tradimenti
La pioggia batteva sui vetri del caffè
12.02.2026 |
1.405 |
10
"Il culo di Elena era rosso, aperto, e da lì colava un misto denso, bianco, che scendeva giù, sporcando le cosce, il divano, tutto..."
La pioggia batteva ritmica contro i vetri del caffè, ma dentro il silenzio tra loro era più rumoroso del temporale. Marco osservava Elena mentre lei giocherellava con la fede al dito, un gesto che non nascondeva affatto la sua natura: un cerchio d’oro che per lei non era un recinto, ma solo una parte della storia.
"Mio marito sa che sono qui," disse lei, alzando lo sguardo. La sua voce era ferma, priva di colpa. "E sa che non tornerò presto stasera."
Marco sentì il peso di quella confessione. Non c’erano ombre o bugie a proteggerli, solo la cruda onestà di un accordo che lui, da single, faticava ancora a decifrare.
Lei non stava scappando da nulla; stava semplicemente scegliendo di andare verso di lui.
"E tu?" chiese Elena, inclinando appena il capo. "Riesci a reggere il peso di questa verità, o preferivi che ti raccontassi una fiaba?"
Il silenzio tra i due si fece denso, interrotto solo dal ronzio sommesso del locale che andava svuotandosi.
Marco non rispose subito; lasciò che la provocazione di Elena fluttuasse nell'aria. Le fiabe erano rassicuranti, certo, ma la realtà che lei gli offriva aveva un sapore più metallico, elettrico.
"Le fiabe non mi sono mai piaciute," replicò lui infine, accorciando le distanze sul tavolino di marmo. "Ma la verità è un territorio senza mappe. Mi chiedo solo chi dei due si perderà per primo."
Elena accennò un sorriso enigmatico, uno di quelli che non svelano nulla ma promettono tutto. Si alzò lentamente, infilandosi il trench scuro. "Non ci si perde se si ha una destinazione precisa, Marco."
Uscirono insieme sotto la pioggia che ora era diventata un velo sottile. Il tragitto verso l'auto fu breve, ma carico di una consapevolezza nuova: l'assenza di segreti verso l'esterno rendeva il loro legame paradossalmente più isolato, come se fossero in una bolla dove le regole del mondo non avevano più giurisdizione.
Saliti in auto, il calore dell'abitacolo e il profumo di lei – un misto di pioggia e sandalo – avvolsero Marco. Elena si voltò a guardarlo, la luce dei lampioni che le scivolava sul viso. "Andiamo da te?" chiese, con la naturalezza di chi non deve chiedere il permesso a nessuno, se non a se stessa.
L'auto scivolava nel traffico cittadino come una sagoma scura tra i riflessi bagnati dell’asfalto. Dentro l’abitacolo, il mondo esterno sembrava svanire: i fari delle altre auto proiettavano lame di luce intermittenti sui loro profili, creando un gioco di chiaroscuri che rendeva ogni sguardo più intenso.
Marco guidava in silenzio, ma le sue dita stringevano il volante con una tensione consapevole. Avvertiva il respiro di Elena accanto a sé, regolare e calmo, in netto contrasto con il tumulto di domande che gli premevano nel petto.
"A cosa pensi?" chiese lei, rompendo l'incanto. La sua voce era un sussurro che sembrava vibrare direttamente sulla pelle di lui.
"Penso che questa libertà che sbandieri sia la cosa più pericolosa che abbia mai incontrato," rispose Marco, svoltando in una via più stretta e silenziosa. "Non ci sono barriere su cui scaricare la colpa.
Se succede qualcosa, siamo solo io e te. Nudi di fronte alle nostre scelte."
Elena si rannicchiò leggermente nel sedile, osservando il profilo della città che mutava. "La maggior parte delle persone usa i segreti come scudi. Io preferisco camminare scoperta. È l'unico modo per sentire davvero il freddo... o il calore."
Quando l'auto si fermò davanti al portone di casa di Marco, il motore si spense con un sussulto, lasciandoli avvolti in un silenzio assoluto. Lui non scese subito. Rimase a guardare le chiavi inserite nel cruscotto, consapevole che varcare quella soglia avrebbe cambiato definitivamente il peso della loro serata.
Nell'auto caló quel silenzio improvviso, la tensione accumulata al caffè si trasformò in una corrente elettrica inarrestabile.
Non c'era più spazio per la morale o per il ricordo di un marito a casa; c'era solo l'urgenza di due corpi che avevano deciso di perdersi.
I respiri appannavano i vetri.
Lei allungò una mano, strinse la sua sul dorso della destra di lui, e quelle dita fredde per la pioggia furono come una scossa.
Lui si voltò, la guardò: Elena aveva gli occhi fissi su di lui, due pozze scure in cui annegare.
"Saliamo," disse lui. "Il portone è aperto."
Scesero dall'auto quasi di corsa, la pioggia che li colpiva senza pietà. Lui la prese per mano e la trascinò verso il portone, le dita intrecciate, i cuori che martellavano. Lei inciampò su un gradino, lui la sorresse, e in quel contatto sentì il corpo di lei premere contro il suo, il trench bagnato che non nascondeva niente.
Il portone aperto si chiuse alle loro spalle con un tonfo sordo, isolando definitivamente il rumore della pioggia. Nell'androne semibuio, l'eco dei loro passi sui gradini di marmo scandiva un tempo che sembrava appartenere solo a loro.
Salirono le scale in un turbine di gesti frenetici. Al primo pianerottolo, Marco la spinse contro il muro, le mani che le afferravano i fianchi, la bocca che cercava la sua. Lei rispose con la stessa fame, le dita che gli affondavano nei capelli, tirando, quasi strappando.
"Quanto cazzo ti desideravo," mormorò lui contro la sua bocca.
"Lo so. Anch'io."
Le mani di lei scesero, trovarono la cintura di lui, cominciò a slacciare con gesti impazienti. Lui la fermò, prendendole i polsi.
"No. Saliamo da me. Voglio averti sul mio letto, non contro un muro."
Lei ansimò, un suono che era metà frustrazione metà desiderio. "Allora sbrigati."
Ripresero a salire, più veloci, quasi correndo. Al secondo piano, Marco tirò fuori le chiavi con mani che tremavano, imprecando perché non riusciva a infilarle nella toppa. Lei rise, una risata bassa e calda, e gli prese il viso tra le mani, baciandolo ancora, mentre lui finalmente apriva.
La porta si spalancò e piombarono dentro come due animali in calore. Lui non accese la luce principale, solo quella piccola lampada d'ottone nell'angolo, quel chiarore ambrato che trasformava le ombre in complici.
Lei si tolse il trench con un movimento rapido, lasciandolo cadere per terra. Sotto, l'abito di seta scura aderiva al suo corpo come una seconda pelle, e si vedeva già la durezza dei capezzoli, immaginando il pube che premeva contro il tessuto.
"Sei bellissima," disse Marco, e non era una frase fatta.
"Sei gentile, sono solo una che ha voglia di te".
Si avvicinò a lui, e le sue mani trovarono subito la cintura che avevano già cercato prima. La slacciò in un secondo, aprì i pantaloni, infilò una mano dentro. Quando lo trovò, già duro, già pulsante, emise un gemito di soddisfazione.
"Cazzo quanto sei grosso?," mormorò, accarezzandolo, sentendolo palpitare sotto le dita.
Lui chiuse gli occhi un attimo, abbandonandosi a quel tocco. Poi le afferrò i polsi, la spinse all'indietro fino a farla cadere sul divano di velluto verde.
"Adesso basta con le coccole," disse, inginocchiandosi davanti a lei. "Voglio assaggiare."
Le aprì le gambe, sollevò l'abito di seta, e quello che vide gli mozzò il fiato.
Lei non indossava niente sotto. Il pube era rasato, solo una striscia sottile, e le labbra erano già gonfie, umide, aperte come un invito.
Si chinò su di lei senza aspettare, e il primo contatto della lingua fu come una scossa. Lei inarcò la schiena, un gemito che le usciva dalla gola, le mani che gli affondavano nei capelli.
"Cazzo, sì, così, così..."
Lui la leccò come un animale, affondando la lingua in quel caos umido, sentendo il sapore di lei che si faceva sempre più intenso. Il clitoride era duro, gonfio, e lo circondò con la lingua, lo succhiò, lo stimolò senza pietà, mentre con due dita entrava dentro di lei.
Lei era bagnatissima, calda, e le dita scivolarono dentro senza resistenza. Lui le mosse avanti e indietro, trovando subito quel punto interno che la faceva impazzire, mentre la lingua continuava a lavorare sul clitoride.
"Cazzo, cazzo, vengo, vengo..."
E venne, con un grido soffocato, il bacino che spingeva contro la sua faccia, le sue dita strette nei suoi capelli quasi dolorosamente. Lui continuò a leccarla durante l'orgasmo, sentendo i suoi muscoli contrarsi intorno alle dita, il sapore di lei che diventava ancora più intenso.
Quando i spasmi cessarono, lei lo tirò su, lo baciò, sentendo il suo stesso sapore sulle labbra di lui. "con un accennato sorriso e spostando un lato delle labbra da un lato disse ^sei bravo con quella lingua^.
Lei rise ancora, una risata sporca.
Lo spinse all'indietro, e fu la volta di lei. Gli slacciò i pantaloni completamente, glieli sfilò insieme ai boxer, e il suo cazzo le comparve davanti, duro, pulsante, con la punta già lucida di piacere.
Lo prese in mano, lo guardò, lo accarezzò lentamente. "È bellissimo," mormorò. Poi si chinò e lo prese in bocca.
Marco gettò indietro la testa, un gemito che gli sfuggì nonostante il tentativo di trattenerlo. La bocca di lei era calda, umida, e la lingua sapeva esattamente cosa fare: girare intorno al glande, premere sulla parte sensibile, scendere lungo il fusto mentre la mano accompagnava il movimento scivolando fino a sfiorare l'ano.
Lei lo prese sempre più a fondo, fino a sentirlo in gola, e lì lo tenne per un attimo, stringendo la bocca, sentendolo pulsare contro il palato. Poi risalì, riprese a succhiare, il ritmo diventava sempre più veloce.
"Ferma," ansimò lui dopo un po'. "Se continui vengo."
Lei si staccò, lo guardò con occhi scuri. "E allora vieni. Vieni in bocca."
Lui scosse la testa. "No, voglio venirti dentro. Voglio sentire la tua patatina mentre ti riempio."
Lei sorrise, un sorriso soddisfatto "Allora vieni a prendertela."
Si sdraiò sul divano, aprì le gambe, e con due dita si allargò, mostrandogli tutto. Le labbra erano gonfie, rosse, e da dentro colava già il suo piacere, lucido, denso.
"Guardami," disse. "Guarda come sono bagnata per te. Guarda come ti voglio."
Marco si posizionò tra le sue gambe, sentendo il calore di lei che sembrava chiamarlo. Con una mano si guidò, premette la punta contro quell'apertura, e lei spinse il bacino incontro a lui.
Entrò tutto in un colpo solo, e lei gridò, un suono animale, primordiale. Era caldissima, stretta, e lui sentiva ogni centimetro del suo cazzo che veniva inghiottito da quella figa che sembrava fatta apposta per lui.
"Così, cazzo, così," gemette lei, le gambe che gli cingevano la vita, i talloni che premevano sui suoi fianchi per spingerlo ancora più dentro. "Riempimi tutta."
Lui cominciò a muoversi, all'inizio lentamente, godendosi ogni centimetro di quella penetrazione. Poi accelerò, sentendo il bisogno diventare fame, la fame diventare piacere supremo. La prendeva con forza, con violenza accettata, lei rispondeva a ogni spinta con un gemito, con un "così" sussurrato, con le unghie che gli incidevano la schiena.
"Senti come ti stringo?" ansimò lei. "Senti come questa figa è tua?"
La sentiva, cazzo, se la sentiva. Ogni volta che entrava, i muscoli di lei si contraevano intorno a lui, stringendolo, massaggiandolo, portandolo sempre più vicino all'abisso.
Allungò una mano, trovò il clitoride di lei, e cominciò a stimolarlo mentre la prendeva. L'effetto fu immediato: lei inarcò la schiena, gli occhi che le si rovesciavano all'indietro, la bocca aperta in un gemito continuo.
"Vengo," ansimò, "vengo, vengo, cazzo vengo..."
E venne, con un urlo che riempì la stanza, il suo sesso che si contraeva intorno a lui con una violenza incredibile, e quella contrazione fu così potente che lo trascinò con sé.
Marco venne dentro di lei con un gemito che era quasi un ringhio, sentendo lo sperma caldo che esplodeva in profondità, onda dopo onda, mentre lui continuava a spingere, a svuotarsi dentro quella figa che lo aveva preso prigioniero.
Quando si fermarono, erano senza fiato, pieni di sudore. Lui era ancora dentro di lei, e sentiva il suo sperma che colava lentamente fuori, mescolato al suo piacere, bagnando il divano, le cosce, tutto.
Lei gli accarezzò la nuca, i capelli umidi. "Non è mai stato così."
"Cosa?"
"Così animale. Così vero."
Lui la baciò, sentendo il sapore di sudore e di sesso sulle sue labbra. "No, non è mai stato così."
Rimasero abbracciati, i respiri che faticavano a tornare normali, mentre fuori la pioggia continuava a cadere e la città viveva ignara.
Ma la notte era appena cominciata.
La bocca di Elena era ancora aperta per il respiro affannato quando Marco si sollevò su un gomito e la guardò. I suoi occhi erano due fessure scure, la pelle lucida di sudore, il seno che si sollevava e abbassava come un mantice. Era bellissima in quel disordine, in quella resa.
"Girati," disse lui. La voce era un ordine, non una richiesta.
Lei obbedì senza esitare, voltandosi sul divano, mettendosi in ginocchio con le mani appoggiate allo schienale. La schiena inarcata, le natiche sollevate, offerte. Il suo sesso era ancora aperto, ancora umido, e da lì colava lentamente il misto dei loro piaceri, una striscia bianca che le scendeva lungo l'interno coscia.
Marco si inginocchiò dietro di lei. Con una mano le afferrò un gluteo, lo strinse, sentendo la morbidezza della pelle e la durezza del muscolo sotto. Con l'altra si guidò, premette la punta del cazzo contro quella fica già usata, già pronta, ed entrò in un colpo solo.
Lei gemette, un suono profondo, animale, spingendo il bacino incontro a lui. Lui cominciò a muoversi, sentendo le sue palle battere contro di lei a ogni spinta, il suono umido dei loro corpi che incontrandosi riempivano la stanza con un ritmo che accellerava, rallentava e riprendeva con un suono sempre diverso misto allo splash della pressione dei liquidi schiacciati e schizzati tra i corpi ad ogni colpo.
Ma i suoi occhi erano fissi più in basso, su quel piccolo cerchio scuro tra i suoi glutei. Quel buco stretto, segreto, che dava la sensazione che nessuno aveva ancora toccato. Allungò il pollice, lo bagnò nel loro misto fluido che colava dalla fica, e lo premette lì.
Elena sussultò come fulminata.
"Cazzo..."
"Ti piace?"
Lei annuì, il viso nascosto contro lo schienale, le mani che stringevano il velluto. Lui continuò a premere, sentendo il muscolo resistere, poi cedere appena. Il pollice entrò di un centimetro, e lei gemette, una bestemmia soffocata.
"È stretto qui," mormorò lui. "Stringe come un pugno."
"È la prima volta," ansimò lei. "Non l'ho mai fatto."
La notizia lo eccitò ancora di più. Continuò a spingerle il cazzo nella fica, affondando sempre più forte, mentre il pollice entrava e usciva da quel buco stretto, caldissimo, esplorando un territorio vergine. Il contrasto era devastante: il cazzo nella figa, il pollice nel culo, e lei che tremava, che spingeva incontro a ogni movimento, che bagnava tutto come una fontana.
"Prendimi tutto, ansimò lei, voglio sentirti tutto nel culo."
Lui era stralunato dal piacere della figa e il pensiero che a breve avrebbe preso il suo culo meravigliosamente desiderato.
Tirò fuori il cazzo dalla figa, e per un istante vide il vuoto che aveva lasciato, lo sperma che colava più abbondante. Poi lo portò più su, lo premette contro quel buco che il pollice aveva già aperto, già preparato, nel mentre appoggiava la cappella sputo sul glande fermandosi un attimo per colpire perfettamente il punto tra la punta del cazzo e il buco del culo.
La resistenza era forte, elastica ma già andava meglio sentendo che veniva accolto con una leggera fluidità. La punta premette, cercando l'apertura. Lei spinse all'indietro, cercandolo, e lui premette con più decisione. La testa entrò, e lei gridò, un suono che era metà dolore metà piacere puro.
"Cazzo, sei enorme," gemette, la voce rotta.
"Vuoi che mi fermi?"
"Se ti fermi ti ammazzo."
Lui rise, ma il riso si spense quando spinse ancora, sentendo il culo di lei che lo stringeva, lo massaggiava, lo accoglieva con una forza completamente diversa dalla figa. Più intensa. Più opprimente. Era caldissimo lì dentro, e stretto, così stretto che per un attimo pensò di venire subito.
Si fermò, respirando profondamente, sentendo il culo di lei pulsare intorno come un cuore. Poi cominciò a muoversi, lentamente, imparando quel nuovo ritmo, quel nuovo modo di prenderla. Fuori e dentro. Fuori, si fermò un istante e risputò, stavolta uno spunto, con più muco che colpì contemporaneamente la cappella e il culo. Riprese con una spinta conquistando un centimetro in più, ogni ritiro un gemito di lei.
"Così," mormorò, "ti piace averlo nel culo?"
Lei annuiva, senza parole, la faccia schiacciata contro lo schienale, le mani che stringevano così forte che le nocche erano bianche. A ogni spinta, un gemito e un sospiro di piacere.
Lui accelerò, sentendo la resistenza diminuire, il passaggio farsi più fluido. Il sudore gli colava sulla schiena, sui fianchi, mescolandosi a quello di lei quando i loro corpi si incontravano. Le sue mani le tenevano i fianchi, stringendo, guidando quel movimento animale che li stava divorando.
Allungò una mano, infilando tra le sue gambe, trovando la sua figa ancora aperta, ancora bagnata, e cominciò a stimolarla mentre la prendeva da dietro. Il clitoride era duro, gonfio, e al primo tocco lei urlò.
"Cazzo, così, così, così, non smettere..."
Sentiva che stava per venire, sentiva il culo stringersi ancora di più intorno al suo cazzo, e aumentò il ritmo, disperato, cercando il suo piacere insieme al suo. Le dita sulla figa, il cazzo nel culo, e lei che gridava, che implorava, che si scioglieva.
"Vengo," ansimò lei, "vengo, vengo, cazzo vengo, ti prego..."
E venne. Con un grido che riempì la stanza, il corpo scosso da spasmi, la figa che si contraeva sotto le sue dita e il culo che si stringeva intorno a lui con una violenza inaudita. Quella stretta fu così potente che lo trascinò con sé all'istante.
Marco venne dentro il suo culo con un ringhio, sentendo lo sperma caldo che esplodeva in profondità, onda dopo onda, percepiva la pressione sulla cappella gonfia che veniva spremuta mentre lui continuava a spingere, a svuotarsi dentro quel buco che lo stava massacrando di piacere. Una, due, tre ondate, finché non ebbe più niente da dare.
Quando si fermarono, erano senza fiato, in un lago di sudore, i corpi incollati. Lui rimase dentro di lei per un po'.
Si staccò lentamente, e vide ciò che aveva fatto, il suo sperma che colava lentamente fuori dal culo di lei, seguendo la linea delle natiche, cadendo sul velluto del divano in piccole gocce bianche.
Il culo di Elena era rosso, aperto, e da lì colava un misto denso, bianco, che scendeva giù, sporcando le cosce, il divano, tutto. Un disastro. Una meraviglia allo stesso tempo.
Lei si girò lentamente, lo guardò, e sorrise. Un sorriso stanco, felice, sporco. Poi si chinò, prese un dito, raccolse quel misto che colava da lei, e se lo portò alla bocca, leccando lentamente, gli occhi fissi nei suoi.
"Sperma e culo," disse con voce roca. "Il sapore della notte."
Lui la attirò a sé, la baciò, sentendo sulla lingua il sapore di loro due, di quello che avevano fatto, di quel buco che aveva appena scoperto. E mentre si baciavano, le sue mani tornarono a esplorarla, a toccare quel punto che avevano appena violato, sentendola sussultare ancora.
"Ancora?" chiese lei contro la sua bocca.
"Ancora."
E lei rise, mentre lui la faceva sdraiare sul tappeto, pronto a ricominciare, pronto a perdersi di nuovo.
Fuori, la pioggia continuava a cadere. Dentro, i due corpi avevano smesso di avere segreti.
Questo racconto é autobiografico.
Scrivete continua
o
un feedback
per capire se vi é piaciuto e
cercherò di scrivere
ancora altri racconti
per voi lettori.
Grazie per avermi letto
Vostro Mallon
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per La pioggia batteva sui vetri del caffè :

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
