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trans

La terrazza


di Dollyna
09.03.2026    |    1.926    |    7 9.8
"Sento il sapore salato, il peso sulla lingua, il suo gemito basso quando arriva in fondo alla gola..."
Sono vestita da puttana in quel piccolo B&B di provincia. Minigonna nera aderente, calze a rete, tacchi 12 che mi fanno ondeggiare come una bambola malferma, rossetto scarlatto e un top scollato che lascia poco all’immaginazione. Avevo voglia di fare qualche foto sulla terrazza, approfittando del buio e del silenzio. Mi sembrava l’occasione perfetta: luci della città in lontananza, aria fresca sulla pelle depilata, il plug che mi teneva aperta e piena mentre posavo.
Esco piano, telefono in mano, flash spento per non attirare attenzione. Cammino verso la ringhiera, mi appoggio, inarco la schiena, faccio il broncio allo specchio del cellulare. Non sento niente, non vedo niente. Solo il mio respiro un po’ accelerato.
Poi arriva il fischio. Basso, lungo, da uomo che apprezza davvero.
Sobbalzo. Mi giro di scatto. C’è una sdraio nell’angolo più buio, quella che non avevo notato. Lui è sdraiato lì, birra in mano, camicia aperta sul petto peloso, sguardo fisso su di me. Sorride con la bocca storta.
Cerco di scappare. Giro sui tacchi troppo in fretta. Il tacco destro si incastra in una fessura del pavimento di legno. Cado in avanti con un gridolino ridicolo, ginocchia sul pavimento, culo in aria, minigonna che sale fino alla vita. Sembro una caricatura di me stessa.
Lui si alza in un secondo. È alto, grosso, muscoli da palestra ma con la pancia da birra. Mi raggiunge prima che riesca a rialzarmi.
«Aspetta, aspetta, ti aiuto.»
Mi prende sotto le ascelle con due mani forti e mi tira su come se pesassi niente. Mi ritrovo in piedi contro di lui, il suo petto contro il mio seno finto, il suo profumo di dopobarba e sudore che mi invade.
«Cazzo se stai bene,» dice guardandomi da vicino. «Sembri una di quelle pornostar che si vedono su internet.»
Arrossisco sotto il trucco. «Sto… sto bene, grazie. Posso andare.»
Lui ride piano. «Ho appena visto una stella cadente. Sei tu, baby.»
Rido anch’io, una risata scema, nervosa, da ragazzina colta in fallo. Lui mi prende per il polso, non forte, ma deciso.
«Vieni dentro. Non ti lascio qui fuori a congelare vestita così.»
«Non… non volevo disturbare, davvero. Sto bene qui fuori.»
Non mi ascolta. Mi guida dentro il suo appartamento, la porta scorrevole si chiude alle nostre spalle. La stanza è illuminata solo da una lampada da comodino. Letto sfatto, odore di maschio.
«Sei molto sexy,» dice mentre mi lascia il polso e mi guarda dalla testa ai piedi. «Molto, molto sexy.»
«Grazie… ma ora vado davvero. Buonanotte.»
Fa un passo avanti, mi blocca la strada senza toccarmi.
«Non posso lasciarti andare. È il mio giorno fortunato. Mi sono appena innamorato.»
Sorrido per nascondere il panico. «C’è un equivoco. Non sono… non sono chi pensi.»
Lui si avvicina ancora, la voce bassa. «Sei esattamente chi penso. E lo sa anche il mio cazzo.»
Guardo in basso. I jeans sono tesi, una protuberanza evidente.
«Vai via,» dico, ma la voce trema. «Altrimenti chiamo qualcuno.»
Ride di gola. «Chiama pure. Nessun problema. Però se non lo fai… preparati, perché ho una voglia di scopare che non mi ricordo da quanto.»
Non potevo chiamare nessuno. Non vestita così, non con il rossetto sbavato dal nervoso, non con il plug ancora dentro. Lui lo sapeva.
Mi spinge piano verso il letto. Mi fa sedere sul bordo. Si slaccia la cintura, abbassa la zip. Tira fuori il cazzo. È grosso, duro, venoso, la cappella lucida. Lo impugna con una mano e me lo avvicina alla faccia, giocandoci, sfiorandomi le guance, il naso, le labbra.
«Guardalo bene, troia,» dice piano. «Non te lo dimenticherai mai più.»
«Fermati… per favore.»
Mi schiaffeggia la guancia con il cazzo duro. Un colpo secco, caldo, umiliante. Sento il rossetto spalmarsi.
«Apri la bocca,» ordina. «Fai quello che sai fare meglio.»
Esito solo un secondo.
Poi apro.
La sua mano mi afferra i capelli dietro la nuca. Entra piano all’inizio, solo la punta, poi più profondo. Sento il sapore salato, il peso sulla lingua, il suo gemito basso quando arriva in fondo alla gola.
«Brava puttanella,» mormora. «Proprio così. Prendilo tutto.»
E io lo prendo. Con gli occhi lucidi, le lacrime che mi rovinano il trucco, il plug che mi ricorda quanto sono già aperta e pronta. Lui spinge, rallenta, spinge di nuovo. Mi usa la bocca come se fossi nata per quello.
Fuori dalla finestra c’è ancora la terrazza, le luci lontane, il buio.
Dentro c’è solo il rumore bagnato della mia gola che lo accoglie, le sue mani che mi tengono ferma, e la voce roca che continua a ripetermi quanto sono perfetta così.
Quanto sono nata per questo.
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