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Reazione a catena pt 2 - La cena con Fra


di Ralphluckies
24.02.2026    |    549    |    0 9.6
"Ti scongiuro!" Il ritmo si fa ossessivo, il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie la piccola stanza privata..."
Passano alcuni giorni prima che mi decida a inviare un unico messaggio a Francesca, con istruzioni che non ammettono repliche:
"Ciao Fra, fatti trovare fuori dal ristorante XXXX alle 21.00. Aspettami lì. Indossa quegli stivali neri con tacco a mezza coscia che avevi a cena da me mesi fa, parigine, minigonna e la stessa camicia bianca del giorno del 'fattaccio'. Cappotto bianco sopra. Capelli raccolti a coda e rossetto rosso. Niente di più, niente di meno. Sarai uno schianto, ne sono sicuro."
Un laconico "Ok, ci sarò", seguito da un "Stronzo", chiude la conversazione fino all’appuntamento.
Il posto che ho scelto è uno di quegli asiatici con le sale private prenotabili; si trova volutamente in una delle zone peggiori della città. Arrivo in anticipo per controllare la sua puntualità, restando nell'ombra. Mi paleso davanti al locale solo con mezz'ora di ritardo.
Francesca è la tipica ragazza dell’élite cittadina, abituata a guardare il mondo dall'alto in basso. Restare lì fuori, vestita in quel modo davanti a un cinese in un quartiere multietnico e degradato, la sta facendo imbestialire, ma al tempo stesso la sta piegando. È stata importunata già un paio di volte e il suo sguardo tradisce lo smarrimento. Decido che può bastare e le vado incontro.
Mi si butta letteralmente tra le braccia.
"Stronzo del cazzo, mi vuoi far violentare? È questa la tua idea del cazzo, eh?" ringhia. È un fuoco, ma si stringe a me sempre più forte. Sento già il cazzo farsi di marmo, ma devo rallentare e attenermi al piano.
"Calma, Fra... ho trovato traffico," mento spudoratamente.
"Entriamo, ti prego."
"Aspetta. Prima devo capire se hai seguito le istruzioni."
"Cazzo, non mi vedi? Sono agghindata esattamente come volevi."
"Apri il cappotto."
Mi lancia un'occhiata d'odio. Qualche settimana fa, davanti a uno sguardo del genere, sarei scappato a gambe levate; ora la fisso dritto negli occhi.
"Il cappotto, Fra."
Sbuffando, lo apre. Guardo soddisfatto: è persino meglio di come l'avevo immaginata. Controllo che non abbia messo "niente di più, niente di meno" infilando la mano sotto la minigonna per verificare l'assenza di intimo. Nonostante la rabbia, la trovo già umida. I capezzoli che premono contro la stoffa della camicia bianca mi confermano che le prime istruzioni sono state onorate.
"Brava Fra. Ora possiamo entrare."
"Grazie. O preferivi scoparmi qui in mezzo alla strada? Tanto ci metti poco, no?"
Ancora spavalda, la ragazza. La cosa mi eccita terribilmente.
Entriamo nella saletta privata: tavolino basso e futon. Ordiniamo una bottiglia e brindiamo. Non capisco se sia più incazzata o curiosa di vedere fin dove mi spingerò.
"Fra, da ora seguirai i miei ordini fino a mezzanotte. Non ti costringerò a fare nulla, ma un solo 'no' farà finire il gioco. E con esso svanirà la possibilità di riavere la busta con tutto quello che so."
Lei annuisce in silenzio.
"Bene. So che ti piacciono i sexy toys... è un pensiero che mi ha fatto viaggiare parecchio con la fantasia."
"Ma che merde... vi raccontate proprio tutto tra amichetti, eh?"
"Shhh... risparmia le energie, ti serviranno. Dicevo, non so quante volte mi sono segato immaginandoti mentre li usi. Così ho selezionato i miei preferiti. Ecco il primo."
Le porgo una scatola con delle pinze per capezzoli munite di pesetti all'estremità.
"Togliti la camicia. Cenerai così."
"Ma... mi fai cenare con le tette fuori? E i camerieri?"
"Fra, puoi sempre rifiutare. Non sono qui per contrattare."
Con uno sguardo di fuoco, si sfila la camicia e si applica le pinze sui capezzoli già turgidi. Nonostante la cautela, si lascia sfuggire due "ahi" soffocati. Arriva l'antipasto. Il cameriere si dilunga fin troppo a spiegarci i piatti; Francesca non alza lo sguardo, è paonazza per l’imbarazzo.
"Ora arriva il primo," le dico appena l'uomo esce.
Lei mi guarda stupita: "Sì, ho anch'io il mio menù."
Tiro fuori un'altra scatolina. La apre e mi fulmina: "Bastardo."
Un lucente plug anale d'acciaio brilla tra le sue mani.
"Aspetta," le dico. Lo prendo, ci sputo sopra per lubrificarlo e glielo restituisco.
"Sei un sadico bastardo."
Lo afferra, si mette in ginocchio sollevando la gonna e, con uno sguardo di sfida, se lo spinge nel culo. Capisco esattamente quando entra perché spalanca la bocca per cercare aria.
"Siediti bene, Fra."
"Dai, ti prego... fa già male così."
"Siediti. Bene."
La sua spavalderia vacilla; si siede sulle natiche con un gemito soffocato.
"Sei eccitata, vero?"
"Faccio quello che vuoi, ma non ti darò mai la soddisfazione di ammetterlo."
Il primo se ne va così. Ogni tanto, con le bacchette, gioco con i pesetti che oscillano dai suoi capezzoli ormai violacei. I camerieri continuano a fare avanti e indietro; sospetto che in cucina facciano a gara per venire a servirci.
"Bene Fra, siamo al secondo." Ennesima scatolina. Dentro c'è un vibratore remoto, piccolo e tozzo, di un rosa acceso.
"Questo lo comando io con l'app. Ora infilatelo per bene nella figa."
Lei non risponde più. Con aria di sfida si sdraia, apre le gambe mostrandomi la passera lucida e depilata, con la base del plug che fa capolino dall'ano. Infila il vibratore con un colpo secco, poi si ricompone a gambe incrociate sul futon.
"Ah, non te l'ho detto: non devi venire per nessun motivo. E io farò di tutto per impedirtelo."
Francesca sbarra gli occhi. "Ma che cazzo dic... Aaaahh!"
Il vibratore le dà una scossa improvvisa; l’ho impostato subito al massimo. Il suo bacino sussulta, si porta una mano alla bocca per non gridare.
"Bast... ti prego..." ansima. È splendida. Vederla godere in quel modo mi manda il sangue al cervello; vorrei saltarle addosso subito. L'idillio è interrotto dal cameriere che chiede se vogliamo il dolce. Francesca è in apnea, rossa in volto, le tette al vento che tremano per le vibrazioni. Dico di no e chiedo di non essere disturbato fino al momento del conto.
Abbasso l'intensità. Lei mi salta addosso: "Scopami, bastardo!"
Non reggo più. La giro a novanta sul tavolo. Tiro fuori il cazzo, durissimo, e le divarico le gambe premendo con le mie cosce. Riaccendo la vibrazione al massimo e mi godo "lo stappo" del plug che le sfilo dal culo. Prima che l'ano possa richiudersi, la penetro con forza. Francesca grida. Le ficco un tovagliolo in bocca per soffocare i gemiti, le afferro la treccia e inizio a incularla ferocemente.
È tesa come una corda, inarca la schiena. Non servono più parole: siamo due animali che scopano con forza bruta. La sento urlare contro il tessuto del tovagliolo, mentre una pozza d'umore si forma sotto di lei. Non resisto: con due colpi profondi le vengo dentro e mi accascio sulla sua schiena.
Se fosse entrato qualcuno, ci avrebbe trovati così: occhi chiusi, distrutti, riversi sul tavolo tra residui di cibo, sperma e umori. Passa qualche minuto prima che lei riesca a parlare.
"Ti prego... spegni questo coso..."
"Ah, già... l'app."
Allungo una mano e le sfilo il vibratore. La guardo: ha un sorriso stordito e una luce nuova negli occhi.
"Cazzo... penso di non aver mai avuto un orgasmo così forte."
"Cazzo, sei venuta allora..."
"Ma sei scemo? Certo che sono venuta!"
Rido: "Hai infranto le regole."
La giro e lei si alza; il suo sguardo è mansueto.
"Dai, è solo un gioco," mormora. Mi limona, poi prende la mia mano e se la mette sulle tette. "Strappami via questi cosi e scopami."
La guardo ancora per qualche istante, godendomi il disordine che ho creato in quella sua immagine da ragazza perbene. La trascino verso di me e, con un movimento secco, le strappo via le pinzette dai capezzoli. Francesca emette un gemito acuto, un misto di dolore e piacere elettrico che le scuote il petto. I capezzoli sono gonfi, turgidi, segnati dal peso che hanno sopportato per tutta la cena.
Mi prendo il mio tempo. Le lecco avidamente i capezzoli, assaporando ogni centimetro di quella pelle umida di sudore, infiammazione ed eccitazione. Le divarico di nuovo le gambe alzando la minigonna sulla pancia e mi ci butto dentro, assaporando la mia ultima portata, il dolce per eccellenza: la sua figa. Mi rialzo, ho il cazzo di nuovo in tiro, durissimo. Quando la punta tocca la sua figa, mi fermo. La sento sussultare, il bacino che cerca istintivamente il contatto, ma io resto lì, a un millimetro dal traguardo. La guardo nell'abisso dei suoi occhi blu.
"Fra, ti piace essere trattata come una troia in un ristorante? Ti piace che chiunque possa entrare e vederti ridotta così?"
Le sussurro le cose più volgari che mi passano per la testa, sporcando quel silenzio con parole che la fanno avvampare ancora di più. Lei scuote la testa, ma i suoi occhi dicono il contrario. La penetro lentamente, un centimetro alla volta, godendomi la sua stretta che sembra volerlo trattenere per sempre.
"Dimmelo. Dimmi cosa vuoi."
"Ti prego..." ansima lei, cercando di baciarmi, ma io mi scosto.
"Ti prego cosa? Dillo, cazzo. Supplicami."
Si inarca sotto di me, le mani che stringono convulsamente il bordo del tavolo.
"Ti prego... fammi venire... ti scongiuro!"
Il ritmo si fa ossessivo, il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie la piccola stanza privata. Spingo con una foga cieca, affondando in quella carne calda che mi accoglie come se non volesse lasciarmi andare mai più. Francesca tiene la testa all'indietro, i capelli sciolti che si mischiano ai residui della cena sul tavolo, la bocca aperta in un muto grido di piacere puro.
"Guardati, Fra... la regina dei salotti ridotta a una cagna che sculetta su un futon per un po' di cazzo," le ringhio all'orecchio mentre le afferro i fianchi con tale forza che so già le lascerò i segni.
"Sì... sì, sono la tua troia... non smettere, ti prego!" urla lei, ormai completamente priva di freni inibitori. Il contrasto tra la sua educazione impeccabile e la lussuria sporca che sta sputando fuori mi manda fuori di testa.
Aumento la velocità. Sento la sua figa che pulsa intorno a me, le pareti che si stringono in spasmi involontari. È l'inizio del suo secondo orgasmo, quello che ha dovuto implorare. I suoi occhi blu sono vitrei, persi in un vuoto fatto di piacere e degradazione.
"Vienimi... vienimi dentro ancora... sporcami tutta!" delira lei, mentre le gambe le tremano in modo incontrollabile chiudendosi dietro la mia schiena.
In quel momento non c'è più ricatto, non c'è più la busta, non ci sono più le regole. Siamo solo due corpi che si consumano in una zona franca della città. Sento la pressione salire, un calore che parte dalla base della schiena e divampa. Con un ultimo affondo rabbioso le scarico dentro tutto quello che ho, un fiotto caldo e denso che la fa sussultare un'ultima volta prima di abbandonarsi completamente sul tavolo, sfinita.
Restiamo così per minuti che sembrano ore, il respiro pesante che si calma lentamente nel silenzio della saletta. Mi stacco da lei, mi ricompongo con calma mentre lei è ancora lì, seminuda, con le gambe divaricate e lo sguardo fisso al soffitto. Mi accendo una sigaretta, incurante del divieto, e le porgo il cappotto bianco, ora sgualcito e macchiato.
"Mezzanotte, Fra. Il tempo è scaduto."
Lei si solleva a fatica, si pulisce alla meglio con un tovagliolo e si infila il cappotto sulla pelle nuda, visto che la camicia è ormai un cencio inutile. Mi guarda e, per la prima volta stasera, non c'è odio, non c'è sfida. C'è una strana forma di riconoscimento.
"La busta?" chiede con voce roca.
Tiro fuori dalla giacca il plico che l'ha tenuta in pugno per tutta la sera. Lo poso sul tavolo, tra i resti del sushi e i sexy toys sparsi.
"Nonostante tu abbia disobbedito venendo, tienila. Tanto quello che c'è scritto dentro non è niente in confronto a quello che hai appena fatto qui dentro."
Lei afferra la busta e la stringe al petto. Si avvia verso la porta, ma prima di uscire si ferma, dandomi le spalle. I tacchi degli stivali risuonano sul legno.
Si morde il labbro: "Mi riscriverai?"
Sorrido nel buio della stanza. La spavalderia è tornata, ma è cambiata. Sfatta è ancora più figa. Mi sa che prima o poi perderò un amico.
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