tradimenti
La vicina di casa(parte prima)
algor
03.03.2026 |
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"Tania trattenne il respiro, i suoi occhi azzurri brillarono di una luce strana, quasi di panico, ma non si scostò subito..."
L’estate del 2018 non era una stagione. Era un assedio.L’aria, in quella lingua di campagna schiacciata tra i campi di mais, era densa come una parete invisibile. Sapeva di terra smossa, di concime, di metallo arroventato. La mia villetta gialla contrastava con il verde tutt'attorno.
Sopra di me abitavano Giovanni e Tania. Ucraini. Arrivati da poco.
Lui sembrava scolpito con l’accetta: collo taurino, mani larghe, pelle spessa. Camionista. Uomo di poche parole e molti rumori.
Lei, al contrario, era silenzio.
Tania aveva una bellezza semplice quasi crudele: capelli biondi tirati indietro, pelle chiarissima che sotto il sole diventava lucida, occhi azzurro ghiaccio. Passava le giornate in giardino con vecchie canottiere bianche di Giovanni, troppo grandi per lei. Quando si chinava, il tessuto scivolava in avanti e lasciava intravedere la curva piena e naturale del suo grosso seno, libero sotto la stoffa sottile.
C’era qualcosa in lei che mi stuzzicava ferocemente la fantasia. Anche se ufficialmente non mi aveva mai provocato e restava sempre nel suo ruolo di moglie devota, ogni suo movimento sembrava tradire una fame silenziosa. Sembrava che cercasse qualcosa, un brivido o un contatto che quel marito così rozzo e assente non poteva darle. Era come un’energia compressa pronta a esplodere, e io non riuscivo a smettere di pensare a come sarebbe stato essere colui che avrebbe rotto quegli argini.
Iniziai così il mio gioco fatto di battute e doppi sensi. «Tania, attenta con quell'acqua... se bagni troppo poi scivoli e tocca a me venirti a raccogliere,» le dissi un pomeriggio, con un sorriso sporco.
Lei si raddrizzò lentamente, asciugandosi la fronte. Mi guardò con quegli occhi azzurro ghiaccio che sembravano non capire. «Io non scivola. Io sta attenta,» rispose col suo accento pesante, per poi tornare a chinarsi, offrendomi la vista del suo corpo imperlato di sudore.
Qualche giorno dopo, la incrociai nel vialetto stretto che portava alle cantine. Portava un cesto di biancheria pulita, il mento alto e lo sguardo fisso in avanti. Mi fermai proprio nel punto in cui il passaggio si restringeva, costringendola a fermarsi a pochi centimetri da me.
«Lasciami passare,» disse, ma la sua voce non aveva la solita fermezza.
«Il passaggio è stretto, Tania. Dovresti chiedere per favore,» risposi, restando immobile.
Sentivo il profumo del detersivo mischiato al calore della sua pelle. Lei fece un passo avanti, tentando di scivolare via, e per un istante i nostri corpi si sfiorarono. Sentii la consistenza soda del suo fianco contro il mio. Tania trattenne il respiro, i suoi occhi azzurri brillarono di una luce strana, quasi di panico, ma non si scostò subito. Rimase lì, sospesa in quel contatto proibito per un secondo eterno, prima di mormorare un «permesso» appena udibile e scappare via verso le scale.
Poi ci fu la sera del barbecue. Giovanni aveva deciso di arrostire della carne in cortile e mi aveva invitato a bere una birra. Lui era tutto occupato con la brace, sudato e rumoroso, mentre Tania faceva avanti e indietro dalla cucina portando piatti e condimenti.
In un momento in cui Giovanni era voltato, mi avvicinai al tavolo dove lei stava affettando il pane.
«Sai, Tania, quel vestito azzurro ti sta bene... E non oso immaginare come staresti senza,» le sussurrai mentre passavo.
Lei ebbe un sussulto violento, il coltello le scivolò quasi di mano. Si voltò a guardarmi, le guance improvvisamente rosse. Cercò lo sguardo del marito, poi tornò su di me. Non disse nulla, ma si inumidì le labbra con la punta della lingua, un gesto istintivo che tradiva tutta la sua agitazione.
«Tania! Dove sono forchette?» urlò Giovanni, senza girarsi.
«Arrivano, arrivano!» rispose lei, ma i suoi occhi rimasero incollati ai miei per un istante di troppo, un silenzioso patto di colpevolezza che stava già prendendo forma tra di noi.
La prima volta che cercai di accorciare le distanze eravamo vicino alla legnaia. Mi avvicinai e cercai di baciarla. Tania scattò come se l'avessi scottata. Mi diede una spinta secca sul petto. «No! Cosa fai? Tu matto?» sibilò, guardandosi intorno terrorizzata. «Tu va via, ora!»
Mi cacciò, ma nel modo in cui le tremava il labbro io lo sapevo: la miccia era accesa. Avevo visto in quegli occhi che la mia intuizione era giusta: Tania stava aspettando solo una scusa per cedere
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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