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La signora del terzo piano


di Riservato1987
24.09.2025    |    9.871    |    10 9.7
"L’appartamento era caldo, profumato, con luci soffuse e musica jazz in sottofondo..."
Mi trasferii in Piemonte per una promozione. Un salto di carriera che mi aveva portato lontano dalla mia città, dai miei ritmi, dalle mie abitudini. L’appartamento era nuovo, moderno, al secondo piano di una palazzina elegante. Non era il mio vecchio rifugio, ma aveva qualcosa di promettente. Anche se non lo sapevo ancora, la vera sorpresa abitava al terzo piano.
Il primo giorno, mentre salivo le scale con una scatola tra le braccia, la incontrai. Scendeva con passo elegante, vestita con un tailleur color borgogna che metteva in risalto la sua figura. Il suo profumo, una scia indelebile, mi avvolse non appena ci incrociammo. Sui quarant’anni, con occhi chiari e un sorriso che prometteva molto più della semplice cortesia.
«Benvenuto nel palazzo,» disse, con voce morbida.
«Grazie… direi che il benvenuto è più piacevole del previsto,» risposi, lasciando che il mio sguardo si soffermasse un istante di troppo.
Lei sorrise appena, come se avesse colto il sottotesto. Poi proseguì, lasciandomi con il dubbio se avessi esagerato… o se avessi appena acceso qualcosa.
Passarono giorni. Poi settimane. E ogni volta che ci incrociavamo, il gioco si faceva più audace. Sguardi che si cercavano, battute che sfioravano il confine tra innocenza e provocazione.
Una mattina, mentre uscivo per andare al lavoro, la trovai sulle scale con un sacchetto della spesa. Mi fece spazio, ma non prima di aver detto: «Attento a non inciampare… sarebbe un peccato rovinare quella camicia.»
«Sarebbe un peccato anche non rivederla,» risposi, lasciando che il tono fosse più caldo del necessario.
Lei rise piano. «Allora stia attento a non sparire troppo spesso.»
Il nostro flirt era diventato un rituale. Un linguaggio silenzioso fatto di sguardi, pause e battute che lasciavano il dubbio… o forse la certezza.
Era una sera di metà ottobre, il cielo già scuro, l’aria pungente. Avevo appena finito di sistemare qualche scatola rimasta in salotto quando sentii bussare alla porta. Aprii, e la sorpresa era lì: la signora del terzo piano, con una bottiglia di vino rosso tra le mani e un sorriso che sembrava già sapere la risposta.
«Spero di non disturbarti…» disse, con voce morbida. «Avevo voglia di un bicchiere, ma non mi piace bere da sola.»
Mi fermai un istante, sorpreso ma divertito. «Allora hai scelto il piano giusto.»
Entrò con passo sicuro, come se lo avesse già immaginato. Posò la bottiglia sul tavolo, si guardò intorno, poi si sedette sul divano incrociando le gambe con naturale eleganza.
«Sai, ci siamo trasferiti da poco. Prima vivevamo in Toscana… mio marito ha cambiato sede, lavora per una multinazionale. È spesso in viaggio, e io… beh, mi ritrovo a fare amicizia con le pareti.»
Lo disse con un tono leggero, ma lo sguardo tradiva qualcosa di più profondo. Una solitudine che non era solo geografica.
«Allora sono fortunato. Non capita spesso di avere una vicina così… interessante.»
Lei sorrise, versando il vino nei bicchieri. «Interessante? Attento, potrei prenderlo come una provocazione.»
«Dipende da come lo interpreti.»
Ci fu un attimo di silenzio, carico. Il tipo di pausa che non chiede permesso, ma prepara il terreno.
«Mi piace il tuo modo di parlare,» disse. «Non è comune da queste parti.»
«Nemmeno le donne come te,» le risposi.
La sua voce riempiva la stanza con quella confidenza che solo il desiderio sa creare. Seduta sul mio divano, gambe accavallate, mi raccontava della solitudine, del marito sempre in viaggio per lavoro, delle giornate che scorrevano lente da quando si erano trasferiti.
«Non conosco ancora nessuno qui,» disse, sfiorando il bordo del bicchiere. «E certe sere… il silenzio fa più rumore del traffico.»
Le nostre mani si erano già cercate, il suo sguardo si era fatto più intenso. Il tempo sembrava pronto a cedere.
Poi, all’improvviso, il suo telefono squillò.
Lo guardò, e il suo volto cambiò. «È lui, devo salire,» disse piano.
Fece per alzarsi, ma prima che potessi dire qualcosa, si voltò verso di me, decisa.
«Scrivimi il tuo numero su un bigliettino. Non voglio che questa sera resti… sospesa.»
Le porsi il foglietto, lo piegò con cura e mi regalò un ultimo sorriso.
«Buonanotte, vicino curioso.»
E se ne andò, lasciando dietro di sé il vino, il profumo… e una promessa che non aveva bisogno di parole.
Il giorno dopo, il suo messaggio arrivò poco dopo pranzo. Breve, diretto, ma con quel tono che ormai riconoscevo.
«Se stasera non hai impegni… sali da me alle otto.»
«Non ho impegni stasera,» le risposi. «E anche se ne avessi avuti, li avrei disdetti.»
Sorrisi. Il foglietto non era rimasto solo un ricordo: era diventato un ponte.
Alle otto in punto, salii con una bottiglia di Barolo tra le mani e un battito in più nel petto. La porta si aprì prima ancora che potessi bussare. Lei era lì, vestita di nero, capelli raccolti, un sorriso che sapeva già come sarebbe andata la serata.
«Puntuale. Mi piace,» mi disse.
«Non volevo rischiare che cambiassi idea,» le risposi.
Mi fece entrare. L’appartamento era caldo, profumato, con luci soffuse e musica jazz in sottofondo. La tavola era apparecchiata con cura, ma bastò uno sguardo per capire che quella cena sarebbe stata solo il preludio.
Sedemmo vicini, i bicchieri si riempirono, le parole si fecero più lente. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni pausa… era una promessa.
E questa volta, nessun telefono squillò.
La cena era pronta, la tavola apparecchiata con cura, ma bastò uno sguardo per capire che nessuno dei due era davvero lì per il cibo.
Degustammo una sola portata. Un assaggio appena, tra un sorriso e un brindisi che sapeva di attesa. Poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, ci alzammo insieme.
Il primo bacio fu lento, ma deciso. Le sue mani cercarono le mie, le mie scivolarono lungo la sua schiena. I bicchieri rimasero lì, testimoni silenziosi di una sera che non avrebbe avuto bisogno di parole.
Le tolsi il vestito nero con urgenza, rivelando la sua pelle liscia e il reggiseno di pizzo che conteneva a stento i suoi seni pieni. La spinsi contro il muro, baciandole il collo mentre le mie mani esploravano il suo corpo. Lei gemette piano quando le sfiorai i capezzoli, induriti dal desiderio, e li pizzicai leggermente, facendola inarcare contro di me.
La portai in camera da letto, dove la feci sdraiare sul letto. Mi inginocchiai tra le sue gambe, abbassandole le mutandine con i denti, e iniziai a leccarla con lentezza, la lingua che tracciava cerchi intorno al suo clitoride gonfio. Lei afferrò i miei capelli, spingendomi più vicino, i suoi fianchi che si muovevano al ritmo dei miei movimenti. «Sì, proprio lì,» ansimò, mentre le sue cosce tremavano e il suo umore bagnava le mie labbra. La feci venire così, con la bocca, il suo orgasmo che la travolse in ondate, urlando il mio nome.
Non mi fermai. Mi spogliai rapidamente, il mio cazzo già duro e pulsante per lei. La girai a pancia in giù, le alzai i fianchi e la penetrai da dietro, affondando profondamente nella sua figa stretta e calda. Lei gridò di piacere, le mani che afferravano le lenzuola mentre io la scopavo con colpi ritmati, sempre più forti.
«Dio, quanto sei grosso,» mormorò, spingendosi contro di me per prendermi tutto. Cambiammo posizione: lei sopra di me, cavalcandomi con foga, i suoi seni che rimbalzavano mentre roteava i fianchi, stringendomi dentro di sé fino a farmi impazzire.
Facemmo l’amore in tutti i modi in cui due persone possono cercarsi: con urgenza, con dolcezza, con quella fame che nasce quando il desiderio è stato trattenuto troppo a lungo. I suoi sospiri si mescolavano al mio respiro, e ogni tocco era una scoperta, ogni sguardo una conferma.
Il suo corpo rispondeva al mio con una naturalezza disarmante. Le sue mani mi cercavano, le sue labbra si perdevano sulle mie, e ogni volta che la penetravo, il suo piacere si faceva più vivo, più profondo. Godeva senza pudore, senza freni, come se in quella notte volesse liberarsi da ogni silenzio accumulato.
«Mi fai impazzire,» sussurrò, stringendomi forte. «È da troppo tempo che non sentivo un cazzo così grosso.»
Il mio membro sembrava fatto per lei, lo diceva con il corpo, con la voce, con gli occhi che non smettevano di cercarmi. Ogni posizione era una danza, ogni movimento una confessione. E quando raggiunse l’orgasmo, il suo corpo tremò contro il mio, lasciando dietro di sé un respiro spezzato e un sorriso che diceva tutto, come se in quel momento si fosse liberata da ogni distanza, da ogni attesa.
Mi guardò, ancora ansimante, gli occhi pieni di luce e desiderio. Si avvicinò, mi accarezzò il viso e sussurrò qualcosa che non era una richiesta, ma una confessione.
«Ho ancora voglia... scopami ancora.» Chiedendomi di non venire dentro e che le sarebbe piaciuto ricevere tutto il mio piacere sul viso e in bocca, come un gesto che non lasciasse dubbi su ciò che avevamo condiviso.
E così fu. La feci piegare a 90 gradi sul tavolo della cucina, le sue mani che si aggrappavano al bordo mentre le abbassavo di nuovo le mutandine. Le spalancai le gambe e la penetrai con forza, il mio cazzo che scivolava dentro di lei con facilità grazie al suo umore. La scopai con colpi profondi e rapidi, le mie mani sui suoi fianchi per guidarla, mentre lei urlava di piacere, la sua figa che si contraeva intorno a me.
«Apriamela tutta,» gemette, e io aumentai il ritmo, sentendola stringersi sempre di più.
Dopo pochi minuti ero al culmine del piacere. Le chiesi di mettersi in ginocchio e le ordinai di aprire la bocca. Una volta pronta, con 4-5 colpi di mano, le riempii il viso con grosse quantità di sperma caldo e denso. I suoi occhi si illuminarono alla vista di tanta sborra. Mentre colava sul suo viso, iniziai a raccoglierla con la cappella e ad accompagnarla nella sua bocca... non ne lasciò neppure una goccia, leccando avidamente fino all'ultima stilla.
Stremato, mi ricomposi e andai via, lasciandola sul divano, con un sorriso soddisfatto e il corpo ancora tremante.
Quella sera, il terzo piano non fu più solo un indirizzo. Fu un confine superato, un segreto condiviso, un inizio...

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