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tradimenti

Carla alla festa in piscina. 2 capitolo


di rick82
13.10.2026    |    1.889    |    12 9.5
"C'era Mario, con la mano sotto al tavolo del bar, che sicuramente si toccava la patta..."
Tornammo a casa insieme e quella notte tra me e Carla non ci fu bisogno di parlare molto. La tensione accumulata durante tutta la giornata trovò un'altra strada. Fu una di fuoco.

Al mattino, però, la piscina, Leo e Mario che guardava erano ancora tutti lì, nella sua testa. Carla era al lavoro quando arrivò il primo squillo della giornata: era seduta alla sua scrivania, circondata dal normale rumore dell'ufficio, quando il telefono vibrò, una notifica, ma non una semplice notifica.

Leo aveva iniziato a seguirla su Instagram.
Carla rimase a fissare lo schermo.

Appoggiò il telefono sul tavolo alzando gli occhi in gloria e cercò di concentrarsi sul lavoro.

Passarono un paio d'ore ore nelle quali ogni tanto tornava con gli occhi al telefono.
Alla fine, dopo aver rimuginato un poco, accettò la richiesta e ricambiò il follow e subito dopo chiuse Instagram, quasi volesse convincersi che non avesse importanza.

Ma proprio allora arrivò Whatsapp con il nome di Mario sullo schermo.

Carla si stranì un po' ed aprì il messaggio.

«Ciao Carla. Non voglio metterti in difficoltà, e non entrare in agitazione, ma dopo quello che ho visto ieri sulla terrazza mi devi una spiegazione. Tranquilla, non ho detto niente a nessuno.»
Rilesse il messaggio una volta.
Poi una seconda.
Poi una terza.

Quello che la sconvolgeva non era tanto ciò che Mario aveva scritto, quanto il tono.

Quella frase: “mi DEVI una spiegazione.”

Carla posò il telefono sul tavolo, camminò nervosamente nella stanza del suo ufficio;
Riprese il telefono.

Cominciò a scrivere una risposta: «Mario, ti prego, non è come...» ma poi cancellò; ne scrisse un'altra, «Quello che hai visto ieri...» ma cancellò anche quella.
Poi provò qualcosa di più semplice.
«Possiamo parlarne, certo.»
Anche quella finì nel cestino, non riusciva a trovare una frase che non sembrasse un'ammissione.
Poco dopo arrivò una nuova notifica, nuovamente di Instagram, Leo aveva messo “Mi piace” a una sua foto.

Carla aprì la fotografia: era una foto di qualche settimana prima: abbronzata, vestita con un tubino elegante e molto corto, che lasciava scoperte le gambe. Una delle fotografie che lei stessa aveva sempre considerato particolarmente riuscita.

Rimase a guardare il nome di Leo sotto quella foto.
Un semplice like.
Niente di che, eppure dopo quello che era successo il giorno precedente sembrava contenere molto altro.
Maledizione, pensò, e spense lo schermo.

Lo riaccese dopo pochi secondi.

Tornò su WhatsApp.

Poi di nuovo su Instagram, era in totale trance.
Mario.
Leo.
Due uomini diversi, due attenzioni completamente diverse e lei, improvvisamente, al centro di entrambe.

Una collega passò accanto alla sua scrivania:
«Sei stranissima stamattina.»

Carla sollevò lo sguardo.

«Ho dormito poco.»

«Si vede!»
La collega sorrise e se ne andò.

Carla abbassò nuovamente gli occhi sul telefono, quella situazione cominciava a diventare quasi insostenibile, e alla fine si alzò.

«Vado un attimo in bagno.»

Chiuse la porta alle sue spalle e rimase qualche secondo appoggiata al lavandino, respirando lentamente ed iniziò ad accarezzarsi le labbra della figa, era fradicia, se solo i colleghi avessero saputo in che condizioni erano le sue mutande dentro quell'ufficio probabilmente le avrebbero strappato i vestiti di dosso!

Guardò il proprio riflesso.

Ripensò allo sguardo di Mario della sera prima che la trovava tette al vento mentre si era appena fatta scopare come una troia a pochi metri da me, poi pensò a Leo, alla richiesta su Instagram, al suo like proprio a quella fotografia, dopo che ieri aveva sentito la sua cappella in fondo alla vagina; i pensieri che si intrecciavano continuamente e Carla chiuse gli occhi lasciando che le sue dita frugassero in mezzo alle sua labbra vaginali.
Si masturbò furiosamente venendo in pochissimo tempo, e quando uscì dal bagno era ancora un po' paonazza: si sistemò i capelli e tornò alla sua scrivania cercando di assumere un'espressione normale, ma un collega alzò gli occhi proprio mentre passava e la seguì per un istante con lo sguardo puntato sul suo culo e sul suo ancheggiare. Lei fece finta di non accorgersene ma lo intuì.

Prese il telefono,riaprì la chat con Mario e questa volta decise di rispondere:
«Ciao Mario, partendo dal presupposto che non ti devo alcuna spiegazione, certo che prendiamo un caffè. Molto volentieri. Io potrei solo dopodomani pomeriggio, per il resto della settimana abbastanza impegnata.»

Rilesse il messaggio ed inviò. Era esattamente ciò che voleva comunicare: disponibilità a parlare, ma alle sue condizioni, con fermezza.

Mario lesse quasi subito, ma nessuna risposta; Carla aspettò... Dieci minuti, poi venti, poi un'ora, nessuna risposta
Ogni tanto apriva WhatsApp, controllava la chat e la richiudeva, il resto del pomeriggio passò così.
Solo in tarda serata, quando eravamo già a casa entrambi, comparve finalmente la risposta.

«Ok, a dopodomani, ciao.»
Carla rimase a fissare quelle poche parole.
Freddo,troppo freddo,non sapeva cosa pensare! Per tutto il pomeriggio aveva aspettato quella risposta e adesso, davanti a quel messaggio asciutto, non sapeva se sentirsi sollevata oppure ancora più preoccupata.

Non aveva fatto domande. Non aveva nemmeno commentato la sua frase sul fatto che non gli dovesse spiegazioni, aveva semplicemente accettato quasi in modo distaccato, e proprio questo ora la agitava ulteiormente.
Il giorno successivo, appena sveglia, arrivò quasi a maledirsi per non aver proposto un appuntamento prima, era un pensiero totalmente invadente.

il "Dopodomani" detto il giorno prima sembrava improvvisamente lontanissimo. Durante tutta la giornata, nella sua testa tornarono continuamente vari fotogrammi della domenica:Leo che faceva il piacione con lei, i suoi sorrisi, gli sguardi degli uomini mentre lei camminava lungo il bordo della piscina, alcuni rapidi, altri altri molto più espliciti che indugiavano sulle sue cosce ed il suo culo...

Anche quel giorno successivo In ufficio se ne accorsero.

«Carla, sei distratta anche oggi, ma sei sicura sia tutto ok?»

«Si, scusate sono solo un po' stanca in questi giorni.»

Era la risposta che stava dando a tutti, pur sapendo dentro di se che non era quello il motivo.

Quel giorno il focus era tutto sull'attesa del caffè con Mario e, allo stesso tempo, non riusciva a smettere di pensare a Leo e al tradimento nei miei confronti.
Quella notte scopammo nuovamente con una carica che non avevamo negli ultimi mesi, se non la sera dopo la festa: fu un'altra notte di fuoco, mi chiese di incularla e le sborrai dentro il culo dopo averla aperta per bene.
Eppure, anche mentre eravamo insieme, io ebbi la netta sensazione che nella testa di Carla ci fosse qualcosa che non mi stava dicendo, qualcosa che aveva un nome.
O forse due.

La mattina successiva Carla si vestì e si truccò di tutto punto quasi senza rendersene conto: scelse una gonna stretta, poco sopra il ginocchio, una camicetta leggera e un paio di scarpe con un tacco discreto. Niente che, preso singolarmente, potesse sembrare particolarmente audace, eppure, davanti allo specchio, rimase qualche secondo in più del solito.

Sistemò i capelli,controllò il trucco, poi si guardò ancora.
Quel giorno doveva andare al lavoro, vero, ma soprattutto quel giorno avrebbe incontrato Mario.

Il "caffè chiarificatore" o almeno così continuava a chiamarlo nella sua testa; voleva mettere subito le cose in chiaro, ricordargli che non gli doveva spiegazioni e capire esattamente cosa avesse intenzione di dirle.

Questo era quello che si ripeteva, eppure mentre usciva di casa non riusciva a non chiedersi se fosse davvero soltanto quello.
Durante il tragitto verso il lavoro, fermandosi a un semaforo, un automobilista nella corsia accanto aveva posato lo sguardo su di lei e sembrava non avere alcuna intenzione di distoglierlo; Carla se ne accorse, per un istante i loro occhi si incontrarono e lei gli sorrise appena.

Poi il semaforo diventò verde e ripartì, e poco dopo si accorse di avere un sorriso sulle labbra.
Non sapeva nemmeno perché, ma probabilmente tutte queste scariche degli ultimi giorni avevano dato una carica da pazzi alla sua autostima.

La mattinata sembrava non passare mai, aveva ancora diverse ore davanti prima dell'appuntamento con Mario.

Provò a concentrarsi sul lavoro, ma continuava a tornare con il pensiero a quella conversazione ed avrebbe voluto arrivare al dunque immediatamente, si immaginava la scena nella sua mente:

«Cosa hai visto?»

«Cosa pensi di quello che hai visto?»

«Perché mi hai scritto in quel modo?»

E soprattutto:

«Cosa vuoi da me?»

Queste erano le domande che avrebbe voluto fargli in quell'istante.

Ma ogni tanto, tra un pensiero e l'altro, ne compariva una diversa.

Come sarà incontrarlo da sola?

Che espressione avrà?
Sarà ancora così freddo?
E perché, nonostante tutto, aveva dedicato tanta attenzione al proprio aspetto quella mattina?
Carla si impose di non pensarci, dopotutto era soltanto un caffè, un chiarimento che non aveva nemmeno senso di esistere, eppure...

Eppure la gonna l'aveva scelta con cura, la camicetta, il trucco e quel modo particolare di essersi guardata allo specchio prima di uscire raccontavano una storia leggermente diversa, ma forse non era del tutto consapevole di cosa si aspettasse da quell'incontro o semplicemenete la sua coscienza non voleva ammetterlo nemmeno a se stessa.


Carla arrivò al bar all'ora concordata, Mario era già seduto, la osservò senza sorridere e lei sentì un brivido.

Il punto scelto da Mario dentro il bar era un in penombra, Carla attraversò la sala con un'andatura ipnotica, le anche che ruotavano lente sotto la gonna aderente, i tacchi che battevano sul marmo come un conto alla rovescia. Alcuni clienti alzarono la testa. Un cameriere si fermò con il vassoio a mezz'aria. Lei sentiva ogni sguardo sulla pelle, come se la gonna fosse diventata trasparente; in quel momento era agitata ma si sentiva ferma sulla sua posizione e voleva trasmettere a Mario questa sua sicurezza.

"Carla." Disse solo il suo nome, quando fu a un passo dal tavolo, e la voce era bassa, piatta, come se stesse leggendo un documento. Le indicò la sedia di fronte con un cenno del mento. "Siediti."

Lei sentì le gambe tremare appena, il tessuto della gonna che si tendeva sui fianchi, e si chiese il perchè di quella reazione, senza trovare grandi spiegazioni; dopo i primi finti convenevoli, lui la tranquillizzò "Carla, ho voluto incontrarti per parlare di ciò che ho visto domenica. Non avere ansia, sono qui solo per parlare; sai, io mi sento molto a disagio: invito te e Marco, mio amico da una vita, ad una festa in piscina da me,e tu... con Leo, altro mio amico ed invitato... non so cosa pensare, ma una giornata di festa si è trasformata per me in un senso di colpa!"

Carla sentì il sangue salirle alla faccia, poi ritirarsi, lasciandola fredda.
Domenica,la piscina, il bagno, Leo, la terrazza, lei inginocchiata. Le parole di Mario le caddero addosso perchè non la stava accusando, ma giudicando indubbiamente!

"Mario, non è quello che pensi, non ho fatto niente. È solo che... "
Carla provò a negare per quanto possibile, Mario la ascoltava con calma, senza interromperla, ma lei incespicava su scuse alle quali aveva avuto tutto il tempo di prepararsi ma non lo aveva fatto. Era paonazza in viso, mentre negava le evidenze. Dopo averla fatta finire, le disse con una calma incredibile "Carla, io capisco la tua agitazione, ma quello che ho visto non può essere manipolato. Quando sono arrivato sulla terrazza, tu eri ancora in ginocchio, il costume abbassato sotto il seno nudo, Leo che si tirava su il costume e le tue mani sporche del suo sperma... c'è poco da negare! Vorrei capissi che io non sono qui per attaccarti , voglio solo capire perchè lo hai fatto; perchè io mi sento in colpa di aver invitato alla festa ch ha reso cornuto un mio carissimo amico, lo capisci?"

Lei si passò una mano sulla fronte, come se avesse caldo, ma era solo per non guardare Mario negli occhi. Le sue stesse parole, appena pronunciate, le risuonavano addosso come una confessione letta ad alta voce in un confessionale.

"Non è che... non è che l'ho fatto apposta." Sì, lo stava ammettendo,e non ci credeva nemmeno lei mentre lo diceva. "Domenica ero lì con Marco, come sempre in questi anni. Ma Leo continuava a trovarmi con lo sguardo, a portarmi da bere, a dirmi che quel costume mi stava bene, che sembravo più giovane delle altre, che non sembravo una donna sposata da vent'anni. E non era solo lui, sentivo altri uomini che mi guardavano dalla piscina, e per una volta... per una volta mi sentivo quasi al centro dell'attenzione. Mi sono quasi scordata di essere lì con mio marito. Poi siamo rimasti soli in terrazza ed appena tu hai detto che saresti tornato a breve io ho avuto l'ansia perchè sapevo che sarebbe successo, Leo mi ha presa per il polso, e io..."
Carla si rese conto, all'improvviso, di essere ancora in quel ricordo con tutto il corpo. La festa in piscina: tutti in costume, la musica che copriva le voci. E lei lì, in quel due pezzi nero che aveva comprato sperando che nessuno notasse quanto ci stesse dentro. Leo accanto, poi il bacio — che lei aveva respinto, sì, con la mano sul petto, un "no, Leo, no". E lui che non si era fermato. Che le aveva preso il viso, che aveva ripetuto il bacio, e lei... e lei non aveva più detto no.

"Mi ha baciata, Mario." Lo disse fissando la tovaglia, non lui. "Io l'ho respinto. Gli ho messo la mano sul petto e gli ho detto di smettere. Ma lui ha insistito, e io non ho avuto la forza di allontanarlo ancora. E poi mi ha preso la spallina del costume con due dita, l'ha fatta scivolare giù, e il mio seno è rimasto fuori, nell'aria, davanti ai suoi occhi, e io invece di coprirmi sono rimasta ferma come una scema." Si premette la mano sulla bocca.
Voleva smettere di parlare, ma le parole continuavano a uscire, come se non aspettasse altro che la possibilità di sfogarsi e raccontare questo segreto inconfessabile a qualcuno. In quel momento, sotto il tavolo, l'erezione tendeva i pantaloni di Mario, e lui spostò appena il palmo sul pacco, lentamente, senza fretta, perché lei non notasse nulla. Carla non notò nulla — era troppo presa dal proprio imbarazzo, dal rossore, dal desiderio assurdo e vergognoso di raccontare ancora.

"Lui mi ha chiesto di inginocchiarmi." La voce le si era fatta quasi un sussurro, tanto che Mario dovette piegarsi in avanti per sentirla. "E io mi sono inginocchiata sul pavimento bagnato della terrazza, con il costume abbassato, e l'ho succhiato come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se non avessi un marito, una casa, una reputazione da difendere, rischiando che qualcuno potesse salire lì." Alzò finalmente gli occhi, e per la prima volta lo guardò dritto.

"E non è finita lì, scusami se ti sto vomitando tutto addosso ma ora che ho la possibilità di sfogarmi svuot il secchio totalmente. Dopo... dopo che glie l'ho preso in bocca, mi ha tirata su, mi ha girata e mi ha messa contro il muro della terrazza, con i palmi schiacciati contro il cemento, il culo in fuori e le sue mani che mi tenevano i fianchi. Mi ha abbassato il costume e mi ha scopata da dietro, in piedi, veloce, una sveltina, mentre sotto c'erano ancora gli ospiti a ridere in piscina e io dovevo mordermi il polso per non urlare." Prese fiato.
Carla bevve un sorso d'acqua, ma la gola restava secca. Mario non la interrompeva, non la giudicava più ma era semplicemente eccitato come un porco a sentire quel racconto indecente; Carla provava una sensazione strana, sentirsi guardata mentre raccontava l'indicibile, e scoprire che non voleva smettere. La mano di Mario, sotto il tavolo, non si muoveva più con fretta; si stringeva lenta sul tessuto, e lei — senza sapere perché — continuava a parlare più piano, quasi volesse dargli il tempo di ascoltare ogni parola.
"Quando ci siamo staccati dal muro, lui non aveva ancora finito. Mi sono inginocchiata di nuovo, e l'ho preso in mano. Glielo stringevo, e lo guardavo in faccia, e lui mi guardava come se fossi la cosa più bella che avesse mai visto. E poi ha sborrato — non in bocca, non addosso a me perchè ho avuto perlomeno la lucidità di pensare che non potevo farmi imbrattare — in terra, sul pavimento della terrazza, e io mi sono sporcata le dita e me le sono guardate come una stupida"

Carla parlava ormai senza più filtri, le parole che uscivano una dietro l'altra come se le fosse impossibile fermarle, e intanto gli occhi di Mario non la mollavano mai — la fissavano con quella che non era più calma terribile ma eccitazione silenziosa, e lei in quel silenzio si sentiva nuda molto più di quanto fosse stata sulla terrazza. Si accorse, a un certo punto, che il respiro di lui si era fatto più corto, e che sotto il tavolo la mano non si stava più semplicemente stringendo il tessuto: si muoveva, lenta e ritmica, e Carla lo capì senza volerlo capire, e una parte di lei — quella parte che credeva di aver seppellito anni prima — si accese. Non distolse lo sguardo. Continuò a guardarlo dritto negli occhi mentre finiva di raccontare.

"Ecco perché mi hai trovata in ginocchio, Mario. Non ero ancora riuscita ad alzarmi. Leo si stava tirando su il costume, io avevo le mani sporche, e tu sei arrivato sulla terrazza proprio in quell'istante, quando l'aria sapeva ancora di quello che era appena successo. Non ho avuto il tempo di inventare una scusa, e non ne avrei trovata una credibile comunque. E adesso sei qui, seduto davanti a me, e io lo sto raccontando come se fosse una cosa normale. Ti sembra normale, Mario? A me no. A me sembra la cosa più vergognosa che abbia mai fatto in vita mia. Eppure continuo a parlare. E tu continui a guardarmi.E mi stai guardando in un certo modo..."

"Basta, Carla. Basta così." Mario si passò le mani sulle tempie, come se facesse fatica a trovare le parole. "Sono sconvolto. Sono amico di Marco da prima del vostro matrimonio, e sono qui ad ascoltare il tuo sfogo mentre mi racconti il tradimento ai suoi danni!" ; dopo qualche secondo di silenzio, trovò il coraggio di aggiungere la parte più difficile

"Ma ti devo confessare una cosa, e mi fa schifo dirlo. Mentre parlavi... mentre ti ascoltavo raccontare tutto in ogni dettaglio io mi sono eccitato. Non dovrei. Lo so che non dovrei. Tuo marito è mio amico, tu sei la moglie del mio amico, e io ce l'ho duro come un ragazzino . E di questo mi vergogno e ti chiedo scusa, e anche a Marco."

"E non è tutto. In questi giorni ho pensato e ripensato a te in ginocchio, l'immagine delle tue tette scoperte, fuori dal costume, con la pelle bagnata e i capezzoli duri( quel seno che ho guardato mille volte sotto i vestiti) sul pavimento di quella terrazza. Continuavo a immaginare cosa poteva essere successo davvero con Leo, cosa gli avevi fatto, cosa ti aveva fatto lui. E ogni volta che ci pensavo... ogni volta mi chiudevo in bagno e mi facevo una sega. E dopo mi sentivo una merda."

"E la cosa peggiore è che stanotte sicuramente lo farò nuovamente, dopo i dettagli che mi hai raccontato. Con più forza di prima, credo. Con la tua faccia in testa e quella cazzo di terrazza che non mi esce dalla memoria."

I loro sguardi erano carichissimi di tensione. Nessuno dei due si mosse, il tavolino del bar tra loro sembrava l'unica cosa che li separava ancora da qualcosa di irreparabile che poteva succedere da un'istante all'altro.

"Scusa Mario, sono ancora più agitata di prima, forse. Devo andare. Scusami."

Carla si alzò, prese la borsa, e si avviò verso l'uscita senza aspettare risposta. Mario la seguì con lo sguardo, l'ancheggiare lento e sicuro sotto la gonna, il rumore dei tacchi sul pavimento che si allontanava un passo alla volta. Non si voltò. Non una volta. Girò l'angolo e sparì, e lui rimase lì, seduto, con una mano ancora aperta sopra il tavolino e l'altra a stringere il cazzo che gli pulsava duro da ormai mezz'ora, premuto contro la cerniera dei pantaloni, e ogni passo di quei tacchi che si allontanava glielo faceva sentire di più. Si guardò intorno come un ladro: il cameriere dall'altra parte, un paio di tavoli occupati, nessuno che lo stesse guardando.



Carla passò il pomeriggio a rimuginare, aveva un po' sbollito sia l'agitazione che l'eccitazione. Sdraiata sul divano, il telefono in mano, le parole di Mario che le giravano in testa . Il sole del tardo pomeriggio entrava dalla finestra e le scaldava le caviglie incrociate sul bracciolo. Aprì Instagram senza pensarci, un gesto automatico, il pollice che scorreva il feed come tutti noi facciamo. E lì, nella lista delle notifiche, trovò altri due like di Leo. Uno su una foto in costume — il pezzo sopra rosso, quello sotto bianco, scattata a Rimini tre estati prima. L'altro su quella con la camicetta bianca, la stessa che indossava in quel momento, e sotto, in direct, un messaggio che le fece saltare il fiato per l'ennesima volta in quella giornata al cardiopalma

"Sto ammirando le tue forme nelle foto... che schianto!"

La figa le si bagnò (nuovamente) di colpo.
Strinse le cosce, le ginocchia che si premevano l'una contro l'altra attraverso la gonna. Era già un lago prima di leggere (lo era da quando aveva visto Mario) e quel messaggio le diede una scossa ulteriore, come una mano che le fosse infilata tra le gambe senza avvisare, le dita che le scostassero le labbra con un gesto possessivo e sbrigativo. Si morse il labbro inferiore, forte, fino a sentire il sapore del rossetto che si sfaldava tra i denti. Ripose il pollice sopra lo schermo, senza rispondere. Il cuore le batteva forte, un rintocco sordo che le pulsava nelle tempie.

Si portò una mano sulla fronte, le dita fredde contro la pelle calda, come per dire anche questa. Poi prese il telefono, aprì la chat con Leo, e con le dita che tremavano cominciò a scrivere e mentre pensava "ma che cazzo sto facendo?", premette invio

"Ti è piaciuta quella foto, eh? Peccato che non puoi vedere quello che c'è sotto."

Lo mandò. E subito dopo si sentì una stupida ma non annullò l'invio; subito arrivò la risposta di Leo. Tre puntine che ballavano, poi il testo.

"In realtà ho già visto qualche giorno fa... anche se troppo di corsa! Andrebbe visto con maggiore calma..."

Carla lesse due volte. La prima in apnea, la seconda con il respiro che le usciva corto dalle labbra socchiuse. Posò il telefono sul tavolino come se scottasse. Quello che l'aveva scopata a 90 gradi mentre in piscina tutti si divertivano (la pancia in giù sul bordo della terrazza, le mutandine tirate giù fino alle cosce, il cazzo che le entrava dentro con spinte brevi e furiose mentre dal piano di sotto arrivavano le risate degli ospiti e il rumore dell'acqua) adesso le scriveva come se quel giorno fosse stato solo un assaggio. Come se volesse rifarlo, con calma, per bene, anzi come se lo stesse dando quasi per scontato; come se la scopata sulla terrazza fosse stata il primo tempo di un incontro più lungo, più studiato, con lei sdraiata e aperta e lui che la guardava con attenzione prima di metterle le mani addosso.

Si alzò dal divano e andò in camera da letto. Si tolse la gonna e si sedette sul bordo del letto mentre si accorse che stava già pensando a come rispondere, non a SE rispondere. La differenza le morse lo stomaco. Si infilò una mano tra le gambe, il dorso della mano che le sfiorava l'interno coscia, e si toccò sopra le mutandine trovandole zuppe, appiccicate alle labbra della figa, il pizzo che faceva un rumore liquido quando lo premette con il medio. Chiuse gli occhi. E nella testa non c'era più Leo. C'era Mario, con la mano sotto al tavolo del bar, che sicuramente si toccava la patta. Le venne da strofinare il pizzo contro il clitoride che le era diventato duro e sensibile come un nocciolo.

Riaprì gli occhi di scatto, prese il telefono. "Con calma dici? E perché mai, cosa avresti in mente?"

Lo mandò. Poi si alzò, andò allo specchio dell'armadio e si guardò come in trance agonistica: Le guance rosse, la camicia stropicciata, una ciocca di capelli incollata alla fronte. Si osservò meglio, si passò le mani sui fianchi come per lisciarne via qualcosa — l'odore, il sudore, la voglia.
Lo specchio le restituì una donna vogliosa, forse troppo, il petto che si alzava e abbassava troppo in fretta per qualcuno che stava solo leggendo messaggi sul telefono.

Era nel pallone ed eccitatissima.
Il telefono vibrò sul letto dietro di lei. Leo aveva risposto?
NO! Era un messaggio di Mario: una foto.
Tentennò alcuni secondi prima di aprirla.


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