tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 37
21.07.2026 |
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"È il fragore di centinaia di persone che si alzano in piedi, che battono le mani fino a farle bruciare, che gridano il suo nome con una intensità che la travolge..."
Cinque anni. Il tempo si è insinuato tra loro con la delicatezza del glicine che Riccardo cura nel pergolato, avvolgendo giorno dopo giorno la loro esistenza in una tenue dolcezza che nulla sembrava poter scalfire. Fabiola si guarda allo specchio della camera da letto, le dita che sfiorano il tessuto blu, scintillante, del vestito disegnato per lei, quel capolavoro di seta e determinazione che sembra un tutt’uno con la sua anima e il suo corpo. La collana di diamanti al collo cattura la luce del pomeriggio che filtra dalle finestre della villa, frammenti di luminosità che danzano sulla sua pelle dorata.«Sei pronta?» La voce di Riccardo arriva dal corridoio, quel timbro basso che ancora le fa accelerare il cuore dopo tutti questi anni.
«Un attimo» risponde lei, e il suo riflesso nello specchio le mostra una donna che non avrebbe mai riconosciuto dieci anni prima. Non solo per l'eleganza del vestito, per il gioiello che le pesa dolcemente sullo sterno. È qualcosa negli occhi azzurri, quella quiete che ha sostituito l'angoscia perpetua, la certezza di chi finalmente sa dove appartiene.
Quando esce dalla camera, Riccardo l'aspetta appoggiato allo stipite della porta, elegante nel suo abito scuro, i capelli sale e pepe pettinati all'indietro con la precisione meticolosa che contraddistingue ogni suo gesto. Per un istante rimane senza fiato, come succede ogni volta che la guarda con quella intensità che sembra leggere ogni suo pensiero.
«Stupenda» dice lui, e la parola gli esce rauca, carica di un desiderio che il tempo non ha affievolito.
Fabiola si avvicina, le dita che trovano automaticamente il risvolto della sua giacca. «Tu mi fai sentire stupenda» ribatte con quel sorriso ironico che ha imparato a sfoderare, quello che nasconde l'emozione sotto una patina di finta sicurezza.
«Fabiola» lui le prende il viso tra le mani, il pollice che accarezza l'osso dello zigomo «oggi sarà perfetto. Come quel giorno. Come ogni giorno con te.»
Lei annuisce, sentendo il nodo in gola che minaccia di farla scoppiare in lacrime prima ancora di iniziare. «Trenta persone» mormora «solo quelle che contano davvero.»
«Solo quelle che ci hanno visto nascere e poi crescere» completa lui, e la bacia con quella lentezza che sa di promessa, di eternità.
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Il giardino della villa si è trasformato in un'oasi di luci e colori. Il pergolato di glicine, quello che Riccardo ha curato con maniacale dedizione, è un tunnel profumato di fiori viola che pendono come gocce di luna caduta in pieno giorno. Le lanterne che lui ha posizionato personalmente si accenderanno al tramonto, ma già ora l'atmosfera è carica di attesa festosa.
Laura arriva per prima, come sempre, con la sua Porsche nera che risuona nel vialetto di ghiaia come un tuono lontano. Esce dall'auto con quella sicurezza che Fabiola le invidia e ama contemporaneamente, i capelli castano chiaro che le cadono sulle spalle in onde perfette, il corpo scolpito che il tempo sembra aver dimenticato di segnare.
«Sei splendida» dice Laura avvicinandosi, gli occhi color ghiaccio che valutano Fabiola con quella intensità che un tempo la metteva a disagio, ora la eccita.
«Anche tu» risponde Fabiola, e si scambiano un bacio sulle guance che dura un attimo di più del necessario, quel sottile allungamento di labbra che Riccardo osserva con un sorriso complice.
«Dovevo assicurarmi che non avessi intenzione di scappare» scherza Laura, ma c'è qualcosa di diverso nel suo sguardo, una lucentezza che Fabiola non le aveva mai visto.
«Con questo vestito? Mi muovo a malapena.»
«Esattamente» Laura le sfiora la vita, dove la seta si stringe «l'ideale per tenerti sotto controllo.»
Riccardo si intromette con due bicchieri di champagne, salvando Fabiola dal rossore che le sta salendo dalle clavicole. «Cavalli, smettila di terrorizzare mia moglie.»
«Tua moglie» Laura accetta il bicchiere, il sorriso enigmatico che le è proprio «una parola che suona ancora strana, non trovi?»
«Strana e perfetta» risponde Fabiola, e brindano, i tre bicchieri che si scontrano con quel tintinnio cristallino che sembra sigillare la crescita di qualcosa di non spiegabile.
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Gli altri arrivano in successione, come pezzi di un mosaico che si ricompone. April Smith con il suo accento nordamericano e l'eleganza discreta, ancora alleata di Fabiola nella missione di supportare Alessandro nel suo percorso di crescita. Elisa, la cognata diventata, ormai, una sorella, con quella grazia ereditaria che Fabiola ha imparato ad amare. E con lei sua figlia Giulia, i capelli raccolti in uno chignon che lascia scoperto il collo lungo ed elegante, e che da oltre un anno sembra legatissima ad Alessandro.
Chantal arriva mano nella mano con Benedetta, e Fabiola sente il cuore gonfiarsi di orgoglio nel vederle. Benedetta, quei trent'anni che portano i segni di una vita difficile ma occhi che finalmente brillano, cammina con quella cautela di chi ha imparato a fidarsi di nuovo, passo dopo passo. Chantal, la sua salvezza, la sua guida, e ora la sua compagna in un amore che ha attraversato l'inferno per raggiungere la luce.
«Sembri una dea» dice Chantal abbracciando Fabiola, e c'è qualcosa di commosso nella sua voce, quel riconoscimento di due donne che si sono ritrovate nell'abisso e sono risalite insieme.
«Tu sembri felice» risponde Fabiola, e lo è, si vede, lo si legge in ogni gesto con cui Chantal si china verso Benedetta, in ogni sguardo che si scambiano.
Rodolfo ed Erika completano il quadro, i loro volti familiari che portano con sé il ricordo della Grecia, di quel viaggio di nozze cinque anni prima dove l'alchimia è nata spontanea, indissolubile. Erika con il suo caschetto sempre scolpito che le dona quell'aria di sicurezza ed eleganza naturale, Rodolfo con il suo taglio militare che non è mai cambiato, la sua generosità mediterranea che si espande in abbracci caldi e sinceri.
«Siete sempre più belli» dice Erika, e stringe Fabiola con quella forza che ha imparato a non trattenere.
In tutto, trenta persone. Amici d'infanzia di Riccardo con le loro famiglie, volti che hanno attraversato con loro gli anni, che hanno visto le ferite e ora vedono le cicatrici, belle nella loro testimonianza di rinascita.
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Il pranzo si svolge sotto il pergolato, il profumo del glicine che si mescola agli aromi della cucina veronese che hanno voluto replicare esattamente come cinque anni prima. Fabiola osserva Alessandro, suo figlio, ora diciannovenne, con Giulia accanto a lui, e sente quel misto di gioia e apprensione che solo una madre può conoscere.
Alessandro ha gli occhi di lei, quella intensità azzurra che ha ereditato, ma la compostezza che ha imparato da Riccardo, quella capacità di muoversi nel mondo come se ne conoscesse ogni meccanismo. Giulia gli sfiora la mano sotto il tavolo, un gesto così naturale, così intimo, che Fabiola deve distogliere lo sguardo per non commuoversi.
«Stanno insieme da quanto?» chiede Erika, accanto a lei, seguendo il suo sguardo.
«Non lo so, ma da un anno, più o meno, è difficile non vederli insieme.» Fabiola sorride, forzando la leggerezza, ma con quel velo di apprensione che ogni madre ha, quando capisce che il figlio, in qualche modo, sta per avere un nuovo centro di gravità.
«L'amore precoce» commenta Erika con saggezza «quello che brucia forte e veloce.»
«O che dura per sempre» aggiunge Fabiola, e non sa dire se è una speranza o una paura.
Riccardo si alza per un brindisi, il bicchiere che tiene con quella eleganza che gli è propria. «Cinque anni fa» inizia, e la sua voce si fa più bassa, più intima «ho chiesto a questa donna di sposarmi. Non perché avessimo bisogno di un pezzo di carta, ma perché volevo che il mondo sapesse quello che io già sapevo: che senza di lei non ero più niente.»
Fabiola sente le lacrime che le punzecchiano gli occhi, e non cerca di fermarle.
«Oggi» continua Riccardo «celebriamo non solo il nostro anniversario, ma chi siamo diventati. La famiglia che abbiamo costruito. I cuori che abbiamo salvato, a cominciare dal mio.»
Alza il bicchiere verso di lei, e trenta braccia si alzano in risposta, trenta voci che ripetono il suo nome, il loro nome, in un coro che sembra scaldare l'aria stessa.
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Il pomeriggio scorre lento e dolce, come il miele che Riccardo versa sulle fette di formaggio che fa passare tra gli ospiti. Conversazioni che si intrecciano, risate che si propagano come increspature in un lago, bambini che corrono tra i glicini mentre gli adulti li osservano con quella nostalgia di chi sa che l'innocenza è un dono temporaneo.
Fabiola si ritrova seduta sulla panchina di pietra, quella che Riccardo ha posizionato personalmente sotto il pergolato, con Madame Dupont accanto a lei. L'ottuagenaria ha le dita nodose ma ancora forti intorno al bastone da passeggio, gli occhi azzurri che valutano la scena con saggezza accumulata.
«La conosco da quando era bambino» dice Madame Dupont, e Fabiola sa che si riferisce a Riccardo «era già così. Determinato a costruire, e a ricostruire se necessario. Ha sofferto per troppo tempo, ma non si è mai arreso.»
«Fino a quando mi ha trovata» mormora Fabiola.
Madame Dupont gira il viso verso di lei, e quel gesto sembra richiedere uno sforzo, ma gli occhi sono limpidi, penetranti. «Lei, cara, è stata la prima persona che ha permesso a Riccardo di smettere di ricostruire. Con lei, ha potuto semplicemente essere.»
Fabiola non trova parole, e Madame Dupont le prende la mano, quella stretta che parla di generazioni, di continuità, di amore che trascende il tempo.
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Alle 19:00, quando il sole inizia a tingere le colline di un arancio intenso, Fabiola si ritira in camera per cambiarsi. Il vestito blu navy lo indosserà più tardi, per l'evento alla Gran Guardia, ma ora ha bisogno di qualcosa di più pratico per i saluti finali agli ospiti.
Riccardo la segue, chiudendo la porta alle loro spalle con quel gesto che lei conosce bene, quell'attenuazione dei suoni che precede i momenti intimi.
«Nervosa?» chiede lui, avvicinandosi da dietro, le mani che trovano la sua vita.
«Terribilmente» ammette lei, appoggiandogli la testa sulla spalla «parlerò davanti a centinaia di persone. Politici, imprenditori, giornalisti.»
«Parlerai di ciò che sai» lui le bacia la tempia, la mascella, il collo «di ciò che sei diventata. Non c'è nessuno più qualificato di te.»
Le sue mani salgono, trovano i seni attraverso il tessuto del vestito, e Fabiola sospira, quel suono che è metà respiro e metà gemito.
«Riccardo... gli ospiti...»
«Se ne sono andati quasi tutti» lui continua a baciarla, le dita che trovano i capezzoli attraverso la seta «solo i più intimi rimangono, e sanno aspettare.»
La gira verso di sé, e Fabiola lo guarda, questo uomo che ha trasformato la sua esistenza, che ha visto le sue ferite più profonde e ha scelto di restare, di curarle, di amarle.
«Ti amo» dice lei, e la frase le esce rotta, urgente «ti amo così tanto che mi fa paura.»
«Non aver paura» lui le sfiora le labbra con le sue «l'amore non è una trappola, Fabiola. È la libertà che abbiamo trovato insieme.»
La bacia con quella passione che il tempo non ha smussato, le mani che scendono a sollevare l'orlo del vestito, a trovare la pelle nuda sotto.
«Riccardo...» lei geme quando lui la tocca, trova l'umidità che già si è raccolta «non abbiamo tempo...»
«Abbiamo sempre tempo» lui mormora contro il suo collo, le dita che si muovono con precisione, con conoscenza assoluta di ogni suo punto di piacere «per questo. Per noi.»
La spinge contro lo specchio, e Fabiola vede il loro riflesso, la sua immagine con il vestito sollevato, lui che la penetra con le dita, il viso distorto dalla concentrazione e dal desiderio.
«Guardati» ordina lui, e lei obbedisce, osserva la donna negli occhi di vetro che si contorce di piacere, che afferra le spalle di lui per non cadere «guarda chi sei diventata.»
«Sono... tua...» geme lei, e la frase le esce spezzata, sincera come una preghiera.
«Mia» conferma lui, e aumenta il ritmo, le dita che trovano quel punto preciso che la fa gridare, che la fa perdere ogni controllo.
Quando viene, è con la fronte premuta contro il vetro freddo, il respiro che annebbia la superficie, il corpo che si contrae in spasmi che lui sente contro il palmo della mano.
«Bellissima» sussurra lui, e la tiene stretta mentre lei scende, mentre il mondo riprende forma attorno a loro. “E io sono solo tuo”.
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Alle 20:00 precise, Fabiola si trova nel retro dell'auditorium del palazzo della Gran Guardia a Verona. Il vestito blu navy le calza come un'armatura elegante, la collana di diamanti che pesa dolcemente sullo sterno, un talismano di tutto ciò che ha costruito.
Le mani le sudano. Lo ammette, a sé stessa, mentre osserva il riflesso nello specchio del camerino. Madre, moglie, sopravvissuta, rinata. Eppure, il palpitare del cuore le ricorda la ragazzina spaventata che era, quella che credeva di non meritare nulla di buono.
Poi guarda oltre il sipario, e li vede. Riccardo in prima fila, con quella postura eretta che tradisce l'orgoglio che prova. Alessandro accanto a lui, suo figlio, e Giulia, con la sua dolcezza e bontà, che sembra completare perfettamente la determinazione di Alessandro.
Chantal e Benedetta, mano nella mano, testimonianza vivente che si può risalire dall'abisso. Rodolfo ed Erika, sorridenti, quella generosità mediterranea che non si è spenta. E Laura, la sua Laura, con gli occhi lucidi per la prima volta da quando la conosce, quella donna di ghiaccio che ora sembra sciogliersi di fronte a ciò che sta per accadere.
Vederli tutti lì le dà forza. La tensione non sparisce, ma si trasforma in energia, in determinazione.
Quando sale sul palco, l'applauso è caloroso, carico di curiosità. Centinaia di persone, volti noti e sconosciuti, potere e volontà riuniti in quella sala storica di Verona.
Fabiola respira profondamente, trova il microfono con lo sguardo, e inizia a parlare.
«Questa sera» la sua voce si propaga nell'acustica perfetta dell'auditorium «vi mostrerò come dalle ceneri di un'esistenza difficile possa sempre nascere qualcosa di forte e meraviglioso.»
Fa una pausa, lascia che le parole trovino il loro spazio.
«Non lo farò raccontandovi la mia storia. Ci sarà tempo, forse, un altro giorno.»
Un sorriso lieve, quasi impercettibile, diretto a Riccardo che la osserva con intensità.
«Vorrei invece raccontarvi una storia diversa, che porto addosso proprio in questo momento, letteralmente.»
Solleva leggermente le braccia, mostrando il vestito che le calza perfettamente.
«L'abito che indosso stasera lo ha disegnato e cucito una giovane stilista che ho conosciuto due anni fa, alla stazione ferroviaria di Verona. Aveva con sé un solo bagaglio: un sacco nero di plastica.»
Nella sala cala un silenzio attento, rispettoso.
«Ha ventiquattro anni. Un talento che lascia senza parole. Ed era scappata da una famiglia che stava per darla in sposa a un uomo di sessant'anni, un uomo che non cercava una moglie, cercava un'acquisizione. Un patrimonio da consolidare, un nome da spendere, un corpo giovane da esibire.»
Fabiola sente la voce che le trema leggermente, ma prosegue, più forte.
«E lei, sia chiaro, non era stata costretta con la forza: era stata persuasa, giorno dopo giorno, con la pazienza feroce di chi sa che il modo più efficace per piegare una donna non è la semplice violenza. È convincerla che non merita niente di meglio.»
Un mormorio percorre la sala, riconoscimento di verità troppe volte taciute.
«Lei ha detto di no. Ed è salita su un treno con un sacco di plastica al posto di una valigia.»
Fabiola fa un passo avanti, avvicinandosi al bordo del palco, cercando gli occhi di chi la ascolta.
«Ma dire di no, lo sappiamo tutti in questa sala, non è mai un atto isolato. È una porta che si apre, e dietro quella porta serve qualcuno pronto ad accoglierti, non solo ad applaudirti.»
Lei stessa si sorprende della fermezza che ha conquistato, di come le parole fluiscono ora sicure e necessarie.
«Ecco cos'è la Fondazione Ducissa Libertas. Non un monumento a storie già finite bene. È la mano tesa nel momento esatto in cui una donna trova il coraggio di dire no, e non sa ancora dove mettere il piede per il passo successivo.»
Un altro passo, e ora è quasi tra il pubblico, visibile, vulnerabile, forte.
«Ma non basta tendere la mano a chi ha già trovato la forza di ribellarsi. C'è un lavoro più silenzioso, e forse più necessario: raggiungere chi ancora non si è ribellata affatto. Chi si sveglia ogni mattina convinta che l'umiliazione sia il prezzo giusto da pagare, che la mortificazione sia ciò che si merita.»
La sua voce si fa più bassa, più intima, eppure raggiunge ogni angolo della sala.
«A quelle donne non basta dire "sei libera di andare". Bisogna prima, pazientemente, insegnare loro a credere di meritare qualcosa di diverso da ciò che hanno sempre avuto.»
Fa una pausa, lascia che il silenzio assorba il peso di ciò che ha detto.
«Questo abito, stasera» conclude, e il sorriso che le illumina il viso è autentico, commosso «non è solo un abito bellissimo. È la prova che quella mano, quando arriva in tempo, quando arriva due volte, prima al cuore e poi alla porta, non fa soltanto sopravvivere una donna.»
Alza leggermente il mento, e la luce dei riflettori cattura le lacrime che le brillano negli occhi senza cadere.
«La fa fiorire. Grazie.»
L'applauso che segue è un'autentica ovazione. Non quello educato, formale, di convenienza. È il fragore di centinaia di persone che si alzano in piedi, che battono le mani fino a farle bruciare, che gridano il suo nome con una intensità che la travolge.
Fabiola resta immobile, sopraffatta, mentre le lacrime finalmente scorrono, luminose, orgogliose.
Cinquecentomila euro di donazioni arriveranno quella sera, le diranno dopo. Ma ora, in questo momento, c'è solo il calore di quell'approvazione, la certezza di aver trovato il suo posto nel mondo.
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Quando tornano a villa, è quasi mezzanotte. Alessandro e Giulia li accompagnano, i quattro che entrano nella quiete della casa con quel silenzio soddisfatto che segue le grandi giornate.
Riccardo fa un cenno a Fabiola, un'occhiata verso il giardino dove Alessandro e Giulia si sono allontanati, apparentemente per ammirare i glicini illuminati dalle lanterne.
«Guarda» mormora lui, e la sua voce ha quel tono divertito, complice.
Fabiola si avvicina all'angolo del corridoio, appena fuori dalla loro vista, e li vede. Alessandro e Giulia, che si baciano con quella freschezza, quell'innocenza e quell'ardore che appartengono solo ai diciannove anni.
È un bacio che non ha nulla di studiato, di calcolato. Le mani di lui che trovano il viso di lei, i polpastrelli che sfiorano la linea della mascella. Lei che si alza leggermente sulla punta dei piedi, il collo che si tende in una curva elegante, naturale. I loro corpi che si cercano senza fretta, con quella urgenza che sa di eternità.
Fabiola si porta le mani alla bocca, soffocando il riso nervoso, le lacrime che tornano a punzecchiarle gli occhi. Felice, sì, terribilmente felice, ma anche preoccupata, quella paura materna che non si spegne mai.
Riccardo la affianca, il braccio che le circonda la vita, e quando lei lo guarda trova quel sorriso che ha imparato ad amare, sereno, completo.
«Lascia che vivano il loro amore» dice lui, basso, solo per lei «magari finirà presto, o durerà tutta la vita. Di sicuro sono fatti per stare insieme, ed entrambi hanno delle mamme meravigliose.»
Fabiola scoppia a ridere, quel suono che esce rotto tra le dita, e poi a piangere, davvero, lacrime di pura felicità che le scorrono sulle guance senza che lei cerchi di fermarle.
Prende la mano di Riccardo, la stringe con forza, e lo accompagna in camera da letto. Lì, dalla cassaforte nascosta nell'armadio, prende una busta gialla, quei documenti legali che ha tenuto per l'occasione giusta.
«Dovevo darteli domani» dice, mentre lui la osserva con curiosità «ma non posso aspettare.»
Riccardo accetta la busta, le dita che si muovono con quella precisione che gli è propria nel rompere la chiusura. Legge, e Fabiola vede il cambiamento, momento per momento. Le mani che iniziano a tremare, quasi impercettibilmente all'inizio, poi con più evidenza. Gli occhi che si riempiono di lucentezza, quella umidità che precede le lacrime di un uomo che non piange da troppo tempo.
Sono i documenti con cui Alessandro chiede di essere legalmente figlio di Riccardo. Non più solo un riconoscimento informale, un affetto dichiarato. È la richiesta formale, quella che rende irreversibile ciò che già esiste.
Quando Riccardo alza gli occhi su di lei, la sua calma imperturbabile è scomparsa. C'è solo un uomo commosso, felice, sopraffatto.
«Se tu vorrai» dice Fabiola, e la sua voce è un filo di seta «Alessandro non avrà solo una madre. Avrà anche un padre perfetto, perché lo ha scelto.»
Lui la abbraccia con una forza che le toglie quasi il fiato, e le sussurra all'orecchio, rotto, grato: «Grazie.»
Fabiola si stacca appena, abbastanza per guardarlo negli occhi, quegli occhi scuri che sembrano vedere tutto e ora sono pieni solo di lei.
«Non devi ringraziarmi» dice lei «sono io che devo ringraziarti. Mi hai salvata, mi hai fatta rinascere.»
Riccardo le prende il viso tra le mani, quel gesto che le è familiare, che le è casa.
«Amore mio» dice lui, e la parola risuona come una promessa rinnovata «non sono io ad aver salvato te. Sei tu che hai salvato il mio cuore spezzato da una vita fredda e senza gioia.»
Fuori, attraverso la finestra aperta, il profumo del glicine si insinua nella stanza, dolce, persistente. E nel giardino, sotto le lanterne che tremolano nella brezza notturna, Alessandro e Giulia si baciano ancora, ignari di tutto, immersi nel loro mondo di diciannove anni che forse durerà, forse no, ma che in questo momento è perfetto, intatto, loro.
Fabiola si appoggia alla spalla di Riccardo, e insieme guardano il buio oltre la finestra, dove il futuro attende, incerto ma luminoso, come sempre dovrebbe essere.
Prima di lasciarvi, con la speranza che la storia di Fabiola vi abbia acceso il cuore, vi abbia spinto a credere, vi abbia regalato quel barlume di speranza che mi brucia dentro ogni volta che la guardo o la ricordo, voglio svelarvi la fine di chi, per troppo tempo, ha segnato la sua pelle con le lame dell'umiliazione.
Marco, il suo ex marito, dopo aver ingoiato in un soffio i soldi che lei gli aveva dato il giorno in cui ha firmato le carte del divorzio, viene arrestato per una truffa che gli si spezza tra le mani. In carcere, passa tre anni a essere un giocattolo, un sacco di carne usato dai detenuti: la loro puttana, il buco che si apre, la bocca che si riempie di schiuma e silenzio. La legge del contrappasso lo spacca come un pugno. Quando esce, l’anima è un cencio, il corpo un graffito. Inizia a drogarsi con una fame che non si placa, fino a quando lo trovano tra i cassonetti della stazione di Padova, l’ago ancora conficcato nel braccio, la vita che gli cola via come una siringa rotta, emblema della debolezza dell’uomo che non è mai stato. Fabiola, quando lo scopre, non grida, non esulta. Sente solo il vuoto che si dissolve, una cicatrice che si chiude senza lasciare più traccia.
Renato, invece, dopo quattro anni di galera, era stato sputato fuori per buona condotta, e subito aveva cercato di rimontare un giro di prostituzione. Ma il destino è una puttana infame: si era scontrato con gli stranieri dell’est, quelli che ancora oggi imperversano nel nord-est, e loro gli avevano insegnato la lezione a mazzate. Gambe spezzate, due dita in meno, e danni irreversibili alla sua virilità, a quel coso floscio che un tempo lo faceva sentire un uomo. Oggi è un vecchio che mendica per le strade, vive di espedienti, si accontenta dei dormitori della Caritas, un fantasma che puzza di vino e di rimpianti.
Max, invece, grazie ai potenti a cui aveva fatto mille favori, e che sapevano avrebbe potuto ricattarli, era uscito in meno di un anno. Oggi è ancora lì, a imperversare nel mondo dell’hard amatoriale, ma almeno ha imparato a non sfruttare e abusare delle donne in difficoltà. Si limita a girare scene con donne consenzienti, che vogliono realmente fare quel tipo di esperienza esibizionista, approfittando della sua innegabile prestanza sessuale. Ma la verità è che Max sa che c'è una donna bionda, forte, bellissima, con una capacità di convincere che farebbe paura a chiunque, che ogni tanto gli fa sapere che lo tiene d’occhio. Gli ricorda che lo ha fatto arrestare una volta, e che potrebbe farlo di nuovo, e che stavolta nessuno lo tirerebbe fuori. E lui, come tutti gli omuncoli che hanno tentato di distruggere donne indifese, per poi pagarne le conseguenze, pavido e piegato, non si azzarda a sfidare quella donna.
Di nuovo grazie a tutti a voi. Al prossimo racconto.
Lauretta
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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