Lui & Lei
Dietro di me
17.03.2026 |
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"Ma sono certo che con la luce spenta sia ancora migliore»
Rimase immobile, in attesa che premessi l’interruttore che avrebbe aperto lo scrigno del desiderio..."
Divenni il capro espiatorio del suo rancore verso chi lo aveva incastrato. Lo strumento attraverso cui lui attuava la sua vendetta verso la società che lo ripudiava. Io lo sapevo, eppure non riuscivo a sottrarmi dalle sue attenzioni. Mentre attendevo il suo arrivo, mi ripetevo che non sarei caduta nella sua trappola. Quando, però, poi entrava nel mio ufficio con il suo ghigno beffardo, il dente d’oro che luccicava, volgare e impertinente, tutte le mie difese cedevano, come neve al sole. Si sedeva davanti la mia scrivania, con le gambe divaricate e mi fissava mentre esponevo la sua situazione, maneggiando nervosamente fogli di carta pieni di informazioni che improvvisamente mi sembravano scritte in arabo. Documenti che avevo redatto di persona, ma che davanti a lui mi sembravano appartenere a un altro mondo. Fino a quel mattino, l’incontro finiva con qualche firma o ricordandogli la data della prossima udienza. In quell’arido giorno d’estate, al trentaseiesimo piano del grattacielo Schmitt & Lawson, accadde qualcosa di diverso e sconvolgente. Mi ero alzata per accompagnarlo alla porta. Lui, come sempre, non aveva detto una parola per tutto il tempo. Indossavo un vestito intero blu molto attillato, ampio scollo a “U” e gonna corta che tendeva a salire mentre camminavo. Avevo caldo da morire, nella mezz’ora di colloquio avevo sudato al punto che si erano formate un paio di chiazze sotto le ascelle, per questo tenevo le braccia abbassate.
«Allora di vediamo domani all’udienza. Può stare tranquillo, vedrà che si risolverà tutto nel migliore dei modi»
Lui non si mosse, invece disse: «Non riesci a pensare ad altro, vero avvocato Holls?»
«Non capisco a cosa si riferisca, signor Cruz»
«Lo sai benissimo. Ho letto nei tuoi occhi te lo volevi almeno quanto me»
Presi in mano la maniglia della porta ma non trovai la forza per azionarla.
«Si sbaglia»
Lui si alzò, mise le mani in tasca e si spostò davanti all’ampia finestra. Guardò il paesaggio.
«Non male, qui, penso che mi abituerei presto»
Abbassai lo sguardo. Il cuore mi batteva all’impazzata, mi mancava l’aria, e anche quando riuscivo a inspirare, le narici mi restituivano solo il suo odore.
«La sera» Deglutii, lui si girò di scatto, quasi non si aspettasse che dicessi qualcosa. Giunsi le mani sul grembo e ripetei: «La sera, dopo le ventitré, quando non c’è più nessuno. È il momento più bello»
Rimase immobile a fissarmi, quasi in contemplazione, poi mi mostrò nuovamente il suo dente più prezioso e annuì senza dire niente. Infine, uscì senza salutare.
L’udienza andò bene, riuscii a smontare tutte le accuse, dimostrando che le accuse di spaccio a carico del mio cliente erano infondate. Avevo vinto la mia prima causa ed ero al settimo cielo. Peccato che non ci fosse nessuno al mio fianco, a condividere con me quel momento. Sammy Cruz mi strinse la mano. Sotto la sua indifferenza riuscii a leggere il sollievo per la sentenza favorevole. Gli avevo fatto guadagnare almeno dieci anni di vita.
«La attendo nel mio ufficio per sbrigare le ultime pratiche»
Lui annuì.
«Penso che accetterò il tuo invito. Verrò stasera»
Impallidii, subito dopo cercai di correggere il tiro: «No, l’altro giorno non intendevo …»
Ma era già uscito con le guardie per rimuovere la cavigliera. In pochi attimi tutta la felicità e soddisfazione per il risultato era stata spazzata via dall’appuntamento che senza volerlo (almeno consciamente) avevo proposto al mio ormai ex cliente. Sapevo che se fossi rimasto in ufficio non sarei riuscita a resistere alle sue avances, sarei rimasta intrappolata nella tela tatuata sulla sua schiena. Dopo l’ultima firma e la liquidazione del mio compenso, non sarebbe più stato mio cliente, di conseguenza la mia coscienza ne sarebbe uscita pulita, ma che dire di tutto il resto?
Lui arrivò alle ventitré. L’ufficio era deserto, quando mi avvisarono dalla reception per chiedere se dovessero farlo salire, dissi di sì. Un paio di minuti dopo mi richiamarono.
«Janet, sta salendo. Sicura di non aver bisogno di qualcuno?»
Ero uscita un paio di volte con Rodrigo, il ragazzo della reception.
«No, grazie, è un mio cliente, non ci vorrà molto»
Lo accolsi davanti l’ascensore. Come prima cosa mi mostrò la caviglia finalmente libera, poi andammo nel mio ufficio.
«Sei sola»
Finsi di non aver sentito. Tremavo. Pur sapendo che non mi avrebbe fatto nulla, mi metteva in soggezione, al punto da chiedermi se fosse veramente innocente.
«Ecco, firmi qui, provvederemo a recapitarle la fattura per liquidare il compenso»
Prese in mano la penna e improvvisò uno scarabocchio. Poi la depose e si avviò verso la finestra.
«Avevi ragione: a quest’ora è proprio spettacolare». Si girò e mi fissò. Indossavo lo stesso tailleur azzurro della mattina, aggiustai la gonna tirandola verso il basso, pentendomi di non averla comprata qualche centimetro più lunga. «Fuori e dentro. Ma sono certo che con la luce spenta sia ancora migliore»
Rimase immobile, in attesa che premessi l’interruttore che avrebbe aperto lo scrigno del desiderio. Vedendo la mia titubanza tese fece il gesto di raggiungerlo, subito dopo tornò a girarsi verso il vetro. Mi guardai in giro, nella vana speranza che ci fosse qualcuno, un motivo qualsiasi che mi impedisse di assecondare le sue intenzioni e la mia voglia travolgente di sentire le sue mani su di me, di sentirlo dentro.
Feci un passo indietro e spensi la luce, lui non si mosse. Con cautela mi avvicinai, mettendomi al suo fianco. Lui mormorò, con voce roca.
«Ecco, adesso è tutto perfetto»
Si spostò dietro di me, sentivo il suo fiato sul collo, non feci alcuna resistenza mentre mi sfilava la giacca del tailleur, poi appoggiai le mani sul vetro e chiusi gli occhi. Si allontanò per qualche istante, poi fu di nuovo dietro di me. Mi prese i fianchi e appoggiò il sesso sulle mie natiche. Lo sentivo, vivo e tentatore, impaziente come lo ero io di scoprire come sarebbe stato. Scostò i lunghi capelli sciolti e infilò le mani sotto la camicia.
«Sei proprio una fica da urlo, avvocato Holls. Ho capito dalla prima volta che ti ho visto come sarebbe finita tra noi»
Ansimai quando le sue mani strizzarono i seni nudi. Avevo tolto il reggiseno poco prima, una premeditazione che non gli era sfuggita. Mi limitai a dire, in modo secco.
«Fai presto»
Era un modo per rendere quella scelta unilaterale, ben sapendo che non lo era. Lo volevo con tutta me stessa, il serpente che si insinuava nella mia mente, prima ancora della carne, mi stava facendo impazzire. Lui non si fece pregare: Staccò le mani dai seni e alzò la gonna, poi scostò il filo del perizoma e affondò il dito medio.
«Cazzo, che fica. Sei fradicia.»
Usò il dito umido per bagnare lo sfintere. Azzardai un timido: «No» ma era già entrato.
«Forse hai ragione, corro troppo»
La sua mano sinistra si appoggiò sulla mia nuca, invitandomi ad appoggiare una guancia sul vetro della finestra. Lo feci, poi aprii gli occhi per guardarlo con la coda dell’occhio e assistetti mentre abbassava i pantaloni, scoprendo la sua virilità.
«Lo so, muori dalla voglia di inginocchiarti e succhiarlo, ma non ho tempo»
Non era vero, ma il fatto stesso di averlo detto, lo aveva fatto diventare un mio desiderio. Quell’uomo mi stava incasinando il cervello, stava annullando la mia capacità di …
«Aaaah»
Era dentro di me. Bruciava, faceva male, godevo. Ero caduta nella sua tela, imprigionata, immobilizzata dal suo pungiglione appuntito e grosso che scavava dentro la mia vagina alla ricerca di qualcosa. Non ci mise molto a trovarlo: venni tremando come una foglia, inchiodata sulla skyline di New York.
Avevo il fiatone, sperai che ne avesse abbastanza, temendo la sua prossima mossa.
«Allarga le gambe e abbassati, farà meno male»
«Preferirei in bocca»
«Ah, ah. Magari un'altra volta, avvocato. L’arringa finale spetta a me»
Obedii. Una colata di saliva scese dalla sua bocca, centrando il glande grosso e scuro, già bagnato del mio orgasmo, subito dopo si appoggiò allo sfintere. Avanzò senza remora, senza pietà. Non ne ebbe fino a che non uscì lasciandomi il segno liquido e indelebile del suo passaggio.
Alzò i pantaloni e li richiuse dicendo: «Vieni domani a casa mia, così proseguiremo il discorso»
Poi uscì.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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