Una vacanza libertina
Mary era a prua, i ricci scuri che danzavano ribelli intorno al viso. Rideva con la testa gettata indietro, il suono che si mescolava al rumore dell’acqua contro lo scafo. Andrea, accanto a lei, sorseggiava una birra fresca, gli occhiali da sole che nascondevano lo sguardo ma non il sorriso rilassato. Sembrava parte del mare, nato per stare lì.
A poppa, Elena e Marco. Elena aveva i capelli castani lisci che le scivolavano sulle spalle nude come seta liquida. Il suo corpo morbido, rotondo, “a pagnotta” come diceva lei ridendo di sé, si muoveva con una grazia inconsapevole. Marco la guardava spesso, silenzioso, con quell’attenzione quieta che aveva sempre avuto per lei.
La gita era nata per caso: due coppie che si erano incrociate al bar della spiaggia, chiacchiere leggere, un «e se uscissimo insieme domani?» buttato lì tra un caffè e l’altro. Nessuno si aspettava niente di più.
All’inizio furono solo tuffi, spruzzi d’acqua che scintillavano al sole, musica bassa dal telefono, risate che rimbalzavano sull’acqua.
Poi, verso mezzogiorno, successe qualcosa di piccolo e immenso allo stesso tempo.
Mary era seduta sul bordo della barca, i piedi che sfioravano l’acqua fresca. Si voltò e trovò gli occhi di Elena già su di lei.
Non era uno sguardo qualunque.
Era uno di quelli che durano un secondo di troppo, che si infilano sottopelle.
Mary sorrise piano, un sorriso che partiva dagli occhi e arrivava alle labbra lentissimo.
Elena ricambiò, le guance che si tingevano di un rosa tenue, lo sguardo che scivolava via timido per poi tornare, come attirato da una forza dolce.
Andrea e Marco continuavano a parlare di nodi e esche, ignari del filo invisibile che si stava tendendo tra le due donne.
Nel pomeriggio si fermarono in una caletta nascosta. Acqua così trasparente da sembrare irreale, rocce bianche che scaldavano al sole. Nuotarono piano, corpi che scivolavano vicini senza toccarsi davvero. Poi si sdraiarono sugli asciugamani, il calore che entrava nella pelle.
Quando Elena prese la crema solare e si offrì di spalmarla sulle spalle di Mary, le loro dita si sfiorarono.
Un contatto lieve, quasi accidentale.
Ma nessuna delle due ritirò la mano subito. Le dita di Elena rimasero lì un attimo di più, tracciando cerchi lenti sulla pelle di Mary, come se stesse accarezzando qualcosa di prezioso. Mary chiuse gli occhi per un istante, il respiro che si faceva un po’ più profondo.
La sera scese morbida sul porto. Cenarono in una trattoria con tavoli di legno grezzo, luci calde che tremolavano sulle bottiglie di vino. Il vino era fresco, leggermente frizzante, e scioglieva le ultime inibizioni. Le risate si fecero più lunghe, le battute più vicine al confine. Gli sguardi si cercavano: Mary ed Elena si guardavano attraverso il tavolo come se il resto del mondo si fosse sfocato.
Andrea e Marco se ne accorsero, ma non dissero nulla. Tra loro passò solo un’occhiata complice, un mezzo sorriso che diceva: «Lo vedi anche tu?»
Quando uscirono, l’aria della notte era tiepida, profumata di salsedine e gelsomino. Camminavano vicini, le spalle che si sfioravano ogni pochi passi.
Davanti all’ingresso dell’hotel il tempo sembrò fermarsi.
Mary si voltò verso Elena. Le prese la mano, intrecciò le dita con lentezza deliberata. Non fu un gesto da amiche. Fu un invito nudo, silenzioso, irresistibile.
Elena arrossì fino alla radice dei capelli, ma strinse la mano di Mary in risposta, un piccolo tremito che le correva lungo il braccio.
«Andiamo di sopra?» sussurrò Mary, la voce bassa, quasi un soffio contro l’orecchio di Elena.
Elena annuì, gli occhi lucidi, il respiro corto.
Andrea e Marco si guardarono per un lungo istante. Non c’era competizione. Solo una curiosità bruciante, un’eccitazione condivisa che nessuno dei due si aspettava.
Salirono in ascensore in silenzio. Mary ed Elena davanti, i corpi che si sfioravano a ogni respiro. Andrea e Marco dietro, il calore che saliva piano.
Entrarono nella suite comunicante. La porta tra le due stanze rimase spalancata.
Mary fu la prima a muoversi. Prese il viso di Elena tra le mani, i pollici che accarezzavano le guance arrossate.
La baciò lentamente, con una dolcezza che faceva quasi male. Lingue che si cercavano con calma infinita, un’esplorazione tenera e profonda.
Elena emise un piccolo gemito sorpreso, poi si sciolse, le mani che scivolavano sotto la maglietta di Mary, accarezzandole la schiena nuda.
I due uomini si sedettero sulle poltrone, a distanza, gli occhi fissi sulle due donne.
Mary fece scivolare via la canottiera di Elena con gesti lenti, reverenti. Seni morbidi, capezzoli già turgidi. Li prese in bocca uno alla volta, succhiando piano, la lingua che girava intorno con infinita pazienza. Elena inarcò la schiena, le dita affondate nei ricci di Mary.
«Dio… sì…» sussurrò, la voce rotta dal piacere.
Mary scese più in basso, slacciò i pantaloncini, li tirò giù insieme alle mutandine. Elena era già bagnata, lucida, il profumo dolce che saliva nell’aria. Mary sorrise, un sorriso dolce e affamato insieme.
Si inginocchiò, le aprì le cosce con delicatezza e posò la lingua lì, al centro. Movimenti lenti, circolari, adoranti. Elena tremava, gemeva piano, le mani nei capelli di Mary.
Poi il ritmo cambiò.
Andrea si slacciò i bermuda, il cazzo duro e gonfio. Si toccava lentamente, gli occhi inchiodati sulla bocca di Mary che divorava la figa di Elena.
Marco faceva lo stesso, mano che saliva e scendeva, respiro pesante.
Mary infilò due dita dentro Elena, le mosse ritmiche, profonde. Elena venne con un grido strozzato, le gambe che tremavano forte. Mary continuò a leccarla piano, prolungando l’orgasmo fino a farla ridere e ansimare insieme.
A quel punto Mary si alzò, si tolse il vestito in un gesto fluido. Nuda, pelle accesa, capezzoli scuri e turgidi. Prese Elena per mano, la portò sul letto.
«Vieni.»
Elena si sdraiò. Mary si mise a cavalcioni sopra di lei, fiche a contatto. Iniziarono a strofinarsi, lente all’inizio, poi sempre più veloci. Clitoride contro clitoride, gemiti che si fondevano, sguardi incatenati.
Andrea si inginocchiò dietro Mary, le infilò dentro due dita mentre lei continuava a scopare Elena con il bacino.
Mary girò la testa: «Ti piace guardarmi mentre la faccio venire?»
Andrea, voce roca: «Da morire.»
Marco era già accanto a Elena. Le baciò il collo, le prese un seno in bocca. Elena allungò la mano, gli prese il cazzo, lo masturbò piano.
Le posizioni si sciolsero in un turbine.
Mary si mise a pecora sopra Elena, faccia verso i due uomini. Andrea la penetrò da dietro, lento all’inizio, poi sempre più profondo. Mary gemette forte, ma non smise di baciare Elena, di toccarle la figa con le dita.
Marco entrò dentro Elena nello stesso istante.
Le due donne una di fronte all’altra, che si baciavano mentre i rispettivi uomini le scopavano. Ritmo che si sincronizzava: spinte profonde, bagnate, rumorose.
Andrea guardava Mary negli occhi:
«Ti piace sentirmi mentre guardo Elena che gode per Marco?»
Mary annuì, mordendosi il labbro: «Mi fa impazzire sapere che ti eccita… che vuoi vedermi con lei…»
Quelle parole furono la scintilla.
Andrea accelerò, la prese con forza. Mary venne violentemente, stringendo il cazzo dentro di sé, urlando piano contro la bocca di Elena.
Marco seguì subito dopo, venendo dentro Elena con un grugnito profondo, tenendola per i fianchi.
Elena venne un secondo dopo, inarcandosi, tremando tutta.
Rimasero intrecciati, sudati, ansimanti.
Poi Mary rise piano, quella risata leggera che aveva sempre avuto.
«Credo che la gita in barca sia stata solo l’antipasto.»
Andrea le baciò la spalla, ancora dentro di lei.
«Direi che il menu è appena cominciato.»
Marco accarezzò i capelli di Elena, che sorrideva con gli occhi socchiusi.
La porta tra le due stanze rimase aperta.
La mattina dopo la suite profumava ancora di sesso e sudore. Le lenzuola erano un groviglio caldo. Mary si svegliò per prima, nuda, i ricci sparsi sul cuscino. Si stiracchiò, sorrise vedendo Andrea che dormiva accanto a lei e pensò a Elena e Marco nell’altra stanza, la porta ancora spalancata.
Il sole filtrava dalle persiane. La giornata prometteva altro mare, altro vino… e altro di tutto.
Verso sera, mentre passeggiavano sul lungomare, un ragazzo del posto con la sigaretta in bocca glielo disse quasi per caso:
«Se vi annoiate, c’è “Il Porto Nero”, a due chilometri verso la scogliera. Non è scritto da nessuna parte. Solo chi sa, sa.»
Un sorriso obliquo. «Locale… particolare. Molto libero.»
Si guardarono.
Andrea alzò un sopracciglio. Marco scrollò le spalle.
Elena arrossì un po’, ma aveva gli occhi che brillavano.
Mary fu la prima a dire: «Andiamo a vedere. Solo per curiosità.»
Il Porto Nero non aveva insegna. Solo una porta di ferro arrugginita in fondo a un vicolo di sassi, illuminata da una lampada rossa. Dentro, l’aria era calda, profumata di incenso, legno vecchio e corpi vicini.
Musica bassa, luci soffuse rosse e viola. Divani di velluto consumato, angoli in penombra, movimenti lenti e senza fretta.
Ordinarono da bere: rum speziato per gli uomini, vino bianco freddo per le ragazze.
Si sedettero a un tavolo alto vicino alla pista.
Intorno a loro la serata scorreva con naturalezza: coppie che si baciavano a lungo, mani che scivolavano sotto i vestiti, corpi che si sfioravano senza pudore, risate basse e gemiti soffocati che si mescolavano alla musica.
Elena beveva piano, le guance sempre più rosse.
Marco le teneva una mano sulla coscia, stringendo ogni tanto.
Mary sorrideva, gli occhi che vagavano curiosi. Andrea le sussurrò all’orecchio: «Ti piace guardare, vero?»
Lei annuì senza vergogna.
A un certo punto Elena si alzò.
«Vado un attimo» disse, ma il suo sguardo era attirato da una tenda di velluto nero in fondo alla sala.
Passarono dieci minuti.
Quindici.
Venti.
Marco cominciò ad agitarsi.
«Dov’è finita?»
Mary si alzò per prima. «Andiamo a cercarla.»
Oltre la tenda c’era un corridoio corto che portava a una sala più ampia, illuminata da un unico cono di luce calda e rossastra.
E lì, al centro esatto della stanza, c’era Elena.
Nuda, il corpo morbido e rotondo offerto senza difese.
Il viso angelico – quegli occhi grandi e liquidi, le guance naturalmente rosee, le labbra piene e morbide che sembravano fatte per baciare con dolcezza – era il punto focale di tutto.
Due ragazzi poco più che ventenni, corpi snelli, pelle abbronzata dal sole, capelli spettinati dal vento di mare, erano con lei.
Uno era inginocchiato tra le sue cosce aperte. Le mani ferme sui fianchi morbidi di Elena, la bocca premuta contro la sua figa. La leccava con lentezza concentrata: lingua piatta che saliva dal basso fino al clitoride, poi cerchi lenti intorno al punto più sensibile, poi di nuovo giù, assaporando ogni piega bagnata.
Elena tremava piano, le anche che si muovevano quasi senza controllo verso quella bocca giovane e insistente. Piccoli gemiti le sfuggivano, soffocati ma continui.
L’altro ragazzo era in piedi di fianco a lei. Il cazzo duro, lucido, a pochi centimetri dal viso di Elena. Lei lo guardava con occhi semichiusi, le labbra socchiuse, il respiro corto.
Poi, lentamente, aprì di più la bocca – quella bocca angelica, dalle labbra così piene e innocenti – e lo accolse. La punta scivolò dentro, poi un altro pezzo, fino a riempirle la bocca quasi completamente. Elena chiuse gli occhi per un istante, le guance che si incavavano mentre succhiava piano, la lingua che accarezzava la parte inferiore con movimenti dolci e istintivi. Il ragazzo le sfiorava i capelli con una carezza leggera, quasi reverente, lasciando che fosse lei a dettare il ritmo.
Poi i due si alternarono.
Il ragazzo che era tra le sue gambe si alzò, il mento lucido dei suoi umori. Si avvicinò al viso di Elena, le sfiorò la guancia con la punta bagnata. Lei girò la testa verso di lui, le labbra ancora gonfie e rosse dal precedente. Aprì di nuovo quella bocca perfetta, angelica, e lo prese dentro con la stessa dolcezza con cui aveva accolto l’altro. Succhiava piano, gli occhi alzati verso di lui, un misto di timidezza e abbandono totale.
Nel frattempo l’altro ragazzo si inginocchiò al suo posto, tra le cosce di Elena. Riprese a leccarle la figa con rinnovata attenzione: lingua che entrava un po’ più a fondo, poi tornava sul clitoride gonfio, succhiandolo delicatamente tra le labbra, facendola inarcare e gemere più forte intorno al cazzo che aveva in bocca.
L’alternanza continuò così per minuti che sembrarono eterni: uno nella sua bocca angelica, l’altro sulla sua figa bagnata e tremante. Le labbra di Elena si gonfiavano sempre di più, lucide di saliva, arrossate dall’attrito continuo. Ogni volta che cambiavano posizione, lei emetteva un piccolo sospiro di perdita, per poi accoglierne subito un altro con la stessa dedizione, la lingua che danzava, le guance che si muovevano ritmiche.
Marco era fermo sulla soglia, incapace di muoversi.
Vedeva tutto: la bocca di Elena – quella bocca che baciava lui con tenerezza infantile – che si apriva e si chiudeva intorno a cazzi giovani e duri, alternandoli senza fretta, quasi con devozione. Vedeva la sua figa leccata, lucida, le cosce che tremavano, le mani di Elena che a volte si aggrappavano ai capelli del ragazzo tra le sue gambe, altre volte accarezzavano i fianchi di quello che le stava in bocca.
Poi accadde.
Il ragazzo che in quel momento era nella sua bocca accelerò appena. Le mani le tennero delicatamente la testa, non per forzarla, ma per accompagnarla.
Elena capì. Chiuse gli occhi, le labbra strette intorno a lui, succhiando più forte, la lingua che premeva sotto.
Un gemito basso gli sfuggì dal petto. Poi venne.
Elena sentì il primo schizzo caldo colpirle il palato. Non si ritrasse. Rimase lì, la bocca angelica spalancata al massimo, accogliendo ogni getto con piccoli movimenti della gola. Qualcosa le colò dall’angolo delle labbra, scese lento sul mento, poi sul collo, lasciando una scia lucida sul seno morbido.
Il ragazzo tremò, le accarezzò i capelli mentre finiva, poi si ritrasse piano.
Elena tenne la bocca aperta ancora un secondo, il respiro affannato, il sapore di lui sulle labbra gonfie. Poi deglutì lentamente, gli occhi socchiusi, un rossore profondo che le copriva il viso intero.
L’altro ragazzo, ancora tra le sue cosce, continuò a leccarla piano, quasi per coccolarla dopo quel momento. Elena inarcò la schiena, un ultimo gemito lungo le sfuggì, e venne anche lei – le cosce che si stringevano intorno alla testa di lui, il corpo scosso da piccoli brividi.
Marco sentì il cuore martellargli nelle orecchie. Non riusciva a staccare gli occhi da quella bocca – la bocca angelica di Elena – ora lucida, gonfia, segnata dal piacere di qualcun altro.
Mary, accanto ad Andrea, respirava a fatica.
«Andiamocene» sussurrò con voce spezzata, prendendolo per un braccio.
Ma entrambi sapevano che le immagini di Elena che si alternava tra i due ragazzi li avrebbero seguiti per il resto della notte.
In ascensore non parlarono.
Appena la porta della suite si chiuse, Mary fu addosso ad Andrea come una furia.
Lo spinse sul letto, gli strappò via i pantaloni. Andrea era già durissimo.
Lei si mise sopra, si abbassò di colpo, prendendolo tutto dentro in un colpo solo.
Iniziò a cavalcarlo selvaggiamente, i ricci che volavano, le unghie che graffiavano il petto di lui.
«L’hai vista?» ansimava, scopandolo con forza. «La nostra Elena… quella faccia da angelo… con la bocca piena… prima uno, poi l’altro… mentre le leccavano la figa… e poi… gli è venuto in bocca… l’ha preso tutto…»
Andrea la afferrò per i fianchi, spingendo verso l’alto con rabbia.
«Sì… l’ho vista…»
Mary accelerò, i seni che rimbalzavano, la figa che lo stringeva come una morsa.
«Era così innocente… e io… non riesco a smettere di pensarci… mi fa impazzire questa immagine…»
Venne per prima, violentemente, urlando il nome di Elena senza rendersene conto. Il corpo che tremava, gli occhi rovesciati.
Andrea la girò di colpo, la mise a pecora e la penetrò da dietro con forza animale.
La scopò come non aveva mai fatto: colpi secchi, profondi.
Mary continuava a parlare tra un gemito e l’altro:
«Pensa a lei… a quella bocca mentre lo prendeva in gola… mentre gli veniva dentro…»
Andrea venne dentro di lei con un grugnito profondo, riversando tutto, tenendola per i capelli.
Rimasero così, sudati, ansanti.
Mary aveva ancora gli occhi lucidi di eccitazione e turbamento.
«Domani…» sussurrò, la voce ancora tremante, «voglio tornarci. Con lei. E voglio guardare tutto.»
Andrea le baciò la nuca, ancora dentro di lei.
«Lo so.»
La mattina dopo la colazione in terrazza fu Mary a spezzare il silenzio per prima.
Ricci selvaggi, solo la camicia bianca di Andrea addosso, nuda sotto. Guardò Elena dritto negli occhi, senza filtri.
«Tu vuoi tornare stasera là dentro con me. Dimmelo.»
Elena arrossì violentemente, ma sostenne lo sguardo.
«Lo voglio. Da morire.»
Mary si alzò di scatto, girò intorno al tavolo e le afferrò il polso, stringendolo abbastanza da farle sentire il controllo.
«Allora vieni. Ora. Fuori.»
Sul balconcino, Mary la spinse contro la ringhiera, corpi incollati, il mare sotto come testimone indifferente.
«Parla chiaro, Elena. Ieri sera avevi due cazzi in bocca e uno nella gola. Come cazzo hai fatto a spegnere il cervello e farti riempire così?»
Elena tremò, la voce rotta.
«Ho… ho sentito il primo entrare e basta. Ho aperto la bocca e ho lasciato che mi usassero. Non pensavo più. Volevo solo… essere piena. Essere guardata mentre lo facevo.»
Mary le prese il mento, costringendola a guardarla.
«E sapere che Marco ti fissava? Che vedeva la tua bocca da angioletto diventare una troia bagnata di saliva e sperma altrui? Dimmi esattamente cosa ti ha fatto sentire.»
Elena chiuse gli occhi, il respiro spezzato.
«Mi ha fatto venire più forte di tutto il resto. Sapevo che lui era lì, immobile, con il cazzo duro e il cuore a pezzi. E proprio quello… proprio il fatto che mi vedesse così sporca, così usata… mi ha fatto esplodere. Volevo che vedesse. Volevo che soffrisse e che mi desiderasse di più proprio per questo.»
Mary le sfiorò le labbra con il pollice, quasi un morso.
«Brava. Bravissima. Stasera torni là con me. E stavolta comando io. Tu obbedisci. E Marco guarderà tutto. Capito?»
Elena annuì freneticamente.
«Capito. Fammi quello che vuoi. Sono tua.»
Mary la baciò con violenza, lingua che invadeva, denti che mordevano il labbro inferiore fino a farla gemere.
Ma il desiderio era già troppo forte, troppo urgente.
Mary non ce la fece ad aspettare la sera.
Le afferrò il viso con entrambe le mani, lo sguardo febbricitante.
«Sai una cosa? Non riesco più a pensare ad altro. Ti voglio ora. Subito. Vieni.»
La trascinò dentro, oltre la porta della suite, direttamente verso il letto ancora sfatto della notte precedente.
Andrea era già lì.
Non era uscito. Era seduto sulla poltrona in fondo alla stanza, camicia sbottonata, gambe aperte, sguardo calmo e bruciante. Non disse una parola. Si limitò a incrociare le braccia e a guardare, complice silenzioso, eccitato dal solo fatto che Mary stesse prendendo ciò che voleva.
Mary spinse Elena sul materasso, le salì sopra a cavalcioni, le bloccò i polsi sopra la testa con una mano sola.
Guardò Andrea per un secondo, un sorriso perverso sulle labbra.
«Amore… guarda quanto è bella quando trema per me. Guarda quanto è già bagnata solo perché sa che stasera la farò scopare davanti a suo marito.»
Andrea annuì piano, la voce bassa e roca.
«Lo vedo. E mi piace da morire guardarti mentre la prendi.»
Mary tornò su Elena, le sussurrò all’orecchio, dolce e crudele insieme.
«Ascoltami bene, piccola. Stasera al Porto Nero ti metterò in ginocchio davanti a sconosciuti. Ti farò aprire la bocca per loro mentre io ti tengo i capelli e ti dico “succhia più forte, fai vedere a Marco quanto sei brava a ingoiare”. Ti farò leccare fighe bagnate mentre tuo marito si tocca in un angolo, senza poter toccarti.»
Elena gemette piano, le cosce che si stringevano involontariamente.
Mary le abbassò i pantaloncini e le mutandine con un gesto secco.
«Ora leccami. Leccami mentre ti dico esattamente cosa ti farò stasera. E Andrea guarderà tutto.»
Si spostò in avanti, si mise a cavalcioni sul viso di Elena, si abbassò lentamente fino a premere la figa già lucida contro la bocca della ragazza.
«Lingua fuori. Succhia il clitoride. Forte. Fammi sentire quanto mi desideri.»
Elena obbedì subito, lingua che scivolava tra le labbra gonfie di Mary, succhiando, girando, assaporando.
Mary gemette, ma tenne la voce ferma, perversa.
«Brava… proprio così… Stasera ti metterò a quattro zampe su quel materasso circolare. Ti farò scopare da due uomini mentre io ti tengo la testa e ti sussurro all’orecchio “guarda tuo marito, guardalo mentre si masturba perché non può averti più come prima”. Ti farò venire con le loro dita dentro mentre tu mi lecchi, proprio come ora.»
Elena mugolò contro la figa di Mary, la lingua che lavorava più veloce, più profonda.
Mary le afferrò i capelli, tirò leggermente per farla alzare il viso un attimo.
«Dimmi che lo vuoi. Dimmi che vuoi che Marco ti veda mentre un altro ti riempie la bocca e io ti dico “brava puttanella, ingoia tutto per me”.»
Elena, bocca lucida di umori di Mary, ansimò:
«Lo voglio… voglio che Marco mi veda… voglio che soffra… voglio che goda guardandomi tua… voglio essere la tua troia davanti a lui…»
Mary sorrise, dolce e diabolica.
«Esatto. Sei mia ora. La mia troietta angelica con la bocca da succhiare cazzi e la figa sempre pronta. Stasera ti legherò le mani dietro la schiena e ti farò succhiare uno dopo l’altro mentre io ti scopo con le dita. Ti farò venire così tante volte che implorerai pietà. E Marco guarderà tutto, col cazzo in mano, sapendo che non può più comandarti.»
Elena tremava violentemente sotto di lei.
Mary si chinò in avanti, le pizzicò forte i capezzoli.
«Toccati. Ora. Masturbati mentre mi fai venire. Voglio sentirti gemere contro la mia figa mentre pensi a Marco che ti guarda essere usata.»
Elena infilò due dita dentro di sé, si masturbò freneticamente, la lingua che non smetteva su Mary.
Mary accelerò il movimento dei fianchi, cavalcando il viso.
«Stasera… dopo che ti avranno riempita… tornerai da me. Ti leccherò mentre sei ancora piena di sperma altrui. Ti farò venire di nuovo solo per me, mentre Marco guarda e capisce che sei mia. Che il tuo corpo risponde a me, non più a lui.»
Elena venne per prima, un orgasmo violento, il corpo che si inarcava, un grido soffocato contro la figa di Mary.
Quel suono, quel tremore, bastò.
Mary esplose sopra di lei, cavalcando il viso con forza, venendo con un urlo strozzato, bagnandole la bocca, il mento, le guance.
Rimasero così qualche secondo, ansimanti.
Mary si spostò piano, si sdraiò accanto a Elena, la prese tra le braccia, dolce ora, quasi protettiva.
Le accarezzò i capelli bagnati di sudore e umori.
«Sei stata perfetta, piccola. Stasera sarà ancora meglio. E Marco… Marco capirà finalmente quanto sei diventata bella quando ti lasci andare per me.»
Elena si rannicchiò contro di lei, tremante.
«Lo voglio… voglio che mi guardi mentre sono tua.»
Mary le baciò la fronte.
«Lo farà. E Andrea sarà lì con lui, a guardarmi comandare. A godere del fatto che comando anche te.»
Poi alzò lo sguardo verso Andrea, che era rimasto seduto sulla poltrona tutto il tempo, cazzo duro nei pantaloni, occhi lucidi di orgoglio e desiderio.
Mary gli sorrise, complice.
«Hai visto, amore? Hai visto quanto obbedisce bene per me?»
Andrea annuì lentamente, la voce bassa e calda.
«Ho visto. E non vedo l’ora di vederti comandarla anche stasera… mentre io guardo e aspetto il mio momento.»
Mary rise piano, perversa e tenera insieme.
«Il tuo momento arriverà. Ma solo quando avrò finito con lei.»
Si voltò di nuovo verso Elena, le accarezzò la guancia.
«Ora riposati un po’, piccola. Perché quando torneranno Marco e gli altri… gli racconteremo esattamente cosa abbiamo fatto. E loro non potranno fare altro che ascoltare… e desiderare.»
La giornata era appena cominciata.
Ma la notte al Porto Nero sarebbe stata leggendaria.
La serata al Porto Nero si aprì con la stessa aria densa e calda delle sere precedenti, ma stavolta c’era una elettricità diversa, più tagliente, come se tutti sapessero che la linea sarebbe stata superata di nuovo, e stavolta in modo irreversibile.
Mary entrò per prima, vestito nero corto, tacchi che battevano sul pavimento come un metronomo crudele. Andrea un passo dietro, mano possessiva sulla sua schiena, già eccitato solo dal pensiero di ciò che Mary avrebbe comandato. Elena e Marco chiudevano: lei con un vestito rosso aderente che le segnava le curve morbide, lui con la camicia sbottonata sul petto, sguardo tormentato ma cazzo già teso nei pantaloni.
Superarono la sala grande senza fermarsi troppo. Mary diede un’occhiata rapida intorno – corpi che si intrecciavano, gemiti bassi, luci rosse – poi si bloccò di colpo.
Lì, vicino a un divanetto di velluto nero, c’erano i due ragazzi del giorno prima: corpi snelli, abbronzati, capelli spettinati dal vento di mare. Stasera non erano soli. Con loro altri due amici, stesso tipo: venticinque-trent’anni, muscoli definiti dal sole e dal mare, sorrisi sicuri e sguardi affamati.
Uno dei due – quello che il giorno prima aveva finito in bocca a Elena – la vide per primo. Sorrise lento, alzò il bicchiere in un saluto silenzioso.
Elena si fermò. Il respiro le si mozzò.
Mary lo notò subito. Si voltò verso di lei, le prese il mento con due dita, la costrinse a guardarla.
«Vuoi andare da loro, vero?» sussurrò, voce bassa e dolce-perversa. «Vuoi che ti usino di nuovo. Tutti e quattro.»
Elena annuì piano, occhi lucidi.
«Sì… Mary… voglio…»
Mary le sfiorò le labbra con il pollice.
«Allora vai. Ma con il preservativo. E fai in modo che Marco veda ogni secondo. Voglio che li veda venire tutti su di te, dentro di te, ovunque. E tu… tu godi per me.»
Elena tremò.
Mary le diede un bacio breve, possessivo.
«Vai, piccola. Io ti guardo da qui.»
Elena attraversò la sala, i tacchi che battevano incerti. I quattro ragazzi la accolsero con sorrisi predatori. Il primo la prese per la vita, la baciò sul collo mentre gli altri si avvicinavano, mani già ovunque.
La portarono in un angolo semi-nascosto ma visibile dalla maggior parte della sala – un materasso basso contro il muro, illuminato da una luce rossa obliqua.
Elena si lasciò spogliare. Vestito rosso a terra. Nuda, morbida, rotonda, “a pagnotta” perfetta sotto le luci.
Uno dei ragazzi tirò fuori preservativi dalla tasca. Li distribuì. Nessuno protestò.
Il primo – quello che già conosceva la sua bocca – la fece inginocchiare. Le infilò il cazzo (preservativo addosso) in bocca, piano ma deciso. Elena succhiò, occhi alzati verso Marco che era rimasto fermo a pochi metri, mano nei pantaloni, sguardo devastato.
Il secondo la prese da dietro, preservativo lubrificato, entrò lento ma profondo. Elena gemette forte intorno al cazzo in bocca.
Il terzo e il quarto si masturbavano guardando, aspettando il loro turno.
Si alternarono così: uno in bocca, uno nella figa, poi cambio. Preservativi cambiati ogni volta, ma il ritmo aumentava. Elena veniva scopata a turno, corpo che ondeggiava, gemiti che diventavano urla strozzate.
Il primo venne per primo: si tolse il preservativo all’ultimo, schizzi caldi sul seno e sul collo di Elena.
Il secondo la fece girare, la prese da dietro, pompò forte e venne sul culo rotondo.
Il terzo le infilò il cazzo in bocca fino in gola, tenendola per i capelli, e venne direttamente lì – Elena ingoiò, lacrime agli occhi, ma non si ritrasse.
Il quarto la sdraiò sulla schiena, le aprì le cosce al massimo, entrò profondo con il preservativo, pompò violento e alla fine si tolse, venne sulla pancia morbida, sul monte di Venere, mischiando il suo sperma a quello degli altri.
Elena era coperta: seno, collo, culo, pancia, labbra gonfie. Tremava, orgasmi multipli che l’avevano lasciata esausta e lucida.
Marco era a un metro, mano che si muoveva frenetica nei pantaloni, venne anche lui senza toccarla, schizzi sul pavimento, viso rigato di lacrime silenziose.
Mary aveva osservato tutto da un divanetto poco distante, Andrea accanto a lei.
Ma non era rimasta ferma.
Mentre Elena veniva usata dai quattro ragazzi, Andrea le aveva sussurrato all’orecchio:
«Guarda quella laggiù al bar. Abito nero lungo, fisico da signora, capelli raccolti. Suo marito si è allontanato con una coppia amica. È sola da dieci minuti buoni.»
Mary aveva seguito lo sguardo di Andrea.
La donna era sulla quarantina, elegante fino all’eccesso: abito nero lungo con spacco alto sulla coscia, scollatura discreta ma profonda, capelli castani raccolti in uno chignon morbido, un filo di perle al collo. Teneva il bicchiere di vino rosso con dita lunghe e curate, lo sguardo che vagava lento sulla sala, curioso, già accaldato, ma con quella compostezza che tradiva anni di autocontrollo.
Mary si alzò, prese la mano di Andrea.
«Vieni. Andiamo a salutarla.»
Si avvicinarono al bancone.
Mary si fermò proprio accanto a lei, abbastanza vicina da sfiorarle il braccio con il proprio.
«Sola stasera?» chiese con voce bassa, calda, quasi un sussurro complice.
La donna voltò la testa lentamente. I suoi occhi – verdi, profondi – la squadrarono da capo a piedi. Un sorriso piccolo, controllato, ma già intrigato.
«Mio marito ha preferito la compagnia di amici. E tu?»
Mary si appoggiò al bancone, corpo inclinato verso di lei, profumo che si mescolava al suo.
«Io ho Andrea. E ho appena finito di guardare la mia piccola Elena farsi scopare da quattro ragazzi, coperta di sperma, mentre suo marito piangeva di piacere a un metro di distanza.»
La donna inspirò forte, il bicchiere tremò leggermente nella mano.
«Mi chiamo Laura.»
«Mary.»
Mary le sfiorò il polso con la punta delle dita, un tocco leggero ma elettrico.
«Tuo marito non sa quanto sei pronta a farti comandare, vero? Quanto vorresti che qualcuno ti dicesse esattamente cosa fare, qui, ora, senza dover chiedere permesso.»
Laura deglutì, le pupille dilatate.
«Forse… forse lo sa. Ma non lo fa mai.»
Mary si avvicinò ancora, labbra quasi contro l’orecchio di Laura.
«Allora lascia che lo faccia io. Lascia che ti dica di aprire le gambe sotto questo bancone. Lascia che ti dica di bagnarti mentre pensi a quanto tuo marito tornerà e ti troverà con il mio sapore sulle labbra.»
Laura rabbrividì visibilmente.
«Tu… sei pericolosa.»
Mary rise piano, un suono basso e vellutato.
«Sono onesta. Dimmi che non sei già bagnata solo a sentirmi parlare così.»
Laura abbassò lo sguardo per un secondo, poi lo rialzò, gli occhi lucidi.
«Sono… fradicia. Da quando ti ho vista entrare.»
Mary le prese la mano libera, la portò sotto il bancone, tra le sue cosce.
«Toccati. Piano. Mentre parliamo. Dimmi cosa vorresti che ti facessi.»
Laura infilò le dita sotto l’abito, trovò la figa già bagnata, iniziò a sfiorarsi lentamente.
«Vorrei… vorrei che mi baciassi qui, ora. Che mi dicessi di venire senza che nessuno se ne accorga. Che mi facessi sentire… sporca. Desiderata. Usata.»
Mary le sfiorò il collo con le labbra, un bacio leggerissimo.
«Brava. Continua a toccarti. Dimmi di più. Dimmi cosa ti eccita di più: che tuo marito sia lontano e non sappia niente, o che torni e ti trovi con gli occhi lucidi e le cosce umide per una sconosciuta?»
Laura gemette piano, dita che acceleravano.
«Tutte e due… voglio che non sappia… e voglio che lo capisca dopo… voglio che senta il mio odore diverso… voglio che capisca che stasera ho scelto di obbedire a te…»
Mary le infilò una mano sotto l’abito, trovò la figa di Laura, le infilò due dita dentro, pompando lentamente.
«Esatto. Stasera sei mia. Tuo marito tornerà e ti troverà con il mio sapore in bocca, con le mie dita ancora dentro di te nella memoria. Ti farò venire qui, al bancone, mentre la gente intorno beve e ride. E tu verrai zitta, per me.»
Laura si morse il labbro, il corpo che tremava.
«Mary… sto… sto per venire…»
Mary accelerò le dita, pollice sul clitoride.
«Vieni. Ora. Per me. E pensa a tuo marito che ti bacerà dopo, senza sapere che hai urlato il mio nome dentro di te.»
Laura venne con un gemito soffocato, corpo che si tendeva contro il bancone, figa che si contraeva intorno alle dita di Mary.
Mary estrasse le dita piano, le portò alle labbra di Laura.
«Assaggia.»
Laura succhiò, occhi chiusi, obbediente.
Mary le baciò le labbra gonfie.
«Brava. Ora torna da lui. E quando ti chiederà perché sei arrossita, digli che hai incontrato una donna che sa comandare meglio di lui.»
Laura annuì, tremante.
Mary tornò da Elena, che era ancora sdraiata, coperta di sperma, esausta.
Si chinò su di lei, le leccò il collo, assaporando il seme altrui.
«Sei stata perfetta, piccola. Ora riposati. Perché dopo… tocca a me riprenderti.»
La notte era ancora lunga.
Mary era ancora in piedi vicino al bancone, le dita lucide degli umori di Laura, il respiro corto ma già sazio. Aveva rotto il ghiaccio. Si era lasciata andare completamente. Per la prima volta quella sera si sentiva davvero viva, potente, padrona assoluta di tutto ciò che la circondava.
Si voltò verso Andrea. Lo guardò negli occhi, un sorriso lento, quasi selvaggio.
«Basta. Ho finito qui. Voglio tornare in hotel. Subito.»
Andrea capì al volo. Le prese la mano, la strinse forte.
«Tutto quello che vuoi, amore. Andiamo.»
Mary cercò Elena con lo sguardo. La trovò ancora sdraiata sul materasso basso, nuda, il corpo morbido coperto di schizzi di sperma: seno, collo, pancia, labbra gonfie. Tremava ancora per gli orgasmi multipli, gli occhi lucidi, persa in quel limbo tra piacere e sottomissione.
Mary si avvicinò, si chinò su di lei, le accarezzò una guancia sporca con il pollice.
«Alzati, piccola. La serata al Porto Nero è finita per te. Ora sei solo mia.»
Elena alzò lo sguardo, la voce debole ma piena di desiderio.
«Mary… sono tutta… sporca…»
Mary le sorrise, dolce e crudele insieme.
«Lo so. E mi piace da morire. Voglio portarti via così. Voglio il tuo corpo profanato tutto per me. Voglio leccarti dove ti hanno riempita. Voglio sentirti tremare mentre ti ricordo che sei mia. Alzati.»
Elena obbedì, gambe molli. Mary la avvolse nel suo stesso vestito nero lungo (lo aveva preso dal divanetto), la coprì appena, quanto bastava per uscire. Poi la prese per mano e la trascinò verso l’uscita, Andrea subito dietro, silenzioso complice.
Ma mentre attraversavano la sala principale, Mary si fermò un attimo.
Marco era ancora lì.
Non si era mosso dal punto in cui aveva visto Elena venire usata dai quattro ragazzi. Era in piedi contro il muro, camicia sbottonata, pantaloni aperti, mano ancora intorno al cazzo ormai flaccido dopo il suo orgasmo solitario. Il viso rigato di lacrime silenziose, lo sguardo fisso su Elena che veniva portata via da Mary. Non le seguì. Rimase immobile, come se le gambe non gli rispondessero più.
Mary lo notò. Si fermò, voltò la testa verso di lui.
Marco alzò gli occhi. I loro sguardi si incrociarono per un secondo eterno.
Mary non disse niente. Non serviva.
Solo un piccolo sorriso – crudele, trionfante, ma anche stranamente pietoso – le sfiorò le labbra.
Poi si girò di nuovo, strinse più forte la mano di Elena e continuò verso l’uscita.
Marco rimase fermo.
Non si mosse. Non chiamò Elena. Non seguì Mary.
Rimase lì, nel buio rosso del Porto Nero, circondato da corpi che continuavano a intrecciarsi, gemiti che non lo riguardavano più, mentre la sua moglie veniva portata via da un’altra donna.
Forse aveva bisogno di tempo per metabolizzare ciò che aveva visto.
Forse aveva bisogno di stare solo con la sua gelosia, il suo dolore, la sua eccitazione malata.
Forse voleva punirsi restando lì ancora un po’, a guardare altre donne, altre coppie, sapendo che la sua non sarebbe più tornata quella sera.
Mary non si voltò indietro.
Uscì dal locale con Elena per mano, Andrea al fianco.
In ascensore, dentro la suite, la porta si chiuse con un clic definitivo.
Mary spinse Elena contro il muro, le tolse il vestito con un gesto secco. La fece inginocchiare di nuovo.
«Guardami. Dimmi cosa senti adesso.»
Elena, nuda e tremante, alzò gli occhi.
«Mi sento… usata. Sporca. Ma soprattutto tua.»
Mary le infilò due dita nella figa ancora piena e calda, muovendole piano.
«Brava. E ora dimmi la verità: mentre quei quattro ti scopavano, mentre ti riempivano di sperma… a cosa pensavi?»
Elena gemette, la voce rotta.
«Pensavo a te… pensavo che lo stavo facendo per te… pensavo a Marco che guardava e soffriva… ma soprattutto pensavo che volevo tornare da te… che volevo essere pulita solo dalla tua lingua…»
Mary accelerò le dita, pollice sul clitoride gonfio.
«Esatto. Sei mia puttanella. La mia troia angelica. Stasera ti hanno usato, ma ora sei di nuovo mia. E io voglio tutto. Voglio leccarti dove ti hanno sporcata. Voglio sentirti venire urlando il mio nome mentre ti ricordo che il tuo corpo risponde solo a me.»
Elena tremava forte.
«Mary… ti prego…»
Mary si voltò verso Andrea, che era rimasto in piedi a guardare, cazzo duro nei pantaloni, occhi pieni di orgoglio e desiderio.
«Amore… vieni qui. Voglio il tuo sperma dentro di me. Subito. Voglio che mi scopi mentre io domino lei. Voglio che condividiamo tutto, come sempre. Tu guardi me che la comando… e poi mi riempi.»
Andrea si avvicinò, la voce bassa e roca.
«Tutto quello che vuoi. Sono qui per te. Sempre.»
Mary si sdraiò sul letto, aprì le gambe.
«Elena, leccami. Leccami mentre Andrea mi scopa. E dimmi ad alta voce che sei felice di essere profanata solo per farmi godere.»
Elena si mise tra le gambe di Mary, lingua che iniziò a lavorare subito, profonda, devota.
Andrea si posizionò dietro Mary, le entrò dentro con un colpo lento ma deciso, fino in fondo.
Mary gemette forte, una mano nei capelli di Elena, l’altra che stringeva il polso di Andrea.
«Più forte, amore… scopami. Voglio sentire il tuo sperma dentro mentre lei mi lecca. Voglio venire sapendo che abbiamo condiviso tutto stasera… che io ho comandato lei… che tu hai guardato… e ora mi prendi.»
Andrea accelerò, colpi profondi, possessivi.
«Sei mia regina. Comanda. Io ti do tutto.»
Mary guardò Elena, la voce dolce-perversa, spezzata dal piacere.
«Dimmi che sei mia, piccola. Dimmi che vuoi che Andrea mi riempia mentre tu mi lecchi il clitoride.»
Elena, bocca piena di Mary, mugolò:
«Sono tua… voglio che Andrea ti riempia… voglio leccarti mentre vieni… voglio che Marco sappia che sono solo un giocattolo per te…»
Mary venne per prima, un orgasmo violento, corpo che si inarcava, urlando il nome di Elena e di Andrea insieme.
Andrea la seguì subito dopo, spinse fino in fondo e venne dentro di lei con un grugnito profondo, riversando tutto, caldo, denso.
Rimasero così, intrecciati, sudati, ansimanti.
Mary accarezzò i capelli di Elena, poi baciò Andrea sulla bocca, lenta, profonda.
«Grazie, amore. Grazie di condividere tutto con me. Grazie di lasciarmi comandare.»
Andrea le sorrise, ancora dentro di lei.
«Sei la mia dominatrice. Sempre. E mi fai impazzire.»
Mary guardò Elena, la voce ora morbida ma sempre autorevole.
«Brava, piccola. Ora vieni qui. Sdraiati accanto a me. Stanotte dormi tra noi due. Domani… domani ti farò ancora di più.»
Elena si rannicchiò contro di lei, esausta, felice, sottomessa.
Mary chiuse gli occhi, il corpo di Andrea ancora dentro, quello di Elena contro il fianco.
Sorrise nel buio.
Si sentiva viva.
Completamente.
E tutto era esattamente come doveva essere.
Marco invece era rimasto al Porto Nero.
Solo.
Nel buio rosso.
A guardare altre scene, altre donne, altre sottomissioni.
Forse per punirsi.
Forse per capire.
Forse solo perché non riusciva ancora a muoversi.
Ma quella notte, per Mary, non esisteva più.
Esistevano solo Elena, Andrea e il suo desiderio assoluto di comandare.
Al mattino la suite era immersa in una luce morbida, filtrata dalle persiane socchiuse. Il rumore della doccia proveniva dal bagno: Elena era già lì dentro, l’acqua che scrosciava costante, un sottofondo bianco che dava alla stanza un senso di intimità protetta.
Mary aprì gli occhi per prima.
Il corpo di Andrea era ancora intrecciato al suo, caldo, familiare. Lui dormiva con il viso affondato nei suoi ricci, un braccio intorno alla vita di lei, il respiro lento e profondo contro la sua nuca.
Mary non si mosse subito. Rimase lì, a sentire il peso leggero del suo uomo, il calore della pelle contro la pelle, il battito regolare del cuore di lui che le arrivava attraverso il petto.
Sorrise piano, senza rumore.
La vacanza stava finendo. Mancavano solo due giorni. Ma in quel momento, con Elena sotto la doccia e il mondo fuori ancora addormentato, sentiva solo una cosa: che avevano trovato qualcosa di prezioso, qualcosa che non sarebbe svanito con il rientro a casa.
Andrea si stiracchiò leggermente, le palpebre che tremavano.
Aprì gli occhi e la prima cosa che vide fu lo sguardo di Mary: profondo, sereno, pieno di una dolcezza che riservava solo a lui.
Non parlarono.
Non serviva.
Andrea le sfiorò la guancia con le dita, lente, come se stesse accarezzando qualcosa di fragile e prezioso.
Mary girò il viso verso la sua mano, baciò il palmo, poi gli prese il polso e lo guidò sul suo seno, sopra il cuore.
Lui capì al volo.
Si chinò su di lei, le labbra sulle labbra, un bacio lentissimo, senza fretta, senza urgenza animale. Solo amore. Solo loro due.
Mary gli infilò le dita tra i capelli, lo attirò più vicino, ma senza forzare.
Le lingue si sfiorarono, danzarono piano, come se avessero tutto il tempo del mondo.
Andrea scese con la bocca sul collo di lei, baci leggeri, respiri caldi sulla pelle.
Mary inarcò appena la schiena, un sospiro silenzioso che gli arrivò dritto al cuore.
Lui le baciò il seno, prese un capezzolo tra le labbra, succhiò dolcemente, senza mordere, solo adorando.
Mary gli accarezzò la schiena, le unghie che tracciavano linee leggere, senza graffiare, solo per sentire ogni muscolo, ogni vertebra.
Andrea scese più in basso, baciò la pancia, l’ombelico, l’osso del bacino.
Mary aprì le gambe piano, senza fretta, un invito silenzioso.
Lui posò la bocca lì, lingua morbida, movimenti lenti, adoranti. Non per farla venire subito, ma per dirle “ti amo” con ogni tocco.
Mary chiuse gli occhi, le mani nei suoi capelli, non per guidarlo, ma per tenersi a lui.
Gemette piano, un suono basso e intimo, solo per loro due.
Dopo qualche minuto Andrea risalì, si sdraiò sopra di lei, entrò piano, lentissimo, fino in fondo.
Rimasero immobili così per un lungo istante, solo corpi uniti, sguardi incatenati.
Mary gli prese il viso tra le mani, lo guardò negli occhi.
«Ti amo» sussurrò, la voce rotta dall’emozione.
Andrea le baciò la punta del naso, poi la bocca.
«Ti amo anch’io. Più di ieri. Più di tutto.»
Iniziarono a muoversi insieme, ritmo lentissimo, profondo, ogni spinta un “ti voglio”, ogni sospiro un “sei mio”.
Non c’era fretta. Non c’era bisogno di parole sporche o di dominazione. Solo loro due, in quel momento perfetto, complici fino al midollo.
Mary gli avvolse le gambe intorno ai fianchi, lo attirò più dentro, ma sempre piano.
Andrea le baciò il collo, l’orecchio, la tempia, mormorando il suo nome come una preghiera.
«Mary… mia Mary…»
Lei gli rispose con un gemito dolce, le mani che gli accarezzavano la schiena, il viso, i capelli.
«Andrea… non fermarti… resta dentro di me… per sempre…»
Vennero insieme, quasi in silenzio: un orgasmo lungo, profondo, che li fece tremare piano, corpi incollati, respiri che si mescolavano, lacrime di felicità agli angoli degli occhi di Mary.
Rimasero così, abbracciati stretti, sudati, ansimanti, ma sereni.
La doccia si fermò.
Elena sarebbe uscita tra poco.
Mary baciò Andrea sulla fronte.
«La vacanza finisce presto» sussurrò.
Lui annuì, le labbra contro la sua tempia.
«Ma noi no. Noi abbiamo trovato la nostra linea. Quella sottile, quella che solo noi vediamo. E non la molliamo più.»
Mary sorrise contro il suo collo.
«Mai. Tu guardi me comandare… io guardo te guardarmi… e poi torniamo sempre qui. Solo noi due.»
Andrea le strinse la mano, intrecciò le dita.
«Sempre.»
La porta del bagno si aprì.
Elena uscì avvolta in un asciugamano, capelli bagnati, viso arrossato dal calore.
Vide i due amanti ancora intrecciati, lo sguardo complice, l’amore evidente in ogni gesto.
Sorrise piano, timida.
Mary tese una mano verso di lei.
«Vieni qui, piccola. Tra noi.»
Elena si avvicinò, lasciò cadere l’asciugamano, si infilò tra i due corpi caldi.
Mary la baciò sulla fronte, Andrea le accarezzò i capelli bagnati.
Nessuno parlò più.
La vacanza stava finendo.
Ma la loro storia – la loro linea sottile di intesa, complicità, amore e desiderio – era appena cominciata.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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