Il gran ballo
La villa era enorme. Saloni con soffitti alti, divani profondi, tappeti spessi e luci soffuse che rendevano tutto più indefinito e permesso. Non ci volle molto per capire che lì dentro le regole del mondo fuori non valevano più. Su un divano lungo, non lontano dall’ingresso, una donna mascherata era seduta a gambe aperte mentre un uomo le leccava tra le cosce senza alcuna premura di nascondersi. Più in là, in un angolo semibuio, tre corpi si muovevano insieme in quello che sembrava un groviglio di mani, bocche e fianchi. Qualcuno gemeva senza trattenersi. Qualcun altro rideva basso. L’aria stessa sembrava carica di sesso, di pelle e di libertà concessa solo per quella notte.
Giravo tra i saloni con il bicchiere in mano, osservando, cercando di abituarmi a quella visione continua di corpi che si prendevano senza vergogna. Poi la vidi.
Stava vicino a una delle grandi finestre che davano sul parco. Maschera color avorio, labbra dipinte di un rosso scuro, capelli scuri raccolti in modo da lasciare scoperto il collo lungo. Doveva avere intorno ai cinquant’anni. Alta circa un metro e sessantacinque, carnagione olivastra, seno abbondante che l’abito nero reggeva senza nascondere e fianchi larghi, pieni, da donna che aveva mantenuto una sensualità matura e pesante. Non era la più giovane della sala, e proprio per questo attirava lo sguardo. C’era in lei una sicurezza quieta, una lentezza nei gesti che sembrava dire che aveva già visto abbastanza della vita per non avere più bisogno di fingere.
I nostri sguardi si incrociarono una prima volta. Poi una seconda. Alla terza lei non distolse gli occhi. Fece un piccolo cenno con il bicchiere. Mi avvicinai.
«Prima volta?», chiese a bassa voce.
Annuì. Lei sorrise appena dietro la maschera.
«Si vede. Hai ancora lo sguardo di chi non sa se restare o scappare.»
Restammo a parlare così, vicini alla finestra, mentre intorno a noi la festa continuava a scivolare sempre più verso l’eccesso. Un uomo faceva appoggiare una ragazza al bordo di un tavolo e la scopava lentamente, senza che nessuno li disturbasse. Lei beveva a piccoli sorsi e ogni tanto mi studiava da capo a piedi, come se stesse valutando qualcosa. A un certo punto la sua mano sfiorò la mia, appena, e non la ritirò. Parlavamo di cose leggere, di quanto fosse strano liberarsi di tutto per una sola notte, di quanto l’anonimato rendesse tutto più semplice. Ma sotto le parole c’era già altro.
Poi, senza interrompere il discorso, lei mi prese la mano. La guidò lentamente lungo il suo fianco, poi più in basso, sotto l’orlo dell’abito. Quando le dita incontrarono il tessuto delle mutandine, lo scostò appena e mi fece scivolare il palmo contro la figa. Era calda. E già molto bagnata. Restai fermo qualche secondo, sentendo l’umidità sui polpastrelli, mentre lei mi guardava da dietro la maschera senza dire niente, come se stesse aspettando la mia reazione.
Solo dopo ritirò delicatamente la mia mano e sussurrò:
«Se restiamo qui, finiremo solo a guardare. E io stasera non ho voglia solo di guardare.»
Mi prese leggermente per il polso e mi guidò attraverso un corridoio laterale, lontano dal salone principale. Le stanze private erano al piano di sopra: porte numerate, luci basse, letti larghi e divani di pelle. Entrò in una senza esitare, chiuse la porta e si voltò verso di me.
Non si tolse subito i vestiti. Si avvicinò, mi studiò ancora un attimo dietro la maschera, poi alzò le mani e cominciò a toccarmi attraverso i vestiti. Prima il petto, poi la pancia, poi più in basso. Quando arrivò all’inguine e sentì quanto fossi già duro, emise un piccolo suono di approvazione. Mi aprì i pantaloni con calma, mi liberò il cazzo e lo prese in mano, stringendolo, pesandolo, facendoci scorrere le dita sopra con lentezza.
«Mi piacciono i ragazzi giovani», disse a voce bassa, continuando a segarmi piano. «Siete tonici, pieni di vita, sempre duri. A volte… a volte invidio mia figlia. Quando porta a casa il suo ragazzo e pensano che io non senta niente. Io invece sento tutto. I gemiti, il letto che batte contro il muro, la sua voce quando viene. E mentre li ascolto mi chiedo com’è toccare un corpo così giovane, così impaziente.»
La sua mano si mosse un po’ più svelta. Io restavo fermo, il respiro già più corto, mentre lei continuava a parlarmi e a lavorarmi il cazzo con una naturalezza da donna che sa esattamente cosa vuole.
Solo dopo si sfilò l’abito. Sotto non aveva quasi niente: reggiseno nero e calze autoreggenti. Si tolse anche il reggiseno, lasciando scoperti seni pieni e pesanti, la carnagione olivastra che nella penombra sembrava ancora più calda. La maschera, però, restò al suo posto. Non me la tolse mai.
Si inginocchiò. Mi portò il cazzo alle labbra e lo fece scivolare dentro la bocca calda e umida. Succhiava con una lentezza esperta, lingua che girava intorno alla cappella, labbra che scendevano fino a toccarmi la base, saliva che iniziava a colarle dal mento. Ogni tanto alzava gli occhi dietro la maschera per guardarmi. Le misi le mani sui capelli scuri raccolti e iniziai a muovere i fianchi, spingendole il cazzo più a fondo. Lei non si sottrasse. Anzi, aprì di più la gola e lasciò che la usassi, emettendo piccoli suoni umidi e soffocati… *gluk… gluk… gluk…*
Quando sentii che stavo per venire tentai di tirarmi indietro. Lei mi tenne fermo per i fianchi e accelerò, ma alla fine si staccò da sola, lasciando il mio cazzo lucido di saliva e a un passo dall’orgasmo.
«Non ancora», disse. «Voglio sentirtelo dentro.»
Si sdraiò sul letto, aprendo le gambe senza pudore. La figa era già bagnata. Mi chinai su di lei e la penetrai in una spinta sola, sentendo la stretta calda e matura chiudersi intorno a me. Emise un gemito basso, quasi roco, e mi afferrò i glutei per spingermi ancora più a fondo.
Da lì in poi non ci fu più niente di delicato.
La scopai con colpi lunghi e profondi, poi sempre più duri, tenendole i polsi bloccati sopra la testa. Lei rispondeva a ogni spinta con i fianchi larghi e pieni, gemendo senza trattenersi, chiedendomi di andare più forte, di non trattarla come una cosa fragile. La girai a pancia sotto, le sollevai i fianchi e la presi da dietro, una mano conficcata nei suoi capelli scuri e l’altra sul fianco. Il suono della pelle che sbatteva riempiva la stanza… *pach… pach… pach…* secco, ritmico, quasi violento. Lei affondava la faccia nel cuscino e spingeva il culo all’indietro, cercando di prenderlo tutto a ogni botta.
«Così… sfondami… non fermarti…»
Continuai così fino a quando non la sentii stringersi a ondate intorno al mio cazzo e venire con un urlo soffocato. Io non mi fermai subito. La scopai ancora qualche secondo attraverso l’orgasmo, sentendo i suoi succhi colare lungo le cosce. Poi, mentre era ancora ansimante e aperta, lei allungò una mano indietro, mi afferrò il polso e mi guidò più in alto, tra le natiche.
«Anche lì», disse a voce roca. «Voglio sentire il tuo seme caldo dentro di me. Tutto.»
Il cuore mi batté più forte. Era una di quelle cose che avevo sempre desiderato e che la mia ragazza mi aveva sempre negato, con una fermezza che non ammetteva discussioni. E adesso ce l’avevo davanti, offerta da una donna mascherata che non conoscevo e che però sapeva esattamente cosa stava chiedendo.
Spostai la cappella ancora lucida di succhi sulla sua apertura stretta. Lei si morse il labbro e annuì. Spinsi piano, sentendo la resistenza iniziale, poi il cedimento lento e caldo mentre entravo centimetro dopo centimetro. Emise un gemito lungo, quasi doloroso, e affondò di più la faccia nel cuscino. Quando fui completamente dentro restai fermo qualche secondo, sentendo la stretta fortissima e il suo respiro irregolare.
Poi iniziai a muovermi.
All’inizio con colpi corti e controllati, poi sempre più profondi. Lei spingeva il culo all’indietro incontrando le mie spinte, gemendo a ogni botta, e io stringevo i suoi fianchi larghi con entrambe le mani mentre la scopavo nel culo con una fame che mi veniva da anni di rifiuto. Il suono era diverso, più sordo e più intimo… *thuck… thuck… thuck…* e ogni volta che arrivavo in fondo sentivo il mio ventre battere contro le sue chiappe piene.
«Dentro… quando vieni, resta dentro…», riuscì a dire tra un gemito e l’altro.
Non ci volli molto. La stretta, il calore, il fatto stesso di essere lì, a prendere nel culo una donna che non conoscevo mentre la mia ragazza era a casa a studiarsi i suoi esami, mi portarono al limite in pochi minuti. Spinsi fino in fondo una ultima volta e venni così, a cazzo conficcato nel suo culo, scaricando tutto il seme caldo e denso mentre lei si contraeva intorno a me e emetteva un suono basso, quasi di sollievo.
Restai dentro ancora qualche secondo, sentendo i miei stessi spasmi e il suo respiro che piano piano si calmava. Poi uscii lentamente. Lei restò a faccia in giù, ansimante, con il mio sperma che iniziava a colarle lentamente tra le natiche, la maschera ancora al suo posto.
Si voltò dopo un po’, raccolse un po’ di quello che le scendeva con due dita e se le portò alle labbra dietro la maschera, leccandole lentamente. Si rivestì con la stessa calma con cui si era spogliata. Prima di uscire dalla stanza mi prese il polso e vi legò un piccolo nastro di seta nera, stretto, quasi come un segno.
«Per ricordarti questa notte», disse soltanto. Poi aprì la porta e sparì nel corridoio senza voltarsi.
Il giorno dopo andai a casa della mia ragazza, come facevo spesso. Lei mi aprì sorridente, mi baciò e mi fece entrare. La madre era in cucina. La salutai come sempre, educatamente. Solo quando lei si voltò completamente e la luce del pomeriggio le colpì il collo e i capelli scuri raccolti, qualcosa dentro di me si bloccò.
Lo stesso collo. Lo stesso modo di portare i capelli. La stessa carnagione olivastra. E, sul tavolo della cucina, accanto alle chiavi, un piccolo nastro di seta nera identico a quello che ancora mi stringeva il polso sotto la manica.
I nostri sguardi si incrociarono per una frazione di secondo. Nei suoi occhi non c’era sorpresa. C’era solo una consapevolezza fredda e precisa. Non disse niente. Io non dissi niente. Mia figlia — sua figlia — continuava a parlare di una sciocchezza qualsiasi, ignara di tutto.
La madre abbassò gli occhi sul mio polso per un istante, poi li rialzò sui miei e annuì impercettibilmente, come per sigillare un patto.
Da quel momento in poi avremmo dovuto mantenere il segreto.
Entrambi.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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