tradimenti
Notti in tribunale
22.10.2025 |
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"Pulii il viso con un fazzoletto, ma sentivo ancora il suo sapore, il suo marchio su di me..."
Quel giovedì sera, l’aria in casa era carica, un misto di calore domestico e tensione elettrica che mi faceva fremere. Ero a tavola con Marco, una pasta al pomodoro fumante davanti a noi, il nostro bambino che rideva raccontando aneddoti della scuola. Gli ho detto che quella notte avrei avuto il turno serale in tribunale, come poliziotta, di nuovo in coppia con Paolo. Marco ha socchiuso gli occhi, un sorriso tagliente e provocante. “Attenta, amore. Quando Paolo ti guarda, sembra che voglia mangiarti viva. Non vorrei che ti saltasse addosso,” ha detto, la voce che grondava gelosia e un pizzico di sfida. Ho riso, ma il cuore mi è balzato in gola. “Smettila, è solo un collega. Sai che sono tua,” ho risposto, ma le sue parole mi hanno accesa, un brivido caldo che mi scivolava lungo la schiena.Gli ho chiesto dove fosse quel dannato materassino gonfiabile, perché l’ultima volta, seduta su quelle sedie schifose del tribunale, mi ero distrutta la schiena. Lo abbiamo trovato, ammucchiato in fondo all’armadio, e l’ho buttato nella borsa. Dopo cena, ho messo a letto il piccolo, un bacio sulla fronte, il suo respiro dolce che mi calmava. Poi mi sono preparata: l’uniforme, pantaloni aderenti, camicia stirata, stivali neri. Sotto, però, un reggiseno nero di pizzo che mi stringeva i seni e mutandine abbinate, un segreto che mi faceva sentire viva, pronta a sfidare la noia di una lunga notte. Marco era ancora sul divano, telecomando in mano, Netflix che scorreva. Il nostro bacio d’addio è stato feroce, le sue mani che mi afferravano i fianchi, la lingua che cercava la mia con urgenza. “Torna presto,” ha ringhiato piano. “E non dimenticare la promessa: se succede qualcosa, voglio saperlo. Tutto.” Ho annuito, il sangue che pulsava nelle vene. “Giuro.”
Uscii a mezzanotte, l’aria di ottobre che mi mordeva la pelle. Il tribunale era un mausoleo di cemento, silenzioso, illuminato da neon che ronzavano come insetti. Paolo era già lì, appoggiato al banco, la camicia dell’uniforme che tirava sui bicipiti, gli occhi scuri che mi squadravano con un’intensità che mi ha fatto quasi inciampare. “Notte lunga, Anna,” ha detto, la voce bassa, un sorriso che prometteva guai. Ho risposto con un cenno, scaricando la borsa. Come sempre, ognuno prese il telefono per ammazzare il tempo. Io infilai le cuffie, pronta a perdermi in una serie, ma prima c’era il materassino. Lo tirai fuori, ma la valvola era un disastro. “Paolo, aiutami con ‘sto coso,” sbottai, frustrata. Lui si avvicinò, il suo profumo – caffè amaro e dopobarba – che mi colpiva come un pugno. Gonfiò il materassino, i muscoli che si tendevano sotto la camicia, e quando finì, lo guardò con un ghigno. “È a due piazze. Posso stendermi con te? Queste sedie mi stanno spaccando.” Il suo tono era un misto di sfida e supplica.
Esitai, il cuore che martellava. “Ok, ma stai fermo,” dissi, ma già sentivo un calore traditore tra le cosce. Ci sdraiammo, il materassino che gemeva sotto di noi. Io misi la mia serie, cuffie nelle orecchie, ma lo sentivo vicino, troppo vicino. Poi lo vidi: sul suo telefono, un video porno amatoriale, grezzo, reale, con gemiti rochi e corpi sudati che si sbattevano senza freni. Cercai di ignorarlo, ma il mio corpo aveva altre idee. Il respiro mi si accorciò, le cosce si strinsero, un’umidità calda che mi tradiva. Anche con le cuffie, sentivo i gemiti del suo video, e il mio clitoride pulsava, implorando attenzione. Non mi mossi, non lo guardai, ma il desiderio mi stava divorando.
Paolo lo capì. La sua mano sinistra scivolò verso di me, lenta, predatoria, sfiorandomi la coscia, poi più su, sopra i pantaloni, proprio lì, in mezzo alle gambe. Un tocco leggero, ma deciso, che mi fece sobbalzare. Non lo fermai. Le sue dita premettero più forte, cerchi lenti che mi fecero bagnare ancora di più, il tessuto che strofinava contro il clitoride. “Paolo…” sussurrai, ma non era una protesta. Ci girammo l’uno verso l’altra, e le nostre bocche si scontrarono in un bacio selvaggio, disperato, i denti che si sfioravano, le lingue che combattevano. Sapeva di caffè e peccato, le sue mani che mi strappavano la camicia, i bottoni che saltavano, il pizzo del reggiseno esposto. Gli afferrai i capelli, tirandolo a me, il desiderio che mi bruciava viva.
Poi mi ricordai di Marco. La promessa. “Aspetta… devo chiamare mio marito,” ansimai, la voce spezzata. Paolo annuì, ma le sue dita non si fermarono, scivolarono sotto le mutandine, trovando il mio clitoride gonfio, accarezzandolo con una precisione che mi fece gemere forte. Presi il telefono, le mani che tremavano, e chiamai Marco. “Ehi, amore, tutto ok?” rispose, la voce assonnata. “Ho una sorpresa,” dissi, mentre Paolo mi abbassava i pantaloni, le sue dita che scivolavano dentro di me, due, poi tre, allargandomi mentre gemevo al telefono. “Anna, che cazzo succede?” chiese Marco, la voce che si accendeva. “Paolo… mi sta toccando… cazzo, Marco…” I miei gemiti erano incontrollabili, rochi, mentre Paolo mi lavorava, il suo tocco che mi mandava in orbita. “Fammi vedere,” ringhiò Marco.
“Videochiamata. Ora.” Poggiai il telefono contro una pila di documenti, inquadrando tutto: io, sdraiata sul materassino, la camicia aperta, Paolo tra le mie gambe. Lui abbassò la testa, la sua lingua che trovava la mia figa, leccando lenta, succhiando il clitoride con una pressione che mi fece urlare. Le sue mani mi tenevano le cosce aperte, la barba che graffiava la pelle sensibile, mentre io mi inarcavo, persa. Davanti agli occhi di Marco, presi il cazzo di Paolo in mano, duro come acciaio, e lo portai alla bocca. Lo succhiai con avidità, la lingua che girava intorno alla cappella, scendendo lungo l’asta, assaporando il gusto salato mentre lui gemeva contro la mia figa, le vibrazioni che mi facevano tremare. Marco ansimava sullo schermo: “Cazzo, Anna, non fermarti.”
Paolo mi girò a pecorina, le sue mani che mi afferravano i fianchi con una forza che mi fece gemere di dolore e piacere. Strofinò la cappella contro la mia figa, lubrificandola con i miei umori, e poi entrò, lento, un centimetro alla volta, facendomi sentire ogni vena, ogni pulsazione. “Dio, Anna, sei un fuoco,” ringhiò, la voce spezzata, mentre io spingevo indietro, disperata per averlo tutto. Le sue spinte erano lente all’inizio, ogni colpo un’esplosione che mi faceva ansimare, il suo cazzo che mi riempiva, sfregando contro quel punto dentro di me che mi mandava in estasi. Il suono dei nostri corpi, bagnato, crudo, riempiva l’aria. Poi accelerò, selvaggio, afferrandomi i capelli per tirarmi la testa indietro, sbattendomi con una forza che mi faceva urlare, il materassino che scricchiolava sotto di noi. “Scopami, cazzo, più forte!” gridai, la voce rotta, e lui mi accontentò, i colpi così profondi che sentivo il suo bacino schiantarsi contro le mie natiche, il sudore che ci incollava. L’orgasmo mi colpì come un fulmine, un’esplosione che mi squassò, urlando il suo nome mentre venivo, le gambe che cedevano. Marco, sullo schermo, esplose, il suo sperma che schizzava mentre gemeva: “Anna, sei incredibile.”
Ma Paolo non si fermò. Rallentò, lasciandomi riprendere fiato, poi prese i miei umori con le dita, scivolando verso il mio culo. Iniziò a girarci intorno, lento, insistente. “Ti va?” chiese, la voce un ruggito basso. Il cuore mi esplose nel petto. “No… quello è solo per Marco,” dissi, la voce tremula, il pensiero di mio marito che mi guardava che mi faceva sentire in colpa. Ma il suo dito continuava, lubrificato, spingendo piano, e il mio corpo mi tradì, rilassandosi, aprendosi al suo tocco. “Solo un po’,” sussurrò, e io cedetti, il desiderio che mi spezzava in due. “Fallo,” ansimai, e lui non esitò. Spinse un dito, poi due, con una lentezza che mi fece gemere di dolore e piacere. Il bruciore era intenso, ma si mescolava a un desiderio oscuro, insaziabile. “Cazzo, Anna, sei perfetta,” ringhiò, e poi posizionò il suo cazzo, lubrificato dai miei umori, e spinse dentro, lentissimo, spalancandomi. Sentivo ogni millimetro, un’invasione che mi faceva ansimare, il dolore che si trasformava in un piacere crudo, viscerale. “Oh, cazzo,” urlai, mentre iniziava a muoversi, spinte lente ma profonde, ogni colpo che mi apriva di più, mi faceva sua. Mi toccai la figa, il clitoride che pulsava, e venni di nuovo, un orgasmo che mi devastò, il corpo scosso da spasmi mentre Paolo mi teneva ferma, scopandomi il culo con un ritmo che mi mandava in frantumi. Marco, sullo schermo, era fuori di sé, il suo cazzo in mano, venendo di nuovo mentre mi guardava urlare.
Alla fine, Paolo mi fece girare, inginocchiare davanti a lui. Ero un relitto: i capelli incollati al viso, il trucco sbavato, il corpo che tremava di piacere e fatica. Mi guardò, il suo cazzo duro a pochi centimetri dalla mia faccia, gonfio, pronto. “Apri,” ordinò, e io obbedii, le labbra socchiuse, la lingua fuori, implorante. Si masturbò, veloce, i muscoli del braccio tesi, il respiro che si spezzava. Quando venne, fu un’eruzione: schizzi caldi, potenti, mi colpirono il viso, le guance, la bocca, scivolando lungo il mento, gocciolando sul collo e sul petto, macchiando la camicia aperta dell’uniforme. Aprii la bocca per prenderne di più, il sapore salato e denso che mi invadeva, leccando lento, sensuale, guardandolo negli occhi mentre il suo sperma mi colava sulla pelle, caldo, appiccicoso, un marchio di quella notte selvaggia. Marco, sullo schermo, esplose un’ultima volta, il suo orgasmo che si mescolava ai miei gemiti, il suo sperma che schizzava mentre mi guardava, il viso coperto, gli occhi che bruciavano di desiderio. Paolo mi accarezzò il viso, un gesto crudo ma intimo, mentre il suo sperma mi colava ancora sul mento. “Notte da non dimenticare,” ringhiò, e io annuii, il corpo distrutto ma vivo come mai.
Mi rivestii piano, il tribunale silenzioso, l’aria densa del nostro odore. Pulii il viso con un fazzoletto, ma sentivo ancora il suo sapore, il suo marchio su di me. Tornai a casa all’alba, il corpo che pulsava, il viso arrossato. Marco mi aspettava, gli occhi famelici. Gli raccontai tutto, ogni dettaglio, mentre mi stringeva, le sue mani che riaccendevano il fuoco. La promessa era mantenuta, e sapevo che la prossima volta sarebbe stata ancora più intensa, magari con lui lì, a guardarci, a unirsi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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