tradimenti
Francy la dottoressa puttana
26.10.2025 |
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"Francesca ebbe un sussulto mentre si sentiva innondare da uno sconosciuto e realizzò di essere una puttana..."
Era arrivato il Venerdì, un venerdì particolare per Francesca.Francesca è una dottoressa molto apprezzata e conosciuta per le capacità professionali e l’empatia con cui approccia ogni paziente, è sposata ed ha tre figlie.
L’amore per il marito è grande come la loro intesa sessuale, ma da tempo in loro c’è un forte desiderio di trasgressiomne.
Hanno cominciato con l’esibizionismo. Si mostrano, soprattutto lei, in fotografia ed anche nella realtà in atteggiamenti sempre più espliciti sino a farsi vedere in un rapporto completo.
Ogni volta l’eccitazione nel farlo era enorme ed il piacere che ne seguiva impagabile.
Ultimamente però c’era un desiderio più forte, lui pensava alle bambine come figlie di “puttana”.
Quando glielo disse, Francesca rise e lo prese in giro, lo canzonò sul desiderio di diventare cornuto.
Poi lentamente anche in lei il tarlo si insinuò e pensò a quella idea folle din diventare l’oggetto del piacere di uno sconosciuto, un uomo che l’avrebbe avuta soltanto perché la comprava, come si compra un qualsiasi oggetto.
Con Luca parlavano, oramai, spesso della cosa, proggettavano su come si poteva realizzare ma la paura di ciò che poteva succedere, dei pericoli che avrebbe corso per il cliente o per restare invischiata in organiozzazioni criminali li aveva sempre trattenuti dal mettere in pratica la fantasia.
Poi un giorno Luca tornò a casa con un giornale dove si parlava della prostituzione legale in Svizzera. Lessero e rilessero per giorni quell’articolo e si convinsero.
Lunerdì presero la macchina, bastarono pochi minuti per arrivare a Chiasso.
Videro alcuni locali, ma rimasero colpiti dalla sobria eleganza del Maxim Club.
Li accolse una donna di mezza età, di raffinata e semplice eleganza. Con gentilezza domandò le ragioni di una visita ad orario inconsueto, il locale apre soltanto la sera.
Francesca con timidezza e vergogna spiegò il loro desiderio e lei comprensiva mostrò loro il locale: il lounge bar, il salone dalle soffuse luci ambratedove le “ragazze” attendono di essere scelte, le camere arredate con satoffe morbide e specchi discreti, il letto ampio e morbido in cui abbandonarsi all’amplesso.
Poi passando al concreto sorridendo dice a Francesca che cercavanio una nuova ragazza da proporre ad una clientela raffinata ed esigente e soprattutto che lei con quell’aria tenera ed ingenua sarebbe stata ideale. Avrebbe cominciato a lavorare nel fine settimana, venerdì, sabato e domenica, tre giorni di prova e le assegnò la camera.
Avrebbe ancora dovuto acquisire il permesso dall’autorità di polizia, ma ormai era tardi dovevano rientrare per prendere le bambine.
Francesca ritornò il giorno dopo, appena finito il turno in ospedale, questa volta da sola.
Aveva appuntamento a Lugano, alla polizia cantonale.
Entrò nell’ufficio della Teseu. La accolse un’atmosfera fredda e burocratica, che contrastava con la tempesta emotiva che la attraversava. L’agente le chiese con voce neutra il motivo della sua visita, e Francesca sentì un nodo alla gola prima di pronunciare, mentre la vergogna le arrossava le guance, la parola che avrebbe cambiato il corso della sua esistenza: «Prostituzione». La formalità di quel gesto sembrava dissolvere l’ultima barriera, trasformandola non più soltanto in dottoressa, ma anche in una donna che abbracciava la sua nuova vita con coraggio misto a inquietudine. La firma del modulo e il rilascio del numero TESEU sigillarono quella sua nuova identità.
Quel venerdì mattina, in ospedale, Francesca si muoveva come un’ombra, distratta tra i corridoi familiari. Pensava a tutte queste cose e soprattutto che fra poche ore uno sconosciuto avrebbe goduto del suo corpo. Il bianco asettico delle pareti sembrava riflettere la sua inquietudine nascosta. Ogni suono, il battito del cuore, il tintinnio degli strumenti medici, si confondeva con un groviglio di emozioni inespresse: paura, vergogna, eccitazione e un senso di trasgressione ancora da comprendere del tutto, timore di essere scoperta.
Il tempo poi comunque passò ed anche il turno ebbe fine.
Mancavano pochi minuti alle otto, si fermò in un bar per un frugale panino ed un bicchiere d’acqua. Poi cacciò gli ultimi dubbi, riprese la macchina.
Pochi minuti e giumnse al confine. Il cielo aveva il colore del rame ed una leggera nebbia velava la strada, dissolvendosi alla luce dei fari. Francesca guidava piano, il doganiere distrattamente le fece cenno di passare.
Poco dopo apparve il Maxim Club, con un’insegna dorata che tremava nella luce serale. Parcheggiò, spense il motore e rimase un attimo immobile. Nel petto sentiva il battito salire, lento ma insistente.
Entrando, la accolse un profumo denso di liquori e gelsomino. Le luci filtravano come miele sulle superfici, riflettendo in mille frammenti i suoi pensieri.
La madame la attendeva al banco. “Ciao Francy, benvenuta” disse affettuosamente e le diede una chiave, un neglige leggero color avorio ed un piccolo ovulo da introdurre in vagina per lubrificarla ed eccitarla.
La stanza era piccola, pulita, con uno specchio grande e la luce morbida. Francesca tolse gli abiti e nel levarsi l’intimo ebbe un momento di vertigine: erano gesti abituali ma qui assumevano un altro senso. Introdusse nel suo sesso l’ovulo ed indossò il neglige, la seta che le scivolò addosso come una carezza, mostrando nella trasparenza le sue morbide forme e quella strisciolina di pelo che le velava il pube. Guardandosi allo specchio, non riconobbe il volto. Sembrava più fragile, più vero.
Scese lentamente.
Il salone si apriva davanti a lei come un teatro silenzioso. Le altre donne conversavano piano, sedute sui divani di velluto scuro. Un sottofondo jazz riempiva l’aria. La madame le fece un cenno: un posto libero accanto al bar. Francesca si sedette, le mani intrecciate.
Ogni cosa lì sembrava sospesa, priva di tempo. Gli sguardi, le parole, i movimenti: tutto si muoveva in un moto rallentato. Guardava il riflesso del bicchiere, il bracciale che scintillava, e pensava alla mattina appena trascorsa in corsia — al ticchettio delle stampanti, ai colleghi ignari, alla sua voce che ancora pronunciava termini clinici e razionali.
Poi la porta si aprì.
Entrò un uomo, con passo tranquillo. Occhi attenti, forse più curiosi che desiderosi. Si avvicinò al bancone, parlò brevemente con la madame, poi la guardò. Solo un istante. Non ci fu bisogno di parole: quel breve incontro degli occhi fu la scelta, un patto tacito in cui si intrecciavano bisogno e offerta, tentazione e coraggio. Lei si alzò, un silenzio pieno li avvolse mentre si incamminavano verso le scale. Ogni passo di lei risuonava come un battito. E nel suono metallico del tacco, Francesca sentì chiudersi la distanza fra la vita che conosceva e quella che stava per iniziare.
Entrarono nella stanza, la porta si chiuse.
Le mani dell’uomo afferrarono Francesca, lo sentì stringerla mentre la lingua reclamavaun bacio, poi con un gesto le intimò di inginocchiarsi davanti a lui, lei abbassò i suoi pantaloni ed un cazzo di notevoli dimensioni svettò davanti alla sua bocca. Francesca lo baciò sulla punta, poi lo leccò fino alle palle e lo ingoiò. Era brava nel fare i bocchini ma lui voleva qualcosa di più.
La spogliò e posatala sul letto con decisione la penetrò.
Francesca sentì il cazzo turgido e caldo penetrare nel suo corpo e i primi gemiti ruppero il silenzio della stanza. Lui aveva un ritmo deciso e sostenuto e lei cominciò a lasciarsi andare al piacere, poi lui la prese per i fianchi e la tirò a sé mentre le riempiva il ventre con il suo seme.
Francesca ebbe un sussulto mentre si sentiva innondare da uno sconosciuto e realizzò di essere una puttana.
Altri cinque clienti quella notte usarono il suo corpo, senza amore come un oggetto per il loro piacere e la possedettero inb ogni buco lasciando ovunque il loro sperma.
Era ormai l’alba quando l’ultimo cliente le riempì ancora una volta la bocca. Lei deglutì ingoiando anche questo sperma, mentre lui ormai usciva e la lasciava sola.
Francesca non si lavò, si vestì in fretta voleva essere a casa al risveglio di Luca.
Sulla strada del ritorno per Como, il cielo di un azzurro incerto e i primi raggi del sole attraversavano la nebbia sottile. Mentre guidava, il silenzio dell’auto accolse i suoi pensieri in tumulto. Quella notte non era stata soltanto un’esperienza, ma l’incontro con una parte di sé finora celata, un’apertura verso orizzonti contraddittori e misteriosi. La mente si piegava e si allargava, riunendo in un abbraccio sensazioni di perdita e conquista.
La figura della dottoressa e quella della prostituta non si escludevano più, anzi danzavano insieme in un equilibrio precario ma sincero. Francesca capì che quella scelta non avrebbe cancellato il passato, né avrebbe consegnato la sua anima a un solo destino, ma l’aveva resa protagonista di una nuova storia, densa di luci e ombre, di silenzi e sussurri. Con questa consapevolezza entrò in casa e corse in camera da letto offrendo a Luca la sua bocca ed il suo corpo in cui l’odore dell’ultimo cliente ed il sapore del suo sperma erano ancora chiaramente presenti e dopo averlo baciato con un sorriso gli disse: “ora le tue figlie sono davvero figlie di puttana”.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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