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Lui & Lei

Da gelosia ad eccitazione, la mia prima volta


di Membro VIP di Annunci69.it YourBestItalianFrien
22.07.2026    |    286    |    0 9.0
"Forse avrebbero soltanto continuato a provocarsi, restando sempre sul filo, senza attraversarlo..."
Premessa: Questa è una storia realmente accaduta, nomi e luoghi se presenti sono inventati per garantire la privacy dei protagonisti della storia, queste storie aiutano nel viaggio dentro la psiche di un marito che da terrone geloso ha iniziato a capire nel tempo, negli anni cosa significa amare ed ora, sperando che non sia troppo tardi per risvegliare il can che dorme cerca di analizzarsi e adattare il proprio fare per cercare di riportare la sua coppia alla perfezione che aveva, alla spensieratezza che aveva e perchè no anche a quella sanissima e quasi impercettibile perversione che si creave in alcuni momenti e che sembrava piacere ad entrambi....buona lettura,

All’epoca vivevamo lontano da casa.

Non eravamo ancora sposati, ma nella mia testa lei era già mia moglie. Condividevamo le giornate, le piccole difficoltà, le abitudini e quella strana intimità che si crea quando due persone, giovani e innamorate, si ritrovano a costruire una vita in un posto che non appartiene davvero a nessuna delle due.

Durante la settimana lavoravamo, tornavamo a casa stanchi, cenavamo e spesso finivamo la serata sul divano. Non eravamo infelici, tutt’altro. Eravamo semplicemente entrati in una routine che, a quell’età, sembrava quasi prematura
per questo, quando arrivava il fine settimana, avevo una gran voglia di uscire.

Mi mancavano le serate rumorose, le chiacchiere inutili, le battute con gli amici, quel senso di libertà che si prova quando non si ha un programma preciso e la notte sembra poterti portare ovunque. Non cercavo avventure. Non pensavo minimamente di tradirla. Mi piaceva semplicemente stare in mezzo alle persone, osservare, parlare, scherzare.

E, lo ammetto, guardare.

Sono sempre stato un uomo sensibile alla bellezza femminile. Anche quando ero innamorato, anche quando ero geloso, i miei occhi continuavano a riconoscere una bella donna. Non significava volerla conquistare. Era quasi un riflesso: una gamba intravista sotto una gonna, un modo particolare di camminare, un sorriso rivolto a qualcun altro.

Lei lo sapeva.

A volte se ne accorgeva prima ancora che fossi io a rendermene conto. Mi dava una gomitata, mi lanciava uno sguardo ironico oppure commentava sottovoce:

— Almeno cerca di non girarti con tutto il collo.

Io ridevo, negavo l’evidenza e magari le stringevo una mano sulla vita, come a ricordarle che potevo guardare il mondo intero, ma la donna che volevo accanto era lei.

Su di lei, però, funzionavo diversamente.

Potevo apprezzare gli sguardi degli altri finché rimanevano generici, distratti. Ma quando mi accorgevo che un uomo la osservava davvero, con attenzione, qualcosa dentro di me cambiava. Sentivo una tensione immediata nello stomaco. Era orgoglio, perché sapevo di avere accanto una donna bellissima, ma anche una forma istintiva di gelosia.

Io potevo guardare.

Gli altri, invece, dovevano stare attenti.

Era una contraddizione che allora non mettevo in discussione.

Quella sera avevamo deciso di raggiungere alcuni amici in centro. Faceva caldo, anche se non era una di quelle serate soffocanti in cui l’aria sembra immobile. C’era un po’ di vento, appena sufficiente a rendere piacevole camminare per strada e a spingere le persone fuori dai locali.

Io ero già pronto quando lei uscì dalla camera.

Indossava un vestito nero, morbido e leggero, di quelli che non sembrano voler mostrare nulla e invece, muovendosi, rivelano molto più di quanto promettano.

Il tessuto le scivolava addosso senza stringerla davvero. Seguiva il seno, la vita e i fianchi, ma senza disegnarli con precisione. Era proprio quell’indeterminatezza a renderlo provocante. Non si vedeva quasi niente e, nello stesso tempo, si intuiva tutto.

Lei aveva un corpo minuto e femminile, con quei piccoli seni che sembravano fatti apposta per essere accarezzati. La pelle aveva un tono caldo, mediterraneo, e i capelli scuri e ricci le incorniciavano il viso in modo quasi selvatico.

Certe volte, guardandola, non avresti saputo dire da dove venisse. Poteva sembrare sudamericana, nordafricana, perfino mediorientale. Aveva qualcosa di esotico senza che ci fosse un elemento preciso a renderla tale.

Quella sera era particolarmente bella.

Non era truccata in maniera eccessiva, né preparata come se dovesse impressionare qualcuno. Era bella senza sforzo, ed era forse questo a renderla ancora più sensuale.

Quando si voltò per prendere la borsa, il vestito aderì per un istante alla parte posteriore del corpo. Si intravide appena la linea delle natiche, una divisione accennata sotto la stoffa sottile, niente di esplicito. Solo quanto bastava a costringere lo sguardo a soffermarsi un secondo più del dovuto.

— Che c’è? — mi chiese, sorprendendomi a fissarla.

— Niente.

— Mi stai guardando da cinque minuti.

— Sto decidendo se farti uscire così.

Lei alzò gli occhi al cielo.

— Sei scemo.

Lo disse sorridendo, ma sapeva perfettamente che mi piaceva. Forse sapeva anche che una parte di me era già infastidita all’idea degli sguardi che avrebbe attirato.

Mi avvicinai, le sistemai una ciocca di capelli dietro l’orecchio e la baciai.

— Sei bellissima.

— Allora posso uscire?

— Non lo so ancora.

Mi spinse ridendo e uscimmo.

Durante il tragitto chiacchierammo del più e del meno. Lei camminava al mio fianco mentre il tessuto nero si muoveva intorno alle gambe. Ogni tanto il vento glielo appoggiava contro il corpo e io vedevo comparire, per un solo istante, la forma dei fianchi.

La guardavo e provavo una soddisfazione quasi infantile.

Era con me.

Quella donna apparteneva alla mia vita, alla mia intimità, alle mie notti. Conoscevo il suo corpo sotto quel vestito, sapevo come cambiava il suo respiro quando veniva baciata sul collo, come chiudeva gli occhi quando le passavo una mano sulla schiena.

Gli altri potevano soltanto immaginarlo.

Almeno così pensavo.

Raggiungemmo gli amici davanti a una gelateria. Eravamo in sei o sette. Il gruppo era misto: ragazzi e ragazze che conoscevamo da tempo, persone con cui avevamo già condiviso cene, serate e qualche vacanza.

Entrammo tutti insieme, discutendo su gusti e coppette. Dentro faceva fresco. L’aria condizionata sembrava quasi troppo forte rispetto alla temperatura della strada.

Lei rimase qualche passo dietro di me, indecisa davanti alla vetrina.

— Sempre le solite cose — le dissi. — Cambia, una volta tanto.

— Io prendo quello che mi piace.

— Sei noiosa.

— E tu sei pesante.

Uno dei miei amici, che si trovava accanto a lei, intervenne:

— Lasciala stare. Almeno lei sa cosa vuole.

Lei gli sorrise.

Non ci vidi nulla di particolare. Era un amico. Uno di quelli che frequentavamo spesso, abbastanza sicuro di sé, con il modo di fare leggermente provocatorio di chi ama scherzare con le donne senza oltrepassare apertamente il limite.

Presi il mio gelato e uscii con parte del gruppo. Fuori dal locale c’erano alcuni tavolini alti con gli sgabelli. Gli altri si disposero un po’ alla rinfusa, alcuni seduti, altri in piedi.

Io mi fermai a parlare con una ragazza che conoscevamo. Era una bella donna, alta, con un vestito estivo che lasciava scoperte le gambe. Non ricordo neppure di cosa parlassimo. Probabilmente di lavoro, di qualcuno che non era presente o di qualche programma per il fine settimana.

Mentre parlavo con lei, ogni tanto il mio sguardo scendeva inevitabilmente sulle sue gambe.

Non perché volessi farci qualcosa. Era un automatismo.

Poi, quasi per istinto, cercai mia moglie.

La vidi seduta su uno sgabello.

Aveva un piede appoggiato alla barra inferiore e l’altro appena più indietro. Il vestito nero le ricadeva morbido sulle cosce. Non era corto in modo sfacciato, ma da seduta si era sollevato abbastanza da lasciare intuire una parte maggiore delle gambe.

Di fronte a lei, dall’altro lato del tavolino alto, era seduto il mio amico.

Erano leggermente appartati rispetto agli altri, anche se perfettamente visibili. Parlavano con naturalezza. Lui era piegato in avanti, con i gomiti appoggiati sul tavolo. Lei teneva il gelato in una mano e lo ascoltava.

Non sentivo ciò che si dicevano.

Continuai la mia conversazione, ma con una parte dell’attenzione rivolta verso di loro.

All’inizio non provai gelosia. Erano due persone che parlavano. Nulla di più.

Poi notai il modo in cui lui la guardava.

Non fissava il viso soltanto per educazione. Il suo sguardo sembrava soffermarsi sulle labbra di lei, poi scendere lentamente verso il gelato e risalire. Non era ancora qualcosa che avrei potuto contestare. Nessun gesto evidente, nessuna invasione.

Ma io lo conoscevo.

Conoscevo quel sorriso.

Era il sorriso di un uomo che stava spingendo la conversazione un passo oltre la semplice amicizia.

Lei sembrava divertita. Ogni tanto inclinava la testa, lasciando che i ricci le cadessero su un lato del viso. Rideva, abbassava gli occhi e poi tornava a guardarlo.

La ragazza con cui stavo parlando continuava a raccontarmi qualcosa, ma io avevo smesso di ascoltarla.

Mi arrivavano soltanto frammenti della sua voce.

Il mio sguardo rimaneva incollato a quel tavolo.

Provai una prima, sottile irritazione.

Non verso di lei. Non ancora. Più che altro verso di lui. Mi chiesi cosa le stesse dicendo per farla sorridere in quel modo. Mi domandai se si fosse accorto che li stavo osservando.

Forse sì.

Forse era proprio quello a divertirlo.

Vidi mia moglie portare il gelato alla bocca. Lo assaggiò normalmente, continuando ad ascoltare.

Lui le disse qualcosa.

Lei scosse la testa e rise.

Lui insistette.

A quel punto feci un passo verso di loro, senza però interrompere la conversazione che stavo fingendo di seguire.

Fu allora che riuscii a sentire la sua voce.

— Dai, vediamo come fai.

Rimasi immobile.

Non avevo ascoltato ciò che si erano detti prima. Non sapevo da quale discorso nascesse quella frase. Poteva trattarsi di una battuta innocente, di qualcosa legato al gusto del gelato, a un modo particolare di mangiarlo o a una vecchia storia che mi ero perso.

Ma, senza il contesto, quelle parole mi arrivarono addosso con un significato completamente diverso.

“Vediamo come fai.”

La guardai.

Lei teneva il cono davanti alle labbra. Per un attimo sembrò esitare, quasi come se stesse decidendo se stare al gioco.

Poi sollevò gli occhi verso di lui.

Non verso di me.

Verso di lui.

Portò lentamente la punta del gelato alla bocca e passò la lingua lungo il bordo, raccogliendo una piccola colatura che stava scendendo. Non fece nulla di esplicitamente osceno. Se qualcuno fosse passato per caso, avrebbe visto soltanto una ragazza mangiare un gelato.

Ma il modo in cui lo fece, dentro quella conversazione e sotto lo sguardo di quell’uomo, trasformò completamente il gesto.

Lei lo guardava.

Lui non distoglieva gli occhi.

Per qualche secondo il resto del locale sembrò scomparire.

Il movimento delle sue labbra era lento, quasi studiato. La lingua apparve appena, poi sparì. Lei assaggiò il gelato e sorrise senza abbassare lo sguardo.

Lui fece una piccola risata.

— Così? — domandò lei.

La sua voce era leggera, ironica. Ma in quella domanda c’era qualcosa che non riuscii a decifrare.

Forse stava soltanto scherzando.

Forse lo provocava.

Forse non si rendeva conto di ciò che stavo vedendo.

O forse se ne rendeva conto perfettamente.

Sentii lo stomaco stringersi.

La prima emozione fu la gelosia.

Netta, immediata.

Mi infastidiva che lui la stesse guardando in quel modo. Mi infastidiva ancora di più che lei gli stesse permettendo di farlo. Avrei voluto avvicinarmi e interrompere la scena, appoggiare una mano sulla sua spalla, ricordargli senza bisogno di parole che quella donna era con me.

Ma insieme alla gelosia arrivò qualcos’altro.

Un calore improvviso, più basso, più difficile da ammettere.

Mi accorsi che la scena mi stava eccitando.

La consapevolezza mi confuse al punto da aumentare il fastidio.

Come potevo provare desiderio vedendo la mia donna giocare con lo sguardo di un altro? Come potevo essere geloso e, nello stesso momento, non riuscire a staccare gli occhi da lei?

La ragazza che avevo davanti disse qualcosa e io annuii senza capire.

Intanto mia moglie assaggiò ancora il gelato.

Questa volta lo fece con una naturalezza che, proprio perché naturale, risultava ancora più sensuale. Le labbra si chiusero intorno alla parte superiore del cono. Il mio amico la guardò con un’espressione che non aveva più nulla di neutro.

Sentii il sangue salirmi alla testa.

Non sapevo se fossi più arrabbiato con lui, con lei o con me stesso.

Mi avvicinai.

— Che succede qui?

La domanda uscì con un tono più duro di quanto avessi previsto.

Entrambi si voltarono verso di me.

Lei sembrò sorpresa.

— Niente. Perché?

Il mio amico sorrise.

— Stavamo parlando.

— Ho visto.

— E allora?

Mi fermai accanto a lei. Non volevo creare una scena davanti agli altri, ma avevo bisogno di entrare fisicamente in quello spazio che fino a un istante prima apparteneva soltanto a loro due.

Le appoggiai una mano sulla schiena.

— Di cosa parlavate?

Lei mi guardò per qualche secondo, cercando di capire cosa mi fosse preso.

— Del gelato.

— Del gelato?

— Sì.

Il mio amico rise.

— Le stavo dicendo che lo mangia in modo strano.

— E tu le hai chiesto di farti vedere come fa?

Pronunciai quella frase guardando lui.

— Era una battuta.

Probabilmente lo era davvero.

La spiegazione era plausibile, quasi banale. Se avessi ascoltato l’intero discorso, forse non avrei trovato nulla di particolare.

Ma io avevo visto il modo in cui si erano guardati.

Quello non poteva essere cancellato da una spiegazione.

Mia moglie mi sfiorò un braccio.

— Ma sei geloso?

Lo disse con un sorriso, come se la cosa la divertisse.

— No.

La risposta uscì troppo velocemente.

Lei sorrise ancora di più.

— Sei geloso.

— Non sono geloso.

Il mio amico sollevò le mani.

— Ragazzi, io non ho fatto niente.

— Infatti — disse lei. — Stavamo solo scherzando.

Solo scherzando.

Quelle parole avrebbero dovuto tranquillizzarmi.

Invece mi fecero immaginare ciò che sarebbe potuto succedere se io non mi fossi avvicinato. Non necessariamente qualcosa di concreto. Forse avrebbero soltanto continuato a provocarsi, restando sempre sul filo, senza attraversarlo.

E fu proprio quell’idea a turbarmi.

Restai accanto a lei per il resto della conversazione. La mia mano le rimase sulla schiena, poi scese sulla vita. Non era soltanto un gesto affettuoso. Era un modo istintivo per riaffermare la mia presenza.

Lei se ne accorse.

Mi guardò di lato con un’espressione divertita, quasi compiaciuta.

Sembrava più bella di prima.

Il viso leggermente arrossato, i ricci mossi dal vento che entrava dalla porta della gelateria, il vestito nero che le cadeva addosso e quel gelato ormai mezzo sciolto tra le dita.

Avrei voluto portarla via.

Non sapevo neppure cosa avrei fatto una volta rimasti soli. Una parte di me voleva chiederle esattamente cosa si fossero detti, costringerla a raccontarmi ogni parola. Un’altra parte desiderava baciarla con forza, sentirla vicina, cancellare lo sguardo di lui con il mio corpo.

E poi c’era una terza parte.

Quella che allora non avrei mai confessato.

Quella che avrebbe voluto restare ancora un po’ distante a osservare.

Durante il tragitto verso casa fui più silenzioso del solito.

Lei camminava accanto a me, poi a un certo punto mi prese sottobraccio.

— Ancora con quella storia?

— Quale storia?

— Del gelato.

— Non ho detto niente.

— Appunto. Quando non dici niente sei peggio.

Continuai a camminare.

— Ti piaceva?

— Cosa?

— Che ti guardasse.

Lei rise, ma la risata aveva una sfumatura nervosa.

— Ma chi mi guardava?

— Non fare finta di niente.

— Stavamo scherzando.

— Non ti ho chiesto se stavate scherzando. Ti ho chiesto se ti piaceva.

Lei rallentò appena.

Per qualche secondo non rispose.

Poi disse:

— Forse mi divertiva.

La sincerità della risposta mi colpì più di una negazione.

— Ti divertiva?

— Era una battuta. Mi sentivo guardata, tutto qui.

— E ti piaceva.

— A chi non piace sentirsi apprezzata?

Non sapevo cosa rispondere.

Aveva ragione.

Anch’io avevo passato parte della serata a osservare le altre donne. Eppure pretendevo che lei rimanesse impermeabile allo sguardo degli uomini, come se essere amata da me dovesse renderla cieca, sorda e completamente inconsapevole del proprio fascino.

La guardai.

— Quando ti ha detto “fammi vedere come fai”, tu sapevi come sembrava la scena?

Lei abbassò per un momento gli occhi.

— Forse.

Quella parola rimase sospesa tra noi.

Forse.

Non un’ammissione, non una negazione.

Un piccolo spazio aperto all’immaginazione.

Arrivati a casa, lei si tolse le scarpe e attraversò il corridoio. Il vestito nero seguiva il movimento del corpo. Io rimasi qualche passo indietro, osservando di nuovo la linea appena visibile delle natiche sotto il tessuto.

La gelosia era ancora lì.

Ma non era più sola.

C’era il desiderio.

C’era la curiosità.

C’era l’immagine di lei seduta davanti a un altro uomo, consapevole di essere guardata e abbastanza sicura da giocare con quello sguardo.

Quella sera non capii fino in fondo ciò che mi era accaduto.

Pensai di essere stato soltanto geloso. Pensai che l’eccitazione dipendesse dalla voglia di riprendermela, di ricordare a lei e a me stesso che era la mia donna.

Molti anni dopo, però, ripensando a quella scena, ho iniziato a comprenderla diversamente.

Forse la mia curiosità verso il mondo open minded non nacque da un desiderio improvviso di condividere il corpo della donna che amavo. Forse nacque molto prima, in modo più sottile.

Nacque quando scoprii che potevo guardarla attraverso gli occhi di un altro uomo.

Quando capii che il desiderio altrui non la rendeva meno mia, ma me la mostrava sotto una luce nuova: non soltanto la compagna che conoscevo, ma una donna capace di provocare, affascinare e scegliere quanto concedere di sé.

Nacque davanti a un tavolino alto, in una gelateria qualunque.

Con un amico seduto di fronte a lei.

Con un vestito nero che lasciava soltanto immaginare il corpo.

E con quella frase che, ancora oggi, quando la ricordo, mi provoca lo stesso miscuglio di gelosia, confusione ed eccitazione:

— Dai… fammi vedere come fai.
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