Lui & Lei
Destino - Quarta parte
08.03.2026 |
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"Iniziai a leccarti, colpi di lingua decisi e profondi sul clitoride e fra le labbra, alternati dalle dita che ormai conoscevano la strada che portava al tuo piacere..."
Quella sera, dopo esserci rivestiti e scambiato un ultimo, lungo bacio, ci salutammo. Ci scambiammo i numeri di cellulare, un gesto che suggellava la promessa non detta di rivederci.Ti sei infilata subito sotto le coperte convinta che il sonno ti avrebbe accolto presto. Ma non ci riuscivi.
Il corpo ardeva ancora, la pelle era sensibile a ogni ricordo e nella mente scorrevano immagini troppo vivide per lasciarti in pace. Bastava pensare a un mio gesto, a un contatto, a un gemito, e subito il respiro ti diventava irregolare.
Ti sei girata e rigirata tra le lenzuola, cercando di resistere, ma l’adrenalina era più forte. Alla fine ti sei arresa: la tua mano è scivolata lenta sul ventre, ha esitato appena, poi ha trovato la tua intimità già calda e pulsante. Un sospiro ti è sfuggito dalle labbra.
Non era un gesto ragionato, ma un bisogno urgente: rivivere almeno in parte quella tempesta che ti aveva travolta poche ore prima.
Sotto le coperte hai iniziato ad accarezzarti, dapprima con timidezza, poi sempre più decisa. Le gambe si sono contratte, il respiro è diventato affannoso, il mio viso e le mie braccia come se fossero lì con te, e presto piccoli gemiti hanno riempito la stanza. Non c’era più nulla attorno a te: solo il tuo corpo, il ricordo del piacere e quella corsa inevitabile verso l’orgasmo.
Il sonno non arrivava. Ti rigiravi tra le lenzuola, ma la tua mente restava vigile, accesa come il tuo corpo. Mille pensieri ti attraversavano, confusi e impetuosi, ma uno si imponeva su tutti: non volevi perdere Max.
Non avevi mai provato nulla di simile, nulla di così intenso e devastante. Ogni sensazione di quella notte era ancora viva dentro di te, scolpita nella memoria come un marchio che non poteva svanire. Era stato troppo, troppo potente: un vortice che ti aveva risucchiata senza possibilità di ritorno.
Ti rendevi conto che era come una droga: più ci pensavi, più ne avevi bisogno. Il tuo corpo stesso te lo gridava, bramava ancora quelle mani, quelle spinte, quel piacere totale che non ti lasciava scampo. E nel buio della tua stanza capivi che non avresti mai potuto tornare indietro. Senza quel sesso, senza quell’estasi, ti saresti sentita incompleta.
Poi, tra un respiro e l’altro, la lucidità cominciò a farsi strada. Ti rendevi conto che di me sapevi davvero poco. E questo pensiero iniziava a tormentarti.
Chi ero davvero? Avrei avuto altre storie? Una compagna, forse una moglie? E se quella notte fosse stata soltanto un gioco, un episodio che per me non significava nulla?
Le domande ti cadevano addosso una dopo l’altra, e più cercavi di scacciarle, più diventavano pressanti.
Ti accorgevi di quanto fosse assurdo: bastava così poco, un incontro casuale al supermercato, una sera insieme, e già io ero entrato dentro di te non solo con il corpo, ma con la mente, con l’anima. Non volevi ammetterlo, ma la paura di perdermi ti stringeva il petto.
Non volevi però sembrare pressante. L’idea di aggrapparti al telefono, di sommergermi di messaggi e richieste, ti faceva paura. Non era nel tuo stile, e soprattutto temevi che potesse allontanarmi. Così restavi immobile, guardavi il cellulare sul comodino, quasi fosse un oggetto pericoloso, pronto a tradire la tua debolezza.
Eppure, più cercavi di controllarti, più la mente ti intrappolava in un loop: se non volevi perdermi, allora avresti dovuto cercarmi, farmi capire quanto mi desideravi, forse persino lottare per tenermi accanto a te. Ma se lo facevi, rischiavi di sembrare ossessiva, bisognosa, e questo ti terrorizzava.
Eri sospesa, con il cuore in subbuglio e la mente che correva in tutte le direzioni, non riuscivi a razionalizzare. Un pensiero, però, si faceva sempre più chiaro: non volevi essere una fra tante, non volevi che quella notte restasse solo un ricordo. Mi volevi ancora. E sapevi che, in un modo o nell’altro, avresti trovato la forza per non lasciarmi scivolare via.
Con questo pensiero tranquillizzante e tutta la stanchezza accumulata in quella serata, finalmente, il sonno prese il sopravvento.
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Il giorno dopo fu un giorno di lavoro come tanti altri. Mi alzai, feci colazione e mi recai in ufficio con la mente sgombra, senza la pressione di dover cercare Barbara o di attendere un suo segnale. La serata mi era piaciuta, questo sì: lei era stata incredibilmente sexy, una donna capace di lasciarsi andare con una forza e una passione che mi avevano colpito.
Ripensandoci, mi sorpresi a sorridere. Non volevo correre, né trasformare quell’incontro in un’ossessione. La lasciai scivolare tra i pensieri come un ricordo piacevole, un segreto custodito nel petto che rendeva la routine di quel giorno un po’ più leggera.
Da quando avevo divorziato, avevo imparato a stare bene da solo. All’inizio era stata dura, certo, ma col tempo avevo scoperto che la solitudine poteva anche avere i suoi lati preziosi: libertà, leggerezza, nessuna pressione. Le donne, in fondo, non mi erano mai mancate. Entravano e uscivano dalla mia vita con naturalezza, alcune lasciando segni più profondi, altre appena una traccia.
Non avevo mai sentito il bisogno di rincorrere qualcuno, né di colmare a tutti i costi un vuoto. Mi bastavo. E forse era proprio questa mia calma, questa mia capacità di non dipendere da nessuno, a rendere certi incontri ancora più intensi: perché non nasceva dall’urgenza, ma dal piacere puro, dalla voglia di vivere il momento dando tutto me stesso.
Mentre ero immerso nel lavoro, lo schermo del telefono si illuminò. Un messaggio di Barbara. Non avevo ancora pensato di scriverle io per primo, ma lei non aveva resistito.
Lessi quelle parole con un mezzo sorriso. La sua attesa era evidente, quasi la sentivo nella fretta con cui mi aveva mandato quel saluto. Risposi semplice, senza troppi giri:
Pochi secondi dopo arrivò il secondo messaggio, più lungo, più sentito:
Le sue parole, così dirette e sincere, mi colpirono più di quanto mi aspettassi. Non era soltanto un ringraziamento: era una confessione, un lasciarsi andare, come se avesse bisogno che io sapessi quanto l’avevo segnata.
Mi lasciarono un brivido lungo la schiena. Risposi con calma, cercando di trasmetterle la stessa complicità:
Mandai il messaggio con un sorriso, consapevole che quelle parole erano solo l’inizio di un dialogo che poteva crescere, senza fretta, ma con un desiderio evidente che pulsava in lei. Non volevo forzare nulla, eppure ogni lettera digitata era un piccolo invito a continuare quella connessione, a esplorare ciò che la notte precedente aveva appena accennato.
Quando ricevesti la mia risposta, il cuore ti batté più forte. Un sorriso si aprì sulle tue labbra, e il calore della sera precedente tornò improvviso e travolgente dentro di te.
Leggendo le mie parole, sentisti confermata quella scintilla che ti diceva che anche io avevo apprezzato la nostra notte. La mente si riempì di immagini, di dettagli, e un brivido percorse la tua schiena mentre eri in piedi nel bagno dell’ospedale dove lavoravi come infermiera e ti eri rifugiata per scrivermi.
Ogni pensiero su di me ti accendeva: il modo in cui mi muovevo con te, i baci, il contatto dei nostri corpi. Non potevi fare a meno di rivivere mentalmente ogni attimo, e più cercavi di concentrarti sulle pratiche dell’ufficio, più la mente ti riportava a quella passione. Il desiderio era lì, potente, silenzioso, impossibile da ignorare, trasformando anche una giornata di lavoro ordinaria in qualcosa di elettrizzante.
Mentre continuavo la mia giornata in ufficio, mi resi conto con chiarezza che eri presa dalla storia che stava nascendo tra di noi. Le tue parole, i tuoi messaggi, la tua eccitazione evidente… tutto indicava che già stavi costruendo aspettative e sentimenti.
Io, però, non ero così sicuro di volermi legare in un rapporto stabile con un’altra donna. Negli ultimi anni avevo imparato a godere della mia libertà, a non dipendere da nessuno e a scegliere senza pressioni. L’idea di un impegno serio non mi spaventava, ma non era qualcosa che cercavo in quel momento della mia vita.
Allo stesso tempo, non potevo negare quanto mi attirasse l’idea di incontrarti di nuovo, di rivivere quell’intensità, quella passione così libera e travolgente. Ma sapevo anche che il mio desiderio fisico poteva essere diverso da quello che cercavi tu: non volevi solo sesso, giustamente, sembravi desiderare qualcosa di più, un legame, una continuità.
Così cercai di mantenere una certa neutralità nei pensieri e nelle risposte, senza chiudermi completamente, ma senza promettere nulla che non fossi pronto a dare. Era un equilibrio delicato: lasciare spazio alla tensione tra noi, godere del momento, ma restare consapevole dei limiti di entrambi.
Poi, quasi all’improvviso, tutto cambiò. Nel tuo ultimo messaggio mi confidasti che lavoravi come infermiera nell’ospedale.
Non so spiegarmi bene perché, ma il muro che stavo creando vennè giù in un attimo. Quella frase scatenò qualcosa in me. Ho sempre avuto un desiderio particolare, un’immagine che mi eccitava da tempo: un rapporto con una donna in camice bianco. La combinazione di autorità e cura, il contrasto tra professionalità e sensualità… tutto ciò si accese in un istante nella mia mente.
Non era più solo il ricordo della nostra notte insieme, non era più solo la tua bellezza o il tuo corpo: c’era un dettaglio nuovo, un richiamo che improvvisamente rendeva tutto più eccitante, più urgente. L’idea di te, lì, in uniforme, evocava fantasie che non avevo mai osato mettere in pratica. E sentii un brivido lungo la schiena, un desiderio immediato e inaspettato che mi fece dimenticare per un attimo ogni cautela e neutralità.
Decisi di mandarti un mio selfie intero, scattato davanti allo specchio nella sala riunioni. Ero vestito elegante, completo giacca e cravatta, perfettamente in ordine. Non era solo un gesto casuale: speravo che, guardando la mia immagine, tu sentissi la stessa attrazione che provavo io, e che ti venisse voglia di mostrarti a tua volta.
Non passò molto prima che tu facessi esattamente quello che avevo sperato. Mi arrivò la tua foto: indossavi il camice bianco da infermiera, perfettamente aderente al tuo corpo. La stoffa sottile ne delineava le curve, la vita stretta, il busto evidente, ogni dettaglio del tuo corpo valorizzato dall’uniforme che conferiva autorità e sensualità allo stesso tempo. Ogni piega del tessuto, ogni linea del tuo corpo, ogni sguardo catturato nella foto aumentava la mia tensione, trasformando un semplice scambio in un gioco di desiderio reciproco, elegante e irresistibile.
Senza che te ne rendessi conto, avevi trovato una chiave per attirarmi a te. Non era solo la foto, non era solo il corpo delineato dal camice bianco: era tutto ciò che traspariva in quell’immagine. La sicurezza nei tuoi occhi, la consapevolezza del tuo fascino, il modo sottile in cui sapevi mostrarti senza essere invadente.
E io, che di solito mantenevo il controllo, sentii per la prima volta quella tensione crescere senza poterla fermare. Ogni pensiero, ogni desiderio che avevo cercato di tenere a bada, si affacciava prepotente: volevo vederti, volevo toccarti, volevo perdermi ancora in quell’intensità che sapevi evocare senza alcuno sforzo.
Era chiaro: senza rendertene conto, avevi acceso qualcosa in me che non potevo più ignorare.
Non riuscivo più a trattenere il desiderio. Tutto era ripartito da te, da quell’immagine in camice bianco che avevi mandato. La tua figura delineata, la sicurezza nei tuoi occhi, il modo in cui il camice evidenziava ogni curva del tuo corpo… tutto questo aveva fatto scattare in me un impulso che non potevo ignorare.
Presi il telefono e scrissi, quasi senza pensarci:
Mandai il messaggio con il cuore che batteva forte, consapevole che non era solo un incontro casuale che stavo proponendo: era il desiderio che tu, con la tua uniforme, avevi risvegliato in me, pronto a trasformarsi in qualcosa di intenso e travolgente.
Aspettai la tua risposta, anche se ero sicuro che tu accettassi ma sentendo ogni secondo come un’eternità, sapendo che quella sera poteva segnare l’inizio di un nuovo capitolo tra noi.
Mentre eri al lavoro, il tuo telefono vibrò e il cuore ti balzò in petto. Non potevi leggerlo in corsia: i pazienti, i colleghi, l’ambiente dell’ospedale non permettevano distrazioni.
Senza pensarci troppo, cercasti un rifugio: ti alzasti dirigendoti in bagno, chiudendo la porta dietro di te. Solo allora potevi aprire il messaggio, con la mente già in subbuglio e il corpo che reagiva istintivamente.
Leggendolo, un brivido ti percorse dalla testa ai piedi. Ogni parola era un richiamo, ogni punto e virgola un piccolo invito a ritrovarmi quella sera. La mente iniziò a correre tra immagini e sensazioni.
Il desiderio ti prese completamente, e senza pensarci troppo digitasti la tua risposta, guidata dall’eccitazione e dalla voglia di incontrarmi quella sera stessa.
Se volevo davvero vederti vestita da infermiera non potevamo incontrarci a casa mia, non volevo scriverti di venire vestita da infermiera.
Così decisi: l’incontro doveva essere a casa tua. Sarebbe stato il luogo perfetto per lasciarti libera di indossare l’uniforme, di muoverti come volevi, e di ricreare quell’intensità che avevamo già condiviso.
L’idea da sola mi fece tremare: immaginarti in camice, le curve del tuo corpo delineate dal tessuto bianco, il tuo sguardo carico di desiderio… e sapere che tutto sarebbe stato per me, senza distrazioni, senza interruzioni. Non potevo resistere: era troppo allettante, e ogni pensiero spingeva a confermare subito l’incontro.
La giornata lavorativa trascorse lenta, quasi come se il tempo remasse contro il nostro incontro. Ogni ora si dilatava, ogni minuto pesava di attesa e desiderio. Anche tu, lo sapevo, dovevi aver sentito lo stesso: l’attesa amplificava ogni pensiero, ogni ricordo, ogni brivido che ci legava.
Finalmente, però, eccoti davanti alla tua porta. Ero appena uscito dal mio ufficio, ancora in giacca e cravatta, l’aria fresca della sera che mi accompagnava mentre il cuore batteva più veloce del normale. La mia mente era piena di immagini e aspettative: il camice bianco che avresti potuto indossare, il tuo corpo, il tuo sguardo.
E lì, davanti a te, sapevo che la notte stava per ricominciare, che ogni attesa e ogni desiderio stavano per trovare il loro sfogo.
Quando apristi la porta, rimasi subito senza parole. Ti eri preparata con cura per l’incontro: il trucco era perfetto, esaltava i tuoi occhi e le tue labbra, e il vestito di raso grigio aderiva alle tue curve con eleganza, seguendo ogni linea del tuo corpo.
Le zeppe a tacco alto slanciavano ulteriormente la tua figura, rendendoti ancora più irresistibile e sicura di te. Ogni dettaglio, dal sorriso al modo in cui mi guardavi, trasmetteva sensualità e fascino senza bisogno di parole.
Ero lì, in giacca e cravatta, ma completamente rapito da te. Non avevo dubbi: eri bellissima, e l’attesa di questa serata stava per trasformarsi in qualcosa di indimenticabile.
Non ero l’unico a restare senza parole. Appena mi vedesti in giacca e cravatta, il tuo sguardo tradì immediatamente la sorpresa e l’ammirazione. Un lieve sorriso si disegnò sulle tue labbra, gli occhi che si soffermavano su di me con quella scintilla che già conoscevo: desiderio e curiosità mescolati insieme.
Era chiaro: anche tu eri colpita dal mio aspetto, e quel breve momento di silenzio tra di noi bastò a far salire la tensione. Entrambi ci osservavamo, misurando l’effetto che avevamo l’uno sull’altra, consci che l’attesa era finita e che la serata stava per decollare in modo irresistibile.
Avanzai di un passo verso di te, e i nostri sguardi si intrecciarono in un silenzio carico di attesa. Poi, senza dire nulla, le nostre labbra si incontrarono in un bacio profondo, intenso, che racchiudeva tutto il desiderio accumulato durante la giornata e durante le nostre conversazioni.
Durante il bacio, i nostri corpi aderirono l’uno all’altro, e sentisti la mia eccitazione premere contro la tua pancia. Quella vicinanza amplificava ogni sensazione, ogni brivido, rendendo il bacio ancora più carico di tensione e desiderio.
Quando ci staccammo appena, il respiro ancora affannato, i nostri occhi rimasero incollati. Tu sorridesti, e io sussurrai, la voce bassa e carica di tensione:
Le tue parole, un soffio tra le mie, risposero al mio sguardo, altrettanto cariche di promessa e desiderio. In quell’istante, era chiaro: la serata sarebbe stata nostra, senza esitazioni, senza limiti, e ogni secondo a venire sarebbe stato un’esplosione di piacere e complicità.
Barbara era incredibilmente sexy, già così, elegante nel suo vestito di raso grigio e nelle zeppe che slanciavano la sua figura. Ma nella mia mente il desiderio era chiaro: volevo vederti vestita da infermiera, immaginare ogni curva del tuo corpo delineata dal camice bianco, la professionalità e la sensualità fuse insieme.
Entrai in casa, e subito notai il tavolino della sala imbandito per un aperitivo. L’attenzione al dettaglio, il modo in cui avevi pensato a tutto, mi fece sorridere. Ci sedemmo sul divano, vicini ma ancora carichi di quella tensione che rendeva l’aria tra noi elettrica.
Mentre sorseggiavamo il drink, cercavo il modo giusto per chiedertelo, senza rovinare la delicatezza e la complicità del momento. Dovevo essere sottile, intrigante, lasciare che la fantasia prendesse il sopravvento e che tu decidessi di mostrarti come immaginavo. Non era facile.
Dopo qualche sorso, abbassai lo sguardo verso di te, cercando di leggere ogni espressione, ogni movimento del tuo corpo. Poi, con voce calma ma carica di desiderio, ti dissi:
Per un istante restasti in silenzio, gli occhi che cercavano i miei. Poi un sorriso giocoso si disegnò sulle tue labbra, e un lieve rossore ti colorò le guance.
Sapevo, senza che tu dovessi dirlo, che eri completamente presa da me. Avresti fatto qualsiasi cosa per farmi piacere, e se indossare il camice fosse stata una mia richiesta, lo avresti fatto senza esitazioni, con entusiasmo e desiderio.
Sottolineando con lo sguardo la mia curiosità e il mio desiderio.
Tu annuisti lentamente, come se accettassi la sfida, la complicità e il gioco che stava nascendo tra noi. Il sorriso sul tuo volto tradiva eccitazione e piacere anticipato, e il semplice gesto fece salire ancora di più la tensione tra di noi.
In quell’istante capii che non solo eri pronta a seguire il mio desiderio, ma che anche tu volevi giocare con esso, trasformando la fantasia in realtà.
Ti alzasti dal divano e ti dirigesti verso la camera per cambiarti. Io rimasi lì, seduto, il cuore che batteva all’impazzata e la mente già completamente catturata dall’immagine che stavo per vedere.
Ogni passo che facevi verso la camera, ogni piega del tuo vestito che si muoveva con grazia, faceva salire la mia eccitazione alle stelle. Un desiderio che coltivavo da molto tempo si stava per avverare.
L’idea di vederti nel camice, così vicina e reale, rendeva ogni attimo d’attesa un supplizio dolce e tortuoso. Mi stringevo la giacca tra le mani, incapace di staccare gli occhi dalla porta della camera, consapevole che stavo per assistere a qualcosa che avrebbe superato ogni mia fantasia. Eri un infermiera, una vera infermiera ed io stavo per scoparti !
Appena la porta della camera da letto si aprì e ti vidi entrare nel soggiorno, il mio cuore si fermò per un istante. Il camice bianco che indossavi aderiva perfettamente al tuo corpo, delineando ogni curva, ogni linea, e la mente mi esplose di desiderio.
Non riuscii a rimanere seduto un secondo di più. Mi alzai, il respiro rapido, e ti raggiunsi immediatamente. Non resistevo più: volevo avvicinarmi, sentire il tuo corpo, perdermi nella tua presenza e farti mia.
Ogni passo che facevo verso di te era guidato dall’eccitazione che bruciava dentro di me. E quando finalmente ci trovammo vicini, il mondo intorno a noi sparì: eravamo solo io e te, il desiderio pulsante tra di noi, pronti a trasformare la fantasia in realtà.
Fu un assalto. Mi avvicinai a te da dietro, le braccia che ti circondarono con forza e desiderio, il corpo aderente al tuo. Sotto il camice, indossavi solo la biancheria intima, e la vista mi tolse il respiro.
Le mie mani iniziarono a esplorare ogni curva del tuo corpo: il busto, i fianchi, la vita stretta dal camice, scivolando con sicurezza e desiderio. Ogni contatto, ogni pressione, era un messaggio silenzioso, un invito a lasciarti andare completamente.
Il tuo respiro cambiò, più rapido, più profondo. Sentivo il tuo corpo rispondere a ogni mio tocco, e l’eccitazione che bruciava dentro di me cresceva a ogni secondo. Non c’era più spazio per esitazioni: eravamo immersi in un vortice di piacere e desiderio che stava appena cominciando.
Le mie mani scorrevano sul tuo seno, sentendo la morbidezza e la pelle calda sotto il tessuto del camice. La mia irruenza ti fece piegare leggermente in avanti, e io mi strinsi ancora di più al tuo corpo, seguendo ogni curva, ogni respiro.
Ogni tuo gemito, ogni fremito, alimentava la mia eccitazione, rendendo impossibile trattenere il desiderio. Sentivo il tuo corpo cedere alla mia pressione, rispondere ad ogni mio tocco, e ogni istante aumentava la tensione tra di noi, trasformando la stanza in un luogo carico di passione e anticipazione.
Una delle mie mani scivolò sotto il camice, trovando la via verso le tue parti intime. Le dita penetrarono delicatamente nelle mutandine, raggiungendo il morbido del tuo sesso, le tue labbra.
Il tuo corpo reagì immediatamente: un brivido percorse la tua schiena, i gemiti iniziarono a fuoriuscire senza controllo, e le tue vibrazioni mi fecero sentire quanto stavi già cedendo al piacere. Ogni mio movimento, ogni sfioramento era calibrato per farti fremere, per accendere ogni fibra del tuo corpo e aumentare la passione tra di noi.
Senza esitazione, ti sollevai tra le braccia e ti trasportai in camera da letto. Ti adagiai delicatamente sul letto, il cuore che batteva all’impazzata, mentre ti osservavo con desiderio.
Mentre mi toglievo la giacca, il tuo sguardo mi catturò completamente: era carico di tensione, di attesa, e sembrava quasi dire senza parole: “Prendimi”.
Non c’era bisogno di altro: l’eccitazione tra di noi era palpabile, il silenzio carico di promesse e desiderio, e ogni secondo di attesa accendeva ulteriormente la passione.
Mi sdraiai sopra di te, il viso vicino al tuo corpo, sentendo il calore che emanavi. Con delicatezza sollevai il camice, lasciando scivolare lentamente la stoffa senza fretta, come in un gioco di attesa e complicità. Ti sfilai le mutandine.
Il tuo profumo della tua fica era qualcosa di irresistibile… tutto era un richiamo irresistibile. Ogni tuo respiro accelerato, ogni piccolo fremito, alimentava la mia eccitazione, e sentii il desiderio crescere, senza bisogno di parole.
Il tuo corpo sotto il mio era caldo e vivo, ogni curva e ogni respiro amplificavano la mia eccitazione. Stare così vicini, sentire la tua presenza così intensa, il tuo profumo, il calore del tuo corpo… tutto rendeva l’attesa elettrizzante.
Iniziai a leccarti, colpi di lingua decisi e profondi sul clitoride e fra le labbra, alternati dalle dita che ormai conoscevano la strada che portava al tuo piacere. Non ti avevo ancora sentita gemere in quel modo così intenso, non mi fermavo volevo divorarti.
Il tuo corpo si inarcava, come se fosse guidato da un impulso irresistibile e fuori controllo. Le tue curve seguirono il ritmo del desiderio, offrendoti a me con un’eleganza involontaria, e proprio quell’abbandono ti rendeva ancora più sensuale. Ogni respiro si fece più profondo, ogni movimento una promessa silenziosa di piacere.
Le tue mani tremanti, guidate più dall’istinto che dal controllo, cercavano il mio membro con una dolcezza impaziente. Nonostante il piacere che ti stavo infliggendo scuotesse il tuo corpo e ti togliesse quasi il respiro, trovasti la forza di sfiorarmi, di stringermi, come a voler reclamare la tua parte in quell’intensità che ti stava divorando. Il contrasto tra la tua vulnerabilità e la tua determinazione accendeva in me un desiderio ancora più feroce, ti sentivo totalmente nelle mie mani. Il peso del mio corpo ti inchiodava sul materasso, mentre senza sosta continuavo a leccare e succhiare la tua fica.
Ti voltai, portandoti sul fianco e seguendoti nel movimento, così che i nostri corpi rimanessero vicini ma senza più il peso del mio a schiacciarti. In quella posizione la tua libertà tornò improvvisa, e la colsi nei tuoi occhi: la tua mano, ormai senza ostacoli, scivolò decisa verso il mio sesso ancora dentro i pantaloni, lo raggiunse e lo avvolse con un misto di timidezza e bramosia. Sentii le tue dita stringere e accarezzare il membro, e un fremito potente mi attraversò, costringendomi a chiudere gli occhi e lasciare che quella nuova corrente di piacere si fondesse con la mia eccitazione già incontenibile.
Con un gesto impaziente, quasi divorato dall’ansia di averti tutta per me, mi sollevai dal letto. Le mani corsero febbrili alla cintura, ai pantaloni, e in un attimo li lasciai cadere a terra insieme alle mutande. Finalmente libero, il mio membro balzò in avanti, teso e impetuoso, come un cobra che si erge pronto a colpire.
Ti guardai negli occhi mentre accadeva: la sorpresa e il desiderio che lessi nel tuo sguardo furono benzina sul fuoco che già ardeva in me. La tensione nell’aria diventò elettrica, e per un istante parve che il tempo stesso si fosse fermato, lasciando solo noi due e quella forza selvaggia che ci stava trascinando.
Mi distesi di nuovo su di te, lasciando che il calore dei nostri corpi si fondesse. Il mio volto scivolò verso la tua fica, fino a sfiorare con il respiro le tue parti più intime, ancora velate dal camice che sollevai con irruenza. Sentii il profumo caldo e avvolgente della tua femminilità riempirmi i sensi, un richiamo irresistibile che mi fece tremare d’impazienza.
Ripresi a succhiare, leccare e penetrarti con le dita, ma questa volta portai il membro vicino alla tua bocca. Sentii le tue mani afferrarlo e portarlo verso le tue labbra.
Il mio orale scatenò un’ondata di piacere che ti attraversò tutto il corpo. Ti vidi abbandonarti, i muscoli rilassarsi e il respiro farsi affannoso, gemere con il mio cazzo in bocca, mentre ogni gesto mio ti avvolgeva completamente. La tua reazione era un riflesso del desiderio e della complicità tra noi, un momento di totale abbandono e intensità condivisa che fece crescere ulteriormente la mia eccitazione, gonfiando ancora di più il mio membro nella tua bocca.
Il tuo orgasmo ti raggiunse improvviso e potente, scuotendo tutto il tuo corpo. Era quello che volevi e finalmente l’avevi ottenuto.
Mi voltai e sempre restando disteso portai il membro vicino alla tua bocca, cinsi con le mani la tua nuca e la portai verso il mio cazzo, gonfio ed in attesa delle tue labbra.
Spalancasti la bocca restando in attesa delle mie spinte che arrivarono rudi e violente. Ero talmente eccitato dal tuo camice bianco che non stavo pensando al tuo benessere, ma solo al mio.
Le mani dietro la nuca mi aiutavano a spingere il cazzo in fondo alla tua gola.
Ogni movimento, ogni gesto era forzato e fine al mio piacere. La tensione crebbe immediatamente, come se il desiderio si fosse scambiato, un flusso che prima era reciproco ora era a senso unico. Sentivo la tua determinazione a resistere, e ogni istante diventava una tua vittoria.
La tua bocca e la tua gola, invase dal mio membro erano al limite quando finalmente sentisti il mio respiro farsi più corto ed i colpi più profondi e finalmente un fiotto caldo invadere la tua bocca.
Subito, mi resi conto di quanto ti fossi abbandonata, di quanto ti fossi messa completamente a disposizione per farmi piacere. Un misto di gratitudine e tenerezza mi attraversò, e senza pensarci ti baciai con dolcezza, cercando di comunicarti tutto il mio riconoscimento e il mio rispetto.
sussurrai tra un bacio e l’altro, la voce piena di sincerità e affetto. Era un gesto semplice, ma carico di significato: un modo per dirti che apprezzavo tutto quello che avevi fatto, e che non volevo che ti sentissi in alcun modo messa sotto pressione.
Il tuo sorriso e la risposta del tuo sguardo furono tutto ciò di cui avevo bisogno: complici, vicini, entrambi consapevoli della profondità della nostra intimità.
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