Lui & Lei
Destino - quinta parte
09.03.2026 |
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"Ti sento tremare tra le mie braccia, il corpo che si irrigidisce e poi si abbandona completamente, e io mi lascio andare insieme a te, in un’unica onda di piacere che ci travolge..."
Sono in ufficio, circondato da documenti e mail che scorrono sullo schermo, ma in realtà la mia mente è altrove. Non riesco a liberarmi dall’immagine di te, dalla memoria della notte appena trascorsa.Ho voluto dimostrarmi forte, forse persino dominante, e nel farlo ti ho spinta oltre un limite che non avrei mai dovuto superare. Per il mio piacere, non per il tuo.
Il ricordo mi tormenta: i tuoi occhi cercavano i miei, e io non ho voluto leggerli davvero. Li ho usati, come se la tua resa fosse solo un ornamento del mio desiderio. Adesso, qui, con il silenzio dell’ufficio che mi pesa addosso, sento la vergogna mordermi dentro.
Vorrei chiamarti, dirti quanto mi dispiace. Vorrei che sapessi che non sei stata tu a mancare, ma io. Tu mi hai dato fiducia, e io l’ho trattata con la brutalità di chi ha confuso il desiderio con il potere.
E mentre le ore scorrono lente, non penso a nulla se non a come guardarti di nuovo negli occhi e chiederti perdono. A come dirti che, se vorrai, da oggi sarai tu a guidarmi, e io ti seguirò.
Ieri ero convinto di non volere nulla di serio con te. Ti guardavo come una compagna di gioco, un’evasione, un piacere che non doveva sporcarsi con promesse o legami. Mi ripetevo che la nostra storia era leggera, effimera, senza radici.
Eppure, oggi, la mia giornata scorre in tutt’altro modo. Non c’è più leggerezza, non c’è più arroganza. Oggi mi sento nudo, vulnerabile, divorato dal senso di colpa. Non riesco a cancellare il ricordo della mia durezza, le mani sulal nuca e la forza con la quale ti tenevo il membro in gola impedendoti quasi di respirare, il peso di averti costretta, di aver usato la tua fiducia come fosse un bene di poco conto.
Ieri avrei sorriso con superficialità, convinto che tutto si sarebbe sistemato da sé. Oggi, invece, darei qualunque cosa per inginocchiarmi davanti a te, per chiederti perdono con la voce e con il corpo, per farti capire che sono pentito di averti usato con quella furia.
È incredibile come in ventiquattr’ore possa cambiare la direzione di un pensiero, la sostanza di un sentimento. Ieri non volevo un legame. Oggi mi scopro a desiderare che tu resti, che tu mi ascolti, che tu non mi giudichi irrimediabilmente.
Io, in ufficio, resto intrappolato nei miei pensieri. Ogni volta che chiudo gli occhi rivedo la scena di ieri sera, e dentro di me tutto si stringe. Continuo a pensare di averti trattata con troppa durezza, di averti spinta là dove non volevi arrivare.
Tu invece, Barbara, sei altrove, lontana da questo peso che mi divora.
Ripensi al modo in cui mi hai visto cedere al piacere, al modo in cui ti sei concessa completamente, senza esitazione. Senti ancora sulla pelle il brivido di aver indossato quel camice da infermiera solo per me, solo perché lo desideravo. E il fatto che io abbia perso il controllo, che mi sia lasciato travolgere, ti fa sorridere. Ti senti appagata, fiera, grata di aver potuto darmi tutto.
Io mi tormento, tu invece sei serena.
Io vorrei cancellare e ricominciare, tu non cambieresti nulla di ciò che è accaduto.
È quasi crudele quanto sia diversa la nostra percezione della stessa notte: io la vivo come una colpa, tu come un dono.
È venerdì, e durante la pausa pranzo finalmente trovo il coraggio di scriverti.
Ti propongo un giro in moto per il sabato, quasi un pretesto per stare insieme in uno spazio diverso, libero, dove il vento potrà forse cancellare le ombre di ieri.
Premo invio, e resto con il cuore sospeso.
Tu, Barbara, non esiti un istante: accetti con entusiasmo. Ma subito aggiungi che non hai un casco, che non sai neppure come sceglierlo.
Sorrido, per la prima volta da ieri sera. È il mio terreno, la mia occasione per prendermi cura di te.
ti scrivo,
Tu leggi, e la tua risposta arriva rapida, leggera, quasi divertita: ti piace l’idea di affidarti a me.
Io invece, dietro a quelle parole semplici, sento nascere una speranza nuova: forse, tra caschi e giacche, riuscirò a trovarti lo sguardo e il momento giusto per lasciarmi alle spalle la sgradevole sensazione di averti, in qualche modo, delusa.
Ti mando la posizione del negozio dove mi servo sempre.
Arrivo qualche minuto prima di te, resto in piedi davanti all’ingresso, con le mani in tasca e lo sguardo che vaga senza davvero fermarsi su nulla. Dentro sento la solita stretta, quel nodo che non mi lascia in pace da ieri sera.
Poi ti vedo.
Tu arrivi con passo leggero, il sorriso che ti illumina il viso, gli occhi che brillano di un entusiasmo che quasi mi spiazza.
Io mi sento colpevole, tu invece sembri non avere neppure un’ombra addosso.
Ci incontriamo, e il tuo profumo mi avvolge appena prima che le nostre guance si sfiorino in un bacio rapido, familiare. Quel gesto semplice mi fa vacillare dentro: io che vorrei inginocchiarmi per chiederti perdono, tu che invece mi saluti come se nulla fosse, come se il ricordo di ieri ti avesse lasciato soltanto felicità.
mi dici, e la tua voce ha una leggerezza che mi spacca in due.
rispondo, cercando di sorridere, anche se il mio cuore batte troppo forte.
Mentre ti osservo ridere davanti ai caschi, mi rendo conto che forse ho passato giorni a tormentarmi per nulla. Mi sono fatto mille scrupoli, mi sono dato la croce addosso, convincendomi di averti ferita.
E se, invece, la mia forza, la mia irruenza, ti piacciono?
Se ieri sera tu ti sei sentita soddisfatta non nonostante quello che ti ho fatto, ma proprio grazie a come ti ho preso e guidato?
L’idea mi confonde, mi fa vacillare. Da un lato c’è il rimorso che mi divora da dentro; dall’altro, una scintilla di sollievo: e se il mio tormento fosse stato ingiusto, se avessi frainteso ogni tuo gesto e ogni tuo sguardo?
Ti guardo provare i caschi, allegra e sicura, e qualcosa dentro di me cambia. Forse non sei ferita. Forse, in fondo, quello che hai vissuto ti ha appagata. E allora, se è così, mi sento simultaneamente colpevole e stranamente sollevato.
Non c’è solo il casco. Ci servono anche un giubbino con protezioni e un fuseaux altrettanto imbottito.
Entriamo insieme nel reparto. La commessa ci accoglie sorridente e, passo dopo passo, ci aiuta a completare gli acquisti.
Io resto vicino a te, attento a ogni tua mossa, pronto a guidarti nei passaggi più tecnici. Ma mentre ti mostro come allacciare le cinghie del giubbino o sistemare le protezioni sulle gambe del fuseaux mi ritrovo a strisciare leggermente, a sfiorarti, a percepire il tuo corpo vicino al mio in un modo che fa vibrare tutto il mio petto.
Tu, Barbara, sembri ignara di quanto io sia turbato, o forse lo senti e ti diverti di questo mio imbarazzo. Ti muovi con naturalezza, sorridendo, allegra e complice.
Ogni contatto, ogni gesto che dovrebbe essere pratico diventa un gioco: un contatto della mano che dura un secondo in più, un avvicinamento necessario a sistemarti la protezione che diventa pretesto. E io, dentro, sento la tensione crescere, il desiderio di te che si mescola alla curiosità di capire fino a che punto puoi lasciarti andare.
Gli acquisti sono finiti.
Tu sembri pronta a concludere la serata insieme, come normale che sia, con la leggerezza di chi vuole prolungare il piacere della compagnia.
Io, invece, scuoto leggermente la testa.
ti dico, cercando di sorridere, anche se dentro sento il cuore accelerare.
Mi guardi per un istante, sorpresa, e poi un sorriso malizioso si allarga sul tuo volto. Non sembri delusa. Anzi, sembri incuriosita, quasi divertita da questa mia determinazione.
E mentre usciamo dal negozio, il tuo braccio sfiora il mio, e io sento già l’adrenalina della giornata che ci aspetta. Il pensiero di averti accanto, libera e felice, in quella totale complicità, mi fa vibrare dall’interno. Domani sarà nostra, e io non voglio sprecare nemmeno un secondo di quella promessa.
Usciamo dal negozio, il sacchetto con casco, giubbino e fuseaux tra le tue mani e il mio cuore che batte all’impazzata. Tu cammini accanto a me, allegra, come se nulla fosse, e io sento il brivido di un’anticipazione che cresce ad ogni passo.
Mentre ti guardo, comincio già a pianificare mentalmente il giro di domani. Voglio partire da Milano (abito a Milano 😀), salire verso il Monte Penice, poi scavallare verso Rapallo, fino al Mar Ligure. Le curve strette che ci aspettano, i rettilinei dove sentiremo il vento contro i volti, la complicità silenziosa che nascerà tra un’accelerata e una frenata… tutto prende forma nella mia mente.
Sfiori appena il braccio al mio lato ed io sento un sussulto. Non è solo il contatto fisico: è la promessa che domani sarà diversa, speciale. La serata di oggi diventa quasi un preludio: tu sei lì, felice e fiduciosa, e io so che tutto ciò che mi tormentava ieri, tutti i dubbi e il senso di colpa, potranno dissolversi domani.
Il pensiero mi rassicura e mi eccita allo stesso tempo: la mia irruenza, i miei desideri, le mie paure, tutto avrà uno spazio sicuro, naturale, condiviso con te. Domani sarà la nostra giornata, e io non voglio sprecare nemmeno un istante di quell’intensità.
Sabato mattina, all’ora stabilita, sono sotto casa tua. Ti vedo scendere con lo zaino che ti ho chiesto di portare: dentro c’è un cambio di biancheria e un vestito per la sera, perché non si sa mai cosa possa riservare una giornata come questa.
Ti fermi un attimo davanti a me, sorridente e ancora un po’ assonnata, e io sento un brivido corrermi lungo la schiena. “Tutto pronto?” ti chiedo, cercando di mantenere la voce calma, ma il cuore corre già veloce.
Carico il tuo zaino in una delle borse della moto, sistemandolo con cura. Tu resti accanto a me, osservando ogni mio gesto, e la tua presenza mi elettrizza.
“Sei pronta?” ti domando di nuovo, e tu annuisci, con quel sorriso che mi fa dimenticare tutte le ansie degli ultimi giorni.
Partiamo.
Il motore romba sotto di me, e il mondo sembra aprirsi davanti a noi. Milano scorre via, le strade ci appartengono, e già sento l’adrenalina salire mentre ci dirigiamo verso il Monte Penice, con l’aria fresca che ci investe e la promessa di una giornata intensa che ci aspetta.
Ogni curva, ogni rettilineo sarà nostro. Ogni sosta, ogni momento di silenzio condiviso, sarà un piccolo preludio di quello che potremo vivere insieme. E io, guidandoti, sento che questa giornata non sarà solo un viaggio sulle strade: sarà un viaggio dentro di noi.
Ogni volta che accelero, sento il tuo corpo che preme leggermente contro di me. Ogni curva è un piccolo gioco di equilibrio: il tuo peso segue il mio, il tuo respiro accanto al mio diventa parte del motore stesso. Ad ogni frenata, il tuo corpo si inclina, e io percepisco ogni minimo spostamento, ogni tensione, ogni brivido. Il tuo seno che preme contro la mia schiena, le tue mani che mi abbracciano, anche se non è necessario lo fai ugualmente come per paura che potessi dissolvermi.
Il vento ci sferza il viso, e allo stesso tempo ci avvolge in una sensazione di totale libertà. Il suono del motore, il rombo che vibra tra le nostre gambe, è quasi una sinfonia che ci lega, mentre le mani sul manubrio e la mia presa su di te diventano gesti naturali, necessari, complici.
C’è un piacere unico in tutto questo, un piacere che non ha nulla a che fare con ciò che proviamo seduti l’uno accanto all’altra altrove. È un piacere di velocità, di fiducia, di contatto. Il tuo corpo aderisce al mio con precisione e naturalezza, e ogni movimento della moto diventa una danza a due: curva dopo curva, rettilineo dopo rettilineo, sento crescere dentro di me un desiderio silenzioso, intenso, che non osa ancora parlare ma che vibra in ogni fibra del mio corpo.
Il vento ci sferza e insieme ci avvolge, ed io non posso fare a meno di pensare quanto sia perfetta questa complicità. Tu ti fidi di me, ed io di te. Ogni istante è un equilibrio tra controllo e abbandono, tra concentrazione e piacere. Ed è incredibile quanto una moto possa trasformare il contatto fisico, ogni accelerata, ogni curva, in un gioco sottile di piacere e tensione condivisa.
Ci fermiamo in un punto panoramico, dove la vista spazia sulle colline e le curve che abbiamo appena percorso. La moto è accostata, il rombo ormai lontano, e il vento qui è più gentile, carezzevole.
Tu scendi per fare qualche foto, io ti osservo, il cuore che batte forte. Ogni tuo movimento è magnetico, ogni sorriso un invito silenzioso. Quando ti volti verso di me, il mio sguardo cattura il tuo, e in un attimo tutto il resto scompare.
Senza quasi rendercene conto, ci avviciniamo. Le nostre mani si cercano, le nostre guance si sfiorano, e poi… ci baciamo. Intensamente. Finalmente.
Il mondo intorno a noi sembra fermarsi: il vento, il panorama, persino il rombo lontano della strada, tutto sparisce, lasciando solo noi due, i nostri corpi a contatto, il calore che cresce e si mescola al profumo dell’aria fresca.
Il contatto tra di noi è naturale, istintivo: le mani scorrono leggere, i corpi si cercano, e io sento ogni curva delle tue forme premersi contro di me. È un bacio che parla di attesa, di desiderio, di complicità, e allo stesso tempo di un’intimità nuova, nata tra curve e rettilinei, tra vento e motore.
Rimaniamo così per qualche istante, sospesi tra la realtà e qualcosa che è solo nostro, prima di staccarci lentamente, sorridendo l’uno all’altra, consapevoli che la giornata è appena iniziata e che tutto ciò che verrà sarà altrettanto intenso.
La voglia cresce dentro di me, intensa, irresistibile. Ti voglio accanto, ti voglio tutta per me, ma qui, su questa piazzola panoramica, non è possibile. L’aria è fresca, il vento leggero, eppure sento il limite dello spazio e la presenza di chiunque potrebbe passare.
Allora riaffiorano i ricordi di quando ero bambino, durante le vacanze estive in queste montagne. Strade sterrate, boschi odorosi di resina, e piccoli borghi nascosti, quasi segreti, dove il tempo sembrava scorrere più lento. Uno in particolare mi viene in mente: un borgo al termine di una strada laterale, che scende dolcemente verso il fondo della collina. Ricordo le case di pietra, i vicoli stretti, il silenzio rotto solo dal canto degli uccelli.
Un sorriso mi sfiora le labbra, ma insieme sento un brivido diverso: quando la voglia mi prende, non è solo desiderio. Sono in parte preoccupato, perché l’eccitazione mi trasforma. Divento più intenso, più impaziente, e so che devo trovare un modo di contenerla, di guidarla, per non lasciarmi travolgere.
Ti guardo mentre sistemi lo zaino e ti concentri sulle foto, ignara dei miei pensieri, e già mi immagino il borgo come un piccolo rifugio segreto, dove potremo lasciarci andare senza fretta, senza interruzioni, senza limiti. La mente si accende di possibilità, e la mia eccitazione, benché ancora sotto controllo, mi ricorda quanto io desideri te, tutta te, in ogni istante.
Il borgo appare in lontananza, piccolo e nascosto tra le colline. Il campanile della sua chiesa svetta sopra i tetti delle poche case di pietra, come un faro silenzioso che indica la nostra meta.
Io fisso quel punto, il cuore che accelera. È lì che voglio dirigermi, nel silenzio quasi sacrale della chiesa, lontano dagli occhi di chiunque, dove tutto può diventare nostro, intimo e privato.
Mentre avviciniamo la strada laterale, sento l’adrenalina e il desiderio crescere insieme al motore sotto di noi. Il borgo si avvicina, i tetti di pietra si fanno più definiti, e io immagino già il calore del tuo corpo accanto al mio, la complicità di ogni gesto, ogni respiro condiviso.
Il campanile, alto e solitario, diventa il simbolo di questa giornata: il nostro rifugio segreto, il luogo dove posso lasciarmi andare, dove il vento, la moto e il desiderio si incontrano finalmente con la nostra intimità.
Il borgo sembra disabitato, e forse lo è davvero. L’aria è ferma, silenziosa, interrotta solo dal rumore della moto che fermo sulle pietre antiche. Parcheggio davanti alla chiesa e ti prendo per mano, sentendo il calore del tuo contatto che mi scuote.
Il portone oppone una leggera resistenza, i cardini cigolano in un suono antico e familiare, ma alla fine riusciamo a entrare. La sorpresa mi coglie: la chiesetta è più luminosa di quanto immaginassi. La luce filtra attraverso le vetrate colorate, disegnando riflessi morbidi sulle pareti e sul pavimento, e ci avvolge come un abbraccio caldo e rassicurante.
Sento il battito del tuo cuore contro il mio mentre ci muoviamo lentamente tra le panche e l’altare, un passo dopo l’altro, come se ogni movimento fosse misurato, attento, ma al tempo stesso inevitabile. Qui dentro, lontani dal mondo, il silenzio e la luce sembrano proteggerci, e io sento crescere dentro di me il desiderio di avvicinarti, di sentire il tuo corpo vicino al mio, finalmente senza limiti.
Appena entriamo nella chiesa subito percepisci qualcosa di diverso. Il silenzio, la luce che filtra dalle vetrate, l’odore antico del legno e della pietra… tutto sembra avvolgerci in un mondo a parte. E in quell’istante, un brivido ti percorre la schiena: capisci che questo luogo sarà la nostra alcova segreta.
All’inizio esiti, le mani leggermente fredde che cerchi di stringere tra le mie. C’è una parte di te che teme il luogo, che cerca ancora di trattenersi, forse per pudore, forse per abitudine. Ma non puoi negarlo: la mia presenza ti rassicura, la mia mano che afferra la tua ti invita a lasciarti andare.
Senti il mio sguardo addosso, percepisci la tensione silenziosa che vibra tra noi, e lentamente le tue resistenze cominciano a sciogliersi. Ti lasci trascinare, passo dopo passo, fino a sentire il mio corpo così vicino al tuo che ogni esitazione svanisce.
Il pavimento di pietra, i riflessi delle vetrate, il silenzio intorno a noi… tutto diventa cornice di un istante che senti solo nostro. La paura iniziale si trasforma in eccitazione, la curiosità si mescola al desiderio, e finalmente ti abbandoni al momento, fiduciosa nel lasciarti guidare da me.
Ti guardo, lì dentro quella chiesetta illuminata dalle vetrate, e sento l’eccitazione montare dentro di me.
Abbiamo lasciato i giubbini sulla moto, e davanti a me ci sei tu, con quella maglietta tecnica che aderisce al tuo corpo e che mette in risalto il seno, seguendone le forme in maniera perfetta, quasi studiata per farmi impazzire.
I fuseaux, ancora più spietati, disegnano la linea delle tue gambe, scolpendo ogni curva, ogni dettaglio. La luce che filtra dalle vetrate colora i tuoi contorni e ti rende ancora più irresistibile, come se il luogo stesso volesse esaltare la tua bellezza.
Mi sento trasformare. La voglia che covavo dentro dalla piazzola panoramica si accende ancora più forte, mi brucia nelle vene. Ti desidero con un’intensità che mi spaventa e mi attrae insieme: il corpo mi chiede di prenderti subito, l’anima vuole che sia speciale, unico.
E in questo contrasto, in questa tensione, l’eccitazione diventa totale. Non esiste più il borgo, non esiste più il silenzio intorno a noi: esisti solo tu, la tua figura scolpita dalla maglia e dai fuseaux, e il mio respiro che si fa più corto mentre cerco di resistere alla tentazione di averti tutta, subito.
Ti accorgi della mia eccitazione, lo leggi nei miei occhi e lo senti contro di te quando ti stringo. So che il luogo ti fa esitare, ti vedo trattenuta per un istante, ma non ti lascio il tempo di pensare: ti avvolgo tra le mie braccia e ti bacio.
All’inizio percepisco la tua esitazione, le tue labbra che rispondono con cautela, ma subito dopo ti lasci andare. Il tuo corpo si rilassa contro il mio, si abbandona, fino a cercarmi con più decisione.
Sento il tuo ventre aderire al mio, la pressione che ti porta inevitabilmente a incontrare la durezza del mio desiderio. E non ti scosti, non tenti di evitarlo. Anzi, percepisco che lo cerchi, che ti piace sentirlo addosso. Ogni tuo piccolo movimento mi conferma che il mio eccitamento ti accende, che lo desideri almeno quanto me.
E in quell’attimo, nella chiesa silenziosa, non esistono più esitazioni: ci sei tu, ci sono io, e questa tensione che ci divora e ci trascina sempre più vicini.
Ti prendo in braccio, senza darti il tempo di reagire. Sento il tuo corpo stringersi al mio mentre ti sollevo, leggero e deciso, e ti porto fin sotto l’altare. Ogni passo rimbomba nel silenzio della chiesa, amplificando la tensione che ci avvolge.
Ti adagio a terra con delicatezza, anche se le pietre sotto di te sono fredde e scomode. Lo percepisci subito, il contrasto tra quel gelo e il calore che ci brucia addosso. Ti vedo rabbrividire per un attimo, ma poi ti lasci fare, perché sai che io sono lì, sopra di te, a scaldarti con il mio corpo, con il mio desiderio che non lascia più spazio a esitazioni.
Ormai siamo accesi, divorati da una voglia che non conosce freni. Il luogo, l’altare, la pietra gelida… tutto scompare di fronte alla fiamma che ci sta trascinando. Tu ti abbandoni al contatto, e io sento che non esiste più ritorno.
Continuo a baciarti con una foga travolgente, le mie labbra cercano le tue senza tregua, affamate del tuo respiro, della tua resa totale. Sento il tuo corpo che si muove sotto il mio, aderente, vivo, pronto a concedersi.
Le mie mani scivolano decise lungo i tuoi fianchi, poi si insinuano con lentezza nei fuseaux stretti e poi giù fino alla fica. Ti esploro, ti tocco, e percepisco immediatamente la tua risposta: il tuo corpo vibra sotto le mie dita, ti apri a me senza resistenze, come se stessi donando tutta te stessa in quell’istante.
Ogni tuo movimento mi parla, ogni sospiro è una conferma. Non ti trattieni, non nascondi nulla: ti lasci possedere dal piacere che ti sto regalando, e questo tuo abbandono non fa che accendere ancora di più la mia eccitazione, trasformando ogni mio gesto in un desiderio sempre più urgente di farti mia.
Mi porto davanti a te, con il respiro che arde nel petto. Le mie mani scivolano lente sui tuoi fianchi, afferrandoli e facendoli scivolare giù, centimetro dopo centimetro. Tu mi guardi, segui ogni mio gesto senza fermarmi.
Le mutandine seguono subito dopo, leggere come un soffio tra le mie dita, fino a lasciarti nuda, esposta, vulnerabile davanti a me. Ti osservo, il contrasto tra la freddezza della pietra sotto di te e il calore che emani mi incendia ancora di più.
Per un attimo resto immobile, quasi a contemplarti, e incrocio il tuo sguardo: lì leggo la tua verità. Non c’è paura, non c’è esitazione. C’è solo quel messaggio chiaro, che non lascia spazio a dubbi: non fermarti, Max.
E io non ho alcuna intenzione di farlo.
Vederti lì, nuda davanti a me, con le tue parti intime offerte senza più barriere, mi eccita a dismisura. Non riesco a resistere, l’impulso è troppo forte.
Inginocchiato davanti a te, afferro con decisione le tue cosce e ti sollevo fino a portarti contro la mia bocca. Il contatto è immediato, travolgente: la mia lingua ti cerca, ti esplora, ti assapora con una fame che non conosce freni.
Sento il tuo corpo che reagisce, i tuoi gemiti che rompono il silenzio sacro della chiesa. Ti muovi contro di me, ti offri completamente, abbandonandoti al piacere che ti sto regalando. Le mie mani ti tengono stretta, forte, quasi a dirti che da lì non ti lascio andare, non finché non avrò sentito ogni tua vibrazione, ogni tuo spasmo di piacere.
Continuo con foga, sempre più eccitato dal sapore e dal calore che mi regali. Ogni mio movimento è più deciso, più profondo, perché voglio sentirti vibrare fino in fondo.
Ti guardo mentre ti abbandoni: chiudi gli occhi, lasci che il piacere ti avvolga completamente. Poi, a tratti, li riapri, ed è allora che il nostro sguardo si incrocia. Quei momenti mi colpiscono come una scossa, perché leggo nei tuoi occhi un misto di abbandono e complicità che mi incendia ancora di più.
Le tue mani si intrecciano tra i miei capelli, mi trattengono, mi guidano. È come se mi stessi invitando a spingermi ancora più dentro di te, nella tua tana segreta, a non lasciarti nemmeno un istante. E io obbedisco, con la stessa fame di un uomo che non vuole altro che perderti e ritrovarti lì, nel cuore del tuo piacere.
Poi ti sento. Tra un gemito e l’altro, con la voce rotta dal piacere, lasci uscire quelle parole che mi trafiggono come una lama ardente: .
Il suono della tua voce, così implorante e carica di desiderio, mi fa vibrare dentro come nulla al mondo. Alzi appena il bacino contro la mia bocca, come a sottolineare la tua richiesta, come a pretendere che io ti prenda tutta.
In quegli istanti non sei più soltanto abbandonata al piacere, sei tu che mi stai guidando, che mi chiami, che mi chiedi di oltrepassare ogni limite. E io ti guardo, con la mia bocca ancora su di te, e so che ormai non posso più trattenermi: le tue parole hanno scatenato dentro di me una tempesta che chiede di travolgerti.
Mi slaccio i pantaloni, sentendo il tuo respiro accelerare accanto a me, e lascio uscire il membro in erezione dalle mutande. Il contatto con la tua pelle nuda mi fa vibrare, e senza esitazione mi porto su di te, lo faccio strisciare sulla coscia fino a raggiungere le grandi labbra e poi lo appoggio ed inizio a spingere.
Ti penetro, sentendo ogni tuo respiro, ogni movimento che si adatta al mio. La tua pelle contro la mia, la tua bocca che ancora si aggrappa alla mia, i gemiti che rompono il silenzio della chiesa… tutto diventa un ritmo condiviso, un movimento che cresce insieme al nostro desiderio.
Ti avvolgo completamente con il mio corpo mentre ti penetro fino in fondo. Sento ogni curva, ogni vibrazione del tuo corpo aderire al mio, e il calore che emani mi brucia dentro.
Il nostro respiro si mescola, i gemiti riecheggiano nella chiesetta, e ogni tuo movimento diventa risposta al mio, guida del mio desiderio. Ti stringo forte, come se volessi fondere ogni parte di te con la mia, e sento che anche tu ti abbandoni totalmente, cercandomi, reagendo a ogni spinta con intensità crescente.
Sento il tuo corpo tremare sotto di me, mentre senti le palle battere contro le cosce. Ogni mio movimento ti percorre, ti scuote, e ti avvicina sempre di più a quel punto in cui tutto il piacere diventa ingestibile.
Ogni colpo che ti dò è preciso, intenso, e tu reagisci senza trattenerti: il tuo respiro si fa più corto, i gemiti si intrecciano ai miei, e il tuo corpo si muove in perfetta sintonia con il mio. Ti contorci, ti aggrappi a me, ti abbandoni, e ogni risposta che mi dai mi accende ancora di più, spingendomi a non fermarmi, a guidarti verso l’esplosione che sento crescere dentro di te.
Ti vedo chiudere gli occhi, poi riaprirli per cercare il mio sguardo, come se volessi confermarmi che mi desideri, che vuoi arrivare a quel limite insieme a me. E io non posso fare altro che assecondarti, seguire il ritmo dei tuoi spasmi, intensificare ogni mio gesto, perché voglio che tu senta il mio cazzo duro dentro di te, fino a che non sarai completamente consumata dal piacere.
I nostri gemiti rimbombano tra le pareti della vecchia chiesa, tra le panche, il legno e la pietra antica. È rumoroso, intenso, primordiale, eppure in quel suono c’è tutta la bellezza di ciò che condividiamo: il nostro desiderio, la nostra eccitazione, la complicità che ci lega senza bisogno di parole.
Ti sento tremare tra le mie braccia, il corpo che si irrigidisce e poi si abbandona completamente, e io mi lascio andare insieme a te, in un’unica onda di piacere che ci travolge. Le tue mani ancora intrecciate tra i miei capelli, i nostri respiri affannosi, il battito dei cuori che si sincronizza: siamo un tutt’uno, lì sotto l’altare, e la vecchia chiesa diventa testimone silenziosa di un momento che sembra eterno. Nel momento del mio orgasmo sento il fitto della mia sperma che scorre come un fiume in piena che si riversa dentro di te, allagandoti !
E quando finalmente ci fermiamo, tremanti e ansimanti, sento ancora la tua pelle calda contro la mia, e il silenzio che segue il nostro climax è pieno di una pace violenta e meravigliosa: abbiamo esploso insieme, e tutto il resto del mondo, fuori, non esiste più.
Quando gli spasmi dell’orgasmo si calmano, ci guardiamo, e per un istante resta solo il silenzio tra noi. Poi, senza motivo apparente se non la leggerezza che ci attraversa, iniziamo a ridere. Come due bambini, un riso spontaneo, liberatorio, che si mescola all’eco delle vetrate e della pietra antica.
E tu… sei bellissima quando ridi. Il tuo viso illuminato dalla gioia, gli occhi che brillano, la bocca che si apre in un sorriso puro: ogni volta che ti guardo così mi catturi ancora di più.
Ci alziamo, ancora tremanti, e ci ricomponiamo velocemente, le guance arrossate, i capelli arruffati. Prendendoci per mano, corriamo fuori dalla chiesa, e sento la tua risata mescolarsi alla mia, un suono che sembra quasi un atto di profanazione gioiosa in quel luogo sacro che abbiamo trasformato nel nostro rifugio segreto.
La moto ci aspetta, guardiana silenziosa della nostra follia, custode della nostra intimità appena consumata. Rimontiamo in sella, e subito il rombo del motore diventa il nostro grido di libertà. Partiamo sgommando sul piazzale della chiesa, il vento che ci sferza, le risate che continuano a uscire senza freni, e per un attimo, solo per un istante, il mondo intero sembra appartenere a noi due.
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