tradimenti
Tra le nuvole e il desiderio 4 (finale)
30.06.2025 |
971 |
0
""
E forse, in quel silenzio chiesto con tanta lucidità, c’era la forma più discreta ma profonda di un legame che non aveva bisogno di parole per esistere..."
Non ci promettemmo nulla sotto quell’acqua tiepida che scivolava via come le ore che ci restavano. Solo sguardi, respiri, silenzi.Facemmo l’amore tutta la notte così, lentamente, intensamente, come se ogni tocco avesse un peso, ogni bacio raccontasse una storia. I nostri corpi parlavano una lingua antica, fatta di sussurri, mani intrecciate, respiri corti e occhi chiusi. Il tempo sembrò fermarsi, o forse semplicemente smettemmo di seguirlo.
Quando l’alba filtrò attraverso le tende, eravamo ancora lì, stanchi e felici.
Mi avvicinai lentamente, come si fa con le cose preziose. Le mie dita sfiorarono la sua pelle calda, tremante come la superficie di un lago sotto il vento. Si svegliò e si abbandonò a me con un respiro profondo, come chi si lascia andare a un sogno atteso da troppo tempo.
Intanto le mie mani la cercavano con delicatezza. Non c’era fretta. Solo attenzione, ascolto, cura. Le accarezzavo i capelli, il collo, le spalle, come se ogni centimetro del suo corpo fosse una pagina da leggere ad alta voce. Lei rispondeva con lo sguardo, con piccoli respiri, con lievi sorrisi che dicevano “continua”. Lentamente le mie mani scendono sempre più in basso, fino a raggiungere la sua bella fighetta, che per l'intera notte è stata oggetto del mio desiderio proibito. Giocandoci noto che è già un lago e riferendomi alla sua figa le sussurai: "buongiorno".
Lei sorrise, e bastò quello. Quel sorriso dolce, intimo, vulnerabile.
Iniziai a leccarla lentamente, lei si abbandonò al momento come se ogni parte di sé stesse aspettando proprio quell’attimo. I suoi occhi si socchiusero, il respiro divenne frammentato e leggero, e sotto le mie carezze, il suo corpo cominciò a tremare, non di freddo, ma di presenza. Fu come assistere a qualcosa di sacro e fragile allo stesso tempo, un picco di intensità che sembrava sospendere la realtà. In pochi minuti raggiunse il primo orgasmo, ed esclamò "come devo fare con te?" Mi hai fatto ritornare una 30enne.
Intanto il mio cazzo era in pieno vigore, come se la notte non gli fosse bastata. Lei con la sua maestria inizia a sfiorarlo con le mani, lungo tutta la sua lunghezza, non resiste e si mette tra le mie gambe facendo sparire nella sua bocca.
Me lo succhia avidamente, ha voglia, tanto da smettere di leccarlo e si posiziona su di esso. Tira fuori la cappella e lo punta alle labbra che lì aprono lentamente fino ad avvoggerlo tutto.
sussurro "ora cavalcami" voglio venire anche io, non se lo fece ripetere due volte, ed inizio a cavalcami con molta foga mentre diceva: "ti piace così? Sei un porco, vieni dentro, fammi vedere quanto ne hai ancora" sentendo queste parole iniziai a muovermi anche io in sintonia con i suoi movimenti, pochi secondi ed il mio corpo dava segni di cedimento, stavo per venire, lei se ne accorse ed incalzò il ritmo fino a raggiungere insieme un orgasmo stratosferico, uno di quelli che ti lasciano senza fiato!
Resto su di me fin quando il mio cazzo non perse vigore fino ad uscire dalla sua figa colante del mio sperma.
Rimase accanto a me, il volto ancora arrossato, gli occhi persi in un punto impreciso tra me e il soffitto. Le accarezzai la fronte con la punta delle dita, mentre il silenzio si faceva dolce, carico. In quel momento capii che ciò che ci legava andava oltre il corpo, era quella sospensione, quell’intesa che ci rendeva complici in qualcosa che nessuno avrebbe potuto comprendere.
Poi lei si voltò lentamente, mi guardò con un’ombra di esitazione sulle labbra. «E se non fosse solo un gioco?» sussurrò. Non risposi subito. Il confine tra leggerezza e verità si faceva sottile, sfocato. E forse, proprio lì, in quella linea invisibile, stava il cuore fragile di tutta la nostra storia.
Dopo una doccia veloce, si vestí lentamente, come se ogni gesto fosse una dilatazione dell’addio. Lei si sedette sul bordo del letto, con la schiena nuda che tremava appena, forse per il freddo, forse per qualcosa di più profondo.
"Ti ricorderai di me?" chiese senza voltarsi.
Mi avvicinai, le sfiorai la spalla con le dita, un gesto lieve come un ultimo bacio non dato. "Non avrò bisogno di ricordarti. Sei già dentro tutto ciò che sarò."
Si alzò, si infilò il cappotto senza guardarmi. Nessun bacio, nessuna promessa. Solo un lungo silenzio, quello che resta quando si è detto troppo e non abbastanza. Aprì la porta, poi si fermò. Per un attimo sperai che si voltasse.
Non lo fece.
E fu così che finì. O almeno, così sembrò.
Il suo saluto rimase sospeso nell’aria come un’eco sottile, e dopo la chiusura delicata della porta, la stanza sembrò spegnersi lentamente. Restai immobile per alcuni minuti, come se volessi imprimere ogni dettaglio nella memoria: il profumo sulle lenzuola, l’orma leggera dei suoi passi, il riverbero del suo ultimo sguardo.
Poi mi alzai, una doccia interminabile e iniziai a prepararmi senza fretta. La giornata era appena iniziata, ma portava già con sé il peso di un addio. Uscii dall'hotel con uno zaino in spalla, camminando tra i vicoli ancora silenziosi di Barcellona. Ogni angolo sembrava raccontarmi qualcosa di lei, della notte, di noi.
Mi rifugiai in un piccolo bar all’angolo. Ordinai un caffè doppio e una brioche, ma il sapore sembrava più tenue, come se anche le papille gustative fossero impegnate a ricordare. Presi il cellulare, lo guardai a lungo, poi lo rimisi via. Nessun messaggio, nessuna notifica. Solo silenzio.
Il resto della mattina lo passai camminando senza meta, come si fa quando non si vuole arrivare da nessuna parte. Mi persi nel mercato coperto (la boqueria), tra voci e profumi, mi affacciai sul lungomare dove le barche sembravano sonnecchiare al sole. Ogni passo era un modo per trattenerla ancora un po’.
Nel pomeriggio tornai nell'hotel per prendere la valigia. La stanza sembrava più vuota di prima, eppure impregnato di tutto ciò che era appena stato. Chiusi le tende, controllai per l’ultima volta di non aver dimenticato nulla e chiusi la porta. Quel clic secco suonò come un punto fermo.
Un taxi mi portò verso l'aeroporto. Dal finestrino guardavo le strade scorrere come fotogrammi di un film appena vissuto. Il sole era alto, ma l’aria aveva quel sapore sospeso di qualcosa che finisce senza volerlo davvero. Accostai la testa al vetro, lasciando che i pensieri si intrecciassero come fili invisibili.
Arrivato al terminal, mi mischiai al flusso di viaggiatori: valigie, annunci, saluti sbrigativi, abbracci troppo lunghi. Ma io portavo con me qualcosa che nessun bagaglio avrebbe potuto contenere.
Mentre aspettavo l’imbarco, ripensai alle sue parole. “E se non fosse solo un gioco?” Mi tornarono addosso come una marea lenta e ostinata. Forse non lo era. Forse era stato qualcosa di più, di diverso, di unico.
Quando chiamarono il mio volo, mi alzai. Camminai verso il gate con passo calmo, ma dentro portavo un uragano sottile. Non mi voltai, non ne avevo bisogno. Lei era ancora lì, in quella città, in quella stanza, in un sorriso che avevo scelto di portare via con me.
Proprio mentre il volo veniva annunciato al gate, il telefono vibrò. Era lei.
Il messaggio era breve, ma bastò a fermare il tempo un’altra volta: "Sono rientrata a casa. Non faccio altro che pensare a te."
Poi, una frase che mi lasciò sospeso tra sollievo e inquietudine:"Ti chiedo solo una cortesia... Non scrivermi. Se sentirò di farlo, sarò io a cercarti."
Rimasi a fissare lo schermo a lungo. Quelle parole erano una carezza e una distanza, un abbraccio lasciato a metà. Sentii qualcosa sciogliersi dentro: la tensione dell’attesa, la dolcezza del pensiero ricambiato, e anche quel pizzico di amarezza che lascia il non potere scegliere.
Ma non risposi. Chiusi il telefono, come si chiude un diario che ha ancora una pagina da scrivere.
La voce al microfono chiamò l’imbarco finale. Continuai a camminare verso il gate, con lei impressa nel cuore e quella frase che continuava a tornarmi in mente come una mareggiata gentile: "Non scrivermi."
E forse, in quel silenzio chiesto con tanta lucidità, c’era la forma più discreta ma profonda di un legame che non aveva bisogno di parole per esistere.
Ps. Il racconto del viaggio finisce qui, tra sogni sfiorati e realtà sospese. Forse una parentesi, forse l’inizio di qualcosa di più profondo, ma per ora resta sospeso, come i ricordi che non si vogliono né trattenere né dimenticare.
Se ciò che avete letto vi ha lasciato qualcosa, un'emozione, un dubbio, un ricordo, fatemelo sapere nei commenti. E chissà, forse vi racconterò cosa è successo una volta tornato a Napoli.
Perché a volte, il vero viaggio comincia solo quando si torna a casa.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Tra le nuvole e il desiderio 4 (finale):

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
