gambe le tremarono. Marco non disse nulla, poi si allontanò come se niente fosse.

Quando lo vidi a contatto con lei da dietro, sentii una fitta di gelosia così forte che quasi mi mancò il respiro. Pensavo: «Sta succedendo. Sta succedendo davvero. E io non sto facendo niente per fermarlo».

Quella sera, in macchina, mentre tornavamo a casa, le chiesi cosa fosse successo.
Mary rimase in silenzio a lungo, poi parlò con voce tremante:
«Marco… mi ha premuto contro. L’ho sentito. Era duro. Mi ha tenuta lì per qualche secondo. Mi sono bagnata subito, Andrea. Tantissimo. Non riuscivo a pensare ad altro. Mi ha fatto sentire piccola, dominata… protetta e presa allo stesso tempo.»

Vidi il suo conflitto negli occhi. Era eccitata, ma anche turbata.

«Vuoi che proviamo a spingere oltre?» le domandai piano.

Lei scosse la testa, lo sguardo basso.
«No… non ancora. Voglio che rimanga solo un episodio. Un momento isolato. Mi eccita parlarne con te, fantasticare su quello che è successo… ma non voglio andare oltre. Ho paura di non riuscire più a fermarmi.»

Passarono alcune settimane. Le sessioni al poligono continuavano. Mary era più silenziosa, più tesa. Si vedeva che ci pensava. Ogni volta che Marco era nei paraggi, il suo corpo reagiva: guance più rosse, respiro più corto, cosce strette.

Fu durante una di queste sessioni – la terza o quarta volta che andavamo – che Luca entrò in scena.

Era una sera di fine ottobre, l’aria fresca e umida. Il poligono era quasi deserto, solo qualche sparo lontano. Mary aveva scelto una postazione laterale, più isolata. Indossava pantaloni neri tecnici aderenti che le fasciavano le gambe lunghe e una maglietta grigia leggera che lasciava intravedere la linea del seno. I capelli ricci erano raccolti in una coda alta, il collo elegante scoperto.

Luca, il ventottenne atletico, era di turno come istruttore quella sera. Capelli corti scuri, spalle larghe, movimenti precisi e sicuri. La divisa mimetica gli stava perfetta, aderente sui bicipiti e sul petto.

Mary stava provando una nuova posizione: il tiro in ginocchio. Era concentrata, la pistola impugnata con entrambe le mani, il respiro controllato. Io ero poco distante, a osservarla.

Luca si avvicinò da dietro con passo silenzioso. Si fermò a pochi centimetri da lei.
«Posizione interessante» disse con voce bassa, calda. «Ma il peso del corpo deve essere più distribuito. Ti faccio vedere.»

Senza aspettare risposta, si chinò su di lei. Le sue gambe si posizionarono ai lati di quelle di Mary, quasi a racchiuderla. Poi la abbracciò completamente da dietro: il petto muscoloso contro la sua schiena, le braccia forti che scivolavano lungo le sue, le mani grandi che coprivano le sue sul calcio della pistola.

Mary si irrigidì per un istante, poi si lasciò andare contro di lui. Sentii chiaramente il suo respiro cambiare.

Luca parlava piano, la bocca vicinissima al suo orecchio:
«Rilassa le spalle… così. Abbassa un po’ il bacino. Devi sentire il terreno sotto i piedi. Usa il mio corpo come appoggio.»

Mentre parlava, il suo bacino premeva lentamente contro il sedere di Mary. Non era un contatto casuale. Luca si spinse contro di lei con intenzione, un movimento lento, circolare, come se stesse solo “correggendo” la postura.

Mary trattenne un gemito. Sentivo dal suo corpo che si stava bagnando: la schiena si inarcò appena contro di lui.

Le mani di Luca scivolarono più in basso, lungo i fianchi di Mary. “Per correggere l’assetto”, disse. Ma le dita sfiorarono i lati del seno, poi scesero sui fianchi, accarezzando la curva della vita e risalendo piano fino a sfiorare di nuovo il bordo inferiore del seno. Erano carezze leggere, ma deliberate. Ogni tocco sembrava dire: «Lo so che ti piace».

Mary respirava con la bocca semiaperta. Il suo viso era arrossato, gli occhi lucidi.

Sparò un colpo. Il rinculo la spinse ancora di più contro il corpo di Luca. Lui non si spostò. Anzi, approfittò del movimento per spingersi contro di lei, tenendola ferma con le braccia.

«Brava» mormorò contro il suo orecchio, la voce roca. «Così. Senti come sei stabile quando ti appoggi a me?»

Mary annuì debolmente. Non riusciva a parlare. Io ero a pochi metri e vedevo tutto: il modo in cui il suo corpo si abbandonava contro quello giovane e tonico di Luca, il leggero tremore delle gambe, il modo in cui stringeva le cosce per contenere l’eccitazione.

Luca rimase così per quasi un minuto intero, abbracciato a lei, le mani che continuavano a “correggere” la posizione toccandola in punti sempre più sensuali. Poi, lentamente, si staccò.
«Prova da sola adesso» disse con un mezzo sorriso, come se niente fosse accaduto.

Mary sparò altri colpi, ma le mani le tremavano visibilmente. Ogni volta che premeva il grilletto, il suo corpo ricordava la pressione di Luca dietro di lei.

Quando finimmo la sessione e salimmo in macchina, l’aria tra noi era elettrica.

Mary teneva lo sguardo basso, le mani strette in grembo. Dopo qualche minuto di silenzio, parlò con voce bassa e tremante:
«Oggi Luca… mi ha abbracciata da dietro. Mi ha premuto contro di lui. E le sue mani… mi hanno accarezzato i fianchi, i lati del seno. Non era solo per correggermi. Lo ha fatto apposta.
Ero un lago, Andrea. Un lago! Non riuscivo a concentrarmi sugli spari. Pensavo solo a quanto sarebbe stato bello se avesse continuato… se mi avesse toccata davvero.»

Fece una pausa, deglutendo.
«Mi ha fatto sentire desiderata in un modo diverso da Marco. Luca è così giovane, così sicuro… il suo corpo è duro, caldo. Mi ha eccitata tantissimo. Ma mi ha anche spaventata. Perché una parte di me voleva che non si fermasse. Voleva che mi spingesse contro il muro della postazione e…»

Si interruppe, arrossendo violentemente.

Io guidavo in silenzio, il cazzo duro nei pantaloni solo ad ascoltarla.
«Dimmi di più» le dissi piano.

Mary chiuse gli occhi.
«Sentivo il suo respiro sul collo. Il suo odore. Quando mi ha detto “rilassati contro di me”, il mio corpo ha obbedito da solo. Mi sono spinta indietro contro il suo cazzo. Solo un pochino… ma l’ho fatto. E lui ha risposto premendo di più. Ero bagnata. Se fossimo stati soli, non so se sarei riuscita a fermarmi.»

Quella notte, a letto, mentre la toccavo, le feci raccontare di nuovo ogni dettaglio. Mary veniva solo a rivivere quel momento: l’abbraccio di Luca, il cazzo duro contro di lei, le mani che la esploravano “per caso”.

Eppure, anche dopo quell’episodio, continuava a ripetermi:
«Non voglio fare il passo vero. Voglio che rimanga solo una fantasia tra noi. Quegli episodi devono restare isolati… anche se il mio corpo vorrebbe, non me la sento ancora di andare oltre.»

Ma io sentivo che la tentazione stava diventando sempre più forte. E dentro di me cresceva la decisione di spingerla a osare.

Dopo l’episodio con Luca durante l’esercitazione in ginocchio, il desiderio dentro di me diventò quasi insopportabile. Vedevo Mary sempre più turbata ogni volta che andavamo al poligono: il suo corpo reagiva visibilmente alla presenza dei due istruttori, ma lei continuava a ripetermi che voleva tenere tutto come fantasia. Io, però, sentivo che era arrivato il momento di spingere le cose oltre.

Decisi di parlare prima con Luca. Era il più giovane, quello che aveva toccato Mary con più audacia durante l’ultima sessione, e dentro di me pensavo che fosse lui il più propenso a cogliere l’occasione.

Una sera, verso la fine di un’altra sessione di tiro, aspettai che Mary andasse in bagno per rinfrescarsi. Luca stava sistemando le pistole e le munizioni nella zona attrezzature, un po’ in disparte. Mi avvicinai con passo calmo, il cuore che batteva forte nonostante cercassi di sembrare tranquillo.

«Luca, hai un minuto?» gli chiesi a bassa voce.

Lui alzò lo sguardo, sorpreso ma subito incuriosito. Era sudato per la giornata di lavoro, la mimetica aderente sul petto muscoloso. Mi fece un cenno con la testa.
«Certo, dimmi.»

Mi fermai a un metro da lui e andai dritto al punto, senza giri di parole ma con tono basso e confidenziale.
«Si tratta di Mary. Hai notato come reagisce quando la istruisci?»

Luca fece un sorriso lento, quasi complice.
«Difficile non notarlo.»

Annuii, sentendo una stretta forte allo stomaco.
«Sì… esattamente. A Mary piace tantissimo la vostra presenza. Le piace quando voi istruttori le state vicini, quando la toccate per correggerla, quando sente i vostri corpi contro il suo. Non lo dice a parole, ma il suo corpo la tradisce ogni volta. Si bagna solo a sentirvi in divisa.»

Feci una breve pausa, guardandolo dritto negli occhi.
«Io voglio regalarle questo. Mi piacerebbe che tu e Marco le preparaste una sorpresa, con il mio consenso. Qualcosa di autentico.
Se la prendete nel modo giusto… con calma all’inizio, ma senza fermarvi… sono convinto che non si tirerà indietro.
Ha paura di fare il passo, ha paura di perdersi… ma dentro di sé lo desidera davvero tanto. Voglio che viva questa fantasia. Voglio che si senta completamente desiderata e travolta da voi due.»

Luca mi fissò per qualche secondo in silenzio. Il suo sguardo si fece più intenso. Appoggiò la pistola che stava pulendo e mi guardò con maggiore attenzione. Il suo sguardo era diretto, senza imbarazzo.
«Quindi mi stai dicendo che vuoi che io… e forse anche Marco… andiamo oltre con lei?»

«Sì» risposi senza esitare. «Voglio vederla mentre si lascia andare. Voglio che provi quella sensazione di essere desiderata, presa, usata da voi due.»

Luca rimase in silenzio per qualche secondo, poi un sorriso lento e sicuro gli apparve sul viso.
«Mary è una donna bellissima e molto sensuale. Si vede che ha fuoco dentro. Se sei davvero d’accordo… e se lei è consenziente… posso organizzare qualcosa.
Qui al poligono, dopo l’orario, quando non c’è quasi nessuno. L’ufficio sul retro è tranquillo.
Possiamo creare un momento solo per lei. Senza fretta, ma senza fermarci a metà.»

Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie. La gelosia mi stringeva lo stomaco, ma l’eccitazione era molto più forte.
«Lunedì sera» proposi. «Veniamo a sparare come al solito, verso le 20. Finita la sessione, tu o Marco la chiamate in ufficio con una scusa qualsiasi. Io resterò fuori, ma saprò tutto.
Voglio che sia una sorpresa per lei. Non voglio che abbia il tempo di pensare e tirarsi indietro.»

Luca annuì, lo sguardo che si faceva più intenso.
«Va bene. Parlerò con Marco. Siamo d’accordo. Lunedì sera. La faremo sentire davvero desiderata. Le daremo quello che il suo corpo chiede da settimane.»

Mi tese la mano. La strinsi. Il contatto fu breve, ma siglò un patto silenzioso e pericoloso.
«Un’ultima cosa» aggiunsi prima di allontanarmi. «Trattatela con rispetto… ma non trattenetevi. Voglio che lei si senta completamente travolta. Voglio che perda il controllo.»

Luca mi guardò dritto negli occhi.
«Tranquillo. Capito perfettamente.»

Tornai verso la macchina con il cuore che batteva all’impazzata. Mary uscì dal bagno poco dopo, ignara di tutto. Mi sorrise, ancora con quell’aria leggermente tesa che aveva ogni volta che uscivamo dal poligono.

Durante il viaggio di ritorno non le dissi nulla della conversazione. La lasciai parlare dei tiri, delle sensazioni della serata, del modo in cui Luca l’aveva guardata. Ascoltavo in silenzio, sapendo che tra pochi giorni quella fantasia avrebbe smesso di essere solo parole.

Mary era ancora convinta di voler tenere tutto come fantasia isolata.

Il lunedì sera arrivò, freddo e umido.

Avevamo finito di sparare da una decina di minuti. L’aria sotto la tettoia era ancora impregnata dell’odore acre della polvere da sparo. Mary era più silenziosa del solito, il viso leggermente arrossato, il respiro ancora un po’ accelerato per l’adrenalina del tiro. Si stava togliendo i tappi dalle orecchie quando Marco si avvicinò con passo tranquillo ma deciso.

Indossava ancora la mimetica completa, la giacca aperta sul petto massiccio. La sua presenza sembrava riempire lo spazio intorno a lui.

Si fermò a un metro da noi, guardò Mary con un sorriso calmo, quasi paterno, e disse con voce profonda e naturale:
«Mary, scusa… puoi venire un attimo in ufficio? Vorrei farti vedere i nuovi caricatori che sono arrivati questa settimana. Sono quelli a doppia molla di cui ti parlavo l’altra volta. Ci mettiamo due minuti, così ti spiego come funzionano.»

La scusa era semplice, credibile. Marco l’aveva detta con tono professionale, come se fosse una cosa normale tra istruttore e allieva.

Mary si voltò verso di lui. Per un istante i suoi occhi si spalancarono leggermente, come se avesse percepito qualcosa di diverso nel suo sguardo. Deglutì.
«Adesso?» chiese, la voce un po’ più bassa del solito.

Marco annuì, sempre con quel sorriso tranquillo.
«Sì, adesso è il momento migliore. Prima che li metta via. Poi potete andare.»

Mary mi lanciò uno sguardo rapido. Nei suoi occhi lessi un misto di sorpresa, curiosità… e un lampo di inquietudine. Io rimasi impassibile, le feci solo un piccolo cenno con la testa, come a dire «vai pure».
«Va bene… arrivo» rispose, tentando di sembrare naturale.

Marco si voltò e cominciò a camminare verso l’ufficio sul retro del poligono. Mary lo seguì. Vidi il suo passo leggermente incerto, le spalle più rigide del normale. Mentre camminava, si girò ancora una volta verso di me. Il suo sguardo era carico di domande silenziose.

Io rimasi fermo dov’ero, a pochi metri dall’ingresso dell’ufficio. Il cuore mi batteva forte nel petto. Sapevo che Luca sarebbe arrivato da un momento all’altro. Sapevo che quella “scusa dei caricatori” stava per trasformarsi in qualcosa di completamente diverso.

Mary entrò nella stanza. Marco tenne la porta socchiusa, come se non volesse dare l’impressione di volersi chiudere dentro. Dalla mia posizione riuscivo a sentire le loro voci basse.
«Siediti pure» disse Marco con tono calmo. «Ti faccio vedere.»

Sentii il rumore di una sedia che veniva spostata. Mary si era seduta.

Passarono forse dieci secondi di silenzio. Poi Marco aggiunse, con voce più bassa, più intima:
«Sei stata brava stasera, Mary. Come sempre.»

Non sentii la risposta di Mary, solo un mormorio indistinto.

All’improvviso, dal corridoio laterale, vidi arrivare Luca. Camminava con passo sicuro, la mimetica ancora addosso, i capelli leggermente spettinati. Non mi guardò nemmeno. Aprì la porta dell’ufficio senza bussare e entrò.

Io, senza esitare un secondo, spinsi la porta dietro di lui e lo seguii immediatamente dentro la stanza.

La porta si richiuse quasi completamente alle nostre spalle, lasciando solo una sottile fessura.

Mary era seduta sulla sedia, le mani appoggiate sulle cosce. Quando vide Luca entrare e poi me subito dietro di lui, il suo viso cambiò colore. Gli occhi si spalancarono per la sorpresa e per qualcosa di più profondo: un misto di shock, eccitazione e paura.

Luca si fermò a un passo da lei. Io rimasi in piedi vicino alla porta, il cuore che mi martellava nelle tempie.

Marco, che era dietro la scrivania, si alzò lentamente. Guardò Mary dritto negli occhi con un’espressione seria ma calda, e disse con voce bassa e ferma:
«Mary… tranquilla. È stato proprio Andrea a chiedercelo. Vuole che tu viva un’esperienza speciale stasera. Vuole vederti lasciarti andare completamente.»

Mary voltò di scatto la testa verso di me. I suoi occhi grandi mi fissarono pieni di shock, vergogna e un’eccitazione che non riusciva a nascondere.

Io sostenni il suo sguardo e annuii lentamente, senza dire una parola.

Mary respirò affannosamente. Le sue labbra si aprirono, ma non uscì nessuna parola. Le guance le diventarono di fuoco. Le mani le tremavano leggermente sulle cosce.

Luca si avvicinò da dietro alla sedia. Senza dire una parola, le cinse la vita con un braccio forte e la attirò con decisione contro il suo petto muscoloso. Mary sussultò violentemente, un piccolo gemito le sfuggì dalle labbra.

«Shh…» mormorò Luca contro il suo orecchio, la voce roca. «Non avere paura. Lasciati andare.»

Marco uscì da dietro la scrivania e si piazzò davanti a lei. Le prese il mento con due dita grandi e le alzò il viso. La guardò negli occhi per un lungo secondo, poi si chinò e la baciò sulla bocca. Fu un bacio profondo, autoritario, senza chiedere permesso. Mary gemette dentro quel bacio, il corpo che già tremava tra le braccia di Luca.

Luca non perse tempo. Da dietro, le infilò una mano sotto la maglietta, toccandole la pelle nuda del ventre, risalendo lentamente fino a stringerle un seno con decisione. Le dita trovarono il capezzolo e lo strizzarono piano. Mary inarcò la schiena, un altro gemito più forte le sfuggì.

Marco interruppe il bacio solo per sussurrarle contro le labbra:
«Sei già bagnata, vero? Lo sento dal tuo respiro.»

Mary annuì debolmente, incapace di parlare.

Luca le abbassò la spallina della maglietta e del reggiseno con un gesto rapido, scoprendole un seno. Si chinò e prese il capezzolo tra le labbra, succhiandolo con avidità mentre la mano libera le apriva le gambe con decisione.

Mary ansimava forte. Il suo corpo stava cedendo rapidamente. La testa le ricadde all’indietro contro la spalla di Luca, mentre Marco si inginocchiava davanti a lei e le slacciava i pantaloni. Glieli abbassò insieme alle mutandine fino alle caviglie in un solo movimento.

Ora Mary era praticamente nuda tra i due uomini in divisa, e io ero lì, a pochi passi, a guardare tutto.

Il suo corpo snello tremava visibilmente. Le mani di Luca le stringevano i seni da dietro, le dita che pizzicavano i capezzoli già duri, mentre Marco, inginocchiato tra le sue gambe aperte, le sfiorava l’interno delle cosce con le labbra prima di affondare la lingua tra le pieghe bagnate della sua figa. Mary sussultò violentemente, un gemito lungo e spezzato le uscì dalla gola.

«Oh… Dio…» mormorò, la voce rotta.

I suoi occhi, però, non lasciavano i miei nemmeno per un istante. Mi fissava con uno sguardo carico di tutto: shock per la rivelazione di Marco, vergogna bruciante, eccitazione incontrollabile e una resa che stava arrivando troppo in fretta. Era come se mi stesse chiedendo silenziosamente: «Sei stato davvero tu? Vuoi davvero vedermi così?».

Io rimasi immobile vicino alla porta, il respiro pesante, il cazzo duro che premeva dolorosamente contro i pantaloni. Non dissi una parola. Volevo che sentisse solamente la mia presenza.

Marco leccava con calma vorace, la lingua larga che scivolava dal clitoride fino all’ingresso del suo sesso, raccogliendo i suoi umori che già colavano copiosi. Luca le mordicchiava il collo, le sussurrava parole sporche all’orecchio:
«Lo senti quanto sei bagnata? Ti piace essere guardata da lui mentre ti mangiamo la figa… vero?»

Mary annuì debolmente, incapace di mentire. Il suo bacino cominciò a muoversi da solo, spingendosi contro la bocca di Marco in piccoli movimenti disperati.

Dopo qualche minuto di quella tortura lenta, i due uomini la sollevarono dalla sedia come se non pesasse nulla. La portarono verso la scrivania e la piegarono in avanti, il busto appoggiato sul legno freddo, il sedere alto e offerto. Luca fu il primo a slacciarsi i pantaloni della mimetica.

Tirò fuori un cazzo grosso, giovane e durissimo, la cappella già lucida.
Senza fretta, si posizionò dietro di lei e le fece scivolare la punta tra le labbra bagnate, stuzzicandola. Mary gemette, spingendo indietro il bacino in cerca di lui.

Luca la penetrò con un colpo solo, profondo, fino in fondo. Mary gridò, le mani che si aggrappavano ai bordi della scrivania. Lui cominciò a scoparla con spinte forti e regolari, il bacino che sbatteva ritmicamente contro il suo sedere, producendo quel suono umido e osceno di carne contro carne.

Marco si spostò davanti a lei, sulla parte opposta della scrivania. Le prese il mento con una mano e le fece alzare il viso.
«Apri la bocca, bella» ordinò con voce bassa e autoritaria.

Mary obbedì, gli occhi ancora fissi nei miei. Marco le infilò il cazzo tra le labbra, spingendo lentamente fino a toccarle la gola. Cominciò a scoparle la bocca con calma, tenendole la testa ferma con una mano mentre con l’altra le accarezzava i capelli ricci.

Ora Mary era completamente presa: Luca che la fotteva da dietro con forza crescente, Marco che le riempiva la bocca con spinte profonde. I suoi gemiti erano soffocati dal cazzo di Marco, ma ogni volta che Luca affondava fino in fondo, un suono gutturale le vibrava nella gola.

E lei non smetteva di guardarmi.

Gli occhi lucidi, velati di piacere, mi dicevano tutto quello che non poteva dire con le parole: vergogna, eccitazione, amore perverso, resa totale. Era come se ogni spinta di Luca e ogni affondo di Marco fossero un messaggio diretto a me: «Guarda cosa mi stanno facendo… guarda come mi sto perdendo… e guarda quanto mi piace».

Dopo diversi minuti di quella doppia penetrazione, Luca rallentò e uscì da lei con un suono umido. Marco fece lo stesso, tirandosi fuori dalla sua bocca con un filo di saliva che le colava sul mento.

La sollevarono di nuovo. Questa volta la portarono verso la parete laterale, dove c’era la sbarra di metallo orizzontale fissata al muro, usata di solito per appendere le cinture e le fondine.

Le alzarono le braccia sopra la testa e le legarono i polsi con due cinghie di cuoio robuste che trovarono lì vicino. Mary rimase lì, in piedi, le braccia tese, il corpo completamente esposto: seni alti e gonfi, capezzoli turgidi, pancia leggermente contratta, gambe divaricate, la figa lucida e aperta, le cosce bagnate dei suoi umori.

Ora era legata. Indifesa. Bellissima.
E mi guardava.

Luca fu il primo a prenderla contro la sbarra. Le sollevò una gamba, se la mise sul fianco e le entrò dentro con un colpo deciso. Mary sussultò violentemente, un gemito lungo e profondo le uscì dalla gola mentre lui cominciava a scoparla con spinte potenti e giovani, spingendola ritmicamente contro il muro.

Mentre Luca la prendeva, lei continuava a fissarmi. Gli occhi le si velavano di piacere a ogni affondo. Era come se mi stesse condividendo ogni sensazione: «Sento il suo cazzo giovane che mi riempie… guarda come mi prende… mi piace da morire».

Poi Luca si ritirò e Marco prese il suo posto.

Il cinquantenne la penetrò con più calma, ma con spinte profonde e potenti, riempiendola fino in fondo. Mary gemette più forte, la testa che si inclinava leggermente all’indietro, ma gli occhi rimasero inchiodati ai miei.

Mentre Marco la scopava contro la parete, lei mi guardava con uno sguardo intenso: «Sento tutto… sto godendo tantissimo… e voglio che tu lo sappia».

I due uomini si alternarono così per lunghi minuti. Uno la penetrava mentre l’altro le palpava i seni, le strizzava i capezzoli, le baciava il collo o le infilava le dita in bocca.

Mary non smise mai di guardarmi. Il suo corpo tremava, sudato, arrossato. I gemiti diventavano sempre più disperati.

Quando entrambi furono vicini al limite, la slegarono.

La fecero inginocchiare sul pavimento, proprio davanti a me. Mary aveva il respiro spezzato, il corpo lucido di sudore, le cosce bagnate, le labbra gonfie. Alzò di nuovo lo sguardo verso di me, gli occhi lucidi e carichi di sfida dolce, di amore sporco.

Marco e Luca si posizionarono davanti a lei, i cazzi duri e lucidi dei suoi umori.

Luca fu il primo a venire: potenti getti di sperma caldo le colpirono il viso, le guance, le labbra socchiuse, alcuni schizzi sui capelli ricci. Mary sussultò a ogni schizzo, ma non chiuse gli occhi. Mi fissava intensamente, come per dirmi: «Volevi questo? Volevi vedermi scopata così? Guarda… guarda come mi riempiono».

Poi fu il turno di Marco. Venne sul suo seno, sul collo, sulle clavicole, coprendola di sperma denso e bianco che colava lentamente sulla pelle.

Mary rimase lì, in ginocchio, imbrattata, il respiro pesante. Il suo sguardo non mi abbandonò nemmeno per un secondo. Era uno sguardo di resa totale, di amore perverso. Sembrava dirmi: «Ecco… questo è quello che volevi. E a me piace. Mi piace essere la tua troia».

Io ero lì, vicinissimo, il cuore che esplodeva nel petto, il cazzo duro come pietra, a ricevere quel messaggio silenzioso attraverso i suoi occhi.

Mary era ancora in ginocchio sul pavimento, il corpo nudo coperto di sperma. Gocce dense e bianche le colavano sul viso, sulle guance, sulle labbra, lungo il collo e sul seno. Alcuni schizzi le erano finiti persino sui capelli ricci.

Respirava con la bocca aperta, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente, gli occhi ancora fissi nei miei.

Non disse una parola. Nemmeno io.

Mi avvicinai lentamente, mi chinai e le presi una mano. La aiutai ad alzarsi. Le sue gambe tremavano così tanto che dovetti sostenerla. Il suo corpo era caldo, sudato, e l’odore di sesso e di sperma degli altri uomini era fortissimo.

Le raccolsi i vestiti dal pavimento e glieli passai senza parlare. Mary si rivestì con movimenti lenti, quasi meccanici. Ogni volta che si infilava un indumento, lo sperma che aveva addosso si spalmava sulla stoffa. Non cercò nemmeno di pulirsi.

Uscimmo dal poligono in silenzio. Marco e Luca ci salutarono con un cenno della testa, senza dire nulla. L’aria della notte era fredda e umida, ma nessuno di noi due sembrò accorgersene.

Durante il viaggio di ritorno verso casa, nessuno parlò.

Io guidavo, le mani strette sul volante. Mary sedeva accanto a me, lo sguardo perso fuori dal finestrino. Sentivo l’odore del sesso che impregnava l’abitacolo. Ogni tanto lanciavo un’occhiata verso di lei. Vedevo lo sperma secco che le tirava la pelle del viso e del collo, una piccola traccia bianca ancora visibile sulla clavicola che era sfuggita al colletto della maglietta.

Mary teneva le gambe strette, le mani appoggiate sulle cosce. Ogni tanto chiudeva gli occhi per qualche secondo, come se stesse rivivendo tutto: le mani dei due uomini, i loro cazzi dentro di lei, i loro sguardi mentre la penetravano. Sentivo che il suo corpo era ancora eccitato, ancora sensibile. Ogni tanto un piccolo brivido la attraversava.

Nemmeno una parola per tutto il tragitto. Il silenzio era denso, pesante, carico di tutto quello che era appena successo. Non era imbarazzo. Era qualcosa di più profondo: una complicità oscura, un’intimità nuova e pericolosa che non aveva bisogno di parole.

Arrivati a casa, andammo direttamente in bagno.

Accesi la doccia e l’acqua calda cominciò a scendere. Mary si spogliò lentamente davanti a me. Il suo corpo era segnato: leggeri arrossamenti sui seni dove erano stati stretti, qualche segno sulle cosce, lo sperma ormai secco che si staccava a pezzi sotto l’acqua.

Entrammo insieme nella doccia. L’acqua calda lavò via tutto: lo sperma dal suo viso, dal suo seno, dal suo collo. Lavò via l’odore degli altri uomini. Ma non lavò via le immagini. Non lavò via i suoi gemiti, i suoi sguardi fissi nei miei mentre veniva scopata e marchiata.

Ci lavammo a vicenda in silenzio. Le mie mani scivolavano sul suo corpo con delicatezza, quasi con reverenza. Lei lasciò che la toccassi ovunque, gli occhi semi-chiusi. Quando le passai le dita tra le gambe, sentii che era ancora bagnata, non solo per l’acqua.

Uscimmo dalla doccia, ci asciugammo e andammo in camera da letto.

Non ci fu nessun preliminare. Nessuna parola.

Ci buttammo sul letto nudi, ancora umidi. La presi con una passione travolgente, quasi violenta.

Entrai dentro di lei con un solo colpo profondo. Mary gemette forte, le unghie che mi graffiavano la schiena.

La scopai con forza, con spinte lunghe e potenti, come se volessi cancellare i segni degli altri e rivendicarla di nuovo come mia.

Mentre la prendevo, entrambi pensavamo alla stessa cosa: lei legata alla sbarra che mi fissava negli occhi mentre Luca e Marco la penetravano a turno, lei in ginocchio che mi guardava mentre veniva coperta di sperma, il suo sguardo che mi diceva «volevi questo? A me piace».

Mary venne per prima, con un orgasmo intenso, quasi doloroso. Il suo corpo si inarcò sotto di me, le gambe strette intorno ai miei fianchi, e gridò il mio nome contro la mia spalla.

Io la seguii poco dopo, scaricando dentro di lei con un gemito roco e profondo, stringendola forte come per farle sentire che, nonostante tutto, era mia.

Rimanemmo abbracciati, sudati, esausti, i respiri che si mescolavano lentamente.

Nessuno dei due disse una parola.

Il silenzio durò a lungo.

Ma in quel silenzio c’era tutto: l’amore, la gelosia, il desiderio, la perversione, la complicità più profonda che avessimo mai avuto.

Sapevamo entrambi che quella notte aveva aperto una porta che non si sarebbe più chiusa.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
8.7
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Poligono:

Altri Racconti Erotici in tradimenti:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni