tradimenti
La vicina di casa(parte seconda)
algor
04.03.2026 |
1.933 |
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"Rimanemmo così, incastrati, finché non sentii il mio membro scivolare fuori da lei..."
La svolta arrivò un venerdì. Il caldo era diventato una cappa insopportabile, una pressione fisica che schiacciava ogni pensiero. Giovanni era partito all'alba per un lungo viaggio,lasciando il cortile immerso in un silenzio innaturale e carico di attesa.Entrai nel garage comune con la scusa di cercare degli attrezzi, ma sapevo bene cosa stavo cercando. La vidi subito: era intenta a spostare una pesante scaffalatura metallica. Il garage era una grotta di cemento fresco, impregnata dell'odore di olio vecchio, gomma e polvere. Tania era di spalle, i capelli biondi sciolti che le ricadevano disordinati sulle scapole. Il sudore le bagnava la canottiera bianca, trasformandola in una seconda pelle trasparente che rivelava ogni linea della sua schiena.
Mi fermai a un passo da lei. Sentivo l'odore di sapone economico, terra e quel sentore di donna scaldata dal sole che mi faceva girare la testa. Le posai una mano sulla spalla. Stavolta non si scansò. Sentii i suoi muscoli contrarsi sotto le mie dita, un fremito violento, ma restò lì, immobile. La girai lentamente verso di me. I suoi occhi erano lucidi, carichi di una fame che aveva soffocato per troppo tempo.
Quando cercai la sua bocca, non oppose alcuna resistenza. Mi baciò con una disperazione selvaggia, le sue mani si artigliarono ai miei capelli con furia, mentre la sua lingua cercava la mia con una foga che sapeva di tutte le provocazioni silenziose dei giorni passati. Era una resa totale, o almeno così credevo.
Ma non appena la mia mano scivolò lungo il suo fianco e cercò di infilarsi con decisione sotto l'elastico dei jeans per cercare la sua intimità, Tania ebbe un sussulto violento. Si staccò dalle mie labbra, ansimando, e mi bloccò il polso con una morsa d'acciaio. La sua forza era sorprendente.
«No!» disse, la voce ridotta a un soffio roco ma fermo. Mi guardò dritta negli occhi, il viso paonazzo per la tensione. «Questa... questa è per uomo che mi ha portato all'altare. Solo per lui.
Lui entra lì quando facciamo l'amore. Quello è suo. Tu no. Tu non sei mio marito.»
Rimasi immobile, col sapore dei suoi baci ancora sulle labbra, gelato da quel confine morale improvviso e invalicabile. Ma prima che potessi dire una parola, lei fece l'ultima mossa, quella definitiva. Con un gesto rapido e brutale, si voltò completamente di schiena. Si appoggiò con le mani contro il muro di cemento grezzo, sporco di polvere, e inarcò la schiena verso di me con una decisione che non ammetteva repliche, offrendomi il suo lato più proibito.
«Ma se tu vuole... prendi qui,» mormorò con la voce che le tremava per l'emozione e il peccato. «Questo non è per lui. Questo non conta niente per anima.»
Mi salì il sangue al cervello. Le sfilai i pantaloncini in un colpo solo, lasciandoli cadere sul pavimento polveroso. La sua pelle bianchissima brillava in quell'angolo buio del garage.Scansai con un dito il perizoma sbiadito,e senza dire una parola, cercai l'ingresso anale che lei mi stava offrendo come unica via di sfogo.
Quando cercai di entrare, dovetti premere con insistenza usando il mio peso, mentre lei stringeva i denti contro il muro. Tania cacciò un lamento acuto, un suono tra il dolore e la sorpresa, mentre sentiva la mia punta forzare l'accesso. Mi fermai un istante, sentendola tremare, aspettando che quella morsa di carne cedesse. Solo quando il calore e la pressione iniziarono a ammorbidirla, riuscii ad affondare del tutto con una spinta secca.
Iniziai a possederla con con colpi profondi e costanti.
Le mie mani corsero avanti, infilandosi sotto la canottiera bagnata per afferrare il suo seno grosso e sodo. I capezzoli, tesi per lo shock fisico, erano grossi come acini d'uva. Tania cacciò un urlo strozzato contro il muro, le dita che si artigliavano alle crepe della parete mentre io aumentavo il ritmo.
Ogni volta che cercavo di girarla per guardarla in viso, lei opponeva una resistenza feroce.
«Resta dietro!» sibilò tra i denti. «Non guardare miei occhi... non ora
Il paradosso di quella donna mi faceva letteralmente impazzire. Era incredibile come riuscisse a negoziare con la propria coscienza, offrendomi la parte più degradante e proibita pur di mantenere "sacro" il resto. Quella logica distorta, quel modo di peccare restando convinta di non tradire, mi eccitava più di ogni altra cosa. Era una sfida vinta a metà, ma in un modo molto più perverso e profondo.
Il corpo di Tania ebbe una reazione violenta. All'improvviso, un getto potente partì dalla sua vagina, bagnando il pavimento di cemento, un piacere tanto intenso quanto inaspettato. Sentire quel calore spruzzare sotto di noi mentre la tenevo ferma mi fece perdere il controllo.
Gridava con la voce rotta da un piacere sporco e io non resistetti più. La assecondai con una spinta finale devastante, venendole dentro con una forza che ci lasciò entrambi senza fiato. Rimanemmo così, incastrati, finché non sentii il mio membro scivolare fuori da lei. Mi spostai di un passo e mi godetti la vista del suo ano ancora dilatato, mentre il mio seme bianco colava lentamente lungo la sua pelle chiarissima mescolandosi al bagnato che aveva lasciato sul pavimento.
Prima di rivestirsi, Tania fece un gesto metodico. Senza guardarmi, passò due dita tra le sue natiche, raccogliendo quel che restava del mio seme. Si portò la mano alla bocca, leccò via ogni traccia con una lentezza quasi rituale, come a voler far sparire la prova fisica del peccato. Poi, con la stessa freddezza, si infilò i pantaloncini.
Si sistemò i capelli biondi e si avviò verso l'uscita. Sulla soglia si fermò un istante, solo di profilo. «Lui torna domani,» mormorò con quel suo accento pesante. «Lui non sapere niente.»
L’ossessione che mi aveva consumato il cervello per settimane, quel desiderio cieco che mi faceva tremare le mani, si era spenta di colpo, lasciando il posto a un disgusto freddo e viscerale.
Non era solo per il gesto della bocca o per quel suo modo cinico di pulirsi dal "peccato". Era il ricordo della facilità estrema con cui l'avevo penetrata.
L'eccitazione era svanita, sostituita dal sospetto che quel suo "prendi qui" non fosse un regalo proibito fatto a me, ma un'abitudine consolidata concessa a molti.
Nei giorni seguenti, però, quel disgusto viscerale ha subito una mutazione imprevista.
Sapere che quel confine era così labile, che quella "via di fuga" era già aperta, ha scatenato in me un desiderio di dominio assoluto.
Fu così che comincia ad architettare il mio piano...................................
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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