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Seta notturna 1 - La Stanza Vuota
Dandy67
14.12.2025 |
991 |
5
"Un nome gli attraversò la mente con la precisione di qualcosa che era sempre stato lì..."
La casa cambiò suono nel momento esatto in cui la porta si chiuse alle spalle dei suoi genitori.Non fu un silenzio improvviso, netto.
Fu qualcosa di più sottile: un rilassarsi dell’aria, un distendersi delle pareti, come se l’edificio stesso avesse smesso di trattenere il fiato. Cristiano rimase fermo nel corridoio con le chiavi ancora in mano, ascoltando.
Niente passi.
Niente voci.
Nessun rumore familiare.
Solo lui.
E lo spazio.
Cinque giorni.
Cinque notti.
Il numero gli scivolò dentro senza spiegazioni, come una promessa che non aveva ancora il coraggio di formulare. Non era la prima volta che rimaneva solo in casa, ma era la prima volta che quella solitudine gli sembrava piena, carica di possibilità.
Si tolse le scarpe e camminò a piedi nudi sul pavimento freddo. Il contatto gli provocò un brivido leggero. Cristiano era sempre stato così: sensibile alle superfici, alle temperature, ai dettagli minimi che altri non notavano nemmeno. Era una sensibilità che non aveva mai saputo difendere né spiegare, e che spesso aveva cercato di rendere invisibile.
Tra i ragazzi, quella qualità non aveva un posto chiaro.
Non era forza.
Non era sfida.
Non era rumore.
Era grazia.
E la grazia, in certi contesti, pesa come una colpa.
Cristiano non era fragile, eppure non si era mai sentito davvero “uno di loro”. Il suo modo di muoversi era più contenuto, il corpo sembrava evitare gli spigoli, cercare traiettorie morbide. Le mani si muovevano con una naturalezza quasi studiata, anche quando non lo erano. Le labbra, piene, troppo morbide per essere ignorate, attiravano sguardi che poi scivolavano via, come se nessuno sapesse davvero cosa farne.
Aveva imparato presto a occupare meno spazio.
A non imporsi.
A esistere senza disturbare.
Quella sera, però, non c’era nessuno da rassicurare.
Nessuno da interpretare.
Il corridoio lo condusse davanti alla porta della camera dei genitori. Passò oltre, poi tornò indietro. Quel gesto di esitazione gli fu stranamente familiare: l’aveva compiuto mille volte dentro di sé, senza mai portarlo a termine.
La maniglia era fredda.
Aprì.
La stanza lo accolse con un odore pulito e dolce: tessuti, ordine, una femminilità quotidiana che non aveva nulla di teatrale. Cristiano entrò piano, quasi in punta di piedi, anche se sapeva di essere completamente solo.
Gli tornava un ricordo.
Spesso da piccolo entrava e vedeva la mamma cambiarsi, spesso nuda o con un solo tanga a coprirla.
Si, la mamma. Una splendida quarantottenne adesso, tutte le forme proporzionate. Bel culetto sodo e una bella quarta di seno.
Spesso aveva desiderato quelle forme ma il pensiero era stato cancellato dal suo tirarsi indietro.
La luce della luna filtrava dalla finestra, tagliando la stanza in due. L’armadio era illuminato appena, come se qualcuno l’avesse indicato senza parole. Cristiano si avvicinò senza fretta, con quella cautela che non era paura ma rispetto.
Aprì l’anta.
I vestiti erano ordinati con una precisione calma. Tessuti diversi, colori discreti. Non stava cercando qualcosa di preciso, eppure la mano si mosse sicura. Sfiorò una camicetta.
La seta gli scivolò sotto le dita con una naturalezza disarmante. Il corpo reagì subito, con un brivido lento che partì dal polso e risalì lungo il braccio.
Non era trasgressione.
Non era eccitazione.
Era riconoscimento.
Come se quel materiale conoscesse già la forma del suo corpo.
Un calore inatteso lo invase dal pube in su, non capiva se era il suo piccolo pene a reclamare qualcosa oppure era qualcos'altro che cominciava ad ardere.
Cristiano tolse la camicetta dall’armadio e la tenne davanti a sé. La luce della luna ne accarezzava il tessuto, rendendolo quasi liquido. Respirò piano, come se quel gesto richiedesse attenzione.
Poi la indossò.
La seta scivolò sulle spalle, sul petto, lungo i fianchi, seguendo linee che non cercava di correggere né di nascondere. In quel momento capì qualcosa che aveva sempre intuito senza mai osare formulare: il suo corpo non aveva mai avuto la forma sbagliata. Era semplicemente stato letto nel modo sbagliato.
Quella seta addosso lo eccitava.
Sentiva un piacere mai provato.
Davanti allo specchio, Cristiano si fermò.
La figura riflessa non era più quella di prima. Le labbra sembravano più presenti, il bacino disegnava una curva naturale sotto il tessuto. La postura era cambiata senza una decisione consapevole, come se il corpo avesse finalmente smesso di chiedere permesso.
Non stava fingendo.
Non stava “facendo”.
Stava lasciando accadere.
Un nome gli attraversò la mente con la precisione di qualcosa che era sempre stato lì.
Celenys.
Non lo pensò.
Lo riconobbe.
Appoggiò una mano al vetro dello specchio. Il riflesso fece lo stesso. Per la prima volta nella sua vita, non provò il bisogno di distogliere lo sguardo.
Tolse i pantaloni, lasciò scivolare via gli slip. Una goccia di rugiada si materializzò lì dove non era stata mai prima. Un cristallo prezioso, il valore del piacere.
La casa taceva.
La notte restava immobile fuori dalla finestra.
E nella stanza vuota, in quel silenzio concesso dal tempo, qualcosa che Cristiano aveva sempre trattenuto iniziò finalmente a respirare.
Celenys.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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